Dieci cento mille trattative


La Trattativa (Sabina Guzzanti, 2014).

Di cosa parliamo, quando parliamo di trattativa Stato-mafia? Di quale trattativa, quale Stato, quale mafia? Fino a che punto Riina o Provenzano furono parti in causa, da quale in poi diventarono merci di scambio? L’argomento, già oscuro e intricato di suo, negli ultimi anni è stato deformato a piacere da cronisti e impresari di talkshow più interessati a restare in prima pagina (allevando mostri, se necessario) che a fornirci un quadro d’insieme. A colmare la lacuna è arrivata Sabina Guzzanti e il suo “gruppo di lavoratori dello spettacolo”, con una ricostruzione ovviamente parziale, ma efficace e soprattutto non noiosa. Anche chi non condivide né le premesse né le conclusioni della regista, in capo a un’ora e mezza almeno questo glielo deve riconoscere: la Trattativa è un film originale, che si prende tanti rischi e in un qualche modo riesce a scansarli tutti, sbandando allegramente tra cinema teatro e tv.

Nella Trattativa c’è un po’ tutto quello che avevamo paura di trovarci – filmati di repertorio con cortei di prefiche al ralenti, invettive alla ka$ta coi violini di Piovani in sottofondo, verbali di interrogatorio sbobinati e affidati alle cure di teatranti ispirati, infografiche tagliate con l’accetta, insomma tutti gli ingredienti di uno speciale di Servizio Pubblico che non guarderemmo più nemmeno sotto tortura. Questo passa il convento, ma la regista riesce ugualmente in qualche miracoloso modo a cucinare una pietanza interessante, raffinata perfino. Come ha fatto? Il segreto è forse la misura, la consapevolezza dei propri limiti. La Guzzanti sa che recitare i verbali conduce inevitabilmente a risultati grotteschi, e volge la cosa a suo favore dichiarando dopo pochi minuti l’artificiosità della messa in scena. Sa che il tema che si è scelto ha un peso specifico che mette alla prova il più motivato degli spettatori, e non ha remore ad alleggerire il dramma con siparietti tragicomici che ci fanno arrivare alla fine del film senza aver guardato una volta sola l’orologio. Riesce a piazzare qua e là persino la sua imitazione di Berlusconi – ormai più che satira è un talismano, una mascotte grottesca, il gemello cattivo che si porta con sé su qualsiasi set – e che in un qualche perverso modo anche qui funziona. Sa che come presentatrice non rende al massimo, e cede volentieri la voce narrante agli attori che si truccano e travestono in scena, entrando e uscendo giocosamente dai loro personaggi. 

Lo straniamento brechtiano che ne deriva è ovviamente agli antipodi del culto dell’innocenza fondato da Pif in La mafia uccide solo d’estate (continua su +eventi!)

10 Comments

  1. in un'opera d'arte anche la forma è contenuto (qualunque cosa voglia dire)
    tuttavia leggendo tutto l'articolo si parla anche di contenuto
    personalmente sono poco incline a considerare LA mafia come un'organizzazione monolitica e lo stesso vale per LO stato, non esitono, esistono come organizzazioni frammentate, disorganizzate, contraddittorie, ecc.
    quindi non sono mai d'accordo sulle tesi metacomplottiste dove tutte le sfumature spariscono e tutte le complessità svaniscono e restano ragionamenti tagliati con l'accetta
    che è il motivo per cui non mi piacciono sabina guzzanti, marco travaglio, beppe grillo, ecc.

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  2. Ma ci fa cosí schifo la censura dei commenti? L'angolo dei commentatori negli ultimi tempi sembra quello di Civati prima che abolisse l'anonimato. Che senso ha tenere questo spazio se ogni discorso deve andare in caciara?

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