8. L’Etica è una vittima incosciente della Storia…

[Questa, se vi eravate distratti, è La Gara: una competizione senza senso tra (quasi) tutte le canzoni di Franco Battiato. Stavolta c’è un invito pop-rock alla terza guerra mondiale, un brano scritto per Gianni Morandi, un Lied di Wagner, un quartetto di Haydn. Ma se si impegnava sapeva fare anche cose più diverse].

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1980: Venezia-Istanbul (#48)


…Ieri ho visto due [uomini(*)] che si tenevano abbracciati in un cinemino di periferia… e penso a come cambia in fretta la morale: un tempo si uccidevano i cristiani e poi questi ultimi con la scusa delle streghe ammazzavano i pagani. Ave Maria. Io poi mi sono sempre chiesto: ma non sarà un po’ colpa di Battiato se sono poi cresciuto così, il germe del relativismo culturale non me l’avrà installato lui mentre cercava semplicemente di infilare qualche intellettualismo in una canzone pop, ché in quegli anni queste cose funzionavano? Ho trovato questo spezzone di programma tv (discoring?) in cui Battiato in giacca grigia la canta ieratico come il mosaico bizantino da cui sembra essere stato staccato a forza. Merita di essere visto per capire quanto potesse sembrare appena arrivato da un altro pianeta, da un pubblico che applaude il pianista quando partono chitarra e batteria, e soprattutto per quel secondo di completo imbarazzo dopo l’ultimo distico: E perché il sol dell’avvenire splenda ancora sulla terra facciamo un po’ di largo con un’altra guerra. Era qui che bisognava applaudire, ma ci mettono un po’ ad accettarlo. Venezia-Istanbul è meno famosa di Prospettiva Nevskij o Up Patriots, ma è il vero nucleo di quella pazza cometa che fu Patriots: una musica che combina assieme Lied e rock con disinvoltura, una lirica che è un capolavoro di Taglia e Incolla, uno dei rari casi in cui si avvera la profezia di Tristan Tzara: la lirica dadaista ottenuta estraendo ritagli di parole da un sacchetto “vi rassomiglierà”. In questo caso Battiato mescola luoghi comuni del giornalese e del culturese (“D’Annunzio montò a cavallo con fanatismo futurista”), ancora intercettazioni radiofoniche (“una punta attacca verticalizzando l’area di rigore”), e appunti sparsi su Socrate e la Storia. Se è un gioco, è uno dei più sofisticati che FB abbia giocato. 

(*) sullo spartito c’è proprio scritto “uomini” tra parentesi, me lo ricordo benissimo, ce l’aveva mio cugino. 

1988: Mesopotamia (#81)

Nella discografia battiatese Mesopotamia rappresenta un unicum per vari motivi: è (credo) l’unica canzone incisa in spagnolo prima che in italiano (compare nella versione spagnola di Fisiognomica), ed è forse il solo caso in cui per capire esattamente che canzone avesse in testa bisogna proprio ascoltarlo cantare in spagnolo: quella incisa in italiano in Giubbe rosse è una buona versione live, ma la chitarra nel ritornello smarmella un po’ la complessità ritmica del brano. Ah, e stavo dimenticando: è la canzone di Battiato che Gianni Morandi ha inciso in italiano prima di Battiato, sempre nel 1988 col titolo Cosa resterà di me e senza più i riferimenti ai tre fari della scostanza battiatesca, Majorana Landolfi e Benedetti Michelangeli, perché per quanto l’interpretazione di Morandi sia credibile, davvero quei tre nomi in bocca a lui sarebbero suonati strani. Al loro posto Battiato o chi per lui decide di farcire la canzone con quei due etti di battuto di lardo emiliano, “Mi piacciono le scelte passionali, quella saggezza pratica che si tramanda il popolo… quell’atmosfera che ritrovo ritornando qui in Emilia, figlio di un pensiero rosso e partigiano”. Tutto questo succedeva in effetti in un disco veramente patrocinato dalla Regione Emilia-Romagna, quel Dalla Morandi che costituisce quindi il momento di massima vicinanza tra i due grandi innovatori della stagione più creativa della canzone d’autore in Italia: la stagione è il 1978-1984, i due innovatori sono (ovviamente) Battiato e Dalla, e il fatto che nemmeno l’uomo più conciliante dell’universo, Gianni Morandi, sia riuscito a farli lavorare assieme lascia capire quanto una collaborazione del genere fosse una specie di impossibilità fisica: i due si stimavano, addirittura a Milo divennero vicini di casa, ma non hanno mai pensato di incidere niente assieme. Forse l’universo sarebbe collassato. Forse più semplicemente sapevano che il risultato sarebbe stato deludente.  
1991: Schmerzen (Richard Wagner, Mathilde Wesendonck #176)

Come allora potrei lamentarmi: come, mio cuore, avvertirti pesante, se il sole stesso deve disperare, se anche a lui tocca tramontare? A cavallo tra Ottanta e Novanta, Battiato ha già più volte annunciato il suo ritiro dalla musica leggera. La sua scelta di completare il disco del 1991 con quattro Lied sembra confermare la decisione di astrarsi dalla contemporaneità musicale. E però guarda come è diabolico lo Zeitgeist: proprio in quello stesso 1991 Luciano Pavarotti collabora per la prima volta con un artista pop, Zucchero Fornaciari, onorando con la sua corpulenta voce il singolo Miserere. Mentre Pavarotti tenta di trovare una credibilità pop per la sua voce lirica (con risultati detestabili), Battiato va nella direzione inversa e decide di incidere dei Lied con la sua voce microfonata. Suppongo che per chi ha una cultura musicale classica si tratti di una mossa ancora più assurda di Pavarotti (che almeno distrugge il pop, non i classici del romanticismo). E però si vede che questa esigenza di mescolare ciò che era (considerato) Alto a ciò che era (considerato) Basso era sentita a entrambi i livelli – si sentiva che il mercato era pronto per un artista che unisse i due mondi e che presto si sarebbe incarnato in quel cantante di servizio che aveva inciso la prova di Miserere per farla sentire a Pavarotti, un tale Andrea Bocelli. E comunque dai, meglio un Lied cantato da Battiato che un intermezzo pavarottiano o bocelliano in un brano pop. Cioè è una bella lotta ma vince FB, dai.
1995: Un vecchio cameriere (testo di Battiato e Sgalambro, #209)

Un giorno amò: ora si fa il bucato, sognando il re che sarebbe stato. Battiato, lo abbiamo visto, per tutta la sua carriera non ha mai disdegnato di attingere al repertorio classico. Per affetto o per dileggio, con citazioni vistose o sotterranee, e in altri casi interpretazioni rigorose: le ha provate tutte ma fino al 1995 non si era mai spinto all’estremo di Un vecchio cameriere, che è copiato di pacca dall’Adagio del Quartetto per archi op. 64 n. 5 di Haydn: al punto che viene il sospetto che il testo di Sgalambro, qua e là perfino comprensibile, non sia che una serie di parole messe assieme con lo scopo di trasformare l’Adagio in una canzone. Il risultato lascia un po’ perplessi, ma devo ammettere che è l’unico pezzo di Haydn che mi è rimasto in testa: come se il trucco per farmi capire e ricordare un po’ di musica decente fosse registrarci sopra una lirica confusa sull’assurdità dell’esistenza. E chissà quante altre volte Battiato ha fatto lo stesso trucchetto senza avvertirci, chissà quanta musica del passato ha contrabbandato nei suoi dischi senza il minimo sospetto da parte dei critici musicali (vabbe’ quella è gente convinta che l’intervallo di quinta sia il momento in cui i bambini dalle aule si riversano in cortile). 

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