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La macarena sulle vostre tombe

Vi vedo tutti immotivatamente entusiasti per un monologhetto sull’entusiasmo immotivato, un pezzo appiccicato alla benemeglio in un prodotto seriale per far contenta la guest star che se l’è scritto. Non c’entra niente con lo sviluppo della trama, è uno sbrego diegetico, è un attore che esce dal personaggio e ci intrattiene sui fatti suoi che secondo lui sono divertenti. Anche secondo voi sono divertenti – del resto sembra fatto apposta per essere trasformato in story e girare sui vostri smartofoni. È una variazione sul  tema delle chat scolastiche, nel 2023, ci vuole coraggio, no? Non sono mica tutti pronti all’ironia contro un avversario potente come le chat scolastiche. È un pezzo che si crede Mattia Torre, come probabilmente capita a tanti cartocci nel cestino della writing room della Littizzetto. È un pezzo che se la prende con l’entusiasmo dei genitori che vogliono fare qualcosa per migliorare l’offerta educativa del loro istituto. Hanno tutti una passione (la batteria, la danza, il ciclismo) e vogliono comunicarla, con tanto entusiasmo, che secondo il regista (appollaiato su una terrazza che dà su Piazza del Popolo) è “il sentimento più orrendo dell’essere umano”. Non l’odio, non l’intolleranza, non l’impulso dell’audista che ti sorpassa a destra sull’A1: no, per il regista italiano il sentimento più orrendo è la voglia di insegnare qualcosa ai propri piccoli, e già che ci siamo ai piccoli degli altri. Capace che poi crescono più socievoli, ciò è sbagliato! Il regista italiano nel 2023 vuole stare in un angolo imbronciato, perché in questo consiste la sua coolness, in sostanza il regista italiano è una Mercoledì cinquantenne che si crede Nanni Moretti, e voi siete entusiasti di questa cosa. 

I genitori,per una volta che invece di lamentarsi dei compiti, dell’insegnante, del bullo o dell’insegnante bullo, provano a proporre cose, magari con un po’ di ingenuità ma un minimo di buona volontà; i genitori che vedono i figli passare i pomeriggi senza staccare l’occhio dallo smartofono e la cosa li spaventa; i genitori si domandano se non c’è qualcosa di non scrollabile che potrebbe coinvolgere questi benedetti ragazzi; e invece di scrivere accorati appelli a Gramellini fanno un’assemblea con tante proposte, ognuno porta la sua cosa, a me sembra quasi commovente – ma al regista no. 

I genitori sono anche preoccupati per il traffico, in una città così complicata come Roma il ciclismo è ancora una scelta difficile (gli audisti ti menano se provi a usare le ciclabili) ma presto o tardi ineludibile, bisogna preparare i ragazzi a un mondo che sarà per forza diverso dal nostro, ma il regista dal terrazzo su Piazza del Popolo tutto questo traffico mica lo vede, e poi lui al pomeriggio giocava per i fatti suoi ed è cresciuto bene, i suoi figli idem, e questo chiude la questione: tutto è già come dev’essere, anche questi smartofoni prima o poi passeranno. Di questo, siete entusiasti.

Se i vostri figli lo sapessero vi soffocherebbero nel sonno – ah, ma lo sanno, vi leggono sullo smartofono. La macarena verranno a ballare: sulle vostre tombe.

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Non è più tempo per i Rashomon

The Last Duel, (Ridley Scott, 2021).

Normandia, 1386: si disputa l’ultimo duello giudiziario della storia francese. Il cavaliere Jean de Carrouges accusa l’ex compagno d’armi, Jacques Le Gris, di aver violentato sua moglie, Marguerite. Le Gris sostiene di avere avuto con la moglie di Carrouges un rapporto consensuale. La moglie invece sostiene… no, la moglie non ‘sostiene’: la moglie dice il vero. Fine. Non è che possiamo metterci lì a mettere in dubbio quel che dice una donna. Non siamo mica nel Medioevo… 

Ma che ci vedono le donne in Adam Driver, bisognerebbe fare una ricerca seria su questa cosa

Caro Babbo Natale, quest’anno vorrei la pace del mondo, la salute per tutti e un film sul Medioevo decente da proiettare in seconda media – prima di sbuffare, prova a dirmene uno. Visto? No, i draghi non valgono, no, nemmeno i cicli arturiani. Un film per mostrare ai ragazzi un mondo vero, che è esistito e che sicuramente era molto diverso dal nostro, ma in un qualche modo funzionava, coerente, verosimile: castelli, armature, servi della gleba, vorrei solo conservare in un angolo del loro immaginario un po’ di arnesi medievali perché – non lo so neanche io il perché, ma in un qualche modo non mi sembra onesto lasciare che crescano senza. Non chiedo un capolavoro; anche solo un film a colori che abbia più senso delle Crociate di Ridley Scott, perché davvero lo so anch’io che fa acqua da tutte le parti: ma trovami qualcosa di meglio nella filmografia degli ultimi trent’anni. E lo so bene che Scott si intende poco di Medioevo  – come d’altronde di qualsiasi evo: alla fine per lui è quasi sempre tutto un grande western con la Frontiera e i pistoleri che si vede che patiscono di non poter estrarre il revolver, di doversi vestire di ferro e sguainare ancora scomode spade – ma almeno sa mettere insieme uno spettacolo. Come dici?

Sì Babbo, lo so che ci ha riprovato anche quest’anno, l’ho visto l’Ultimo duello e mi dispiace che sia andato così male, in un qualche modo il Medioevo a Sir Scott porta sfiga ed è strano: di tanti posti dove ambientare un western sembra uno dei più congeniali al suo gusto per la meraviglia. L’abbiamo sempre saputo che per Hollywood la Storia è un fondale per mettere in scena in modo pittoresco i problemi di oggi: non è esattamente l’approccio storico che mi servirebbe, ma ha il pregio di tenere svegli anche gli spettatori che non siano patiti di cavalli e armature. Scott non dà l’aria di interessarsi di politica, eppure più i suoi film sono in costume, più le sceneggiature si ingombrano di ideologie. Il Gladiatore era il film perfetto per l’America imperiale post 11 settembre (è stupefacente che sia uscito l’anno prima); le Crociate per reazione s’intestardivano a immaginare un Regno dei Cieli multietnico e multiconfessionale. The Last Duel, vent’anni dopo, è un film su #meetoo e la rape culture così concentrato sul suo essere un film su #metoo e la rape culture che in certi punti lo spettatore esigente è portato a domandarsi: ma sul serio? Cioè mi stai davvero raccontando questo, in senso non ironico? Ecco: è un film senza ironia, una qualità che a Hollywood sta diventando merce sempre più rara e pericolosa.

The Last Duel vuole dire qualcosa di molto vero e attuale e vuole dirlo senza il minimo rischio di essere frainteso. Lo fa scomodando vicende di un secolo diverso, vissute da persone i cui valori erano molto diversi dai nostri – e pazienza: Hollywood si è sempre comportata così e forse è l’unico modo per portare nel Medioevo un po’ di spettatori che non si farebbero attirare da un caso di cronaca medievale. Alla fine chiunque avrà imparato qualcosa: anche solo il fatto che a un certo punto del Medioevo i medici ritenessero l’orgasmo femminile necessario al concepimento (“It’s science!“: e tutto questo diversi secoli prima che altri medici, tra Sette e Ottocento, negassero la stessa esistenza dell’orgasmo femminile).

Dopodiché, caro Babbo, capisci anche tu che un film sullo stupro con un dibattito processuale sull’orgasmo, in seconda media, non lo posso mostrare. Ma sarei comunque contento di averlo visto. Il problema è un altro e te lo dico, caro Babbo, sir Scott stavolta non c’entra niente. Sì è più cupo del solito, certi tagli sono evidenti, il ritmo non è il massimo, ma gli perdonerei questo e altro. I colpevoli che non riesco a perdonare sono Ben Affleck e Matt Damon, che non paghi di aver voluto tirar fuori da un saggio di Eric Jager un blockbuster militante, hanno anche deciso di scomodare Rashomon. Proprio così, hanno voluto consegnarci il loro Rashomon, e magari sono persino convinti di esserci riusciti: il loro film problematico con tre versioni inconciliabili della stessa storia secondo i punti di vista di tre personaggi in conflitto. E i critici non si sono fatti sfuggire la cosa – anche perché ci sono persino le didascalie prima di ogni versione, insomma basta saper leggere le scritte grosse e alcuni sembra ne siano ancora in grado, sicché abbiamo veramente delle recensioni in cui The Last Duel è paragonato a Rashomon.

Lui però si ritaglia sempre la parte giusta

Ora Babbo capiscimi, non si tratta di snobismo. Non ne faccio una questione tecnica, ma insomma Rashomon è un film che ci vuole dire che la realtà oggettiva non esiste, che ognuno ha la sua e che lo spettatore non necessariamente riuscirà a ricomporne una. È l’esatto contrario di quel che succede nell’Ultimo Duello, dove dopo aver sentito la campana del cavaliere Carrouges e quello di Jacques Le Gris, la didascalia ci avverte che tocca alla signora, e che la sua verità è “La Verità”. Non lo dico io, Babbo, c’è proprio scritto così sullo schermo, affinché nessuno possa confondersi sulla morale del film: e la morale è che gli uomini si raccontano tante palle, per orgoglio o per invidia o persino per amore (ma più spesso per orgoglio e per invidia); le donne invece no, le donne dicono sempre la verità, tranne ovviamente quando non mentono per non finire sul rogo arrostite a fuoco lento. Dopodiché Scott può filmare castelli e armature con tutta la maestria che gli compete, ma l’impianto non funziona, e qui suggerisco a chi vuol vedere il film di non leggere oltre, perché… non so prendiamo Le Gris.

Il film ci spiega, con la sua manina leggera, che Le Gris è cresciuto in un sistema di valori che non gli consente di riconoscere uno stupro, nemmeno quando lo commette. Quando nella sua versione Marguerite fa resistenza, Le Gris è convinto che stia recitando un rituale di corteggiamento. E siccome in quel momento stiamo guardando la scena con gli occhi di Le Gris, dovremmo appunto vedere una Marguerite che vuole e non vuole, che civetta un po’, una Marguerite cedevole che infine si concede all’amplesso. Se questo film fosse un vero Rashomon, dovremmo appunto assistere a questo: ma la vera notizia che porta al mondo il nuovo film di Ridley Scott è che i Rashomon in America non si possono più fare – e dire che fino a qualche anno fa erano quasi un tropo, molti telefilm avevano la loro puntata-Rashomon, House MD sicuramente ne ha una e persino Saranno Famosi – ma adesso no, adesso se vedessimo Marguerite concedersi e gioire potremmo equivocare. Qualche spettatore/trice sicuramente equivocherebbe, voglio dire, è statistica, e poi i Rashomon implicano appunto questo, che ognuno possa scegliere la versione che preferisce: ma ciò oggi è intollerabile, qualcuno twitterebbe che Ridley Scott ha girato un film che esalta la cultura dello stupro; che Affleck e Damon l’hanno scritto, che Driver l’ha recitato: insomma no, non si può fare, non è più tempo per i Rashomon, e così ci tocca guardare questa scena molto imbarazzante dove Le Gris vive il vertice della sua storia d’amore mentre ansima sulla schiena di una poveretta che nemmeno è riuscito a svestire. Non c’è nulla di veramente problematico qui, non c’è spazio per il dubbio che anzi va scacciato e al massimo individuato nei personaggi come una debolezza da debellare: le vittime sono serie, integerrime e sofferenti, i rei sono patetici. Alla fine il vero colpevole è il Medioevo: e la sua colpa è di non voler credere alle donne. E Babbo io non è che voglia difendere il Medioevo a ogni costo, lo so che era un periodo terribile per le donne, ma i film che condannano il passato in quanto passato ho sempre paura che servano a distogliere dalle responsabilità del presente.

Rashomon ci chiedeva di accettare che ogni Verità è parziale; l’Ultimo Duello ci nomina giudici onniscienti, davanti a due uomini che hanno deciso di scannarsi per contendersela. Alla fine, caro Babbo, quel che mi lascia è un po’ di freddo amaro in bocca, per aver voluto controllare se davvero il cattivo viene punito come nel mio cuore avevo già desiderato. Ci sono anch’io sugli spalti, col sadico re di Francia. Mi dispiace Babbo, perché non è nemmeno un brutto film. Ma non è quello che mi serve.

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La fine dell’autocritica

 

Questa immagine, ma soprattutto questa didascalia, divide l’internet italiana in due parti, e sospetto che la divisione azzecchi l’età mentale meglio dei documenti anagrafici. Non saprei tracciare un discrimine (nati nel 1980? 1985?) ma da un certo punto in poi è un’immagine imbarazzante: Ritratto di regista boomer che non capisce dove va il cinema. Probabilmente i giovani non fanno nemmeno caso ai capelli bianchi, che erano il punctum della composizione: Moretti era arrivato a Cannes con la chioma nera di ordinanza, il contrasto sempre più insostenibile col grigio cenere della barba. Quando sei un personaggio pubblico a un certo punto devi fare questa cosa di ammettere che ti tingevi i capelli, per quanto al di fuori possa sembrare ridicolo per alcuni è più traumatico di un coming out. In una botta sola devi ammettere che sei vecchio e che cercavi di nasconderlo. Se poi quasi nessuno ci fa caso è peggio ancora, significa che loro ti vedevano già vecchio: sei tu che ti aggrappavi al tuo autoritratto mentale, gli altri le tue rughe le danno per scontate, le vedono anche nei film dove ancora non le avevi. 

Pochi giorni prima

Per quelli nati prima del discrimine, questo è il caro vecchio Moretti che si prende in giro da solo, con quella spietatezza che negli ultimi film si è un po’ attenuata (ma solo un po’). È il Moretti-regista-isterico di Sogni d’oro (ma anche di Mia madre), quello che vuole vincere a costo di rendersi ridicolo, e che non vuole morire. Più del Moretti che non si capacita del successo di Henry, pioggia di sangue, è quello che si fa una canna davanti alla tv mentre Berlusconi trionfa. Certo che è patetico, ma lo fa apposta. Al che i più giovani possono ovviamente rispondere: certo che lo fa apposta, ma è patetico, e il discrimine è tutto qui. 

Per i vecchi quel che importa è l’intenzione; per i giovani il risultato. Moretti non ha fatto tantissimi film, così che non capita poi così spesso l’esperienza rivelatoria di riguardarli per caso senza averne l’intenzione: quella situazione in cui ogni volta mi stupisco di quanto era perfido con sé stesso e con il sociotipo che interpretava. Moretti picchiava sua madre, spintonava il padre, stalkerava sue ex, scenate dappertutto. Questa perfidia era un valore in sé, ma se i giovani non la capiscono forse il suo cinema in breve non interesserà più a nessuno. Questo mi dispiace più di altre cose, e sento che sto per rimettermi a parlare di Woody Allen, scusatemi. 

Woody Allen di film ne ha fatti molti di più, diciamo anche troppi di più, diciamo che anche se gli impedissero di farne altri non sarebbe una catastrofe culturale; la vera catastrofe culturale è che non sono più in grado di apprezzare quelli vecchi. Prendono Manhattan per una prova indiziaria, non è che non capiscano che Allen in un film del genere stava denunciando sé stesso e i suoi simili, ma ne approfittano, Allen si autoaccusa e loro si autonominano giudici e lo condannano. Ammettiamo che nei trent’anni dell’abbondanza era diventato a un certo punto un topos prendere in giro la figura del borghese intellettuale sempre sull’orlo della crisi di nervi, ormai una maschera di una postmoderna commedia dell’arte. Poi a un certo punto cambia il paradigma, all’improvviso e con una certa violenza: chi ancora indugiava nel topos autocritico (ad esempio Louis CK) viene stritolato da un meccanismo che si rivela molto più spietato di loro. Si è all’improvviso convocato un nuovo tribunale e ci si rende conto che tutto questo autocriticarsi non funzionerà come attenuante, anzi, tutti questi artisti non hanno fatto che facilitare il lavoro ai nuovi accusatori. Woody Allen, ci spiegano, è ossessionato dal sesso, e dalle giovinette. Certo, rispondiamo, Allen non fa che esprimere in modo grottesco queste ossessioni che sono comuni a tutti, ehm, noi: ma a questo punto gli accusatori alzano un sopracciglio e noi siamo nei guai. Meglio cominciare a scrivere che Allen ha fatto il suo tempo, forse qualche giovinetta tornerà a metterci un like. 

Com’è successa questa cosa, di chi è la colpa. Siete seduti? Perché sto per dare la colpa a internet, ai social network, ebbene sì, sto invecchiando molto più rapidamente di Moretti. Ma mi ricordo che fino a un certo punto anche su questo blog trovavo normalissimo esprimere le mie frustrazioni, la percezione del mio essere ridicolo, i miei guai e le mie colpe, e cosa cercavo? Se non assoluzioni, certo attenuanti da un giudice bonario che al di là di tutto il materiale probante avrebbe valutato le mie intenzioni. Un approccio, starei per dire, molto cattolico: non fosse che né Allen né Moretti mi sembrano particolarmente cattolici. Comunque a un certo punto ho dovuto smetterla: non potevo più mettere in mostra le mie debolezze perché c’era gente cattiva lì fuori che le avrebbe riprese, linkate, taggate, esagerate, additate, e vi giuro questa gente esiste davvero, non me la sogno, magari saranno appena una manciata di persone ma sono fastidiosi come zanzare e per evitarle ho smesso di denudarmi in pubblico. È stato un processo graduale, non saprei neanche dire quando è iniziato, fatto sta che mi sono costruito questa specie di Io pubblico che magari è pessimista ma non si dispera mai, non piange mai, non ti racconta più i suoi traumi infantili e quanto era patetico da adolescente – tutto questo fino a metà ’00 si poteva fare, ora ti prenderebbero per pazzo, non c’è più nessuna gloria nel sapersi mettere in berlina. Ora devi imparare a sanguinare per i fatti tuoi, con tutti gli squali in giro. È un mondo diverso. Ipocrita in un modo diverso. Forse preferivo l’ipocrisia di Moretti che cercava la nostra simpatia comportandosi in modo insopportabile. Era paradossale, probabilmente preferisco i paradossi. 

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Chi ha cancellato i cancellatori di Woody Allen

Al termine di una settimana – non questa, la precedente – che la mia bolla sociale ha trascorso a discutere sulla Cancel Culture, e in particolare se esista o no (cioè non ne siamo ancora sicuri), domenica scorsa è apparso da Fazio nientemeno che Woody Allen, in carne e ossa e videochiamata, e… non è successo niente. 

Ma proprio niente, mi sembra che non ne abbia parlato nessuno. E stiamo parlando di Woody Allen, ovvero non solo uno dei registi americani più conosciuti e affermati in Italia, ma anche del caso più esemplare di questa benedetta Cancel Culture, tanto da essere citato credo in qualsiasi articolo che ne parli e che cerchi di spiegare cos’è (questo è l’ultimo che ho trovato). Woody Allen che malgrado il suo prestigio negli USA non è ancora riuscito a trovare un distributore per il suo ultimo film – forse proprio a causa della Cancel Culture. Woody Allen la cui autobiografia è uscita prima in Italia che negli USA, dove un editore addirittura ha rinunciato a pubblicarla a causa delle proteste degli stessi dipendenti. Woody Allen che tuttora è accusato da sua figlia di molestie, e a cui molte attiviste e attivisti non perdonano la relazione con la figlia (adulta) dell’ex compagna. Woody Allen che è talmente al centro del dibattito che la stessa Scarlett Johansson, nelle stesse ore, mentre accusava l’organizzazione che assegna i Golden Globe di pratiche discutibili ai limiti dell’abuso, è stata criticata da molti guerrieri social per avere lei stessa in passato difeso Woody Allen. Woody Allen insomma di cui sembra impossibile poter parlare senza accennare a tutto il dibattito sulla Cancellazione, e invece in Italia domenica scorsa ci siamo riusciti, grazie a Fazio, grazie alla Rai: abbiamo cancellato la Cancel Culture. È una cosa buona, è una cosa sbagliata? Non lo so. È comunque una cosa interessante, ne vorrei parlare.

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Immagino che la richiesta di non toccare nemmeno di sguincio l’argomento sia arrivato dal management di Allen. Se una richiesta del genere fosse stata fatta a una redazione giornalistica, il caso si porrebbe. Può un giornalista accettare di intervistare un personaggio senza toccare un argomento così importante – diciamo pure l’unico argomento relativo ad Allen che ormai può interessare a uno spettatore sotto i quarant’anni? Può farlo senza venir meno alla sua etica professionale e senza perdere la faccia? Secondo me no. Fazio infatti non è un giornalista, o per lo meno non ha mai tentato di accreditarsi come tale. Fa promozione culturale, mettiamola così, e dopo tanti anni sappiamo anche come funziona e cosa produce. Si selezionano prodotti quasi sempre già rinomati, già ormai ridottisi in feticci, e li si usa per arredare il salotto ideale di un ceto medio riflessivo che vuole sentirsi culturalmente aggiornato, prima di ridacchiare per le battutacce della Littizzetto. Anni fa mi permettevo di prenderlo un po’ in giro per la sua gerontofilia, la sua tendenza a circondarsi di vecchi nonni saggi: dopodiché è invecchiato pure lui, siamo invecchiati tutti – Allen un po’ prima degli altri e Fazio domenica non vedeva l’ora di incorniciarlo nella posa dell’amabile vecchietto che non sa usare il tablet e nemmeno il telecomando.

L’intervista non si è scostata da un canovaccio che Allen ha perfezionato da decenni: tutti gli danno del genio, lui si schermisce, tutti gli danno del falso modesto, lui continua a schermirsi (incidentalmente, è la stessa strategia che adopererebbe un mostro criminale, un Kaiser Soze). La sua autobiografia, se gli avete dato un’occhiata, è un’interminabile rivendicazione di mediocrità che alla fine si trasforma in una specie di autodifesa: sono una persona qualunque molto fortunata, continua a dirci, e le persone qualunque non fanno le cose orribili che ad Allen sono state attribuite.

 

Per una scenetta del genere, Fazio era la spalla ideale: nessuno più di lui sa sintonizzarsi sulla falsa modestia dei suoi Grandi Vecchi. Lo fa benissimo perché ci crede: Fazio era sinceramente orgoglioso di intervistare Woody Allen in quanto monumento di una generazione, e del tutto indifferente al fatto che un’altra generazione lo consideri un mostro. È una generazione che non guarda la tv, quindi perché preoccuparsi. 

Viene il sospetto che il problema sia tutto generazionale: la Cancel Culture esiste soltanto da una certa classe in poi. Per i nati prima del 1970, azzardo, il caso Dylan-Farrow è un fatto di cronaca di più di vent’anni fa. Per i nati dopo il 1980 è l’unica cosa interessante, benché mostruosa, che il tizio abbia fatto. Io sto in mezzo a queste due generazioni che vorrei definire l’una contro l’altra armate, ma non è vero: ormai non si frequentano più, e le rare volte che si parlano non si capiscono. Per chi ha amato almeno qualche film di Allen, il tiro al piccione su Twitter è un’esperienza mortificante: la maggior parte di chi getta sassi, si capisce, non ne ha mai visto uno. Alcuni lo ammettono pure. Vien da pensare che un certo tipo di attivismo sia un modo economico di risolvere l’aggiornamento culturale: il tizio ha girato più di 40 film, se vuoi parlarne senza perderti i riferimenti dovresti averne visti almeno una metà. Se invece decidi che il tizio è un mostro, puoi sparare immediatamente il tuo giudizio tranciante e ti resta anche tutto il pomeriggio libero per guardarti una serie. Non è che il contrappasso non abbia una sua logica: Woody Allen per tanti anni ha potuto contare sulla benevolenza di un pubblico e di una critica pronti a degustare qualsiasi suo prodotto come un’eccellenza artistica. Nel frattempo è cresciuta una generazione che le rare volte che prova a guardarne uno, non capisce cosa ci sia di divertente e/o tragico. Lui d’altro canto ha sempre detto che il giudizio dei posteri non lo interessava, anche se forse non immaginava che i posteri piuttosto di perder tempo a capire e contestualizzare avrebbero scambiato Manhattan per un’apologia della pedofilia. 

Quindi alla fine questa Cancel Culture esiste o no? Non saprei. Di sicuro esiste una generazione che non ha timori reverenziali per i feticci del passato – il che è un bene – ma che tende a confondere questa naturale irruenza con un dispositivo morale. Col risultato che molte cose che comunque starebbero per finire nel dimenticatoio rimbalzano un po’ più in là, nell’Indice dei Manufatti Culturali Proibiti e Quindi Interessanti. Un posto dove le generazioni successive potrebbero più facimente riuscire a recuperarli… e allora, se mi piace il cinema di Woody Allen, chi devo temere di più? Il mellifluo Fazio che troverebbe geniale anche un suo assolo jazz di peti con le ascelle, o i giovani aspiranti inquisitori che non sopportano la vista di un quarantenne a letto con una diciassettenne? Quale dei due atteggiamenti, nel medio-lungo termine, consentirà ai lungometraggi di Woody Allen di rimanere culturalmente rilevanti, anche se invece di trovarli su Netflix dovremo cercarli su Pornhub? 

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L’incredibile storia di un piccolo film (in acque internazionali)

Quasi all’inizio dell’Incredibile storia dell’isola delle rose Giorgio e Gabriella, due ragazzi freschi di laurea a un tavolo di osteria si scambiano pareri e informazioni, saltando da un argomento all’altro senza perdere il filo. Lui è determinato ma irrequieto, lei più pratica e nervosa. Chissà se gli sceneggiatori si rendevano conto, mentre lo scrivevano, di avere in mente l’inarrivabile sequenza iniziale di The Social Network – un pezzo di cinema parlato che da dieci anni credo tormenti le coscienze di chiunque cerchi di fare lo stesso mestiere. Nel film di Fincher il dialogo serrato tra i due giovani studenti a un tavolino è il preludio alla catastrofe sociale che porterà la matricola Mark Zuckerberg a ideare Facebook; nel film italiano il dialogo prosegue su una buffa automobile-prototipo e conduce comunque il personaggio maschile di gaffe in gaffe verso un’analoga catastrofe: di fronte al rifiuto della ragazza, che oltre a essere giovane e bella rappresenta il principio di Realtà, il neoingegnere Giorgio promette solennemente che si costruirà un mondo su misura. 
Potremmo anche finirla così: l’Incredibile storia è un film un po’ deludente perché non è The Social Network, grazie tante. Bologna non è Harvard, Fincher e Sorkin avevano a disposizione un personaggio che ha plasmato la realtà in cui viviamo, e se è azzardato immaginare che gli sia successo proprio perché una ragazza al bar lo aveva mollato male, è comunque probabile che lo abbia plasmato a misura delle sue ossessioni, delle sue angosce sociali. Sydney Sibilia e i suoi collaboratori invece avevano a disposizione Giorgio Rosa, un brillante ingegnere che più che plasmare la realtà voleva farsene una per i fatti suoi. Ovvero? Una piattaforma di 100 mq fuori dalle acque territoriali italiane, dove non pagare le tasse. Tutto qui. Per dire che voleva cambiare il mondo – che voleva anche solo provarci – serve una faccia tosta che i personaggi del film cercano più volte di abbozzare, ma ecco: fanno fatica pure loro. Toccherà proprio alla dottoressa-Realtà, più tardi nel film, far notare una cosa già evidente agli spettatori: questa non è un’utopia, è una discoteca. 

Chiunque da studente abbia provato a costruirsi una piccola realtà, un circolo o un centro sociale, conosce bene l’obiezione e la sensazione. L’utopia ti porta a condividere idee ed emozioni, a incontrare un gruppetto di sodali con i quali magari si riesce anche a combinare qualcosa, qualcosa che da un inavvertibile momento in poi diventa sempre più simile a un bar. La cultura, la libertà, senz’altro, ma alla fine tutto si traduce fatalmente in consumo. Chi critica Sibilia per aver trasformato un quarantenne con trascorsi repubblichini nel solito sessantottino copre soltanto una metà del fenomeno: il Sessantotto di Sibilia è un oggetto di scena, ormai depauperato da qualsiasi nostalgia, ripreso da altri prodotti che hanno avuto successo internazionale (La meglio gioventù) e rimesso a nuovo perché da un punto di vista narrativo funziona sempre, come una volta funzionava il far west o il proibizionismo dei gangster: lo spettatore sa già cosa aspettarsi, democristiani oscurantisti e impomatati e giovani coi blue jeans che ballano il geke ge’. Il fatto che più che di parlare di rivoluzione abbiano voglia di ballare e bere drink discutibili graffia lo spettatore come il pizzicotto di qualcuno che cerca di svegliarti: altro che ’68, è di noi che si parla. 

Il Giorgio Rosa del film non è un libertario quarantenne e nemmeno un sognatore in blue jeans: è il solito laureato frustrato su cui Sibilia ha già imbastito la trilogia di Smetto quando voglio. Il protagonista dei suoi film è un personaggio maschile, un po’ disadattato ma irresistibilmente simpatico: non tutto quello che fa ha un senso, ma Sibilia vuole farci tifare per lui, e in generale per i suoi film, per le sue bande scalcagnate che tentano l’impossibile impresa di mimare il cinema d’azione in un contesto che non lo consente. C’è sempre nel suo cinema una tentazione di buttarla sul cartone animato, che ispira sequenze esilaranti: la sua migliore continua a essere l’inseguimento al treno in Smetto 2: una parodia di action movie che in realtà vorrebbe fare sul serio, e un po’ ci riesce, ma col treno prudentemente rallentato ai cinquanta km orari, e tante gag comiche a scongiurare che qualcuno prenda troppo la cosa sul serio.

Il tempo però passa per tutti – tranne per il Giorgio Rosa del film – e il pubblico di laureati e cervelli in fuga che si riconosceva nei film di Sibilia ormai ne ha 40, quel momento nella vita in cui ti rendi conto che non puoi più cavartela facendo il simpatico. Non sei più simpatico, non puoi più limitarti a fare il verso agli adulti: l’adulto sei tu, e neanche da ieri. L’Incredibile storia arriva su Netflix proprio nel momento in cui questo quarantenne collettivo è macerato da un dissidio interiore: attaccare l’ordine costituito perché costringe i cittadini a stare in casa, o criticarlo perché non fa abbastanza per salvarli dal virus? Irridere le ordinanze che ti impongono la mascherina anche all’aperto, o prendertela con chi quell’ordinanza non la sta facendo rispettare? A un quarantenne medio sospeso in quest’angoscia, Netflix somministra la parabola di un anarcoide che non capisce a cosa servano le targhe, i documenti, le tasse, i governi – no, non assomiglia a un sessantottino più che a un novax o a un redneck devoto a Trump; la sua incapacità di scendere a patti con la realtà è tale che lo spettatore rischia veramente non dico di simpatizzare coi cattivi democristiani, ma di capire il loro punto di vista, che poi è quello ragionevole che avremmo noi se un evasore decidesse di piantare una piattaforma nelle acque internazionali a scopo contrabbando. Se prenderla a cannonate sembra davvero un gesto eccessivo, dettato più dall’esigenza di sfoggiare un budget insolito per un film italiano, comunque non si capisce alla fine perché dovremmo tifare per Giorgio e la sua banda di scalcagnati impresari abusivi e negrieri alcolizzati. 
Altri modelli inconfessati
e inarrivabili.

Forse la chiave è questa: non dovremmo tifare per loro, così come quando guardiamo The Social Network non tifiamo per Zuckerberg. Giorgio è un disadattato, i suoi sodali maschi sono confusi e moralmente inani. Si salvano le donne, proprio come in Smetto quando voglio ambasciatrici del Pianeta Realtà, il che le costringe quasi sempre ad atteggiamenti antipatici, riscattati dal fatto che alla fine ai loro pazzi uomini non smettono di voler bene – ovvero tutto questo senso pratico alla fine è solo una manfrina, ma se un ragazzo costruisce una piattaforma per te sotto sotto sai che il suo cuore gli appartiene di diritto. Ovviamente The Social Network non finisce così. Forse all’inizio anche Giorgio doveva essere un personaggio più ambiguo, sospinto all’utopia da motivazioni e ossessioni più complesse: ma il tono per raccontare una storia più ambigua e meno simpatica, Sibilia non lo ha trovato. Gli è restato un finale di film per dirci che comunque dobbiamo volergli bene, perché anche se non ha ancora capito come fare un film alla Fincher (o anche solo alla Richard Curtis), almeno lui ci sta provando, e in Italia questo deve bastarci: chi altri ci sta provando? Mica in tanti. Non c’è riuscito? Era quasi impossibile riuscirci; magari sarà per la prossima volta. Glielo auguro, perché alla fine continuo a tifare per lui. Ma ecco, io di solito tifo per le squadre simpatiche e scalcagnate che ce la mettono tutta. Non per quelle che vincono.  

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Siamo tutti Francesco? (No, ma ci piacerebbe)

 4 ottobre – San Francesco d’Assisi (1182-1226)

[Anche questo è un pezzo molto antico 2011!, che ho sempre trovato insoddisfacente, ma per farlo meglio dovrei buttarmi sul serio sulle Fonti Francescane e non ho il tempo, probabilmente non l’ho avrò mai. Aggiungo solo che il ritratto di Cimabue non è esattamente il più antico, ce n’è credo un altro a Bologna].

Che dire di San Francesco, patrono degli italiani e (coincidenza inquietante) degli animali? Primo grandissimo poeta della letteratura italiana, con quel Cantico delle creature pieno di k che piacciono ai giovani? Ce ne sarebbe da scriverci un libro. Ma lo hanno già fatto in tanti. E anche a proposito dei libri su San Francesco si potrebbe scrivere un libro. Ma hanno già fatto anche questo. Quindi a questo punto che si fa?

In San Francesco al massimo ci si può specchiare. Nel senso che è uno di quei personaggi così popolari che ormai mille narrazioni diverse ne hanno levigato l’immagine fino a farla diventare una superficie specchiante. Per esempio io, se penso al mio San Francesco, lo vedo ormai un po’ datato; ma non datato al dodicesimo secolo; piuttosto agli anni Settanta, che sono quelli in cui sono cresciuto leggendo anche la bio a fumetti di San Francesco sul Piccolo Missionario; guardando il film di Zeffirelli (la cosa più gay che si poteva proiettare in un cinema parrocchiale); cantando le canzoni di Forza Venite Gente, il più fortunato musical da oratorio della storia (brevissima) dei musical da oratorio.

Insomma che Francesco era il mio Francesco’70? Un fricchettone. Però di buona famiglia. Zeffirelli lo aveva capito benissimo, e la parte più interessante del suo film probabilmente è quella in cui la famiglia lo tratta un po’ come si trattavano i figli da disintossicare, che fanno il gioco del silenzio e ti abbracciano, poi un mattino te li trovi sul tetto, “guarda mamma adesso volo”

“Va bene, adesso mi dite chi è che continua a vendergli le pasticche”.

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Siamo pari

Vi abbiamo messo al mondo in un mondo che sapevamo essere alle soglie di un’estinzione di massa. Lo sapevamo e vi abbiamo messo al mondo lo stesso, perché ci sentivamo soli e avevamo bisogno di qualcuno che ci pagasse i contributi.

Non siamo riusciti a ridurre le emissioni, non ci siamo rivoltati contro chi ci avvelenava, non abbiamo nemmeno protestato, cioè ci abbiamo provato ma ci siamo ritirati alle prime mazzate. Da chi ci ha preceduto non abbiamo imparato nulla, ma ve l’abbiamo insegnato lo stesso.

Abbiamo esaurito le risorse, esaurito gli antibiotici, esaurito l’ossigeno, il che non significa che non abbiamo smesso di parlare, di solito per farvi la predica. Vi stiamo per lasciare un mondo in macerie e tantissime armi per litigarvele. D’altro canto.

D’altro canto voi ci avete portato a vedere Me Contro Te La Vendetta Del Signor S, quindi direi che adesso siamo pari.

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Lo sai che si dice dei cattolici

Ci sono ebrei al mondo, e buddisti,
mormoni, islamici e sikh.
Ci son Testimoni e battisti,
ma io… io non sono così.

Son tra i cristiani cattolici,
ci sono da sempre, e lo sai
che c’è di bello a esser cattolici?
Vai bene così come sei.

Non serve essere alto e prestante,
o un nobile o un genio, perché
cattolico sei dall’istante
in cui tuo padre è venuto per te.

Infatti…

Ogni sperma è sacro,
ogni sperma è santo.
Se sprechi lo sperma
Dio si altera alquanto.

Lascia gli infedeli
tristi a sgocciolare:
ogni goccia persa
Dio la sta a contare.

Ogni sperma è santo,
ogni sperma è sacro.
Se sprechi lo sperma,
Dio sa che è un massacro.

Indù, ebrei, taoisti
spruzzano qua e là,
ma Dio salva soltanto
chi si conterrà.

Ogni sperma è santo,
Dio ce l’ha donato.
Ogni sperma è una risorsa
per il vicinato.

Ogni sperma è santo,
ogni sperma è buono.
Ogni sperma è utile,
ogni sperma è un dono.

Lascia che i pagani
innaffin monti e mare:
ogni goccia persa
Dio la fa pagare

Ogni sperma è sacro,
ogni sperma è santo.
Se getti lo sperma,
Dio si arrabbia,
tanto.

Every Sperm Is Sacred, musica di André Jacquemin e David Howman, testo di Michael Palin e Terry Jones (1942-2020).

(Ho sempre pensato che sarebbe stato giusto averne una traduzione cantabile in italiano, non importa quanto inferiore all’originale).

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Tradurre in cattività: il caso Neon Genesis Evangelion

E così ci siamo arrivati. Un’emittente televisiva (Netflix lo è, a modo suo) ha ritirato il doppiaggio in italiano di una serie a causa delle proteste degli utenti. Prima o poi sarebbe successo, ma probabilmente non è un caso che sia successo con un anime, e in particolare con l’ambizioso Neon Genesis Evangelion. Così come non è un caso che a trovarsi nel mirino ci sia, per l’ennesima volta, l’adattatore Gualtiero Cannarsi, già molto criticato per le sue versioni dei film dello Studio Ghibli. Cannarsi è indifendibile: i dialoghi che ha imposto ai doppiatori di Neon sono ridicoli. Ma chi ora grida al bullismo nei suoi confronti non ha tutti i torti. È vero, il suo italo-giapponese è esilarante, specie se sovrapposto a un prodotto serioso come NGE. Ma per quanto naive risulti la sua personale teoria della traduzione, maturata lontano dalle accademie, bisogna almeno evitare di farne un agnello sacrificale.

Non è responsabilità di Gualtiero Cannarsi se, fino a qualche giorno fa, i personaggi di Neon dicevano cose come “È col tentare di abbatterlo in fretta che la cosa si è fatta dura”, o “L’autoespulsione è entrata in attività”. Non è responsabilità sua se i doppiatori sono stati costretti a recitare battute che non capivano. Se a Cannarsi è stata data sempre più fiducia, malgrado i problemi fossero evidenti (e il pubblico non mancasse di notarli), la responsabilità è di chi questa fiducia per tutto questo tempo l’ha concessa. Ora Cannarsi pagherà anche per loro, ma quel che è successo è che un sincero cultore della materia è stato lasciato solo, per anni, al tavolo di lavoro, da committenti la cui negligenza a un certo punto deve aver interpretato come un attestato di fiducia. Magari sarebbe bastato poco: un editore, un distributore, un collaboratore che in tutti questi anni gli stesse accanto, gli rileggesse a voce alta le frasi che scriveva, lo aiutasse a non allontanarsi dall’italiano parlato e scritto. Qualcuno che smorzasse sul nascere certe velleità ermeneutiche che sono il tipico mostro che nasce dal sonno breve e agitato dei traduttori quando la scadenza comincia a essere troppo vicina (e la scadenza è sempre troppo vicina). Cannarsi invece è stato lasciato solo, e ha fatto quel che facciamo tutti quando siamo soli: ha iniziato a parlare con se stesso, in una lingua tutta sua.


Tradurre è molto difficile. Bisogna avere due lingue in testa, e non è detto che nella nostra ci stiano davvero. Nelle orecchie, soprattutto, perché a volte è come ascoltare due musiche contemporaneamente. Magari non è impossibile, ma senz’altro non è una passeggiata, e il traduttore non fa altro tutto il giorno. Eppure ci basta leggere due o tre pagine in un’altra lingua, o anche solo ascoltare due o tre episodi in versione sottotitolata, per ritrovarci già in bocca qualche espressione che in italiano non esiste, qualche calco che un buon traduttore dovrebbe sempre saper aggirare, con leggerezza, mentre saltabecca da una lingua all’altra. Questo dovrebbe fare il traduttore ideale. Quello reale il più delle volte sbanda, incespica, cade, e pur di rispettare una scadenza finisce per consegnare un ibrido italo-qualcosa che un editor (o più d’uno) faticosamente convertiranno in italiano. Non sempre riuscendoci, come chiunque può verificare aprendo un libro qualsiasi. Il traduttore è un traditore, dicevano, ma temo non renda l’idea. Un maledetto assassino, ecco cos’è un traduttore: anzi una spia, inviata a uccidere un testo che a volte conosce molto bene, al quale magari è affettivamente legato: proprio per questo si rende quasi sempre necessaria l’assistenza di professionisti in grado di mettere da parte gli affetti, ammesso che ne abbiano mai avuti: gente con la mano ferma quando c’è da impugnare il bisturi, la sega e gli altri attrezzi. Tradurre è un lavoro sporco, è la fine dell’innocenza: devi interiorizzare il concetto per cui il tuo rispetto per l’opera va subordinato al rispetto per un lettore italiano distratto che si stanca alla prima frase non scorrevole. Non lo accetti? Allora hai bisogno che qualcuno molto vicino a te non smetta di ricordartelo, a ogni capitolo, ogni pagina, ogni capoverso. Se Cannarsi non ha mai avuto qualcuno tanto vicino, non è colpa sua.

È una vittima designata, in un certo senso. L’uomo giusto nel momento sbagliato… (Continua su TheVision).

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Giornata della memoria, appunti sulla

La Giornata della Memoria sta per
compiere vent’anni, almeno in Italia (fu istituita nel 2000), e la
sensazione è che qualcosa non abbia del tutto funzionato. Eppure non
si può negare l’impegno, sia sui media che a scuola. Prendiamo un
ragazzo nato nel 2000: quest’anno si diploma. Probabilmente ha
sentito parlare di campi di sterminio già alle scuole primarie. Di
film sull’argomento potrebbe averne visti più di un paio (alcuni
già due volte: La vita è bella, Schindler’s List).
E poi visite d’istruzione; incontri coi testimoni; libri
consigliati, libri imposti dagli insegnanti… un ragazzo che si
diploma quest’estate dovrebbe aver avuto molte più di un’occasione
per meditare “che questo è stato”, come scriveva Primo Levi. Un
ragazzo del genere dovrebbe anche aver sviluppato una certa
refrattarietà al negazionismo e al nazismo. 
Un ragazzo, appunto, dovrebbe.
In occasione della Giornata 2019 un
istituto demoscopico ha scoperto che
solo il 2% tra i ragazzi italiani tra i 16 e i 18 anni hanno letto un
libro sulla Shoah
. È un dato sconcertante,
soprattutto per chi in questi giorni sia passato in una libreria e
abbia dato un’occhiata all’angolo dei ragazzi (o young adult,
l’industria editoriale adesso li chiama così). Ogni anno escono
titoli nuovi sull’argomento: memoriali o fiction, romanzi o testi
illustrati per i più giovani. Il fenomeno è talmente percepibile
che se su amazon.it, se scrivo “libri shoah”, il navigatore
completa con “libri shoah per bambini”. Insomma l’editoria ci
crede molto, nella Giornata. Forse, viene il sospetto, ci crede
troppo; al punto da generare nei giovani lettori una reazione di
rigetto?
La Shoah-spiegata-ai-ragazzi ormai è
diventata un genere letterario (non necessariamente gradito ai
ragazzi, come del resto tutto ciò che viene imposto a scuola).
Prendiamo un testo di classe terza secondaria di primo grado, Storie
senza confini
della Zanichelli. È un’antologia pensata per i
lettori di 13-14 anni. Alla Shoah dedica un intero capitolo,
intitolato “Il coraggio di ricordare”. Quasi un decimo di tutto
il volume. La prima lettura è presentata così: “Alex ha undici
anni e da alcuni mesi vive da solo nel ghetto ebraico di Varsavia”.
Il secondo è tratto dalla novelization di Arrivederci ragazzi
di Louis Malle: i protagonisti sono collegiali, hanno più o meno la
stessa età dei lettori. Seguono due lettere di Anna Frank,
praticamente il minimo sindacale. Un brano tratto da La valigia di
Hana
, la storia (vera) di una coetanea di Anna deportata e uccisa
nel campo di Theresienstadt; e poi all’improvviso Primo Levi: la
fulminante poesia che introduce Se questo è un uomo. Dopo
venti pagine, è il primo testo in cui non si parla di ragazzini; il
primo in cui un adulto si rivolge ad adulti.
Ma è solo un breve intermezzo. Segue
un testo intitolato Quando Hitler rubò il coniglio rosa,
tratto dall’omonimo libro autobiografico di Judith Kerr. Il
coniglio del titolo è ovviamente un giocattolo dei protagonisti, che
hanno 9 e 12 anni e devono sacrificarlo durante la fuga e la
deportazione. Insomma, più che una Shoah-spiegata-ai-ragazzi, fin
qui è una Shoah vissuta dai ragazzi. I brani successivi
confermano il sospetto: ce n’è uno di Enzo Biagi su David
Rubinowicz. “un ragazzino di dodici anni, figlio di un lattaio
scomparso nell’autunno del 1942”; poi il brano più impegnativo
della sezione: di nuovo Primo Levi con una delle pagine più intense
della Tregua, quella dedicata al piccolo Hurbinek, “un
figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni
circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva
nome”. Levi è di gran lunga il miglior prosatore contenuto in
questa sezione dell’antologia; ma non sembra un caso che di tanti
passi suoi sia stato scelto uno dei pochi in cui al centro della
scena c’è un bambino.
La Shoah di cui si parla in questo
libro di testo assomiglia a una moderna crociata dei fanciulli;
sembra che nei campi siano finiti soltanto bambini o preadolescenti.
Gli unici adulti degni di rilievo sono genitori o fratelli.
La strategia dei curatori è chiara, e
rivela in controluce una concezione abbastanza pessimistica della
sensibilità di un tredicenne contemporaneo: l’unico modo che
avrebbe per comprendere l’orrore della Shoah è l’empatia nei
confronti delle vittime, ed esclusivamente le vittime che gli
somigliano, meglio ancora se coetanee o un po’ più giovani. Anche
lui avrebbe potuto essere Alex, Anna Frank, Hana, David Rubinowicz:
anche a lui i nazisti avrebbero potuto rubare il coniglio rosa. Che
poi a tredici anni i ragazzi siano ancora così attaccati alle
esperienze dell’infanzia, così poco interessati alle storie degli
adulti, è una nozione smentita da altre sezioni della stessa
antologia, per esempio quella dedicata alla narrativa di genere
avventuroso o alla fantascienza (i protagonisti preadolescenti,
viceversa, sembrano una caratteristica tipica del genere fantasy).
Per quel che mi capita di vedere dalla cattedra, il preadolescente di
oggi è ancora un ragazzo ansioso di crescere ed essere ammesso
finalmente nel mondo degli adulti: i bamboleggiamenti di certi autori
li allontanano. E allo stesso tempo, i conigli rosa funzionano:
inserire bambini sulla scena dello sterminio è garanzia di riuscita.
Uno dei film sulla Shoah di maggior successo negli ultimi anni (e più
richiesti dai ragazzi con cui lavoro) è Il bambino dal pigiama a
righe
. Raccontando la storia di un bambino ad Auschwitz, Benigni
vinse un Oscar. Ma l’esempio più famoso resta probabilmente la
bambina di Schindler’s List. Nel bel mezzo di un monumentale
film sulla Shoah in un rigoroso bianco e nero, Stephen Spielberg
inserisce un cappuccetto rosso, un elemento di fiaba. È quasi
una strizzata d’occhio allo spettatore adulto: le scene che hai
visto fin qui non ti hanno commosso perché sono troppo affollate,
troppo drammatiche, troppo vere. Per farti scendere una lacrima ti
serve qualcosa di intimo: hai bisogno di fissarti su un solo
personaggio, anche soltanto per pochi secondi. Va bene, ecco qui una
bambina in un cappottino rosso, ora puoi commuoverti. Si commuove
anche il protagonista, un nazista sulla via della redenzione. Mi
domando se quello che abbiamo fatto, nelle scuole, dopo Schindler’s
list
non sia una infinita ripetizione del trucco di Spielberg:
ecco un bambino che non aveva fatto niente ed è finito ad Auschwitz,
eccone un altro, eccone un altro ancora. Sempre con le migliori
intenzioni – del resto sono così pochi i trucchi che funzionano,
era destino che ne abusassimo.
Ma a proposito di Schindler’s
list
, c’è un’altra bambina che mi torna spesso in mente,
un’apparizione ancora più fugace del cappottino rosso: è la
biondina col foulard, che mentre gli ebrei di Cracovia si incolonnano
a piedi per entrare nel ghetto, grida “Andate via, giudei”,
lanciando palle di fango. Tutto qui, di lei non sappiamo nient’altro.
È forse l’unica volta in tutto il film che l’antisemitismo non è
impersonificato da burocrati o ufficiali nazisti. Proprio per questo
è quella che più mi spaventa, e mi torna in mente anche a mesi di
distanza dalla Giornata, quando tv o social mi mettono davanti la
deriva razzista degli italiani e dei loro governanti. Capisco che a
Spielberg interessasse di più raffigurare le vittime del popolo
ebraico, e i nazisti loro carnefici, ma è un peccato che non ci
siano film altrettanto potenti che parlino di quella bambina: di cosa
l’ha portata a comportarsi così, di cosa l’ha trasformata in una
piccola aguzzina occasionale. Avremmo molto bisogno di film
del genere a scuola. La Giornata della Memoria che troviamo sui libri
di testo o in film dall’approccio volutamente ingenuo come La
vita e bella
è consolatoria: ci spinge a riconoscerci nelle
vittime e a trovare assurda la violenza dei carnefici. Ma la Giornata
non è stata istituita per farci sentire buoni, ingenui e oppressi.
La Giornata serve a ricordarci che dentro di noi c’è anche la
possibilità di diventare oppressori, torturatori, assassini. Come
sono stati i nostri avi – anche i loro crimini dobbiamo ricordare,
e non soltanto l’angoscia delle vittime. Altrimenti c’è il
rischio che la Giornata diventi un momento di rimozione, il momento
in cui tutti noi diventiamo Alex, Anna Frank, Hana, David Rubinowicz,
e ci dimentichiamo di far parte di un popolo (di un’umanità) che
quei bambini li consegnava ai carnefici.

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Metti sull’Uno c’è un maestro che urla

18 gennaio – San Successo (oh, esiste davvero, non è che me li invento – non questo almeno).

Il primo successo del 2019 per la Rai è Alessio Boni che urla ai ragazzini. Certo, La Compagnia del Cigno è molto altro: c’è musica in abbondanza, classica e moderna, e poi ogni ragazzo ha il suo arco narrativo, l’ingresso nell’età adulta eccetera – sì sì però se lunedì sera mettete sull’Uno all’improvviso, in tre casi su tre si materializzerà Alessio Boni che a stento controlla l’impulso di rompervi la bacchetta in testa.

Non che urli sempre come un ossesso (a volte frigna come un bambino), ma non sorprende che più di un Conservatorio abbia sentito la necessità di avvertire che no, non è così che funziona. Tra l’altro è stagione di preiscrizioni e nessun dirigente scolastico, davvero, si vanterebbe di avere un organico un personaggio del genere. Nessuno vorrebbe lavorare con un maestro del genere. Ci piace però guardarlo in tv.

La Compagnia ha battuto il Titanic restaurato, ha battuto la Coppa Italia; il maestro che urla è il primo grande spettacolo italiano del 2019. Quasi un italiano su dieci ha assistito alle sfuriate del maestro Boni senza cambiare canale. Anzi dev’essersi in qualche modo affezionato, e non so se questa è una buona notizia per il mondo della scuola. In gran parte si tratta degli stessi italiani che non esiterebbero a denunciare un maestro del genere se invece che in tv sbraitasse in quel modo davanti ai propri figli, in un’aula scolastica – andiamo, persino io lo avrei mandato a quel paese a un certo punto: e faccio il suo mestiere. Che ci è successo?

Che fine ha fatto il modello di insegnante che andava di moda quando studiavo, quello super-empatico che non castigava mai nessuno, anzi riusciva a entrare in sintonia con tutti senza alzare la voce? Il Robin Williams dell’Attimo fuggente: molti di noi insegnanti vorrebbero ancora assomigliargli, anche se alla fine ci scappa la pazienza e gli studenti piangono e poi i genitori protestano. Genitori che, diciamolo, non hanno sempre tutti i torti, forse dovremmo essere ancora più pazienti – sì, però gli stessi genitori quando tornano a casa si bevono due ore di fiction con Alessio Boni che urla e strepita, c’è qualcosa di paradossale in tutto questo.
D’altro canto è pur sempre televisione. Quello specchio piuttosto distorto che non mostra quasi mai il mondo intorno a noi; il più delle volte ci mette davanti il mondo dentro di noi. Nessuno vorrebbe un maestro severo per i suoi figli, ma tutti segretamente lo vorremmo per i figli degli altri, e forse una fiction assolve questa funzione (“Guarda questo professore asfaltare sette adolescenti!”)

Come ogni modello che funziona i critici si sono subito affrettati a farci notare il prestito evidente nei confronti di un prodotto d’importazione. Lo ha prontamente ammesso anche lo sceneggiatore Ivan Cotroneo: il maestro interpretato da Alessio Boni deve molto a quello impersonato da J. K. Simmons in Whiplash, il primo film di Damien Chazelle. È il ruolo che finalmente ha fruttato un Oscar a Simmons, il classico caratterista che tutti abbiamo la sensazione di conoscere come un familiare, tante volte lo abbiamo visto in tv. E però in Whiplash il maestro urlatore è il cattivo del film, non l’eroe che aiuta a sbloccare le potenzialità del protagonista. A parte la sua ossessione per la musica (ossessione omicida) non conosciamo quasi nulla di lui. Non c’è tempo per spiegare cosa lo ha trasformato nella belva che è; non ci sono flashback che ci facciano scoprire i suoi dolori, i suoi lutti, non ci sono siparietti ricattatori che ci facciano piangere insieme a lui. Non è insomma come il maestro di Boni, che tra una scenata e l’altra lascia intravedere un animo sensibile, empatico, in grado di entrare in sintonia con il delicato mondo interiore dei ragazzi; se anche il personaggio di Simmons sembrava trapelare qualcosa del genere, era soltanto per rivelarsi fino alla fine un subdolo manipolatore.


Whiplash fu criticato, anche in Italia, per la visione del mondo che tradiva: una giungla dove conta soltanto la lotta per la sopravvivenza, l’autoaffermazione e il successo. Il film si presta in realtà a un’interpretazione più problematica: il protagonista è più vittima che eroe. Il maestro della Compagnia del Cigno, all’apparenza più sfaccettato, alla fine è soltanto il classico burbero dal cuore d’oro. Ma Whiplash è un grande film anche perché mette in guardia da quel modello di maestro carismatico, denunciandone la tossicità.

Sia Whiplash che La Compagnia, poi, traggono spunto da un discorso così universalmente condiviso ormai che rischiamo di non vederlo intorno a noi, come l’aria che respiriamo. In un certo senso è l’aria che respiriamo. È il talent-show. Whiplash è strutturato come una caricatura di talent-show: un maestro severo, un allievo che deve seguirlo ma anche sconfiggerlo. La Compagnia è un succedaneo di talent-show – quasi un placebo per i telespettatori in crisi d’astinenza, tra la fine di X Factor e l’inizio di Sanremo. Lo stesso Sanremo assomiglia anch’esso sempre più a un talent-show, al punto di essersi dotato di un maestro talentuoso, magari non sbraitante ma più severo di quanto ci saremmo aspettati: Claudio Baglioni.

Il 2019 è l’ultimo anno degli anni Dieci. Forse non è più troppo presto per un bilancio: è stato il decennio dei Talent. È vero, esistevano anche prima (più negli USA che in Italia). Ma fino a X Factor non eravamo abituati a chiamarli così, e soprattutto non li consideravamo molto di più che una forma di intrattenimento, una sottospecie dei Reality. Poi è successo qualcosa, fuori e dentro la tv. Non è ancora chiaro cosa – forse ha a che vedere con la caduta delle élite di cui in questi giorni stanno parlando sui giornali di carta. Insomma altri punti di riferimento sembrano essere crollati: i politici hanno smesso di essere attendibili (non che lo fossero dieci anni fa), medici e insegnanti hanno perso ogni autorevolezza. L’unico punto fermo, l’ultimo baluardo della meritocrazia, è il Talent.

The New Voice of Italy

Dappertutto l’apparenza sembra diventata più importante che lo studio, tranne nei Talent: il solo luogo dove è ancora lecito castigare l’apparenza e premiare l’impegno. Stanti così le cose, ci è voluto poco perché tutto il nostro immaginario si riconfigurasse intorno all’architettura del Talent: al punto che persino il partito che doveva far piazza pulita del passato si è strutturato come un Talent. Si chiama Movimento Cinque Stelle ma avrebbe potuto chiamarsi Amici di Beppe Grillo: un partito dove si fa carriera col televoto e si cade in disgrazia entrando in polemica con la giuria. Insediandosi prima in parlamento e poi al governo, il M5S ha rapidamente trasformato la comunicazione della politica in Italia, che dalle prime dirette in streaming si è prontamente adattata al nuovo format. Deputati e ministri come dilettanti allo sbaraglio: alcuni hanno davvero talento e li salveremo, altri si rivelano inadeguati e saranno presto bocciati senza pietà. Eppure c’è chi si ostina a considerarli avversari della meritocrazia. A ben vedere stanno semplicemente proponendo una meritocrazia diversa, che non passi più per le aule scolastiche e universitarie, ma per i social e le Piattaforme del popolo.

A questo punto naturalmente occorre obiettare che una meritocrazia del genere non può funzionare: tanto per cominciare gli strumenti sono farraginosi (Rousseau non funziona), ma anche se fossero efficienti, ci sarebbe il problema che il popolo è un pessimo giudice, non ha le competenze ecc. ecc.. Tutto probabilmente vero. Ma non è così strano che la società dello spettacolo si affidi al codice del Talent. Scuole e università non è chiaro se funzionino o no; perlomeno le ultime classi dirigenti che hanno formato lasciavano molto a desiderare. I Talent non è detto che creino più competenza, ma sicuramente fanno spettacolo, e quella è una cosa che sappiamo apprezzare.

Nei Talent scorre ancora, neanche tanto sotterranea, quella vena di sadismo e crudeltà che abbiamo bandito dalle scuole (e che forse inconsciamente rimpiangiamo). Solo nei Talent è ancora concesso umiliare l’incapace, e mettere apertamente l’uno contro l’altro gli apprendisti. Che parlino di cucina o di musica, il motivo per cui li guardiamo è il motivo per cui ci lasciamo ipnotizzare dalle sfuriate di Alessio Boni: i maestri sadici sono sexy. Vederli tormentare le loro vittime è uno spettacolo per cui paghiamo abbonamenti e biglietti al cinema. Forse ci piacciono proprio perché non assomigliano affatto ai nostri ex professori, empatici e condiscendenti, sempre pronti ad applaudire ogni nostro minimo sforzo. Se non siamo diventati quegli uomini e donne di successo che loro vedevano in noi, magari è colpa loro: troppo buoni, troppo permissivi. Se ci avessero preso a ceffoni, invece, chissà… vabbe’, è troppo tardi per recriminare. Ma si fa ancora in tempo ad accendere la tv. Sull’Uno c’è un prof che strepita, su Sky quattro cuochi infieriscono su dilettanti allo sbaraglio, l’Attimo fuggente almeno stasera non c’è (anche perché a modo suo va in scena in tutte le scuole d’Italia, da lunedì a sabato, da settembre a giugno: e dopo un po’ viene a noia, non ditelo a me).

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“Mai ci fu una storia più scorretta…”

Sono passati davvero parecchi anni da quell’inverno in cui, disperato per non riuscire a trovare in videoteca un film sensato sul medioevo da mostrare in una classe – qualcosa che desse a un undicenne una vaga idea di cos’era la vita nel medioevo, almeno nelle scenografie, nei costumi – mi ridussi a infilare in un vhs una vecchia copia domestica e sfuocata del Romeo e Giulietta di Zeffirelli. Mal che vada è Shakespeare, ricordo che pensai. Il tempo di tre minuti e boom, eravamo già completamente immersi in una Bella Verona in cui si cammina proprio come nei corridoi delle medie, e si fanno esattamente le stesse cose stupide. Voglio dire, “È per me che ti succhi quel pollice?” è una battuta che non riesco a immaginare in bocca a nessuno che non sia un preadolescente in un corridoio. Mi sembra incredibile che Shakespeare possa avere scritto Romeo e Giulietta per un pubblico diverso da quello che gli procuro io.

Da allora non c’è una classe in cui non l’ho mostrato, in versioni sempre un po’ più nitide: e non c’è una volta in cui non abbia fatto il suo porco lavoro. A volte, se c’è tempo (una supplenza improvvisa, una nevicata) ci concediamo anche un confronto col Romeo+Juliet di Luhrmann, che li sconvolge perché Di Caprio così giovane non lo immaginano. Ma sulla distanza non c’è gara, Zeffirelli vince tutto, Zeffirelli ci penetra in luoghi che non sappiamo nemmeno di avere, o ce lo siamo dimenticati. Poi passa un anno, a volte anche due, e mi domando se non mi ricordo male, se non tendo a sopravvalutare l’effetto – in fondo è solo un film, ormai vecchissimo, probabilmente dovrei cercare cose più moderne, più pensate per i teen di adesso. E ogni volta boom, lo stesso incantesimo. Del resto, perché non dovrebbe funzionare una volta in più? Shakespeare è sempre quello, Zeffirelli pure, i preadolescenti sono sempre preadolescenti litigiosi acerbi disperati. C’è una sola cosa che cambia, nel quadro complessivo.

Sono io.

E me ne accorgo in modi curiosi – la musica di Rota, ad esempio, che all’inizio mi era molesta e ora è quasi parte del passaggio. Ma soprattutto: faccio sempre più fatica a guardarlo. All’inizio era un film, soltanto un film, probabilmente lo consideravo kitsch o camp o middlebrow, non mi ricordo (però funzionava, quindi lo usavo: al massimo cercavo di smontarlo dopo la visione). Ma ricordo che alla ricerca di informazioni incocciai in un forum in cui un cinefilo americano lo definiva “horny”, e scrollai mentalmente la testa: che bacchettoni questi americani, voglio dire chi è che negli anni Zero ancora si eccita per due chiappe di Romeo in un fotogramma.

Ecco, sono passati gli anni Zero e pure i Dieci: Shakespeare è sempre Shakespeare, Zeffirelli è sempre Zeffirelli, i fotogrammi con le chiappe non sono aumentati, e io sono sempre più turbato da quel film. Cioè, è pur vero che funziona, ma accidenti se è horny. Direi pure che è barely legal. E prima o poi non sarà legal, prima o poi con una classe mi metto nei guai, a mostrare sulla lavagna interattiva quei due minorenni che amoreggiano. Spero che non sia stavolta.

Fatemi un bocca al lupo, è per stamattina.

Ai giochi addio…

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“Mai ci fu una storia più scorretta…”

Sono passati davvero parecchi anni da quell’inverno in cui, disperato per non riuscire a trovare in videoteca un film sensato sul medioevo da mostrare in una classe – qualcosa che desse a un undicenne una vaga idea di cos’era la vita nel medioevo, almeno nelle scenografie, nei costumi – mi ridussi a infilare in un vhs una vecchia copia domestica e sfuocata del Romeo e Giulietta di Zeffirelli. Mal che vada è Shakespeare, ricordo che pensai. Il tempo di tre minuti e boom, eravamo già completamente immersi in una Bella Verona in cui si cammina proprio come nei corridoi delle medie, e si fanno esattamente le stesse cose stupide. Voglio dire, “È per me che ti succhi quel pollice?” è una battuta che non riesco a immaginare in bocca a nessuno che non sia un preadolescente in un corridoio. Mi sembra incredibile che Shakespeare possa avere scritto Romeo e Giulietta per un pubblico diverso da quello che gli procuro io.

Da allora non c’è una classe in cui non l’ho mostrato, in versioni sempre un po’ più nitide: e non c’è una volta in cui non abbia fatto il suo porco lavoro. A volte, se c’è tempo (una supplenza improvvisa, una nevicata) ci concediamo anche un confronto col Romeo+Juliet di Luhrmann, che li sconvolge perché Di Caprio così giovane non lo immaginano. Ma sulla distanza non c’è gara, Zeffirelli vince tutto, Zeffirelli ci penetra in luoghi che non sappiamo nemmeno di avere, o ce lo siamo dimenticati. Poi passa un anno, a volte anche due, e mi domando se non mi ricordo male, se non tendo a sopravvalutare l’effetto – in fondo è solo un film, ormai vecchissimo, probabilmente dovrei cercare cose più moderne, più pensate per i teen di adesso. E ogni volta boom, lo stesso incantesimo. Del resto, perché non dovrebbe funzionare una volta in più? Shakespeare è sempre quello, Zeffirelli pure, i preadolescenti sono sempre preadolescenti litigiosi acerbi disperati. C’è una sola cosa che cambia, nel quadro complessivo.

Sono io.

E me ne accorgo in modi curiosi – la musica di Rota, ad esempio, che all’inizio mi era molesta e ora è quasi parte del passaggio. Ma soprattutto: faccio sempre più fatica a guardarlo. All’inizio era un film, soltanto un film, probabilmente lo consideravo kitsch o camp o middlebrow, non mi ricordo (però funzionava, quindi lo usavo: al massimo cercavo di smontarlo dopo la visione). Ma ricordo che alla ricerca di informazioni incocciai in un forum in cui un cinefilo americano lo definiva “horny”, e scrollai mentalmente la testa: che bacchettoni questi americani, voglio dire chi è che negli anni Zero ancora si eccita per due chiappe di Romeo in un fotogramma.

Ecco, sono passati gli anni Zero e pure i Dieci: Shakespeare è sempre Shakespeare, Zeffirelli è sempre Zeffirelli, i fotogrammi con le chiappe non sono aumentati, e io sono sempre più turbato da quel film. Cioè, è pur vero che funziona, ma accidenti se è horny. Direi pure che è barely legal. E prima o poi non sarà legal, prima o poi con una classe mi metto nei guai, a mostrare sulla lavagna interattiva quei due minorenni che amoreggiano. Spero che non sia stavolta.

Fatemi un bocca al lupo, è per stamattina.

Ai giochi addio…

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E anche questo coccodrillo

Se non vi piacciono le commedie dei Vanzina, pensate che sono pure invecchiate bene. Capita di ritrovarle in tv, su Rai3 più facilmente che su Rete4 – cioè ce l’hanno fatta, sono passate da prodotto di massa a patrimonio culturale – con quelle canzonacce anni Ottanta che adesso vanno giù lisce. Adesso che quel decennio è diventato un tutt’uno compatto, un fondale coerente, quei pezzi da classifica sembrano assolutamente appropriati, mentre al tempo erano il dettaglio dissonante, quello che ti metteva a disagio già la prima volta che vedevi il trailer alle undici di sera nella striscia a cura dell’Anicagis. I Vanzina andavano a rimorchio delle tendenze del momento, e questo a inizio Ottanta consentiva loro ancora di adattare vecchi canovacci di commedia all’italiana a un panorama umano più abbruttito, più arricchito. Sembravano istantanee assolutamente attuali; il mondo com’era là fuori, sulle spiagge, negli alberghi; tornava tutto tranne le canzoni, che erano invariabilmente quelle di sei mesi prima.

Non credo che fosse una scelta autoriale; probabilmente erano i pezzi in classifica nel momento in cui avevano girato il film. Ancora più probabilmente se ne fregavano, i Vanzina, come doveva essersene fregato il padre e tutti i registi della generazione precedente. Mi vengono in mente un paio di capolavori in bianco e nero che sono anche caroselli frastornanti di canzoni da classifica – Il sorpasso, Io la conoscevo bene, ma era un periodo diverso, forse le canzoni avevano tempi di decadimento più lunghi. Invece un gap di sei mesi, negli anni Ottanta, sembrava un secolo. Dopo sei mesi Moonlight Shadow era preistoria, Sunshine Reggae a Natale causava dolore fisico. Troppo presto per provarne nostalgia, in compenso ti suggerivano una tristezza sconfinata. Lo spleen delle vacanze finite, delle feste di compleanno quando gli amici se ne vanno e la mamma non sparecchierà da sola. Una sensazione che gli stessi Vanzina non temevano di evocare alla fine dei loro film migliori (“E anche questo Natale se lo semo levato da le palle”). Il cinema stava perdendo la presa sull’attualità e ovviamente il colpevole era l’elettrodomestico a colori che tenevamo in casa. Quando il Drive In di Ricci divenne egemone, i Vanzina tentarono di ripeterlo al cinema. Ma i tormentoni di Ezio Greggio erano ancora più effimeri del pop da classifica, sei mesi dopo non è che non facessero semplicemente più ridere: sapevano di morte.

Chi è cresciuto negli anni Ottanta non è che avesse accesso a molte opzioni: poteva amarli o poteva odiarli. Non c’erano terze vie, sono state tracciate dopo. A chi sceglieva la seconda, a chi necessitava quotidianamente di oggetti esemplari su cui esercitare il proprio disprezzo, i Vanzina offrivano un bersaglio così comodo, così evidente che avrebbe dovuto insospettirci, ma eravamo scemi. I Vanzina a modo loro erano nostri compagni di strada; disprezzavano le maschere che mettevano in scena tanto quanto le odiavamo noi, ma eravamo troppo piccoli per capire, troppo orgogliosi. A loro non potevamo perdonare nulla. Consideravamo la sola esistenza di Christian De Sica una bestemmia, un’offesa al nobile regista di film neorealisti che dovevamo ancora guardare; ci avremmo messo trent’anni a capire che per la maggior parte della sua carriera Vittorio De Sica aveva interpretato cialtroni squallidi quanto quelli che erano toccati al figlio. Magari nel frattempo ci stavamo facendo una cultura sul segmento aureo della commedia all’italiana (quella che arrivava su Rete4 in seconda serata), in confronto al quale le farse vanziniane ci sembravano una degenerazione intollerabile; senza accorgerci che i Vanzina erano gli unici eredi di quelle formule che tentavano di svecchiare procedendo per tentativi, senza lasciare nulla di intentato e senza menarsela mai. Ecco, se la fossero menata un po’ di più forse oggi sarebbe più facile salutare un grande artista e scopritore di talenti. Invece i Vanzina erano una macchina: lavoravano tanto, incassavano tanto e non avevano pietà di nessuno. Senz’altro non di sé stessi.

Nel film italiano più celebrato dell’ultimo decennio, un film che rielabora echi felliniani, scoliani e morettiani in un gran pastone per turisti, a un certo punto una tizia ci informa che “l’unica scena jazz interessante è quella etiope”. Quel pezzettino lì non è Fellini, non è Scola e non è Moretti: potrebbe essere uno scarto di lavorazione dei Vanzina, qualcosa che all’ultimo momento De Sica non avrebbe detto perché gli sarebbe venuto in mente una frase più divertente.

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L’epico, persino un po’ brechtiano, Fantozzi

Dopo aver scritto più di venti libri e lavorato in più di 70 film, in 60 anni di carriera, Paolo Villaggio rischia di essere ricordato soprattutto per aver affermato che la Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca. Questa almeno era l’impressione che davano i coccodrilli dell’anno scorso, tutti percorsi dalla necessità non solo di ricordare lo stesso sketch, ma di fornircene un’interpretazione – più che uno sketch ormai è una parabola, una pagina di un testo sacro in cui tutti troviamo qualcosa di diverso.

PerMattia Feltri era soprattutto un atto di denuncia contro l’ipocrisia dei dirigenti che si atteggiano a rivoluzionari, come il dottor Ricciardelli che la sera di Italia-Inghilterra convoca i suoi dipendenti e li costringe alla visione del capolavoro muto e in bianco e nero; il vecchio Feltri li avrebbe definiti radical chic, il giovane ci risparmia almeno la definizione.Aldo Grasso invece non riuscì nell’occasione a controllare l’impulso di scrivere “superiorità antropologica della sinistra”, contro cui Fantozzi si ribellerebbe; la sua sarebbe la “resistenza che l’impiegato oppone a chi vuole colonizzare il suo tempo libero”.

Dall’amaca Michele Serra tentava l’impossibile compromesso tra gli orfani di Villaggio e gli estimatori di Ėjzenštejn: “Lo stesso spettatore poteva benissimo amare la Potëmkin e Fantozzi, il cinema d’essai e il cinema popolare. Ma in sale diverse, in momenti diversi e con animo diverso”. È un veltronismo che Villaggio non avrebbe condiviso: anche l’ultima volta che ebbe occasione di parlarne – invitato dalla Cineteca di Bologna nel 2003 in occasione del restauro della Corazzata –ribadì la sentenza fantozziana: altro che capolavoro, era una “cagata” che avrebbe potuto interessare solo “vecchi e insonni”.

E però la necessità di salvare capra e cavoli, Fantozzi e Corazzata, è troppo forte e produce torsioni interessanti, come quella diWuMing1 che dopo la commossa rievocazione di un’epica proiezione della Potemkin in piazza Maggiore propone di leggere l’episodio come una “vertiginosa mise en abime” dei cinque atti del film: “il cineforum è la corazzata; Fantozzi è il marinaio Vakulenčuk che per primo grida la verità su quel che sta accadendo; gli spettatori sono i marinai insorti; l’odioso Riccardelli è gli ufficiali spodestati; la sala occupata è Odessa; la polizia che «s’incazza davvero» ha il ruolo dei cosacchi che reprimono”.

Villaggio novello Ėjzenštejn, e proprio perché si permette di sfottere Ėjzenštejn (…nel momento in cui la borghesia finto-rivoluzionaria se ne impossessa e lo trasforma in un feticcio). A corroborare una lettura tanto epica, WuMing1 riconosce nella saga di Fantozzi un unico personaggio positivo: il marxista Folagra, che dal sottoscala in cui è confinato non rinuncia a spargere il seme della rivolta – un po’ come i WuMing, fedeli al loro personaggio di rivoluzionario in servizio permanente. Folagra però nel film sembra una macchietta, appena in grado di farfugliare quattro slogan autonomisti; la fiaccola rivoluzionaria che passa a Fantozzi si smorza subito nel Grande Acquario dei Dipendenti. Del resto non è che ai personaggi di WuMing la rivoluzione di solito riesca: sin dai tempi di Q non hanno fatto che raccontare storie di rivoluzionari magari più strutturati di Fantozzi, ma ugualmente destinati alla sconfitta. Paolo Villaggio in questo senso è un marxista più ortodosso (o più novecentesco): quando scriveva e sceneggiava Fantozzi, sembrava avere in mente una concezione meno vicina alla New Italian Epic che all’epica brechtiana: come Madre Coraggio, Fantozzi non acquisisce mai una vera consapevolezza della propria condizione di sfruttato. Non è lui che doveva svegliarsi, ma lo spettatore.

Non è esattamente andata così. Il secondo tragico Fantozzi è un film del 1976, un’epoca pre-tv-color in cui i cineforum impegnati erano ancora una realtà non solo nelle grandi città – e in effetti lo sketch era nato in tv come una satira di quell’ambiente, che Villaggio conosceva bene; solo in un secondo momento era stato riadattato all’universo fantozziano. Il successo dei primi Fantozzi di Salce e Villaggio fu notevole, ma la vera penetrazione nell’inconscio collettivo avviene nel decennio successivo, quando la Mediaset ne acquisì i diritti e cominciò a riprogrammarli intensivamente – al punto da risorgere anche il personaggio cinematografico, in una serie di sequel sempre più deprimenti.

È solo in quel momento che “è una cagata pazzesca” diventa un modo di dire della lingua italiana (70.700 risultati su google); una specie di versione adulta e sboccata dell’andersoniano “il re è nudo” (anche “92 minuti di applausi” era già un meme prima delle GIF: nell’era pre-facebookiana di internet la citazione fantozziana era un buon surrogato del tasto “Mi Piace”). Nel frattempo però il paesaggio che Villaggio irrideva – quel mondo scalcagnato di cineforum fumosi coi seggiolini di legno – era completamente scomparso; e Ėjzenštejn completamente dimenticato, anche dal palinsesto notturno di rai3. La tv commerciale stava crescendo una nuova generazione di cinefili, forse non meno fanatici del dottor Ricciardelli, ma dai gusti completamente diversi: completamente digiuni dei maestri russi e degli espressionisti tedeschi, ma in grado di riconoscere un film di Bombolo o Lino Banfi dal singolo fotogramma.

Chi cresceva in quegli anni poteva condividere la sensazione di ritrovarsi bloccato nella scena dell’assedio fantozziano, e costretto come Ricciardelli a vedere a ripetizione “Giovannona Coscialunga, L’esorciccio e La polizia s’incazza”. Tra questi titoli ormai imprescindibili della storia del cinema italiano, non mancavano i film di Fantozzi. La rassegna integrale, sempre più lunga e ridondante (e triste, nel suo lungo percorso verso il trash), veniva riprogrammata una volta a semestre. I megadirettori delle emittenti ci convocavano per sentirci ridere – ridere stava diventando obbligatorio, come una volta partecipare al dibattito. Invece dell’“occhio della madre”, era obbligatorio menzionare il “radical-chic” e la “superiorità-antropologica-della-sinistra”; al posto del “montaggio analogico”, c’era lo sberleffo obbligatorio verso un modello di cinema e di società che non avevamo nemmeno fatto in tempo a conoscere. È andata così e non è certo responsabilità di Paolo Villaggio; comunque è finita. Vero?

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