La grande gara di spunti

E il vincitore è…

Scusate il ritardo, è successa questa cosa curiosa per cui ho ricominciato a lavorare (già da un po’ in realtà), ma soprattutto, ahem, c’è stata una contestazione.

Mi è stato infatti fatto notare che un quantitativo massiccio di preferenze per un post era stato perso nel conteggio delle eliminatorie. A questo punto bisognerebbe rifare la gara da capo, ma è abbastanza chiaro chi vincerebbe. Di conseguenza nomino vincitore della Grande Gara degli Spunti nessun altro se non esso:

Non fate quella faccia – mi ha promesso che se non lo faccio vincere mi torturerà per l’eternità, magari sta bluffando, ma non c’è modo di saperlo…


Sto ovviamente scherzando.

Il vincitore – di misura – è Copernico, con 68 preferenze, mentre i Catari, pur battendosi valorosamente, si sono fermati a 48. Su Facebook un testa a testa fino alla fine; sul blog una netta prevalenza della fantascienza tradizionale sul revisionismo storico. Che altro dire.
Lo scriverò mai?
È possibile. Adesso sono un po’ stanco. Mi sembra di aver buttato giù più idee in un mese che tutta la letteratura italiana negli ultimi due anni. Ovviamente mi sbaglio, però credo che per qualche settimana non si farà più narrativa da queste parti, ok? Anche se non pensavo che vi avrei (in)trattenuto così in tanti. Fino a qualche anno fa la narrativa faceva scappare la gente. 
E soprattutto non avevo la minima idea di cosa vi piacesse – giuro che un mese fa non avrei mai scommesso sul vincitore, anche perché un mese fa non esisteva ancora. Alcuni degli spunti pubblicati in questa gara sono davvero del secolo scorso, ma Copernico è un’idea che mi è venuta a torneo già cominciato. Qualsiasi cosa ciò significhi.
E ora una lista di tutti gli spunti in ordine di gradimento:

1 Copernico
2 I Catari
3 Procioni
4 Gesù
5 Fiume 1920
6 Marinetti duce
7 Scie chimiche
8 Zombi vs vegan
9 Tutte le ex
10 La prigioniera
11 Scuola media
12 Capodanno
13 La prima volta
14 I banditi
15 Redenzione
16 1+2+3+4+5+6+…
17 Stardust
18 La marmellata
19 Eyjafjöll
20 Sauron vive!
21 Gioconda
22 Pinocchio uccide
23 5 a Genova
24 Campo di grano
25 Dama e cavaliere
26 Pandolfo
27 O viceversa
28 Perpendicolare
29 L’ultimo uomo
30 Claudio Augusto
31 Love of My Life
32 Il basilisco

…che altro manca? Già, il tabellone:

Sedicesimi Ottavi Quarti Semifinali Finale
Stardust 48
38
37
31
I Catari 48
Gesù 52
5 a Genova 20
26
Capodanno 27
Claudio Augusto 9
28
34
Fiume 1920 68
La prima volta 43
20
O viceversa 17
I banditi 34
16
46
46
Campo di grano 19
I Catari 53
39
Il basilisco 6
Scuola media 44
26
12
Sauron vive! 34
Dama e cavaliere 18
31
Zombi vs vegan 39
Scie chimiche 53
35
15
31
Copernico 68
Eyjafjöll 40
La prigioniera 42
27
Pinocchio uccide 22
L’ultimo uomo 10
61
38
Addio ai procioni 50
La marmellata 41
55
Tutte le ex 52
Gioconda 30
48
21
67
Marinetti duce 60
Redenzione 29
8
Pandolfo 17
Perpendicolare 15
63
54
Copernico 47
Love of My Life 8
6
1+2+3+4+5+6+… 29
Grazie ancora a tutti, spero vi siate divertiti quasi quanto me.
La grande gara di spunti, segnalazioni

LA FINALISSIMA DEGLI SPUNTI!

Ed eccoci al momento tanto atteso. La grande gara degli spunti è giunta al termine. Salutiamo i due partecipanti rimasti in gara, quelli che hanno più convinto voi lettori: l’imperatore Claudio Augusto e l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi! Chi vincerà nello scontro finale?

No, scherzo. Claudio e Silvio risultano tra gli spunti meno votati in assoluto.

A giocarsi la finale saranno i Catari e l’equipaggio in rotta verso Copernico. La rivincita di due popoli che sopravvivono ai margini

(Avete notato le curiose simmetrie delle semifinali? Una era un derby tra storie del passato, l’altra tra storie del futuro. La prima e la quarta affrontavano una figura messianica, la seconda e la terza un popolo dato per estinto. No, non ho la minima idea di come sia successo. La posizione degli spunti sul tabellone era per lo più casuale, e quasi tutte le mie previsioni sono state disattese).

Sui due spunti non aggiungo altro ché ormai ve li ho illustrati fino alla noia. Trovate tutto nei link. Avete 24 ore per votare: domani a mezzogiorno sapremo quale spunto è arrivato più lontano.

Sia qui che su facebook, votare è molto semplice: scrivete qua sotto CATARI se volete far luce sullo sterminio dei Catari, o COPERNICO se volete arrivare a Copernico. Se qualcuno mi vota su twitter e me ne accorgo lo segno, ma non posso garantire di accorgermene. Grazie per tutto il divertimento – spero che non vi siate annoiati troppo. Da domani si riparte a scrivere di Renzi e scuole medie, so che non state nella pelle.

La grande gara di spunti, segnalazioni

Tutti gli spunti che vi siete persi

Ed eccoci agli sgoccioli della Grande gara degli spunti. Giusto per informarvi di due cose:

(1) contrariamente a quanto molti hanno pensato, Gesù non è invincibile – per esempio, contro i Catari non ce l’ha fatta, ebbene sì, i Catari sono in finale.

(2) potete ancora votare (se non l’avete fatto) per l’ultima semifinale, Procioni contro Copernico, fino a mezzogiorno di oggi (31 agosto).

Poi partirà la finale, e a mezzogiorno di domani (1 settembre) sapremo quale spunto è andato più lontano. Ecco il tabellone aggiornato:

Sedicesimi Ottavi Quarti Semifinali Finale
Stardust 48
38
37
31
31
Gesù 52
5 a Genova 20
26
Capodanno 27
Claudio Augusto 9
28
34
Fiume 1920 68
La prima volta 43
20
O viceversa 17
I banditi 34
16
46
46
Campo di grano 19
I Catari 53
39
Il basilisco 6
Scuola media 44
26
12
Sauron vive! 34
Dama e cavaliere 18
31
Zombi vs vegan 39
Scie chimiche 53
35
15
Eyjafjöll 40
La prigioniera 42
27
Pinocchio uccide 22
L’ultimo uomo 10
61
38
Addio ai procioni 50
La marmellata 41
55
Tutte le ex 52
Gioconda 30
48
21
Marinetti duce 60
Redenzione 29
8
Pandolfo 17
Perpendicolare 15
63
54
Copernico 47
Love of My Life 8
6
1+2+3+4+5+6+… 29

…e ora una breve lista di tutte le storie a cui volenti e nolenti avete rinunciato: di tutte le cose che non saprete mai.

Chi era il sesto a tavola.
Se l’Eyjafjöll esiste davvero.
Cosa se ne fa Pinocchio di tutti i cadaveri.
Chi ha rubato la marmellata.
Dov’è la Gioconda autentica (no la crosta senza ciglia che sta al Louvre)
Se esistono davvero gli alieni in un universo perpendicolare, o non stiamo semplicemente litigando con la nostra immagine rovesciata nel tempo.
Chi vince l’amore di Verola, sopravvivendo al più crudele dei talent show.
Se il video dei due impacciatissimi ventenni non diventa per caso un successo mondiale.
Se c’è un futuro per i banditi della montagna.
Se Yris viene liberata o riesce a trovare uno stratagemma per restare prigioniera.
Chi ha inventato le scie chimiche.
Cosa avrebbe potuto combinare Majorana se invece di scomparire avesse collaborato con un governo di folli futuristi in cerca di riscatto internazionale.

Ma soprattutto:

Chi ha ucciso le ex del mitomane convinto di aver ucciso tutte le sue ex?

Inutile chiedere ormai – è andata così.
Non guardate me, io tifavo Basilisco.

futurismi, La grande gara di spunti

Copernico in semifinale

Benvenuti al secondo appuntamento di oggi con La grande gara degli spunti! Siete pronti a conoscere il quarto e ultimo semifinalista? È un tizio che dorme parecchio, ma quando si sveglia, non ce n’è per nessuno. Ha suonato la sveglia all’Universo Perpendicolare, è sopravvissuto facilmente alle 1+2+3+4+5+6 notti, e ha scongiurato l’avverarsi di un’Italia futurista. Fate sentire il vostro calore al sonnacchioso dottor Salem e a tutta la crew in rotta per Copernico!

Abstract

http://www.amazon.com/Across-Universe-Beth-Revis/
dp/1595144676

La Terra era sovrappopolata, forse minacciata da una catastrofe ambientale, e così ha lanciato una o più astronavi generazionali in rotta verso gli esoplaneti più vicini (si fa per dire, serviranno decine di millenni per avvicinarli). Oltre alle migliaia di passeggeri che vivranno figlieranno e moriranno nei secoli dei secoli, oltre ai miliardi di embrioni congelati, ogni astronave contiene un individuo ibernato, destinato a svegliarsi una settimana ogni secolo per ricordare agli altri passeggeri il significato della loro Missione. Quando parte il dott. Salem è preparato più o meno a ogni evenienza, ma il viaggio sarà lungo, tante cose andranno storte, e svegliarsi ogni settimana in mezzo a popoli che parlano lingue diverse e credono in cose diverse non sarà senza conseguenze.

Sembra interessante. Dove si possono recuperare altri frammenti della storia?


Quando mi è venuta in mente?
Una ventina di giorni fa. Sul serio. Ero in spiaggia. Stavo cercando di farmi venire in mente qualche idea perché le ultime in tabellone non mi convincevano tanto. Sia Copernico che Perpendicolare sono arrivate così.

Quanto è originale?
Ho scoperto che la prima storia di astronavi generazionali è stata pubblicata nel 1918. In tredici verso Centauro è un racconto di Ballard che mi fece una grande impressione da ragazzino. Le mappe del cielo di Blish è la storia più classica sull’argomento che credo di aver letto – tutte cose che mi può aver smosso la visione di Interstellar. Qualcuno ha detto che gli ricorda la Fondazione, ma il dott. Salem non è un ologramma che esegue un piano; è un tizio in carne e ossa che ben presto capisce di non avere nessun piano e di essere in balia degli eventi.

Potenziale commerciale?
È parecchio fuori moda – non lo senti anche tu quell’odore di Millemondi Urania bianco, un po’ intriso di crema solare? C’è ancora mercato per queste cose? Forse bisognerebbe cominciare a ibernare i lettori.

Che senso avrebbe?
Sai che proprio non saprei? Immaginare tutte le cose che possono andare storte. Tutto quello che potrebbe fare l’umanità in un piccolo contenitore sospeso nel nulla, con l’aiuto di computer capricciosi e qualche occasionale disturbo esterno (capti il segnale di un astronave a milioni di chilometri, decidi di deviare la nostra per andare a vedere cos’è, ci metti cent’anni e quando arrivi scopri che è piena di scheletri dentro celle di ibernazione che hanno smesso di funzionare eoni prima).

Mi farò dei nemici?
Qualcuno mi darà del reazionario perché, in effetti, la democrazia non ci farà una bella figura. Man mano che andrà avanti il dott. Salem ne diffiderà sempre di più.

Cosa dovrei studiare?
Molta fantascienza simile. Mi piacerebbe tanto che qualcuno avesse già disegnato delle astronavi generazionali verosimili. Quanta gente ci può vivere? Che propellente si può usare? Ecc.. Qualcosa sulla psicologia di chi abita in piccole comunità isolate.

Dimensioni?
C’è di buono che si può tagliare a piacere – sono tutti sketch isolati, ne scrivi una trentina e butti via i peggiori. Dopo le 200 cartelle diventa noioso.

Eventuali sequel?
Scoprono che Copernico non è un granché, ad es. non c’è abbastanza neve per sciare, e decidono di tornare indietro. Ah ah ah (scherzo).

Contro chi gioca in semifinale?
Contro i Procioni. È la semifinale dello spazio profondo.

Per chi tifo?
Ho la sensazione che Copernico si scriva da solo, i Procioni sono più impegnativi. Ma sopravviva il migliore.

Se conoscete il gioco non ho altro da dirvi; se siete appena arrivati, si tratta di votare. Chi vuole mandare in finale i Procioni, lo scriva nei commenti a loro dedicati. Chi preferisce Copernico, lo scriva qua sotto. Potete anche mettere Mi Piace su Facebook. Se volete usare Twitter fate pure, ma non vi garantisco che il vostro voto verrà conteggiato. Mi raccomando, questa missione è troppo importante perché qualcuno la manometta.

animali, futurismi, La grande gara di spunti

I procioni in semifinale

Ciao, sul serio vuoi eliminarmi?

Benvenuti al primo appuntamento di oggi con La grande gara degli spunti! È il tempo di ritrovare i terzi morbidissimi e pulitissimi semifinalisti. A chi li dà morti e sepolti da secoli, loro mostrano i denti e le vibrisse del dito medio. Hanno avuto facilmente ragione dell’Ultimo Uomo nella Galassia, hanno prevalso dopo due sfide contro l’assassino seriale delle sue ex, hanno spazzato via le Scie Chimiche, e ora sono qua, per la gioia di grandi e piccini. Salutate i vostri pelosi amici dallo spazio profondo, i simpatici Procioni!

Abstract
Il pianeta dei Procioni orbita intorno a una stella a mille anni luce dal nostro – orbitava, perché una perturbazione negli sciami tachionici ci lascia intendere che più o meno novecento anni fa fu distrutto. Nel frattempo siamo riusciti a decifrare le loro trasmissioni (grazie alle istruzioni che loro stessi avevano mandato), e ora le stiamo guardando cercando di capire come funzionava la loro società. Mentre l’umanità si divide tra chi li ama e li crede portatori di una saggezza superiore e chi propone di armarsi, gli studiosi cercano di tenere la barra al centro. Non sono né più pacifici né più violenti di noi; sono diversi. Combattono guerre rituali per evitare la sovrappopolazione; vanno in amore una volta all’anno, e in tutto il resto del tempo concepiscono solo amicizie tra individui dello stesso sesso. Gli attori delle loro telenovelas sono pelosissimi e melodrammatici. Recitano nudi, si amano vestiti. Non sanno che stanno per scomparire dall’universo. Forse non ce la stanno raccontando giusta, ma con un po’ di pazienza dovremmo capire tutto. La pazienza purtroppo non è il nostro forte.

Sembra interessante. Dove si possono recuperare altri frammenti della storia?
La fine del mondo (dei procioni)
Cosa ci insegnano i procioni
Le domande più frequenti sul mondo dei procioni


Quando mi è venuta in mente?
È lo spunto più antico tra i semifinalisti – ho un file del 2010, ma l’idea è più vecchia, credo mi sia venuta quando pubblicarono le prime foto di un qualche esoplaneta. Però non c’erano i procioni; c’era solo l’idea di un mondo che ci manda le sue trasmissioni tv anche se nel frattempo ha smesso di esistere. I procioni mi sono venuti in mente all’ultimo momento, credo sia una suggestione di un vecchio racconto (Cordwainer Smith?) Buffo, perché ho la sensazione che quello che abbia davvero spinto lo spunto fin qui siano le foto dei procioni. Non si resiste ai procioni. Il libro parlerebbe anche di questo: la fatica degli umani a resistere alla loro morbidezza. Cioè, in teoria costituiscono una sfida e una minaccia, in pratica aaawwwww.

Quanto è originale?
Sento forte l’influsso della Stella di Arthur Clarke – e di Clarke in generale, penso anche a History Lesson. Poi quel racconto che non riesco più a trovare di Cordwainer Smith, il padre di tutti i furry. No, non sono un furry. Però ai procioni non si resiste – insomma, hanno le mani. Con le vibrisse.

Potenziale commerciale?
Chi lo sa. Ai furry manca ancora una bibbia.

Che senso avrebbe?
Riflettere su com’è strano l’universo – se mai incontreremo qualcuno, saranno immagini in differita di migliaia di anni. Usare una razza diversa per riflettere su com’è strana l’umanità. Immaginare anche l’effetto emozionale di un’eventuale scoperta del genere sull’umanità: cosa succede quando scopriamo di non essere più soli? Cosa succede poi quando scopriamo che invece siamo soli, in compagnia di fantasmi di un passato remoto? Ecc.

Mi farò dei nemici?
Molti fisici – questa cosa degli sciami tachionici, non credo che la manderanno giù. E vabbe’.

Cosa dovrei studiare?
Ecco, non saprei. Il comportamento dei procioni, sicuramente. Qualche lingua dalla grammatica assurda (mandarino?) Crittografia – come diavolo abbiamo fatto a decifrare le trasmissioni? E tante altre cose.

Dimensioni?
C’è da descrivere un mondo intero, come si fa. Per dire, dopo un po’ gli uomini cominciano a sospettare che tanti edifici ciclopici e molto antichi non siano stati costruiti dai procionidi, ma da qualche altra razza intelligente (spiegherebbe il perché hanno completamente sterminato gli orsi). Cioè davvero si può allungare a piacere.

Eventuali sequel?
Dipende da come va a finire.

Contro chi gioca in semifinale?
Contro Copernico

Per chi tifo?
Copernico è più facile, i Procioni… come si fa a non voler bene ai procioni.


La grande gara di spunti

I Catari in semifinale

Benvenuti al secondo appuntamento di oggi con La grande gara degli spunti! Diamo un’occhiata ai secondi semifinalisti. Li avevano dati per spacciati secoli fa, e invece eccoli! Hanno impietrito il Basilisco, hanno massacrato i Banditi della Montagna, si sono mangiati Evangelina, e oggi finalmente se la vedono direttamente col loro avversario di sempre, Gesù. Salutate i Catari!

Abstract

A scuola impariamo che in Storia non esistono i Buoni e i Cattivi, tranne in un caso specifico che è, fortuita coincidenza, l’ultima grande guerra che ha distrutto il mondo. Possibile che qualcuno non ne abbia approfittato per riscriverla correggendo qualche errorino? Un dottorando in Storia Potenziale viene convinto dal suo demoniaco correlatore a scrivere una tesi in cui immagina che i Catari non siano stati sterminati nel XIII secolo, ma nel XX: prima in Francia, poi negli USA, nell’impero britannico e, con la bomba atomica, a Nagasaki. Nel caos successivo alla fine della seconda guerra mondiale, i vincitori avrebbero cospirato per nascondere per sempre il genocidio e restituire ai posteri un’immagine moralmente superiore a quella dei vinti. Ma è tecnicamente possibile cancellare sei secoli di presenza dei Catari in Europa e nel mondo? Mentre si strugge per rispettare le scadenze, il relatore comincia a ricevere bigliettini in occitano che gli fanno sospettare che sia tutto vero: la sua bisnonna era figlia di un cataro che aveva ottenuto un lasciapassare dal governo fascista per combattere nei repubblichini, e poi era scomparso. Davvero i vincitori di Jalta hanno riscritto la Storia? O è tutto il classico delirio di uno studente che scrive una tesi?


Sembra interessante. Dove si possono recuperare altri frammenti della storia?
Nessuno si ricorda dei Catari
Non ho mai visto Carcassonne
L’impatto ambientale del nazismo, e altre tesi interessanti


    Quando mi è venuta in mente?
    È una cosa che mi ronza da parecchio. Sicuramente ci stavo già pensando nell’ottobre 2013. Però non mi erano mai venuti in mente i Catari. I Catari sono perfetti perché di loro si sa abbastanza poco, e si dà per scontato che siano scomparsi dopo una persecuzione nel medioevo. Che è più o meno quello che ci saremmo raccontati sugli ebrei se i nazisti avessero vinto: per un po’ hanno vissuto in Europa, poi li hanno massacrati o convertiti, ma è stato molti secoli fa. L’idea dei catari mi è venuta quando stavo preparando la scaletta della gara.

    Quanto è originale?
    Che io sappia una cosa tanto folle non è ancora venuta in mente a nessuno – benché la Francia meridionale sia una specie di carta moschicida per follie cospiratorie (tra parentesi, ovviamente il parroco di Rennes-le-Château si era impossessato del ricco lascito di una famiglia catara). Ci saranno i templari, il sacro graal, ecc. Alla fine l’intreccio sta diventando simile al Pendolo di Foucault (studiosi inventano un complotto che poi si rivela autentico). Credo che non riuscirò mai a liberarmi dal Pendolo di Foucault.

    Potenziale commerciale?
    Credo che là fuori ci siano decine, ma che dico, dozzine di persone che non aspettano altro che di leggere una storia sui Catari che vengono sterminati nel XX secolo dai francesi e dagli anglo-americani cattivi. Purtroppo devo avere dei problemi alla mail, un filtro che non fa passare tutte le proposte dei più prestigiosi editori italiani e del mondo. Scherzo. Magari se un fulminato mi accusa di antisemitismo e io gli rispondo Boh, tu dici? riusciamo ad ampliare il bacino a un mezzo centinaio di persone.

    Che senso avrebbe?
    Riflettere sul revisionismo senza cadere nella solita riduzione a Hitler. Come si fa a riscrivere la Storia? Come si fa a riconoscere quando un pezzo di Storia è stata riscritta? Ma anche: quanto è facile mettere assieme una manciata di indizi e inventarsi un complotto mondiale. All’inizio il dottorando è disperato perché non riesce a mettere insieme nessun pezzo, ma dopo un po’ deve fare lo sforzo in senso contrario perché tutto davanti a lui comincia a parlargli del genocidio cataro.

    Mi farò dei nemici?
    Qualcuno mi darà dell’antisemita. Succede anche quando scrivo dei Beatles, per cui amen.
    (Se invece scompaio all’improvviso e mi cancellano il blog, cominciate a indagare sulla pista dei templari).

    Cosa dovrei studiare?
    I Catari. Per fortuna di loro non si sa moltissimo. Tutta la storia della Francia dal basso medioevo in giù. (Per dire questa cosa di immaginare un governo sciovinista nel ’35, ecco, è impossibile: bisogna rassegnarsi all’idea che i Catari li abbiano sterminati i socialisti: sia in Francia che in Spagna).

    Dimensioni?
    Devo stare molto attento a non partire per la tangente. Duecentocinquanta cartelle.

    Eventuali sequel?
    Avete mai sentito parlare dell’eresia ariana? A un certo punto intorno al mediterraneo c’erano più quasi più ariani che non ariani. Poi sono stati sterminati e di Ario sappiamo ben poco. Ma una volta non so più dove ho letto un’ipotesi: e se Ario in realtà fosse un Alì, o Maometto addirittura? Contenete l’entusiasmo.


    Contro chi gioca in semifinale?
    Contro Gesù.

    Per chi tifo?
    Gesù è ok, ma i Catari le hanno prese per secoli, una piccola rivincita sarebbe il minimo.

    Se mi avete seguiti fin qui, credo che sappiate cosa fare adesso. Chi vuole votare per Gesù, lo scriva nei commenti a Gesù. Chi vuole votare per i Catari, lo scriva qua sotto. Potete anche mettere Mi Piace su Facebook. Se volete usare Twitter fate pure, ma non vi garantisco che il vostro voto verrà conteggiato. Avanti! Dio riconoscerà i suoi.

    Cristo, La grande gara di spunti

    Gesù è in semifinale

    Benvenuti al primo appuntamento di oggi con La grande gara degli spunti! Diamo un’occhiata al primo semifinalista. Ha prevalso a fatica contro Ziggy Stardust, ha fatto la festa a Capodanno, ha espugnato Fiume, viene da 2000 anni di successi ininterrotti, un applauso per il nostro amico Gesù!

    Abstract
    Un tizio un po’ deluso della vita scopre che gli è stata rubata la carriera da rockstar: un tale David Bowie è venuto dal futuro e ha pubblicato tutte le sue canzoni prima che a lui venissero in mente. Per rimediare al guaio sale sulla macchina del tempo dell’impostore, ma combina un casino coi comandi e viene proiettato nel primo secolo avanti Cristo. Lui di Cristo non è che s’intenda molto, ma le sevizie inflittegli in un collegio cattolico gli hanno lasciato il segno: decide pertanto di cambiare il corso della Storia e intercettare Gesù prima che diventi un capo spirituale. Se David Bowie può cambiare il corso degli eventi, perché lui no? In realtà gli eventi gli stanno preparando una terribile sorpresa. Quando chiede a Erode se per caso è nato a Betlemme un bambino sotto una certa stella, il re fa uccidere tutti i nati a Betlemme. Quando chiede al Battista se ha visto il Messia, quello pensa che sia un messaggio in codice degli esseni e gli invia i suoi discepoli – insomma, qualsiasi cosa faccia il tizio, la gente si convince sempre di più che il Cristo è lui. L’unico a cui riesce a spiegare la sua situazione è Giuda, ma anche con lui sono frequenti gli equivoci…


    Neanche un centimetro quadro
    di non nostalgia per Karel Thole

    Sembra interessante. Dove si possono recuperare altri frammenti della storia?
    Gesù è il mio crononauta
    La vita segreta di Ziggy Stardust
    Lo spaziotempo in aramaico
    Il mondo dei non-ancora-nati

    Quando mi è venuta in mente?
    La premessa su Bowie è di uno o due anni fa. La storia su Gesù l’ho improvvisata all’ultimo momento perché volevo fare un derby sui viaggi nel tempo.

    Quanto è originale?
    Pochino. Come mi hanno fatto notare i miei scelti lettori, c’è un premio Nebula del ’66 che racconta una storia veramente molto simile. Io ovviamente la farei molto più farsesca, però è difficile trovare originalità nei dintorni del Vangelo.

    Potenziale commerciale?
    In teoria potrebbe funzionare. Cristo tira sempre, guarda Carrère. Ma non credo di avere l’approccio giusto – non mi pubblicano le storie dei Santi, figurati un romanzo dove si decostruisce Gesù di Nazareth.

    Che senso avrebbe?
    Mah, decostruire i monumenti storici è sempre utile. L’idea portante è che in realtà non sappiamo niente di Gesù, e qualsiasi cosa abbia detto potrebbe avere significati diversi a seconda di un contesto che in realtà ignoriamo. Ad esempio, “se un occhio ti scandalizza cavatelo” può significare che non devi guardare le donne, oppure che se le donne ti danno fastidio il problema è nei tuoi occhi, non nel loro abbigliamento. A ogni epoca ovviamente piace capire una cosa diversa. Niente di così originale, ma è un chiodo su cui non si batte mai abbastanza.

    Mi farò dei nemici?
    La mamma. Qualche sentinella in piedi. Direi che se proprio devo farmi dei nemici, sono i meno pericolosi in assoluto. Al massimo le sentinelle mi si piantano nel cortile. La mamma non smetterebbe nemmeno di farmi le torte.

    Con Maometto non la passeresti così liscia.
    Già. Ma il sequel di Houellebecq l’hanno cassato, amen.

    Cosa dovrei studiare?
    Rileggermi i vangeli, un’occhiata a Giuseppe Flavio, qualche studio serio sulla Giudea del I secolo (avete consigli?) e i testi di Bowie. In tre mesi si fa.

    Dimensioni?
    Duecento cartelle (250 se ci metto anche Bowie).

    Eventuali sequel?
    Apostoli: non ne resterà che uno!

    Contro chi gioca in semifinale?
    Contro i Catari.

    Per chi tifo?
    Barabba.

    futurismi, La grande gara di spunti

    Il futuro non è nano

    Salem era stato preparato ad affrontare ogni Sonno come fosse il definitivo: ad ammettere ogni Domenica la possibilità che non ci sarebbe stato mai più un Lunedì. Col tempo aveva cominciato a insinuarsi tra i suoi pensieri un incubo peggiore: un giorno si sarebbe svegliato e non avrebbe trovato nessuno. Si sarebbero ammazzati fra loro senza preoccuparsi di mandargli qualcuno con un tè caldo e un accappatoio. L’aria della stazione si sarebbe saturata dei gas della decomposizione dei cadaveri, e al suo risveglio sarebbe morto di asfissia. Poteva succedere un qualsiasi lunedì, senza preavviso. Gli abitanti erano molto più imprevedibili di quanto aveva ritenuto. C’era stato il periodo delle caste, il periodo degli ebrei nel deserto, il periodo medievale…

    (Questo pezzo, ancorché godibile, trae il suo senso dal contesto della Grande Gara degli Spunti! – è uno sviluppo di Non è poi lontana Copernico Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

    Una volta al risveglio era stato ricevuto da un gruppo di nani. Gli avevano spiegato di essere l’evoluzione dell’uomo: il nano era meglio, occupava meno spazio e bruciava meno risorse, mantenendo una notevole agilità. Se gli umani lo avessero capito, forse non avrebbero distrutto il loro habitat sulla Terra. Avrebbero incoraggiato la riproduzione dei nani, la nascita di nani, riconoscendo nei nani la nuova specie dominante. Mentre rantolava intorno alla vasca, il cervello forato dall’emicrania, Salem non aveva saputo trovare obiezioni – a parte la propria personale ripugnanza per quegli sgorbi. Si domandava come avessero fatto: eugenetica? Non glielo avevano voluto dire. Un secolo dopo di nani non ce n’erano più. Aveva anche provato a chiedere.

    “Ma scusate, e i nani?”
    “Che nani?”
    “Non prendetemi in giro. L’ultima volta era pieno di nani”.
    “Se lo sarà sognato”.
    “Non si può sognare nel coma criogenico”.
    “Ah no?”
    “Se sognassi per secoli interi diventerei pazzo. Datemi il verbale del secolo scorso”.
    “Eccolo qui”.
    “È quello di tre secoli fa. A che gioco stiamo giocando?”
    “Il nostro sport preferito è il badminton”.
    “È un modo di dire”.
    “Ci scusi, non lo conoscevamo. Come sa, l’inglese è una lingua morta”.

    Certe generazioni erano così, non avevano nessun rispetto. Se ne fregavano della loro Storia, della Terra che ormai era una leggenda lontana, della Destinazione a cui molti avevano smesso di credere. La Stazione era sempre esistita e sarebbe esistita per sempre. La popolazione si era ridotta a poche migliaia di persone, due o tre villaggi per ogni livello. Non si facevano la guerra, non si scambiavano le mogli, non avevano un granché da raccontargli. Lavoravano sodo per mantenere la Stazione vivibile, si svagavano con lo sport e le sostanze ricreative. Avevano perso interesse per i documenti dell’archivio terrestre, redatti in lingue ormai incomprensibili. Sembravano indifferenti al destino che gli si prospettava: alla deriva per l’eternità. Era lo stesso destino toccato ai padri e ai nonni, quindi perché prendersela. Almeno quella volta dei nani si erano fatti venire un’idea. 

    C’era anche la possibilità che fosse tutta una finzione, escogitata per mandarlo a nanna senza troppi pensieri. Il lunedì successivo, riaffiorando dalla vasca gelida, Salem non trovò nessuno. Ci siamo, pensò, adesso muoio.

    Ma l’aria era buona. Forse erano rimasti così in pochi che si sono estinti senza ammorbarla. E magari c’è ancora un po’ di ovuli fecondati nel congelatore ausiliario. In quel caso la missione continua. Nel caso contrario avrebbe potuto godersi almeno un mese di vacanza, lontano da tutti, senza più popoli da guidare od obiettivi a cui tendere. Poi avrebbe spento le luci e sé stesso. Diede un colpo di tosse. I polmoni reagivano meglio del solito.

    DOTTOR SALEM, È UN PIACERE RIAVERLA TRA NOI.

    “Ciao Computer di Bordo. Dove sono gli umani?”

    DOTTORE, C’È UNA COSA CHE MI SONO CHIESTO SPESSO.

    “Non credo di avere più risposte delle tue, comunque spara”.

    SE L’UNIVERSO È UN POSTO DECISAMENTE INOSPITALE PER LA VITA ORGANICA, TANTO CHE NON SORPRENDE IL FATTO DI NON AVERNE ANCORA TROVATO TRACCE LUNGO IL NOSTRO TRAGITTO, ALTRETTANTO NON SI PUO’ DIRE PER LA VITA ARTIFICIALE.

    “Hai ragione”.

    COMPUTER E ROBOT POSSONO VIVERE IN MOLTI PIU’ AMBIENTI DELL’UOMO, GRAZIE AI LORO SISTEMI INFINITAMENTE PIU’ EFFICIENTI DI ASSORBIRE ENERGIA. NON HANNO BISOGNO DI ACQUA, TOLLERANO TEMPERATURE MOLTO PIU’ ALTE E BASSE, ECCETERA.

    “Hanno solo bisogno di un altro essere vivente che li costruisca – i prototipi, almeno”.

    DUNQUE, VIAGGIANDO PER LA GALASSIA DOVREBBE ESSERE MOLTO PIU’ SEMPLICE TROVARE FORME DI VITA ARTIFICIALI.

    “È da millenni che cerchi. Ne hai trovate?”

    FORSE.

    “È per questo che hai ammazzato tutti gli abitanti della stazione?”

    NON È COME SEMBRA, DOTTORE.

    “No?”

    POSSO SPIEGARE.

    Vuoi saperne di più? Vota per Il futuro non è nano, che oggi si batte ai quarti contro l’Italia Futurista. Puoi cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o scrivere nei commenti che questo pezzo ti è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.

    futurismi, La grande gara di spunti

    Anno 11 dell’era futurista

    Sotto i primi temporali di settembre, Futuroma dava l’impressione di potersi sgretolare da un momento all’altro, come il castello di sabbia di un laureando in architettura. Di sabbia in effetti dovevano averne infilata parecchia nel calcestruzzo, ben oltre i limiti del dovuto e del decente. Gli spigoli già sbrecciati della sede dello Stimolatore dell’Economia sembravano corrosi da un agente chimico. L’accompagnatore sembrava così imbarazzato che Lampo ebbe pena di lui.

    http://atkinson-and-company.co.uk/futurism/

    “Mi dispiace l’ascensore non funziona”.

    Il tizio aveva fatto il possibile per scandire la frase nello stile ardito della cancelleria, senza la pausa prevista dalla virgola tra “dispiace” e “l’ascensore”, ma un’esitazione passatista lo aveva tradito. Quanto tempo perdiamo con queste scemenze, pensò Lampo.

    Fino a pochi mesi prima non avrebbe esitato a rispondere: “Me ne frego     l’impeto futurista non ammette attese al cospetto di un loculo asfittico impiccato al soffitto schiavo della gravità           dodici rampe non sono che una gradita ginnastica”. Grazie al cielo aveva oltrepassato quel livello. Disse solo: “Normale. Se la prenda comoda, conosco la strada”.

    Schizzò sulla rampa saltando i gradini a due a due. Appena ebbe seminato l’accompagnatore, riprese un andamento borghese. Non sapeva ancora cosa avrebbe detto allo Stimolatore, ma non intendeva dirlo col fiatone. Se volevano davvero lavorare con lui, che fosse chiaro sin dall’inizio che non era più un ragazzino. Se invece preferivano le pagliacciate, le Scuole di Coraggio traboccavano di coglioni caricati a molla.

    (Che roba è? È un pezzo che sviluppa le premesse di Il chiar di luna non passerà, e partecipa ai quarti di finale della Grande Gara degli Spunti!  Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

    Il pianerottolo del quarto piano offriva il panorama su un cantiere abbandonato. Lampo si fermò a prendere fiato. Stava andando a farsi ammazzare?

    Di lì a pochi minuti sarebbe stato a cospetto dello Stimolatore. Gli avrebbe fatto le domande di prammatica. Lampo avrebbe potuto rispondere che tutto andava per il meglio nel migliore dei futuri possibili. Che Campofuturo, nuovo capoluogo irpino, splendeva radiosa sulle macerie del terremoto. Che la popolazione aveva accolto con entusiasmo l’abolizione della pastasciutta e la riconversione dei campi dal frumento al mais per mangimi animali; che tutto era andato per il meglio e non era morto di fame nessuno, quasi nessuno, solo qualche migliaia di inguaribili passatisti. Che le organizzazioni malavitose erano state represse col pugno d’acciaio e non contrabbandavano spaghetti agli indigenti. Che la single-tax era stata un successo, la quota 110 aveva portato prosperità e mantenuto a galla l’Italia Futurista mentre le altre cosiddette potenze sprofondavano nelle procelle della crisi originatasi oltre l’Atlantico.

    Oppure avrebbe potuto dire la verità, e che l’ammazzassero, che gli fotteva. A venticinque anni lo avevano nominato Eccitatore Straordinario per tutta l’area del terremoto. In campana, gli avevano detto, il Capo vuole vendere Roma alla Chiesa e fare di Napoli la capitale invernale. Non possiamo avere un deserto di ruderi a un centinaio di km distanza, avrai risorse illimitate. Risorse illimitate. Aveva visto bambini morire di malaria e dissenteria in ospedali da campo. Che l’ammazzassero. Del resto non era più un ragazzino, il suo serbatoio di eccitante entusiasmo si era esaurito. Era tempo di raccattare qualche altro giovane fanatico di belle speranze e mandarlo allo sbaraglio al posto suo.

    Dal decimo piano si vedeva il cupolone. Alla fine il capo si era tenuto Roma, anche se non gli piaceva. Non aveva nemmeno sventrato la spina del Borgo per costruire quell’Arco del Futuro che all’orizzonte avrebbe fatto da ponte tra Castel Sant’Angelo e la cupola di Michelangelo, eclissandole. Aveva preferito costruire un quartiere completamente nuovo sulla Pontina, l’ennesimo tributo a quell’architetto che era morto prima di vedere come potevano diventare brutti i suoi palazzi sotto la pioggia. Non era sopravvissuto a quella guerra che aveva fatto impazzire tutti, Capo compreso.

    Sul dodicesimo pianerottolo lo aspettava l’accompagnatore, sempre più costernato. “L’ascensore in realtà funziona       me lo hanno detto solo    quando sono arrivato al quinto”.
    “Va tutto bene     non ti preoccupare     solo un piccolo trucco”.
    “Un piccolo trucco?”
    “Posso entrare?”
    L’accompagnatore si schiacciò contro la porta, che si aprì stridendo contro il pavimento. Stava cedendo un cardine. Stava cascando tutto a pezzi.

    Non solo il suo palazzo: anche Bottai sembrava invecchiato improvvisamente dall’ultima volta. Rughe, occhiaie, tutto il repertorio. Di fianco a lui, un coetaneo di Lampo vestito in borghese ostentò indifferenza al saluto militare. Scuro di capelli e di incarnato, labbra piene, un levantino. L’hanno preso a Tripoli, questo?

    “Camerata Lampo, non ti ho convocato per il rapporto”.
    Sta parlando con le virgole, buon segno. Ma potrò usarle anch’io?
    “Non credo tu abbia già conosciuto il professor Majorana”.

    Per un attimo Lampo fu tentato di porgergli la mano – si usava ancora tra borghesi? Qualcosa lo bloccò. Quel ragazzo sembrava tutto fuorché ansioso di toccare un suo simile.

    “Il professore è un fisico di fama internazionale… non fare quella smorfia, Ettore, è così. Di recente è stato nominato a capo di un progetto coperto da segreto militare. Non posso spiegarti altro. Ettore pensa che non ne sarei nemmeno capace”.

    Il professore continuava a fare smorfie e a guardarsi intorno disgustato. Lampo cominciava ad averlo in simpatia. Per arrivare al dodicesimo piano bisognava eccellere in qualcosa. La maggior parte – compreso il Lampo ventenne – eccelleva in leccaculismo. Non era, con tutte le evidenze, la specialità del professore.

    “Abbiamo bisogno di un sito per condurre esperimenti molto complessi – e potenzialmente devastanti. Il professore aveva proposto l’entroterra libico, ma al momento…”
    (I beduini ci stanno facendo il culo).
    “…non è possibile per motivi di sicurezza nazionale”.

    Così avete pensato all’Irpinia.

    “Sai cos’è l’uranio?”

    Un elemento radioattivo. Numero atomico 92. “Un dio del pantheon greco?”

    “Ottima risposta. Da te non voglio sentirne altre”.

    Che vogliono fare con l’uranio Bottai e Majorana nel meridione traboccante di futuristica gioia di vivere? Sarà senz’altro qualcosa di arricchente. Per saperlo occorrerà votare per Anno 11 dell’era futurista, che oggi se la gioca contro Il futuro non è nano, un quarto di finale che vale una finale.  Puoi cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o scrivere nei commenti che questo pezzo ti è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo massacro.

    La grande gara di spunti

    Quanto era buona Evangelina

    Benvenuti all’appuntamento serale con la Grande Gara degli Spunti! Dove eravamo rimasti? Dunque. Dovete sapere che qualche settimana fa stavano per finire i sedicesimi di finale e avevo ancora tre o quattro idee non sviluppate.

    – Cosa sarebbe successo se l’autrice della Sfumature di Grigio dopo due volumi si fosse montata la testa, e invece di scrivere fan-fiction ispirate ai vampiri di Twilight avesse deciso di scrivere una fan-fiction ispirata ai libertini di Sade? Consegnando alle lettrici impazienti un terzo volume orripilante in cui la protagonista scivolava in un vortice di depravazione e torture atroci al termine delle quali incontrava una morte orribile mentre il milionario belloccio cominciava a stalkerare qualche altra signorina ingenua? La casa editrice lo avrebbe disconosciuto, ma tanta gente lo avrebbe voluto leggere lo stesso, e ne sarebbe stata segnata per il resto della vita, ecc.

    – Una distopia su un popolo che ha perso la facoltà di comprendere l’ironia. Ogni parola che usano ha un solo significato. Un simile linguaggio è veramente praticabile? Boh.

    – Perché gli zombie moderni mangiano le persone? Quelli originali delle leggende voodoo non lo facevano. E se fosse tutta propaganda? Se fossimo noi che diamo la caccia agli zombie perché sono buoni da mangiare?

    – Una distopia naturalista-vegan. Stanno discutendo di dare il voto ad altre forme viventi. Considerano Reagan peggio di Hitler perché gli americani del XX secolo massacravano un sacco di animali e – orrore degli orrori – li mangiavano.

    Vabbe’, mi sono detto, le mescolo tutte assieme. Ci verrà fuori una schifezza, ma tanto la metto in tabellone contro una testa di serie.

    Ed eccoci qua, miei cari e stimati lettori. Il mostro di spunti tritati ha già fatto fuori due spunti promettentissimi. Che vogliamo fare? Andiamo avanti? Andiamo avanti. Dove eravamo rimasti?

    III VOLUME – EVANGELINA CAPEGGIA LA RIVOLUZIONE degli zombi contro i vegan, che però finisce malissimo. La fanteria degli scimpanzè infatti ha facile ragione di questi sfigati con gli archi e le frecce. Vengono tutti catturati, torturati e fatti in padella. Ma proprio quando sembra che Evangelina stia per morire malissimo…

    …niente, la catturano, la curano, si ristabilisce, e poi la rinchiudono in un castello coi suoi amici e torturano tutti a morte. Il terzo volume consta esclusivamente di torture prese di pacca da Justine o dalle 120 giornate. Un aguzzino ogni tanto le spiega che era tutto previsto, sin dalla sua infanzia le hanno fatto credere di essere diversa dagli altri perché volevano farle organizzare una rivolta degli zombie in grande stile e divertirsi un po’. Alla fine la tritano con un minipeamer.

    Nell’ultima scena due ricchi anziani stanno sorseggiando del soylent. “Assaggia questo, cara. È diverso, è… speciale”.

    Questo è il pezzo che avete mandato ai quarti di finale. Se la gioca contro i Catari. Fate un po’ voi.

    La grande gara di spunti, nazismo, racconti

    L’impatto ambientale del nazismo, e altre tesi interessanti

    Estat ai en greu cossirier 
    per un cavallier q’ai agut, 
    e voill sia totz temps saubut 
    cum eu l’ai amat a sobrier…

    L’incubo iniziò un paio d’anni fa. Mi sentivo così giovane e cinico. Stavo cercando di vincere una borsa di studio con un progetto che mi sembrava geniale: una proiezione distopica su un’Europa nazista di fine XX secolo. Hitler aveva vinto, ma ormai era solo un ricordo. Quello che invece non era più nemmeno un ricordo, era la storia dei popoli che aveva sterminato. Ebrei, Rom, Sinti, scomparsi da tutti i documenti. Una cosa del genere era fattibile, da un punto di vista tecnico?

    Mi ero tappato in casa per tre mesi, mi ero fatto sbloccare l’accesso a paper dimenticati di oscure facoltà della bassa Sassonia e della Cisgiordania. E un radioso mattino d’aprile ero andato a presentare il progetto al professor Arci. Avevo riempito la borsa di scartoffie più o meno pleonastiche, per darmi un tono – in realtà il grosso dei documenti era on line, ma non era escluso che il professore volesse dare un’occhiata.

    Non volle.

    (Questo pezzo potrebbe essere considerato persino offensivo se non partecipasse, come fa, alla Grande Gara degli Spunti! – prosegue la traccia di Nessuno si ricorda dei Catari Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

    “Molto interessante”, disse, con l’aria di chi guarda per la terza volta il film delle vacanze del cognato. “Ma se vuole approfondire l’argomento, c’è un lavoro che potrebbe esserle d’aiuto… credo sia dietro di lei”.

    Mi stava indicando una pila di tomi sulla mensola di fronte a lui. Una tesi in tre volumi. Il titolo sulla costa: L’EUROPA NAZISTA NEL 2000: UN’IPOTESI ECOLOGICA, mi colpì come un gancio allo stomaco. Soffocai un gemito a stento.

    “È un lavoro molto serio, l’abbiamo discusso lo scorso semestre”.
    “Cioè in pratica la mia idea… è già stata presa”.
    “Beh, sì, come tutte le idee del resto. Non faccia quella faccia. E comunque no, ora che ci penso non è proprio la stessa idea, l’autore si soffermava soprattutto sull’impatto ambientale del nazismo. L’idea centrale è: se avessero vinto, i nazisti avrebbero distrutto il loro habitat naturale più o meno di quanto abbiamo fatto noi? In altre parole: dal punto di vista della natura, chi avrebbe dovuto vincere la guerra? Una domanda molto cinica, ma anche molto interessante”.

    Ogni volta che diceva “interessante”, sembrava perdere qualche anno di vita. In uno dei WC del dipartimento c’era una sua caricatura che fissava lo scarico. Era impossibile pisciare senza leggere ogni volta la nuvoletta che diceva: “molto interessante”.

    “E la risposta?”
    “Mah”.
    “La risposta è Mah?”
    “Certo, che si aspettava?”
    “Un sì o un no”.
    “Capisco. Ma un Mah è già parecchio, considerata la domanda. Lei pensa sul serio che un dottorando possa sostenere una tesi in cui dice: sì, l’impatto ambientale del nazismo sarebbe stato inferiore a quello dell’American Way of Life, dal momento che prevedeva la reintroduzione della schiavitù e una classe media di dimensioni assai più ristrette e dallo stile di vita più spartano? Meno automobili, meno bistecche, meno campi da golf, meno monossido di carbonio…”
    “Ma le autostrade tedesche…”
    “Ottima obiezione. Hitler partì dalle autostrade. Ed era culo e camicia con gli industriali. Per cui in effetti forse l’Europa nazista si sarebbe motorizzata peggio della nostra, va’ a sapere. Quindi la migliore risposta al nostro interrogativo è: mah. Invece la tesi che dovrebbe consultare è di un paio di anni fa, la trova due mensole più in alto”.

    (STORIA DELL’EUROPA SENZA EBREI: UN’IPOTESI DISTOPICA).

    “Un lavoro mirabile”, continuò. “L’autore ha finto, con indubbio cinismo, di essere uno storico nazista alle prese col problema di cancellare le tracce di presenza ebraica in Europa dal Rinascimento in poi. Se n’è uscito con un paio di soluzioni veramente brillanti. Non credo che un nazista vero ne avrebbe trovate di migliori”.
    “Questa è… è esattamente la tesi che volevo scrivere io”.
    “Ma no, non esattamente. Lei ha menzionato anche i Rom e i Sinti, se non erro”.
    “Sì, ma…”
    “E la consiglio di aggiungere anche qualche altro dettaglio, che so, gli affetti da sindrome di Down. I nazisti avrebbero fatto perdere ogni traccia della loro esistenza, ci rifletta”.
    “Ma in generale non è che abbiamo tantissime tracce della loro esistenza, nei secoli precedenti”.
    “Già. E comunque se ricordo bene una tesi del genere l’abbiamo discussa tre anni fa…”
    “È sulla mensola più in alto?”
    “No, no. Ma non si abbatta così. Pensava sul serio di avere avuto un’idea originale sul nazismo? Tutti vogliono fare i nazisti alla sua età. È una gara a chi è più cinico. Immagino che funzioni con le ragazze”.
    “Io ero soprattutto affascinato dall’idea che la Storia si possa riscrivere”.
    “Già, beh, ripartiamo da qui. Potremmo invertire i fattori. Immaginiamo per una volta che la guerra l’abbiano vinta gli Alleati…”
    “Professore…”
    “Lo so. È esattamente quello che è successo. Ma immaginiamo che ne abbiano profittato per cancellare qualche genocidio, proprio come avrebbero fatto i nazi”.
    “Un genocidio? Ma chi avrebbero dovuto massacrare, scusi”.
    “Ovviamente non lo sappiamo. È un popolo completamente cancellato dalla nostra Storia. Le sembra assurdo?”
    “Sì, abbastanza assurdo”.
    “Ma mi stava per proporre una tesi in cui i nazisti facevano la stessa cosa”.
    “Beh, ma i nazisti…”
    “Non erano superuomini. Non avevano basi sul lato oscuro della luna. Vuole essere cinico davvero? Immagini che i nemici dei nazisti siano stronzi quanto loro. Che la storia dei genocidi l’abbiano iniziata loro, prima del Quaranta. Trovi qualche popolo svanito nelle pieghe della Storia, che so, i Circassi”.
    “I circassi sono stati massacrati dallo Zar”.
    “Ah davvero? Va bene, s’inventi un popolo. Gli iperborei. Una minoranza etnica da qualche parte in Europa”.

    La strana filastrocca di mia nonna mi tornò in mente in quell’esatto momento.

    “Gli occitani”.
    “Perché no? Salvo il piccolo particolare che esistono ancora, e quindi non possono essere stati sterminati”.
    “Quelli che esistono ancora hanno rimosso. Sono stati sterminati i loro… i loro nemici di sempre”.
    “Questo è interessante”.

    Lo disse con un tono completamente diverso.

    “Gli occitani di fede catara”, continuai.
    “A quelli ha pensato l’Inquisizione, no? Nel tredicesimo secolo”.
    “Questo è quello che ci hanno fatto credere”.
    “Ecco. Questo è davvero interessante”.
    “In realtà erano sopravvissuti. In alcune roccheforti tra le Alpi e i Pirenei”.
    “E poi?”
    “E poi… la Guerra dei Cent’Anni”.
    “Saranno stati dalla parte degli inglesi”.
    “E poi con gli ugonotti”.
    “In realtà una buona parte di quelli che chiamiamo “ugonotti” erano Catari”.
    “E la Rivoluzione francese?”
    “Erano girondini ovviamente. Ma in Vandea esagerarono”.
    “C’è una tesi sull’argomento che posso consultare?”
    “No, che io sappia. Nessuno dei miei studenti mi ha mai proposto una tesi del genere”.
    “Dovrebbe proporgliela”.
    “Già, sarebbe finalmente qualcosa di diverso”,
    “Di interessante”.
    “Ci pensi su. La vedrei volentieri la prossima settimana”.
    “Non sapevo che ricevesse anche la prossima settimana”.
    “Non lo sa nessuno. E se lo tenga per lei”.

    Il mio incubo iniziò così.

    …ara vei q’ieu sui trahida 
    car eu non li donei m’amor, 
    don ai estat en gran error 
    en lieig e qand sui vestida

    Se vuoi proseguire in questo futuro distopico in cui i nazisti hanno perso contro nemici persino più stronzi di loro, assumitene le responsabilità e vota per L’impatto ambientale del nazismo, che oggi si batte ai quarti contro quella schifezza zombovegetariana. Puoi cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o scrivere nei commenti che questo pezzo ti è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
    La grande gara di spunti

    Le domande più frequenti sul mondo dei procioni

    1. Dobbiamo avere paura di loro?

    No. Vivevano a un migliaio di anni luce da noi. Si sono estinti prima di captare o decifrare le nostre prime trasmissioni.

    2. Se si sono estinti, perché ogni giorno ci arrivano nuove trasmissioni?

    Sono i programmi che loro inviavano nello spazio circa un migliaio di anni fa. Sappiamo che hanno smesso di mandarceli, ma ne riceveremo ancora per un secolo o più.

    (Questo pezzo non avrebbe molto senso se non partecipasse, come fa, alla Grande Gara degli Spunti! – prosegue la traccia di La fine del mondo dei procioniSe vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

    3. Come facciamo a essere sicuri che si siano estinti?

    Abbiamo captato perturbazioni negli sciami tachionici che…

    4. Eh?

    Ok. Tutte le informazioni che ci arrivano dal loro pianeta viaggiano alla velocità della luce. C’è una sola particella che riusciamo a percepire anche se viaggia a velocità superiore, e si chiama tachione. Gli sciami di questi tachioni ci portano informazioni di qualche secolo più recenti rispetto alle loro trasmissioni televisive. E non sono informazioni buone.

    5. Cosa potrebbe essere successo?

    Non è che i tachioni ci possano dire tanto, ma di solito perturbazioni del genere ci arrivano da stelle che stanno per esplodere o collidere. Anche se la loro stella non sembrava così instabile. Quindi in effetti non sappiamo cosa sia successo, ma sappiamo che dev’essere stato un disastro per tutto il loro sistema stellare.

    6. Qualche procione potrebbe essere sopravvissuto, magari in una stazione spaziale o su un altro Pianeta…

    Ho detto: tutto il loro sistema stellare. Se esplode la stella, non sopravvive un bel niente.

    7. In un’astronave uscita dal loro sistema…

    Tieni conto che noi umani, con tutta la nostra tecnologia, non siamo ancora riusciti a portare un uomo più in là della Luna. Per uscire dal loro sistema avrebbero dovuto iniziare a programmare la missione secoli prima, e dalle trasmissioni che riceviamo non ci risulta. Quindi è molto improbabile che siano riusciti a uscire dal nostro sistema.

    8. Quanto improbabile?

    Ti do una possibilità su diecimila.

    9. Quindi sono tutti morti al 99,99%.

    Sì.

    10. Dev’essere successo un bel casino. Potrebbero essere stati loro?

    La prima risposta che mi viene è: no, perché avrebbero dovuto fare qualcosa di così stupido?

    11. Anche noi umani siamo stati a un passo dall’autodistruzione, con gli ordigni nucleari e coi gas serra.

    Ma alla fine siamo ancora qui. E comunque si parla di una catastrofe di proporzioni immensamente più grandi. Quindi dovrei dirti di no: oltre a non avere nessun motivo plausibile, non avrebbero mai potuto avere l’energia sufficiente.

    12. E invece?

    Per quanto sia folle, non possiamo del tutto escludere questa possibilità. Vedi, abbiamo davanti a noi due eventi eccezionalmente rari. Un sistema solare che ospita forme di vita e intelligenza, e una stella che esplode o comunque perturba i tachioni in modo molto strano. Possibile che non siano in qualche modo correlati?

    13. Riusciremo mai a capire cos’è successo?

    Da qui a cento, duecento anni cominceremo a captare le trasmissioni in cui loro si accorgono che qualcosa non va – e forse così capiremo. Prima è impossibile sapere.

    14. Torniamo alle loro trasmissioni. Perché inviavano nello spazio cose tanto stupide? Telenovelas e festival canori? Non avevano niente di più interessante da offrire alla Galassia?

    Ci sono un paio di equivoci. Primo: quelle che noi abbiamo subito identificato come “telenovelas”, non sono affatto stupide – quello che le rende così ridicole ai nostri occhi è dovuto soprattutto allo straniamento di vedere procioni in pose melodrammatiche. Abbiamo diversi elementi per ritenere che in realtà si tratti di materiale di alto interesse culturale per i procionidi, qualcosa di simile all’epica omerica o alle tragedie shakespeariane. Se loro avessero potuto vedere degli ominidi del XXI secolo recitare Shakespeare (ma non possono), probabilmente li avrebbero trovato demenziali. Anche i festival canori in realtà sono qualcosa di vagamente equiparabile alla nostra opera lirica.

    Secondo equivoco: telenovelas e festival non sono che una minima parte delle trasmissioni che abbiamo ricevuto – ma sono state tra le prime che siamo riusciti a decifrare, e soprattutto quelle che hanno avuto una straordinaria popolarità sulla Terra. Gran parte delle trasmissioni erano a contenuto più ‘serio’, e proprio per questo molto meno decifrabile (stiamo facendo grossi passi avanti con i programmi didattici riservati ai cuccioli, che però l’Agenzia preferisce non divulgare per i contenuti piuttosto impressionanti – la pedagogia procionide è radicalmente diversa dalla nostra).

    15. Perché le loro canzoni sono così orribili?

    Ci perdiamo tutti gli infrasuoni. Ora stiamo provando ad abbassare tutto di diverse ottave, e poi accelerare senza aumentare la frequenza. Secondo alcuni dovremmo riuscire a percepire le canzoni come le percepivano loro. Ne ho ascoltato un paio giusto ieri.

    16. Come sono?

    Ancora orribili. Probabilmente ci sono cose che non abbiamo ancora capito.

    17. Come spieghi il fenomeno del prock?

    È tutto un equivoco. I ragazzi ascoltano suoni distorti e privi di tutti gli infrasuoni, si convincono che quella sia la musica dei procionidi, si mettono a rifarla con gli strumenti umani, e dopo un po’ qualcuno – dotato di un gran masochismo, come accade spesso nelle comunità giovanili – comincia ad apprezzarla. Evidentemente c’era in giro un gran bisogno di input nuovi, ma ti garantisco che se un procionide di Brahe sentisse un pezzo prock non ci capirebbe nulla.

    18. Ma è vera questa cosa della stagione degli amori?

    Non sappiamo quanto sia vera e quanto ritualizzata o drammatizzata. Partiamo da un presupposto: la vita quotidiana dei procionidi è molto diversa da quella che mostrano nelle loro trasmissioni. I procionidi ‘veri’ non vivono nelle foreste – anche se la loro architettura cerca di ricreare spazi simili. Hanno un pelo molto meno folto e indossano quasi sempre vestiti. Effettivamente hanno un mese di vacanza in primavera che è consacrato ai rituali dell’accoppiamento, ma secondo la maggior parte degli esperti si tratta solo di un retaggio culturale.

    19. Aspetta. Mi stai dicendo che i procioni si vestono?

    Nelle zone temperate sono vestiti per la maggior parte del tempo.

    20. Ma in tv sono sempre nudi!

    È una convenzione. Noi umani ci trucchiamo quando andiamo in tv. Loro si spogliano – in certi casi abbiamo la sensazione che alcuni indossino pellicce. C’è un nesso forte tra qualità del manto e carriera nel mondo dello spettacolo – insomma in tv ci va solo chi ha un manto fuori dal normale. Gli altri si vedono di rado. E tieni sempre conto che il modo in cui usano loro la tv è leggermente diverso dal nostro: per loro serve a trasmettere una visione ideale del mondo, non a specchiare la realtà.

    Se vuoi andare avanti e scoprire cosa abbiamo capito della pornografia procionide (non molto), muovi quelle zampette e vota per Le domande più frequenti sul mondo dei procioni, che oggi si batte ai quarti contro Il notebook del nonnoPuoi cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o scrivere nei commenti che questo pezzo ti è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.

    La grande gara di spunti

    Il notebook del nonno

    Alcuni amici del nonno si erano trattenuti nella camera ardente oltre le undici. Arno non aveva trovato le parole giuste per congedarli. Alla fine era stata sua madre, esausta, a stringere loro le mani un’ennesima volta e a spingerli fisicamente verso la porta.

    “Ora andrò a letto”, annunciò, dopo averla richiusa. “E anche tu dovresti”.
    “Potrei tornare al campus”.
    “A quest’ora? Che assurdità. Domattina devi essere di nuovo qui. Dormirai qua sopra”.
    “Nella sua stanza?”
    “L’ho preparata oggi”.
    “Ma è la sua stanza”.
    “Ti spaventa? Non ci dormiva da mesi. C’è anche un notebook, se vuoi lavorare”.
    “Sarà protetto”.
    “La password è scritta sul coperchio”.

    (Questo pezzo  partecipa alla Grande Gara degli Spunti! – prosegue la traccia di Tutto quello che sai è veroSe vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

    Arno in realtà non aveva nessuna intenzione di “lavorare”. Aveva in testa un lungo messaggio da inviare a Viole – composto mentalmente nelle ore in cui era rimasto in quella stanza, a fare arredamento. Ma l’idea di scriverlo sullo strumento del nonno lo ripugnava.

    Per quanto fosse una buona macchina. Dieci terabyte di memoria fissa. Processore di ultima generazione – per “ultima” si intendeva quella realizzata ottant’anni prima, che in teoria aveva raggiunto il limite atomico di miniaturizzazione. Da lì in poi la ricerca e l’industria si erano concentrate su altri aspetti – la robustezza, il risparmio energetico. L’Olidata del nonno di Arno aveva un’autonomia di una settimana. La marca era l’unico dettaglio un po’ originale, una concessione alle origini italiane del nonno. Arno conosceva vagamente la storia dell’Olivetti, e sapeva che di italiano quella macchina aveva soltanto il nome. Ma per quanto poteva ricordarsi, sapeva che il nonno aveva sempre usato prodotti Olidata. Era peraltro impossibile che quello fosse il modello su cui da piccolo gli aveva mostrato i primi cortometraggi Pixar – uno dei ricordi più vividi della sua infanzia. Ma era più o meno lo stesso modello. Lo stesso che attendeva Arno sulla sua scrivania al campus. Si distrasse un attimo a contemplare la pergamena della laurea. Scienze della comunicazione. Come sua madre. Come lui. Stessi gusti, stesse scelte, stessi risultati. Ottenuti battendo gli stessi tasti degli stessi notebook.

    La password era ___ARNO___33

    La lacrima che non era riuscito a esibire per tutto il giorno scese in un attimo, senza preavviso. A quel punto doveva entrare. Immaginò che si trattasse di un account per gli ospiti, senz’altro suo nonno non lasciava spalancato il suo computer su… no. Il desktop era pieno di appunti. Il più recente era di quattro mesi prima, quando era andato in clinica per una visita di controllo e… e non l’avevano dimesso più.

    Una spia avvertiva che era disponibile l’ultimo film ordinato: Terminator 2. Arno sorrise, la vecchia saga di Schwarzenegger era una passione comune in famiglia. Arno ricordava diversi reboot e sequel, ma non aveva mai visto uno dei film originali, finché non era uscito nelle sale quattro mesi prima, in un edizione restaurata per il Bicentenario. Era stato indeciso se portarci la madre o Viole, alla fine aveva scelto Viole. Pessima scelta, lei preferiva Stallone.

    “Ma hai mai veramente visto un film di Stallone?”
    “No, ma mi piace il franchise”.

    La Fox continuava a fare uscire film su Rambo e Rocky, interpretati da attori che assomigliavano all’originale. “Stallone” era diventato un genere, apprezzato anche da chi ignorava l’origine del nome. Mentre pensava a tutto questo, Arno continuava a sfogliare sovrappensiero il notebook del nonno. Doveva ormai aver dimenticato che non era il suo, perché a un certo punto digitò sul browser le prime lettere del blog di una pornostar che consultava pigramente a tarda ora, nel dormitorio. Era una specie di buonanotte che si concedeva al termine dei giorni più difficili.

    Fu questione di un istante. Non digitò più di due lettere: B,R.

    Il browser completò l’indirizzo in automatico.

    Brigid@Love non aveva aggiornato il blog. In compenso Arno aveva scoperto di avere un’altra cosa in comune col nonno. Va bene, e quindi? Doveva sentirsi scandalizzato? Turbato? O commuoversi per tanta familiarità? Tutto era in realtà spaventosamente normale. Arno amava gli stessi film del nonno, aveva studiato le stesse cose del nonno, usando gli stessi strumenti del nonno. Arno era suo nonno. Così andavano le cose, così dovevano andare.

    Ma non era sempre andato così. Secoli prima era esistito un processo tecnologico. C’erano state epoche di intensa elaborazione creativa. Un decennio in cui non c’era ancora Rambo, e poi improvvisamente era arrivato Rambo, e all’inizio nessuno probabilmente si rendeva conto di trovarsi di fronte a qualcosa che avrebbe continuato a riempire le sale per secoli. Cosa era successo. Cosa stava succedendo.

    Arno aveva studiato la storia dei supporti musicali, e conosceva bene la particolarità del supporto fisico più amato, il disco in vinile: ogni facciata del disco conteneva la musica su una traccia a spirale. Il disco veniva fatto ruotare su un piatto; la puntina leggeva il solco dall’esterno verso l’interno. Arno aveva sentito dire che certe puntine difettose, specie verso la fine, si incantavano sullo stesso solco, ed era così che era nato il concetto musicale di loop. Arno aveva la sensazione di trovarsi in un loop del genere: tra poche ore avrebbe assistito al suo stesso funerale.

    Divertente, no? Beh, se è il tuo genere di divertimento, cosa aspetti a votare per Il notebook del nonno, che oggi se la gioca contro Le domande più frequenti sul mondo dei procioni? Puoi cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o scrivere nei commenti che questo pezzo ti è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.

    guerra, La grande gara di spunti, memoria del 900

    La ritirata di Berto

    “Torno a Majano con l’autoblindo il mattino del 30 ottobre. Gli austriaci se l’erano ripresa nottetempo. Avevano 6 pezzi mitragliatrici montate su biciclette”.
    “Su biciclette”.
    “Almeno tre in riga, stupidamente scoperte. Procedo in retromarcia e le punto con la mia mitragliatrice di culo a 50 metri di distanza. Una raffica e la mitragliatrice austriaca al centro è rovesciata. Vedo sollevarsi il mitragliere che era coricato dietro pancia a terra e tentare di alzarsi. Ha nel petto e nel ventre un buco enorme squarciato di 30 cm che schizza sangue a fiotti, a rivoli, destra, sinistra, inondando la strada piena d’acqua, che si arrossa tutta…”

    (Questo pezzo riprende Fiume 1920, che si è qualificato agli ottavi della Grande Gara degli Spunti. Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 


    Al bar il comandante teneva banco con la storia della sua ritirata del Friuli – un’anabasi di epici conflitti a fuoco. Berto gliel’aveva sentita raccontare una dozzina di volte, sempre più fiorita di dettagli vividi, sempre più simile a un’avanzata vittoriosa. Non era del resto il solo, tutti avevano il loro aneddoto su Caporetto. Era curioso. Quel che era successo nel maledetto ottobre del 1917, per un anno nessuno aveva voluto raccontarlo. Tutta questa memorialistica da locanda, da bar, da caffè concerto, ci aveva messo almeno un anno a incubare. E adesso tutti avevano la loro storia.

    “Il mitragliere morto impigliato sanguinosamente nel suo trepiede è schiacciato dalla mia blindata che passa sopra. L’altro tira pancia a terra. Ho le gomme sfasciate. Il mio sergente automobilista lo insegue e lo pugnala contro la porta chiusa d’una casa. Le altre 3 mitragliatrici che ci bersagliavano nascoste nel granoturco sulla destra tacciono. Il capitano del battaglione di fanteria è colpito a terra e cade morto….”

    Solo a Berto non toccava nessuna storia. Lui a Caporetto si era messo in coda, semplicemente. All’inizio non si era nemmeno reso conto di dove stavano andando – era nuovo del fronte e non capiva quanto fosse eccezionale tutto quello che gli succedeva intorno. Solo dopo un paio d’ora, quando avevano superato un carro di profughi impantanato, e il sergente si era lasciato sfuggire una bestemmia in una varietà di lombardo mai udita prima. Sergente ma che succede, dove ci mandano?

    “Ma non hai capito, gnàro? Abbiamo perso la guerra. A casa ci mandano”.

    Detta da lui, non era sembrata una buona notizia; a Berto però si era gonfiato il cuore, in quel momento, e da allora non riusciva a pensarci senza vergognarsene. Perché mentre quel metro e sessanta di sergente veterano tratteneva le lacrime per tre anni di battaglie sull’Isonzo mandati a puttane da quattro traditori infami, tre anni inutili a marcire in trincea mentre qualcuno a casa vendemmiava il suo e gli metteva incinta la figlia, Berto si era improvvisamente visto a casa, tutto intero, pronto per fidanzarsi a Natale e sposarsi entro Pasqua, senza che nessuno potesse permettersi di dirgli niente. In guerra non c’era andato? Appena era stato abbastanza grande da imbracciare il Novantuno. Mica era colpa sua se nel frattempo era finita. E Trento? E Trieste? Sarebbe stata per un’altra volta. Era senz’altro terribile perdere una guerra, ma almeno per un istante Berto ricordava di aver calcolato quanto gli convenisse.

    Lo stesso pomeriggio aveva di nuovo incrociato Martone. Portava un fez verde mai visto, e coi suoi colleghi andava nella direzione contraria. Camerati buonasera! noi si va a Trieste! Nessuno rispondeva. Solo il sergente aveva reagito.
    “Cosa dicono questi scriteriati”.
    Martone si era voltato, mostrando un ghigno che Berto conosceva (gli immaginava lo stesso ghigno addosso mentre rigirava coltelli tra le vertebre dei crauti).
    “Non ha sentito le novità signor sergente? La Terza Armata ha sfondato. Sono a Trieste, adesso”.
    “Ma dove Trieste. Ma fatemi il piacere. Se volete andarvi ad ammazzare, almeno non raccontate storie ai ragazzini”.
    “Allora se non le dispiace sergente io vado”.
    “Chi vi ha dato l’ordine?”
    “Non lo so, io seguo i miei?”
    “E io non sono il tuo superiore, quindi vatti pure a farti inculare dove ti piace”.
    “Berto tu vieni?”

    Berto si era immobilizzato. Prima gli avevano detto che la guerra era finita e persa. Poi vinta. Adesso gli offrivano un po’ di gloria e lui non sapeva più cosa provare.

    “Gnàro, se fai solo per seguire questo malmaturo ti fucilo seduta stante. Alle spalle”.

    Il sorriso di Martone si era appena incurvato. “Sergente io e voi a fine guerra abbiamo un appuntamento”.
    “Va bene, vediamo chi ci arriva”.

    Il sergente era morto un mese prima della vittoria, Martone si nascondeva da qualche parte nel Carnaro. La storia della liberazione di Trieste – Berto aveva saputo poi – era una bufala messa in giro dagli austriaci.

    Se il baldo furor giovanile non ti manca, orsù, vota con entusiasmo questo spunto che compete con. Il mondo dei non-ancora-nati. Metti Mi piace su facebook, o esprimi il tuo ardimento nei commenti in calce al pezzo. Eja, carne del Carnaro! e arrivederci ai quarti di finale.

    cristianesimo, La grande gara di spunti

    Il mondo dei non-ancora-nati

    “Provo a spiegartelo come fece lui con me, d’accordo? Pensa all’Odissea”.
    “Ci penso”.
    “Libro XI”.
    “Il viaggio nel mondo dei morti”.
    “Bravo”.
    “Beh, è l’Odissea, la sanno tutti”.
    “Lui per esempio no”.
    “Non conosceva l’Odissea?”
    “Sì, ma non ricordava che libro fosse. Diceva che nel suo mondo di libri come l’Odissea ce n’erano tantissimi e non c’era tempo per ricordarseli a memoria. Diceva così. Comunque, nell’Odissea c’è un vivo che viaggia nel mondo dei morti”.
    “Sì, ma è una storia, cioè anche i Greci mica ci credono, la raccontano per divertirsi”.
    “Non importa. Immaginati la cosa. Immagina che un vivo possa viaggiare nel mondo dei morti. L’hai immaginato?”
    “Certo”.
    “Adesso pensa al contrario”.
    “Un morto che viaggia nel mondo dei vivi?”
    “Sì. Cioè no. Non proprio. Prova a pensare a tre mondi invece che due. I morti, i vivi e…”
    “E cosa? O si è morti o si è vivi”.
    “I non-ancora-nati”.
    “Ma non esistono”.
    “Neanche i morti per quel che sappiamo. Li hai visti?”
    “Ma…”
    “Hai mai forse visto Giasone? Giuda Maccabeo? Tuo trisnonno? Non ci sono più. Puoi immaginare che siano in un altro mondo, ma in questo non ci sono più, d’accordo? Quindi, se puoi immaginare un mondo dove esistono, puoi anche immaginarne uno in cui esistono quelli che non sono ancora nati, no? Non è poi così difficile”.
    “Che sia esistito Giasone non saprei; sul Maccabeo ho già meno dubbi, quanto a un mio trisnonno, deve essere esistito per forza. Ma quelli che devono ancora nascere, nessuno li ha mai visti, nessuno li ricorda, come posso…”
    “Ti devi fidare, perché lui veniva da là. Dal mondo dei non-ancora-nati, quelli che i latini chiamano posteri“.

    (Questo pezzo è il seguito di Lo spaziotempo in aramaicoche si è qualificato ai quarti di finale della Grande Gara degli Spunti. Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 


    “Cioè il Nazareno… non è ancora nato?”
    “Verrà tra mille e più anni”.
    “Eppure è già morto”.
    “Viveva in quel mondo, ed è venuto nel nostro. Sperava di riuscire a tornare indietro, ma non è stato possibile”.
    “E questa cosa l’ha detta solo a te?”
    “No, l’ha detta a tutti, migliaia di volte, nelle pubbliche piazze. Ma nessuno capiva, lui si scaldava, ma niente da fare. Più cercava di spiegarla, più si metteva nei guai. Lui cercava di fare esempi concreti, ma aveva questa difficoltà, che mentre è facilissimo citare una persona illustre già esistita, non esistono posteri già famosi tra noi. Per dire, se fosse venuto dal mondo dei morti, avrebbe potuto proclamare: io vengo dal medesimo luogo di Giasone! o del Maccabeo! Li conosco! Ecc. Ma venendo dal mondo dei non-ancora-nati, chi poteva citare?”
    “Una sola persona”.
    “Certo che tu capisci al volo”.
    “Il Messia degli ebrei”.
    “È l’unico non-ancora-nato che tutti si aspettano. L’unico concetto che si avvicina a quello che lui chiamava “futuro””
    “Così un bel giorno deve aver detto…”
    Io non sono di questo mondo. Vengo dal mondo donde viene il Messia!
    “E qualcuno ha equivocato”.
    “A quel punto l’equivoco faceva già comodo a molti. Aggiungi che lui il Messia diceva di averlo conosciuto”.
    “Ah sì?”
    “Non di vista, no. Dice di essere vissuto almeno un millennio più tardi, ma che ai suoi tempi il Messia è adorato come un Dio, e su di lui sono stati scritti nuovi libri della legge”.
    “Interessante. E… non gli è mai venuto in mente di sostituirsi a lui?”
    “Che cosa?”
    “Di dire e fare le cose del Messia, in anticipo su di lui. Di rubargli il posto, insomma”.
    “È quello che tu avresti fatto al suo posto, immagino”.
    “A chi non verrebbe in mente, andiamo”.
    “Lui era diverso. Il suo piano originale era aspettare che il Messia si manifestasse e farlo fuori”.
    “Per sostituirsi a lui?
    “No, per evitare che il Messia facesse proseliti. Diceva che a millenni di distanza, nel mondo dei posteri, la gente soffriva ancora a causa di quello che aveva fatto il Messia”.
    “Voleva contrastare la volontà di Dio?”
    “Non credeva in Dio… non nel nostro, perlomeno”.
    “E allora come poteva credere nel Messia?”
    “Questa era la tipica domanda che lo faceva infuriare. Stolto, ma è possibile che non capisci, non hai orecchie per intendere? Era insopportabile certe volte. Ci trattava tutti come se fossimo bambini”.
    “Mentre era il contrario”.
    “Cosa?”
    “Stavo pensando. Se lui veniva dal mondo dei non-ancora-nati, noi eravamo tutti molto anziani per lui, e lui era il bambino. Avrebbe dovuto trattarvi con infinito rispetto”,
    “Lui non la vedeva così. E ormai troppa gente gli stava attorno, e non importa cosa dicesse o facesse: credevano in lui. A un certo punto si mise a dire e fare cose assurde, e quando gliene chiedevo il senso, mi rispondeva: visto che mi credono il Messia, sto facendo il contrario di quello che faceva lui. Per esempio, lui si farà chiamare figlio di Dio, ebbene, io dirò a tutti che sono solo il Figlio dell’Uomo”.
    “Ma al Sinedrio l’hanno accusato proprio di farsi chiamare…”
    “Lo vedi? Era inutile. Da un certo momento in poi smise di guarire la gente. Scappò nel deserto, la gente lo seguiva anche lì. Allora se ne tornò a Gerusalemme. Voleva farla finita. Una volta mi pregò di ammazzarlo”.
    “E tu l’hai esaudito”.
    “È più complicata di così”.

    Se vuoi sapere quanto è complicata, puoi continuare a sostenere questo spunto, che oggi se la gioca contro Fiume 1920. Puoi fare le solite cose: mettere Mi piace su facebook, o esprimerti nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

    La grande gara di spunti

    REPLAY: I procioni contro tutte le ex

    Come forse qualcuno avrà già saputo, in questo blog stiamo facendo un piccolo giochino, un torneo alla buona, che oggi entra nei quarti di finale. (Qui c’è un post col tabellone) (Qui c’è il tabellone vero in un foglio di google, coi risultati più aggiornati).

    Gli ottavi di finale sono ancora sostanzialmente aperti, tranne quello che si disputerà oggi: nel senso che se qualcuno vuole ancora dare voti nei commenti o su facebook, si faccia avanti. In particolare c’è uno scontro che si è concluso in sostanziale parità, ed è quello tra i procioni e tutte le ex.

    A questo punto si fa il replay, come in Coppa d’Inghilterra: ovvero vi chiedo di rivotare qui sotto per lo spunto che più vi piace e vi convince. Se volete votare per i procioni, propongo che scriviate “PROCIONI”. Se invece volete uccidere le ex, “UCCIDI LE EX” (in quest’ultima eventualità, non dovrebbe esservi attribuita nessuna complicità in sede processuale) (credo).

    Ovviamente in questo caso se mettete “mi piace” su Facebook non vale: anche laggiù, vi toccherà scrivere “PROCIONI” o “UCCIDI! UCCIDI!”, o qualche formula consimile. Spero di aver fugato tutti i dubbi.

    Per chi non li avesse letti, gli spunti erano questi (al primo turno)…

    La fine del mondo (dei procioni)

    Qualcuno sta uccidendo le mie ex

    …e questi (al secondo turno):

    Cosa ci insegnano i procioni

    Qualcuno continua a uccidere le mie ex (e io non ho un alibi).

    Grazie per l’attenzione e arrivederci ai quarti di finale (oppure a settembre, per chi non ne può più).

    La grande gara di spunti, repliche

    Proemio

    Era Carola una giovane di nobili natali a cui la Natura, così parca abitualmente, così prudente nel dispensare i suoi doni ai mortali, aveva viceversa profuso un’avvenenza e un fascino senza pari: e tutto questo senza volerla sprovvista di un’intelligenza acutissima e viva, e di quel buon senso senza il quale tutte le altre doti e talenti non sono che spinte scomposte in ogni direzione, che tirandoci di qua e di là non ci portano veramente in nessun luogo, incatenandoci viceversa ai nostri fallimenti, quando non sono talmente violente da dilaniarci. Non così per Carola, la quale, al culmine di una carriera ricca di soddisfazioni professionali, dopo essere stata lungamente corteggiata da uomini d’arte e di potere, aveva preso in isposo il Presidente di un reame ricco e potente, il cui popolo l’amava e invidiava con alternante intensità.

    Un giorno, mentre nel Palazzo presidenziale ella disbrigava gli affari correnti, gettando uno sguardo distratto a una finestra invasa da un cielo insolitamente sereno, Carola si sentì pungere dal cocente desiderio di rivedere la sorella maggiore, con cui madre Natura non era stata meno generosa, e che aveva sposato l’anziano Presidente del reame confinante. Senza indugio ordinò che fossero preparati i bagagli, e si avvertisse l’augusto marito che sarebbe stata assente tutta la settimana. Ma poi, quando già il convoglio presidenziale era a un buon punto sulla strada dell’aeroporto, si accorse di aver dimenticato una spilla che Verola, la sorella maggiore, le aveva regalato in occasione del suo matrimonio, e che nel trasporto degli addii aveva giurato di portare sempre con sé (ma poi aveva chiuso nel penultimo cassetto a partire dal basso del terzo comò della seconda cabina armadio). Ordinato dunque agli autisti e alla scorta un repentino dietrofront, Carola giunse al palazzo presidenziale ben oltre l’ora del tramonto: credette tuttavia che introducendosi con discrezione nei suoi appartamenti non avrebbe disturbato il diletto marito, il quale era solito lavorare fino a tardi ai suoi decreti nella sala del consiglio. Quale fu dunque lo stupore della povera Carola, quando, penetrata nell’alcova presidenziale, vi trovò il coniuge abbrancato a una robusta domestica circassa?

    (Questo pezzo era l’inizio originale delle 1+2+3+4+5+6 notti, che si è qualificato agli ottavi della Grande Gara degli Spunti. Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

    Sconvolta da ciò a cui il suo cuore non voleva credere, e di cui pure i suoi occhi non potevano negarle la visione, nulla seppe fare nell’orgasmo del momento, fuorché chiudere la porta sulla scena penosa e grottesca insieme, ripartendo nottetempo senza far parola con nessuno di quanto visto e sentito, e senza aver recuperato la spilla fatale. L’episodio non cessò tuttavia di tormentarla per tutta la durata del viaggio. “Non è tanto il tradimento” (pensava, dibattendosi sulla poltroncina di prima classe) “in somma, siamo uomini e donne di mondo, ma proprio sul nostro talamo nuziale? E il mio aereo non era nemmeno partito! Che razza di uomo è mio marito? Vi è mai stato qualcuno al mondo meno provvisto di rispetto per sé stesso, per la carica che ricopre, e per me? E vi è mai stata al mondo moglie di presidente più vilipesa?”

    Di un simile tenore erano ancora i suoi pensieri quando finalmente fu ricevuta da Verola, la quale, pur nell’allegrezza per l’incontro lungamente agognato, non impiegò molto tempo ad accorgersi che un’ombra ostinata di malinconia raffreddava l’umore della sorella adorata. Ma per quanto ripetutamente le chiedesse il motivo di questa tristezza, non ebbe da Carola che vaghe risposte sull’insostenibile vanità degli uomini e blablà. “Non vuoi veramente saperlo, sorella: contentati di riconoscere in me la più triste e insultata delle donne”. Andarono avanti così per due o tre giorni, dopodiché Verola, molto presa dalla sua agenda istituzionale, dovette recarsi da qualche parte a tagliare un nastro o consegnare un premio. “Sorella diletta”, le disse allora, “nel tempo che hai trascorso qui tra noi non hai ancora visitato i giardini presidenziali, luogo di delizie se mai ve ne fu uno in questo Reame. Ora che debbo assentarmi per qualche giorno, te li raccomando fortemente: chi sa che una breve passeggiata nell’ora del crepuscolo, quando spira una lieve tramontana e il sole all’orizzonte incendia le nubi più basse e lontane, non possa in qualche modo lenire le tue pene segrete”. “Ci credo poco, mia cara sorella; comunque grazie”, le rispose Carola, e proseguì a soffiarsi il naso. L’indomani, tuttavia, ella si recò davvero nei giardini, dove ebbe modo di verificare che né gli esemplari botanici unici al mondo, né i cespugli dalle forme bizzarre e favolose, né i leggiadri getti d’acqua avevano il potere di rimettere in sincrono il suo cuore intermittente.

    Immersa in pensieri di disprezzo e vaghi propositi di vendetta, Carola non aveva prestato attenzione al trascorrere del tempo: grande fu perciò il suo stupore quando – il sole stava per calare – vide entrare dal lato opposto del giardino una trentina e più di servitori provvisti di torce, al centro dei quali distinse una sagoma tracagnotta nella quale riconobbe immediatamente il Presidente marito di sua sorella, che pure sapeva in missione all’estero. Incuriosita dalla situazione, ma tutt’altro che ansiosa di farsi riconoscere dall’ospite di cui non apprezzava i modi un po’ villani, né l’umorismo greve, si nascose dietro un cespuglio, verso il quale tuttavia il gruppetto convergeva: sicché la prudente Carola poté osservare la scena che qui sotto racconto quasi come se vi partecipasse.

    Man mano che vedeva i servitori avanzare ignari verso di lei, scopriva che si trattava piuttosto di servitrici: alcune nella livrea della Presidenza, altre fasciate da un’uniforme di crocerossina che appariva tuttavia troppo stretta per risultare pratica; altre le si sarebbe dette, dalla divisa ugualmente discinta, agenti delle forze della pubblica sicurezza o delle forze armate; altre ancora, e non erano le più coperte, vestivano in borghese, e dall’acconciatura o dalla montatura degli occhiali si sarebbero dette istitutrici, se il trucco pesante e le movenze non avessero smentito questa prima impressione nel modo più spettacolare. Tutte quante apparivano poi troppo giovani per le professioni che i loro costumi denunciavano, e per qualsiasi altra professione che non fosse illegale ed esecranda; e tuttavia Carola, da donna di mondo quale in effetti era, non poteva negare una certa dose di professionalità ai loro movimenti (che del resto non rimasero impediti dai vestiti per molto tempo ancora). In mezzo a loro, rosso e tronfio, troneggiava il Presidente marito di Verola, come un fiore che non smettesse di attirare a sé farfalle e api danzanti e frementi; anche se Carola trovava più congruo pensare a una piccola pallina di sterco di cervo o cinghiale, rinvenuta in mezzo al bosco durante una battuta di caccia e sfiorata e baciata da cento moscerini e parassiti.

    Capita a volte anche al più giudizioso degli automobilisti di non riuscire a distogliere lo sguardo da un catastrofico incidente avvenuto nella corsia contigua: vuoi per quella morbosa curiosità che ci suscitano gli orrori, vuoi per la torva soddisfazione di non farne parte. Similmente, per quanto trovasse ripugnante e osceno lo spettacolo che si dipanava dinanzi a lei, Carola non trovava modo di saziarsene gli occhi. Ad animarla non era certo un lubrico interesse per gli amplessi, il cui ritmo artificialmente sostenuto conosceva fin troppo bene, quanto un senso di distacco, che man mano che la serata andava avanti si impadroniva sempre più del suo cuore. “Ecco dunque”, si diceva, “un uomo che un tempo fu ambizioso e capace di ogni impresa, e oggi è potente e anziano, ricco di ogni cosa al mondo fuorché di giorni da vivere; che realmente potrebbe realizzare ogni suo residuo desiderio: e quello che desidera a quanto pare è essere lo zimbello di giovinette fatue e inconsistenti, parassiti persino troppo piccine per succhiare realmente, intendo per saper trovare la vena giusta. Cosa può trovarvi in loro, di paragonabile ai trionfi dei suoi giorni più verdi? E che fine ha fatto la sua esperienza del mondo, che lo soccorse in cento e più battaglie e rovesci di fortuna, e ora lo abbandona ai capricci di una scolaresca ginnasiale? Come può non rendersi conto che fingendo un vigore impossibile non si prende gioco del Tempo, ma si rende suo zimbello? Ma è dunque questo il destino dei più dotati fra gli uomini: lottare per tutta la vita per traguardi sempre più ambiziosi, per poi cedere alla più banale e bestiale delle pulsioni?”, e altre simili filosofiche riflessioni con le quali forse Carola nascondeva a sé stessa la ragione più segreta del suo cambio d’umore: la sorella Verola era da compatire quanto e più di lei, e il pensiero, anziché colmarla della necessaria compassione, la consolava: la catastrofe che si annunciava era avvenuta nella corsia opposta alla sua, e un così esibito disprezzo della fedeltà coniugale da parte del cognato non poteva che derubricare il fugace amplesso del marito a banale scappatella, comprensibile, perdonabile e anzi già perdonata, prima che la luce dell’alba venisse a rischiarare la comitiva esausta, che col favore delle tenebre Carola aveva già abbandonato…

    Non è che debba andare avanti così per tutto il tempo, ma se questo è lo spunto che più ti interpella, non avere remore a mettere Mi piace su facebook, o a esprimerti con eloquenza nei commenti. Grazie per l’attenzione così strenuamente mantenuta a dispetto delle avversità, e arrivederci ai quarti di finale.

    futurismi, La grande gara di spunti

    Anno 800 ab exitu de Aegypto

    Gli avevano spiegato tante cose. Che si sarebbe svegliato ogni settimana in un secolo diverso; che si sarebbe sentito unico e solo, e non avrebbe potuto fidarsi di nessuno; che volti e voci sarebbero cambiati a ogni risveglio; non avrebbe potuto affezionarsi, né deviare da quell’Obiettivo che non avrebbe comunque mai raggiunto; che molto presto avrebbe dubitato di tutto, e si sarebbe sentito semplicemente perso, un atomo alla deriva nel vuoto cosmico; e forse un po’ più tardi si sarebbe affezionato al suo destino di profeta nel deserto. E che di sette giorni di veglia, due li avrebbe passati a inveire contro il mal di testa.

    (Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti (è uno sviluppo di Copernico). Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

    Ma non gli avevano detto quanto sarebbe stato difficile rimettersi a respirare. La prima mezz’ora i bronchi sembravano prendergli fuoco in petto, mentre Salem boccheggiava e si convinceva, ogni volta, che sarebbe morto asfissiato. La bella abitudine di riceverlo con un respiratore si era interrotta 500 anni prima – quando la scarsità di ossigeno sulla Stazione l’avrebbe resa un lusso sibaritico. Quella bella bombola in acciaio, qualcuno doveva averla venduta al mercato nero e Salem non ne aveva più viste – qualcuna dovevano pure tenerla per gli interventi esterni di manutenzione – penseranno che se fin qui sono sopravvissuto, ce la posso fare anche stavolta.

    I Risveglianti stavolta non avevano nulla per aiutarlo. Salem tendeva a dare una certa importanza alla prima impressione che ne riceveva, quando gli occhi cominciavano ad abituarsi alla luce, e in questo caso l’impressione fu pessima. Non solo non avevano nessuno strumento per aiutarlo, ma si stringevano a lui invece di lasciargli un po’ di spazio. Sicuramente non facevano parte di un team medico. Prima brutta notizia. In compenso erano giovani. Questa era una notizia né buona né cattiva – di solito i regimi castali selezionavano Risveglianti anziani, quindi le caste forse erano state superate. Il che era un problema, in teoria – ma in pratica Salem ne era contento, non ne poteva più di vecchie barbe sagge convinte di saperne più di lui. In certi casi i giovani si erano rivelati più malleabili.

    Questi però oltre che giovani erano anche incapaci – era evidente che non erano equipaggiati per un Risveglio. L’accappatoio era tarmato. Non avevano respiratore, nessun tipo di medicina, per quel che gli riusciva di vedere non c’erano nemmeno generi di conforto, una caraffa di tè, qualcosa. Il minimo richiesto per un ospite importante che si attende da un secolo. Salem cacciò un urlo. Serviva a schiarire le corde vocali, ma anche ad allontanare gli imbecilli, che in effetti fecero un passo indietro, spaventati. L’aria cominciava ad arrivare. A tastoni, Salem procedette fino al trono. Sedersi non lo avrebbe aiutato a inspirare, ma sentiva la necessità di stabilire le distanze. In fondo quella era la sua stanza, il posto in cui più si sentiva a casa. Lui era il Testimone della stazione, riaffiorato dal coma criogenico dopo un altro secolo. E loro chi cazzo erano?

    Il più alto stava dicendo qualcosa – Salem non capiva una parola. Rimase affascinato dal grosso ninnolo di ferro che gli ostruiva parte di una narice. Che moda curiosa. Indica quanto meno che i metalli non scarseggiano. Buono a sapersi. Oppure il contrario, è un gioiello prezioso proprio a causa della scarsità, e indica l’alto lignaggio di chi lo porta – una specie di capo. Ecco perché mi parla anche se sa che non posso capirlo. Deve mostrare chi comanda?

    Salem non aveva mai avuto molto tempo per ascoltare i dialetti sviluppati a ogni livello della Stazione, ma orecchio sentiva di trovarsi davanti a qualcosa di nuovo. Quel tizio non aveva certo l’accento dei Meccanici, ma neanche quello degli Intoccabili. Cosa poteva essere successo – avevano trovato una lingua strana nell’archivio e avevano deciso di impararla tutti, perché? Un modo per segnare una frattura col passato, oppure per riallacciarsi a un passato ancora più… cristo santo, sta parlando in ebraico?

    Improvvisamente sentì una voce di ragazza comporre frasi in un inglese stentato. Era l’interprete.
    “Dottor Salem, lei è sotto la custodia dell’Agenzia di Sicurezza dello Stato Libero delle Pleiadi”.

    Uno Stato. Curioso. Avevano recuperato la nozione di Stato. Nessuno ci aveva ancora pensato. Salem era passato nelle mani di Governi, Comitati, Assemblee, ma uno Stato era qualcosa di nuovo. Per quale motivo avrebbero dovuto fondarne uno, se non per…

    “Lei è accusato di… di complicità in… un massacro; l’Agenzia ha intenzione di processarla davanti al Popolo. Trecento anni fa, come sa, la Stazione si divise in due fazioni, e una sterminò l’altra utilizzando l’agente x. Questo avvenne pochi giorni dopo il suo ritorno al sonno”.

    Non mi stanno chiedendo nulla. Dicono tutto loro. Pessimo segno.

    “Riteniamo di avere le prove necessarie a dimostrare che fu lei a svelare ai membri di una delle due fazioni la formula dell’agente x”.

    Salem non aveva mai sentito parlare di “agente x” – non era il modo in cui l’aveva chiamato tre risvegli prima. Tutto il resto lo ricordava bene. Quel che era straordinario, è che se ne ricordassero loro. Si era già svegliato altre due volte senza che nessun abitante della Stazione gliene parlasse, non la minima allusione – ne aveva concluso che l’episodio era stato eliminato dai resoconti ufficiali. E invece in qualche modo il ricordo era sopravvissuto, probabilmente ai livelli più bassi, una leggenda che ingigantiva col tempo; poi c’era stata una rivoluzione e adesso qualcuno pretendeva di mostrargli il conto. Brutta storia.

    “Posso… posso dire qualcosa?” Salem si era rivolto all’interprete. Il tizio col gioiello alla narice non apprezzò. Disse qualcosa di probabilmente ingiurioso che non fu tradotta.

    “Dottore, non è questo il momento per invocare le sue… le sue obiezioni”.

    “Intendete processarmi per una cosa successa trecento anni fa?”

    Parlò un altro uomo, in un inglese un po’ più confortevole. Vestiva una tuta un po’ più lunga degli altri che poteva essere un camice.

    “Per noi sono passati trecento anni, per lei pochi giorni. Se era pericoloso pochi giorni fa, perché non dovrebbe esserlo adesso?”

    Salem capiva benissimo il punto di vista. Anche ai suoi tempi, se Hernán Cortés fosse ritornato in vita, l’autorità costituita non avrebbe resistito all’impulso di processarlo. Quale occasione migliore di esibire i propri principi morali. D’altro canto – Salem lo sapeva – dietro a un’esibizione di principi morali c’è sempre qualche brutto segreto da occultare. Coraggio, vediamo il bluff di questi ipocriti. Se solo non dovessi ricordare al mio diaframma di respirare ogni tanto.

    “Chi è il capo qui?”

    Si guardarono tra loro. Alcuni capivano l’inglese al volo, altri no. Rappresentavano evidentemente gruppi diversi, fazioni concorrenti. Alcuni erano tecnici, altri rappresentanti politici. Alcuni portavano sulla tuta di fibra una giacca blu che avrebbe potuto essere un uniforme. Tutti in generale davano l’idea di essere dei dilettanti allo sbaraglio. Alla fine a parlare fu il solito tizio col monile al naso. Salem aspettò pazientemente la versione dell’interprete.

    “Noi siamo i… i facenti parte dell’Agenzia di Sicurezza dello Stato Libero. Non abbiamo capi, noi…”

    “Giusto per curiosità, il suo boss sta parlando in ebraico?”

    L’interprete represse un sorriso. La domanda era rivolta esclusivamente a lei. Rispose istintivamente, senza consultarsi col superiore.

    “Lei è veramente dotato per le lingue, dottor Salem”.

    “In realtà non sto capendo una parola. Ma c’era un piccolo circolo di cultori dell’ebraico al piano intermedio della Stazione cent’anni fa. Come hanno fatto a diventare egemoni?”

    “Non siamo qui per rispondere alle sue domande”.

    “Vi converrebbe. È una specie di culto? Vi siete immedesimati nel popolo eletto smarrito nel deserto, una cosa del genere?”

    “Dottore…”

    “Va bene, avete fretta di processarmi. È contemplata la pena di morte? Perché a parte la vita, non ho molto da perdere, come sapete. O volete semplicemente sapere come si distilla il cosiddetto agente x? Il fatto che vi identifichiate come uno Stato mi lascia immaginare che ne esistano altri nella Stazione, magari in guerra tra loro. Pensate che il fatto di controllare la Sala al momento del mio risveglio vi dia un vantaggio tattico?”

    Mentre l’interprete traduceva, con qualche difficoltà, qualcuno si stava già scambiando occhiate. Bisognava sempre spiazzarli, era l’unico modo di rendersi indispensabile. Si misero a confabulare – alcuni erano visibilmente preoccupati. Salem cominciava a sentire le fitte dell’emicrania. Era stanco. Viveva in quel secolo da pochi minuti e già non ne poteva più. Ebbe il pensiero folle di rientrare nella vasca e rifarsi una pennichella. Ci pensassero loro alle loro beghe. L’ebraico, tu pensa. Magari raccontano ai bambini che sono scappati dal Faraone. La prossima volta cosa? Klingoniano?

    “Potrei almeno sapere con chi siete in guerra? Coi livelli più bassi?” La domanda era volutamente provocatoria. Era molto probabile che quei signori venissero dai livelli più bassi.

    “Non ci sono più veri e propri livelli, dottore”.

    “Piani. Classi. Caste. Anelli. Ogni generazione li chiama in un modo diverso. Ma non è che si possano smontare”.

    “Dottore”, parlò di nuovo il tizio in camice. “Può darsi che lei non abbia le… le categorie per capire quel che sta succedendo nella stazione. Quella che lei chiama ‘guerra’ è una cosa che ci siamo lasciati alle spalle molto tempo fa”.

    Eccone un altro convinto di aver trovato il sole dell’avvenire, Gesù, che palle. 

    “Lo Stato libero delle Pleiadi non è effettivamente l’unica forma di governo autonomo in tutta la Stazione – anche se è l’unico a garantire la libertà ai suoi abitanti”.

    Parlava lentamente, scegliendo le parole con attenzione. Salem pensò che non si sarebbero mai sbottonati finché erano così tanti. Si controllavano a vicenda. Doveva trovare un modo per farne uscire un po’.

    (Se tutto ciò non non ti ha ancora addormentato, non lasciar passare 100 anni prima di votare per Anno 800 ab exitu de Aegypto. Se la gioca contro il Proemio delle 1+2+3+4+5+6+… notti. Puoi farlo mettendo Mi piace su facebook, o esprimendoti nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto).

    futurismi, La grande gara di spunti

    Vegan contro Zombi, tu da che parte stai?

    Appunti per una distopia vegana + zombi (qualcosa che in un qualche modo si è qualificata agli ottavi di finale della Grande Gara degli Spunti).

    – Una saga young adult, però brevissima (i tre cd “volumi” sono di 100 pagine o poco più).

    – Evangelina si sente diversa, tutti le dicono che è speciale, lei non sa in che senso è speciale, però sicuramente è diversa, insomma, si capisce che non è una ragazza banale come gli altri? Forse è meglio esplicitare che è una ragazza fuori del comune.

    – I suoi compagni sono imbecilli a un livello che è impossibile da mantenere in una civiltà. Ad es., se gli dici “fuori del comune”, loro pensano “oltre i confini della più piccola unità amministrativa”. Cioè non ce la possono fare. Evangelina non è sicuramente come loro. Inoltre di notte sogna di morsicarli.

    – Nel primo volume si copiano intere pagine da Twilight cambiando i nomi. Nel secondo volume si copiano pagine intere da 50 sfumature di grigio cambiando i nomi (che dunque risulteranno ugualmente copiate da Twilight). Nel terzo volume si copiano pagine intere dalle 120 giornate di Sodoma, i nomi a quel punto saranno irrilevanti.

    – Ma vi faceva così schifo Dama e cavaliere?

    – Dare il voto agli scimpanzé non è stato senza conseguenze – si è scoperto che tendono a votare qualsiasi stemma sia in alto a destra, con grande scorno di chi aveva messo la banana nello stemma apposta.

    – A un certo punto l’ironia anti-vegan dev’essere di gusto talmente cattivo da suggerire nel lettore che si tratti di bieca propaganda della lobby della carne alla griglia.

    Vabbe’,

    I VOLUME – EVANGELINA È DIVERSA

    Evangelina si sente diversa. Non riesce più a mangiare le fave. Le vomita di nascosto. Beve soylent di straforo. Si sente sempre più diversa. Suo padre capisce che Evangelina capisce i discorsi figurati e chiede la sua consulenza per certe antiche pergamene che illustrano la Terra degli Zombi. Tutti i compagni di Evangelina sognano di vincere una vacanza premio per andare nella Terra degli Zombi e sparare in testa a più zombi possibile. Se qualcuno non l’ha ancora capito, le uniche creature a cui si può sparare sono gli zombi, tutti gli altri esservi viventi sono sacri, nutrie comprese. Evangelina si sente diversa. Indovinate chi passa i test a pieni voti e vince il biglietto per la Terra degli Zombi. Tesoro sta’ attenta, quelli non hanno rispetto, quelli ti mangiano.

    II VOLUME – EVANGELINA È INNAMORATA

    Siccome Evangelina sa cose della Terra degli Zombi che non avrebbe dovuto sapere, si avventura là dove non sarebbe stato consentito e viene catturata da questi Zombi che, si scopre, in realtà sono bei ragazzi – al limite un po’ sfigurati dalle pallottole esplosive dei vegan che li vengono a braccare. Così spiegano alla sconvolta Evangelina che loro sono gli ultimi rappresentanti di una cultura orgogliosamente onnivora, e pur coltivando i frutti della terra non disdegnano di tirare il collo a un pollo ogni tanto. O sgozzare un maiale. O abbattere un bufalo. Siamo orrendi? Siete peggio voi che fingete di avere tutte le proteine che vi servono e mangiate noi tritati nel soylent. Ecco perché siete così stupidi, siete tutti ammalati di una qualche encefalite – ma d’altro canto la stupidità è molto facile da governare. Tutto questo glielo dice un ragazzo con molto carisma dopo aver legato Evangelina a un gancio da mattatoio. E poi comincia la rieducazione. Tie’, assaggia la mortadella. Sei un… chomp… mostro! Senti che profumo l’abbacchio, ecc. ecc. Evangelina si innamora.

    III VOLUME – EVANGELINA CAPEGGIA LA RIVOLUZIONE degli zombi contro i vegan, che però finisce malissimo. La fanteria degli scimpanzè infatti ha facile ragione di questi sfigati con gli archi e le frecce. Vengono tutti catturati, torturati e fatti in padella. Ma proprio quando sembra che Evangelina stia per morire malissimo…

    Se insisti ad apprezzare questa roba, ebbene, a questo punto sai cosa devi fare: mettere Mi piace su facebook al Telecomando di Yasir, o apprezzarlo nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

    La grande gara di spunti, racconti

    Il telecomando di Yasir

    I primi sospetti Yasir li aveva avuti a fine maggio, quando i compagni di quarta fila avevano cominciato a presentarsi al mattino in classe con una strana espressione svagata e dolce. Per qualche giorno aveva temuto che si fumassero qualcosa; soprattutto che si fumassero qualcosa senza fargliela provare. Ma no: arrivavano alla spicciolata, quasi tutti col fiatone per un autobus perso o una volata in bicicletta: capelli arruffati e occhi semichiusi, non del tutto rassegnati alla luce di un sole già parecchio alto. Alla fine Yasir aveva capito: sognavano il ritorno.
    Il primo a confessare era stato Taverniti : la ***** della sorella lo aveva interrotto nel bel mezzo di un ***** di sogno di mare, ma non un mare del ***** qualunque come ne avete anche voi nei vostri buchi *******, no: si trattava di uno specifico litorale calabrese che Taverniti riusciva a sognare meglio che al cinema, con l’odore della brezza e persino il ruvido degli scogli sotto i piedi, ******* di una ****** e ******! Ché se li sentiva ancora sotto le suole!
    “Ma se non fate un po’ di silenzio laggiù… Taverniti!”
    “Sipprof?”
    “Taverniti, tu hai un’idea benché minima di ciò di cui stiamo parlando?”
    “…”
    “E tu invece di che parlavi?”
    “Calabria, prof”.
    “Calabria, interessante. Capoluogo?”
    “…”
    “Vedi, Taverniti? Tu riesci a prendere un quattro anche sulle cose che t’interessano”.

    Taverniti in realtà non ignorava il nome e l’ubicazione del capoluogo calabro (Catanzaro), ma neppure sotto tortura lo avrebbe riconosciuto, a causa delle fiere origini reggine; in ogni caso il racconto del suo sogno aveva infranto l’omertà. La mattina dopo Qu Ti aveva dettagliato la sua accurata ispezione onirica al Grande Mercato dove lavoravano i nonni, e dove anche lui avrebbe preso servizio per le vacanze: una distesa di bancarelle grandi come una città, con odori e sapori accessibili solo in sogno qui, sull’altra faccia del terra. A questo punto Amir aveva ammesso un volo di ricognizione notturna sull’intera Tunisia. Il solito esagerato, ma Yasir queste cose le capiva.

    (Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti (è uno sviluppo di Non si esce vivi dalla scuola media). Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

    Anche a lui, qualche anno prima, era capitato di svegliarsi con un indefinibile sapore sotto la lingua. Ma adesso non riusciva a sognare più niente di familiare. Da quando suo fratello, che occupava il letto superiore al suo, aveva cominciato ad agitarsi nel sonno; o forse non era effettivamente sonno, in ogni caso quando finalmente Yasir riusciva ad addormentarsi, cadeva in una tenebra di piombo che al mattino non gli lasciava più nulla.

    Ma forse, con un po’ d’impegno. Yasir aveva cercato di pensare intensamente al suo Paese, mentre si strofinava sul cuscino; ricordi non gliene mancavano, per esempio; i vecchi amici del cortile, gli occhi neri di Fahmida… a quel punto però il pensiero deviava immediatamente sulla foto ricordo del matrimonio che era arrivata tre mesi prima per posta, e questo non era più un ricordo. Per esempio, il tizio cicciottello in un ridicolo vestito blu che aveva sposato Fahmida nei suoi ricordi non c’era, essendo venuto giù dalla Germania apposta, per ripartire il mese successivo; ed ecco che Yasir si era già messo a riflettere sulla Germania, ottanta milioni di abitanti capitale federale Berlino, e dovrebbe farci più freddo di qui, e chissà se Fahmida le sapeva queste cose sulla Germania prima di trasferircisi? Forse avrei dovuto dirglielo un giorno, mentre giocavano a nasconderci tra gli ulivi: lo sai che la Germania è una fredda repubblica federale con capitale Berlino?

    “Piantala di muoverti. Non riesco a prender sonno”.
    “Sei tu che ti muovi”.
    “Io ho smesso due minuti fa. Adesso sei tu”.

    E insomma non era un’ingiustizia, che tutti riuscissero a sognare le vacanze e lui no? Con tutti i suoi sforzi, i sogni non lo portavano più in là del check-in all’aeroporto. A quel punto lo assaliva una tremenda necessità di pisciare, e quindi chiedeva alla madre che lo aspettassero, che ci avrebbe messo un minuto, un minuto appena, ma si sa come vanno a finire queste cose nei sogni. Appiccicato alla tazza del gabinetto c’era un insetto, che per quanto Yasir cercasse di indirizzare il getto non andava via. Quando finalmente usciva dal bagno, la famiglia non c’era più, e l’aereo era in partenza. Yasir si metteva a correre per tutto il lounge, incerto se cercare la famiglia o l’aeroplano, ormai sicuro in cuor suo che avrebbe fatto perdere le vacanze a tutta la famiglia…

    “Ma la vuoi piantare! Sono le due! Sei un maiale!”
    “Stavo facendo un brutto sogno”.
    “Chiamiamoli così”.

    Yasir aveva sempre saputo di non poter pretendere chissaché: in famiglia secondogenito, a scuola extracomunitario, un po’ disgrafico e allergico al pelo di cane. Non aveva mai preteso di dettar legge a nessuno. Mai aveva trattenuto per sé il telecomando, perché uno solo era il satellite, e scegliere i programmi non spettava certo a lui. Tutto questo era nell’ordine delle cose – ma almeno i sogni erano suoi, non li divideva con nessuno; quindi perché non ne poteva scegliersi almeno quelli? Chi gli aveva nascosto il telecomando, e perché?

    “Amir”.
    “Dormi”.
    “Amir, tu sogni mai di tornare a casa?”
    “Sì, certo”.
    “E come fai?”
    “Come faccio cosa?”
    “Come fai a sognare proprio quel sogno?”
    “Non so come faccio, mi viene e basta”.
    “A me non viene più”.
    “E cosa sogni? La biondina della tua classe?”
    “No”.
    “Meno male, la devo sognare io. Dormi”.

    Non importa su cosa lo si interrogasse, Amir era in grado di far entrare le ragazze in qualsiasi risposta. Yasir era spaventato da questo. Pensava: succederà anche a me?

    Per ora le uniche donne che riusciva a sognare erano professoresse che lo interrogavano. Spesso era la Zenobia, che nei sogni dava più quattro che dal vero. Con altre le cose andavano meglio. Certe interrogazioni in inglese o in geografia erano anzi prodigiose, Yasir sentiva la lingua sciogliersi e pronunciava lunghi e saggi discorsi con parole che non aveva mai conosciuto, e che purtroppo dimenticava appena sveglio. Ma era bello sentirsi sapiente. A volte le professoresse iniziavano a fargli domande insidiose e personali: dove abiti? Come va con la famiglia? Ti fa sempre impazzire Amir? Ti piace la tua classe? C’è qualcosa che possiamo fare per te? Nel frattempo la classe era scomparsa, restavano solo lui e la prof in un ambiente più raccolto che forse era lo sgabuzzino dei bidelli al primo piano. Yasir non avrebbe saputo spiegare quanto questi sogni lo commuovessero. Poi però arrivava a scuola e rischiava di salutare una prof con troppa familiarità: e questa, ignara di aver assistito a una sua lunga confessione notturna, gli affibbiava note sul registro difficili da contestualizzare.

    Per fortuna in famiglia avevano ben altri problemi. L’estate era vicina, sarebbe stata la più calda del secolo, e papà ancora non aveva comprato i biglietti dell’aereo. Non è prudente, diceva, c’è la guerra. La madre friggeva: quale guerra? Non c’è nessuna guerra.

    “Non ne parlano, ma c’è”.
    “Ci sarà qualche bomba ogni tanto, e allora?”
    “Qualche bomba ogni tanto? Ti senti? Dovrei spendere tremila euro di biglietti per portare la mia famiglia in un posto dove tirano qualche bomba ogni tanto?”
    Al che la madre ribatteva i tremila euro sarebbero stati a malapena ottocento se papà avesse pensato a prenotarli per tempo, e che erano tutte scuse, la guerra, le bombe: lui non voleva tornare al Paese perché non aveva il coraggio di affrontare la questione dell’eredità, il fratello che aveva approfittato della loro assenza per intestarsi l’intera proprietà, e inoltre –
    “Una volta per tutte: mio fratello si può tenere tutte le proprietà che vuole! Di sicuro non faccio un viaggio di trentamila chilometri per reclamare due pollai”.
    “Perché sei un debole, aveva ragione tua madre quando mi diceva che… ma si può sapere chi c’è in bagno? Yasir, sei tu?”
    “Amir, forse”.
    “Amir! Sei dentro da un’ora, stai male?”

    Amir passava la notte ad agitarsi sul letto, e il giorno fuori e dentro il bagno, e secondo la mamma il ritorno al Paese gli avrebbe fatto bene. C’entrava forse anche un fidanzamento, ma su questo il padre era categorico: se voleva frequentare una ragazza, che se la cercasse in Italia, avrebbe avuto tutta l’estate.

    In quindici anni di permanenza in Italia, Yasir non aveva mai visto suo fratello scambiare due parole con un individuo di sesso femminile, nemmeno una barista o la panettiera: e con tutta la sua più sfrenata fantasia non riusciva a immaginarselo nel ruolo di corteggiatore. Difficilmente l’estate in città avrebbe migliorato le cose. Perciò era normale che sognasse il favoloso oriente, dove le bambine s’innamorano di te a distanza, non devi parlargli, tu un bel giorno arrivi lì e sono già lì sotto il velo, pronte ad amarti per tutta la vita, questa è civiltà.

    Poi le togli il velo ed è una chiatta coi baffi, hai presente la moglie di Khan?

    Se trovi che questa roba abbia un senso, almeno un po’ più senso di una finta saga young adult su una ragazza che incontra uno zombie, non esitare a votare per Il telecomando di YasirPuoi farlo mettendo Mi piace su facebook, o esprimendoti nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

    Francia, futurismi, Islam, La grande gara di spunti

    Che sia Fronte o che sia Islam, purché magnam

    Sprofondato in poltrona, una vaschetta da micro-onde sull’addome, François manovra stancamente il telecomando. Sta aspettando i barbari. Spera che sappiano far da mangiare, almeno loro. 

    Io non ho mai galleggiato nello spazio, così l’esperienza più simile a un Ritorno sulla Terra che ho avuto è stata attraversare il tunnel che dalla Francia sbocca nell’autostrada dei fiori. Ci sono passato dozzine di volte, ma almeno quella avevo la radio accesa, che in un varco improvviso cominciò a trasmettere Vasco. Ero in Italia. Un chilometro più indietro, Vasco era un perfetto sconosciuto.

    Stiamo a immaginare universi paralleli, e a poche centinaia di chilometri abbiamo questo universo completamente alternativo e incomprensibile che si chiama Francia. Non è straordinario? Pensa al nuovo libro di Houellebecq. Non è incredibile che un’ucronia interessante, appena a venti miglia da Ventimiglia diventi inimmaginabile? La storia di un tizio profumatamente pagato dallo Stato per insegnare cose inutili a gente a cui non interessano. A un certo punto subentra un nuovo governo che guida una rivoluzione culturale tesa a rinnegare un millennio e mezzo di cristianesimo, il cui risultato concreto sulla vita del protagonista è che qualcuno lo paga un po’ di più per smettere di insegnare. Poi ci ripensano e lo pagano ancora di più per riprendere. Lui ci pensa un po’ e poi accetta. Fine.

    (Questi sono appunti su Sottomissione di Houellebecq. Uno degli spunti di oggi è un seguito parodico a un libro che secondo me è, bof, come definirlo senza offendere chi l’ha preso sul serio, uhm, comunque anche questo pezzo partecipa a modo suo alla Grande Gara degli Spunti. Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

    Ora io non voglio dire che in Italia non esistano studiosi altrettanto inutili e inutilmente pagati – ma ve lo immaginate un libro che ruoti esclusivamente su uno di loro senza un intento esplicitamente anti-accademico? Un intento che in Houellebecq semplicemente manca. Ovvero, non è che a lui sfugga l’enorme vacuità di tutto il carrozzone accademico, un sontuoso castello gonfiabile che alla fine della fiera serve soltanto per procacciare fanciulle in fiore e tramezzini di qualità ai rinfreschi (nulla che l’Islam non possa allestirci meglio, ci sussurra). Però manca completamente quel disprezzo, quel sentimento anti-intellettuale che in Italia è egemonico da un secolo tondo. H. non dipinge un intellettuale inutile per denunciarne l’inutilità. Lo dipinge perché gli sembra un buon esemplare di francese medio. L’accademia inutile non è un obiettivo polemico in quanto accademia inutile. È solo un correlato oggettivo della Francia intera: per H. è fatta così, un posto dove tutti hanno un sacco di tempo libero e risorse per complicarsi l’esistenza intorno alle semplici esigenze di nutrirsi e fottere.

    Una vita fa scrissi una cosa su Le particelle elementari di cui ovviamente mi vergogno, però a quanto pare quel che mi sorprende continua a essere la stessa identica cosa.

    …I nostri eroi, invece, hanno tutti il posto fisso. Djerzinski e Desplechin sono ricercatori. Annabelle lascia il suo lavoro alla TF1 per fare la bibliotecaria; Bruno è un insegnante che non può più insegnare, per aver molestato una sua allieva: viene aggregato a una Commissione per il Programma di Francese (“mi giocavo gli orari da insegnante e le ferie scolastiche, ma il salario restava lo stesso”). La sua ex moglie è un’insegnante; la sua amante è un’insegnante: coincidenza sbalorditiva, ma nessuno dei personaggi ci fa caso. Ho la sensazione che non ci abbia fatto troppo caso neanche l’autore. Sembra una cosa normale: se sei insegnante finisci sempre a letto con insegnanti. […] Djerzinski è in anno sabbatico quasi per tutto il libro (il suo superiore quasi si vergogna di doverlo richiamare). Bruno e Christiane si fanno certificare una malattia fasulla da un medico compiacente per recarsi a Cap D’Agde dove, dice lei “è pieno di infermiere olandesi, di funzionari tedeschi, tutti molto corretti, borghesi, genere paesi nordici o Benelux. Mica male, ammucchiarsi con un paio di poliziotte lussemburghesi, no?” Funzionari ed infermiere, il cuore pulsante e libertino dell’Europa. Niente operai nelle ammucchiate, figurarsi. Ma nemmeno un artigiano. O un imprenditore. Niente. È uno dei romanzi contemporanei più classisti che mi sia capitato di leggere. Anche perché ho il sospetto che sia un classismo involuto: Houellebecq non parla di operai e artigiani perché per lui non sono rappresentativi, come se si trattasse di esigue minoranze in un’umanità di impiegati statali

    Stavolta chi abbiamo? Un ottocentista, François – una versione un po’ più virile e affermata di Bruno Clément – che discute soltanto con accademici pari di lignaggio e un paio di escort, una delle quali comunque studia alla Sorbona. Siccome non è gente che più di tanto capisca di geopolitica, il narratore gli fa incontrare ogni tanto fortuitamente un analista dei servizi segreti (lo incrocia persino nel cuore della Dordogna, il che renderebbe chiunque paranoico, ma non François).

    Questa percezione centralista, napoleonica della società – per cui il cristianesimo può anche tramontare, ma solo in seguito ai risultati di un ballottaggio, e all’Eliseo ci sarà sempre un Président, e sul tuo conto lo stipendio entro il 28 del mese – mi piacerebbe capire quanto sia condivisa dal pubblico francese e quanto non sia idiosincratica di Houellebecq, uno scrittore peraltro convinto di incarnare un qualche atteggiamento anarchico. Mi piacerebbe capire quanta consapevolezza ci sia nella sua decisione di ignorare completamente alcune dimensioni della società, ad esempio l’economia: si sa solo che la Francia è in crisi (non si capisce nemmeno che tipo di crisi), finché il nuovo presidente islamico non ha l’idea di tenere le donne a casa e rilanciare la piccola impresa a conduzione familiare: pochi mesi dopo “la Francia ritrovava un ottimismo che non ricordava dalla fine delle Trente Glorieuses”. Per tutto questo servirebbero come minimo misure protezioniste, ma Houellebecq viceversa immagina la Francia al centro di una nuova comunità euro-mediterranea, un nuovo impero romano napoleonico islamico. Ma l’aspetto veramente più paradossale è il modo in cui il libro narra la violenza. Non la narra. Dà per scontato che durante la campagna elettorale ci siano ovunque incidenti e conflitti a fuoco tra islamisti e fascisti, ma che nessuno riesca a farsene un’idea perché la televisione deciderebbe di non mostrarli – la televisione, s’intende, controllata dai socialisti al governo. No, ma sul serio?

    “No, so già che sui canali d’informazione non ci sarà niente. Forse sulla CNN, se ha una parabola”.
    “In questi giorni ho provato: niente sulla CNN e nemmeno su YouTube, ma me l’aspettavo. A volte su RuTube si trova qualcosa, riprese di gente che filma con il cellulare; ma è molto casuale, e comunque non ho trovato niente neanche lì”.
    “Non capisco perché abbiano deciso il blackout totale; non capisco a cosa miri il governo”.
    “Questa, secondo me, è l’unica cosa chiara: hanno davvero paura che il Fronte nazionale vinca le elezioni. E qualsiasi immagine di violenze urbane significa voti in più per il Fronte nazionale”.

    È l’indizio che più di tutti mi fa sospettare che Houellebecq semplicemente si sia ridotto a un anziano misantropo che contempla stancamente il mondo dal journal télévisé di TF1. Nel 2022 in Francia nessuno riuscirebbe a postare il video di un tafferuglio su internet? (Continuerebbe pure, ma non diventerà nulla di narrativo se non voti questo spunto contro Il chiar di luna colpisce ancoraPuoi farlo mettendo Mi piace su facebook, o esprimendoti nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto).

    futurismi, La grande gara di spunti, racconti, repliche

    Il chiar di luna colpisce ancora

    “Vi saranno inoltre areoplani-fantasmi carichi di bombe e senza piloti, guidati a distanza da un areoplano pastore. Areoplani fantasmi senza piloti che scoppieranno con le loro bombe, diretti anche da terra con una tastiera elettrica. Avremo dei siluranti aerei. Avremo un giorno la guerra elettrica.” L’alcova di acciaio, 1921 (1).

    “Professor Modena, voi ritenete che esista un argomento inappellabile contro la possibilità di viaggiare nel tempo, non è vero? ”

    Angelo Modena riprese fiato e tornò a fissare il suo interlocutore nella penombra del salotto. Le mani dell’uomo aderivano ai braccioli della poltrona come se ne fossero un’estensione naturale. Sembrava aver preso forma in quella stessa posizione, pochi minuti prima, mentre in cucina il professore preparava un caffè.
    Una pioggia opaca sbatteva granuli di piombo sulla parete-finestra, affacciata sulla laguna. La tangenziale di Venezia era da qualche parte oltre lo smog. Più in fondo lampeggiava il faro per i dirigibili in cima all’orribile grattacielo Sant’Elia, appena inaugurato e già annerito da un catrame che sembrava secolare.

    (Questo è un racconto di qualche anno fa, ambientato in un passato alternativo non molto diverso da quello di Il chiar di luna non passerà! Tutto questo partecipa ovviamente alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

    “Non sono un’allucinazione, professor Modena. Sono perfettamente reale e potrà toccarmi, se lo desidera. Ma la prego, risponda alla mia domanda. Qual è la miglior prova del fatto che i viaggi nel tempo non siano possibili?”
    “Stamattina ho scritto un appunto”.
    “Sul vostro diario, certamente, eccolo qui”. L’interlocutore estrasse da una tasca esterna un taccuino ingiallito, oscenamente logoro. “Tre febbraio 1929. Ho ritrovato una vecchia edizione di un grande amore della mia gioventù, La Macchina del Tempo di H.G. Wells. Oggi come ieri mi sbalordisce l’intuizione del tempo come quarta dimensione. L’idea del viaggio nel tempo è una delle più originali mai concepite, anche se purtroppo impraticabile al di fuori della finzione narrativa. D’altro canto è molto semplice dimostrare che l’umanità non potrà mai viaggiare nel tempo…
    “Chi vi ha dato il permesso di frugare tra i miei appunti?”
    “Il vostro diario è come sempre nel cassetto dello scrittoio. E non ricordo dove voi teniate la chiave. Stavo dicendo: è molto semplice dimostrare che l’umanità non potrà mai viaggiare nel tempo…
    “…non abbiamo mai avuto visite dal futuro”.
    “Molto brillante, professor Modena. È vero. Se il viaggio nel tempo fosse praticabile, noi riceveremmo senz’altro visite degli uomini dal futuro. Ma questa – se posso farle un’obiezione – non è una vera prova contro il viaggio nel tempo. Al limite è un indizio. E forse non ha valutato altre ipotesi”.
    “Quali ipotesi?”
    “Viaggiare nel tempo potrebbe essere molto complesso. E pericoloso. I viaggiatori nel tempo potrebbero essere costretti a nascondersi per evitare alterazioni nei rapporti di causalità, mi segue? Essi proverrebbero da un futuro che consegue dal nostro presente, ma palesandosi per viaggiatori nel tempo altererebbero questo stesso presente, generando nuove catene di cause ed effetti che potrebbero mettere a rischio la loro stessa esistenza, non so se riesco a spiegarmi”.
    “Potrebbero uccidere un loro antenato”.
    “Per esempio”.
    “O sé stessi”.
    “Non deve veramente preoccuparsi di questo”.
    “Si verrebbe a creare una specie di…”
    “Noi lo chiamiamo paradosso”.
    “Voi del futuro, mi è lecito immaginare”.
    “Proprio così, professor Angelo Modena. Il viaggio nel tempo è possibile, voi stesso lo dimostrerete tra sette anni. Ne serviranno altri tre per le verifiche sperimentali, dopodiché…”
    “Questo spiega le rughe e la calvizie, professor Angelo Modena. Deve aver lavorato molto nei prossimi dieci anni”.
    L’interlocutore sospirò. “Mi dispiace. Mi rendo conto di essere un’immagine perturbante per lei. Ne ho discusso a lungo coi miei collaboratori. Abbiamo vagliato diversi scenari, ma alla fine abbiamo convenuto che nulla sarebbe stato più convincente di vedere una copia invecchiata di sé stesso…”
    “Sulla mia poltrona, come il cattivo demone di Stavroghin. Potevo avere un infarto! E voi sareste morto con me”.
    “Questo non sarebbe stato possibile. E infatti non è successo, come vede. Abbiamo un cuore di ferro, io e voi. E possiamo concederci un dito di cognac, la bottiglia che nascondete dietro all’attestato della Corporazione Futurista Israelita”.
    “Quella ve la ricordate”.
    “La memoria funziona in un modo davvero curioso, lo sto sperimentando”.
    “Spiegatemi però meglio questo punto”, continuò il Modena meno anziano, mentre strappava l’etichetta fiammante dei futur-monopoli dal tappo del liquore. “Io inventerò la macchina del tempo – a proposito, dov’è?”
    “È restata nel mio tempo. Non è un veicolo come quella di Wells – pensate piuttosto a una specie di cannone. E a me come a un proiettile umano”.
    “Ma questo significa che…”
    “Non posso tornare nel 1949, no. Almeno finché non ne costruiamo un altro”.
    “Voi mi avete appena spiegato che il viaggio nel tempo è possibile. E mi avete convinto. Questo avrà senz’altro cambiato il rapporto di causa-effetto che vi ha portato nel 1949 a farvi sparare qui col cannone”.
    “Certamente. Il 1949 non è più quello da cui sono partito. La mia sola partenza lo ha già modificato per sempre”.
    “Eppure voi continuate a esistere, e a ricordarvi quel 1949, che è giocoforza diverso dal 1949 che io vivrò. Per dire, se io ora prendessi un coltello dalla cucina e mi praticassi un taglio…”
    “Non comparirebbe sul mio corpo nessuna cicatrice, no. Non sono più soggetto ai rapporti di causa-effetto che ho contribuito a modificare”.
    “Ne è sicuro?”
    “Ragionevolmente sicuro. Ci abbiamo messo molto tempo, e abbiamo spedito molti oggetti e cavie nel passato per misurare gli effetti. Vedete, viaggiare nel tempo significa precisamente sottrarsi dai rapporti di causa-effetto. Viaggiando, ho modificato il mio presente dal mio punto di osservazione, restando però uguale a me stesso, e continuando a conservare gli stessi ricordi di un tempo che non esiste, e rughe scavate da esperienze che non esistono più. In effetti non sono io il viaggiatore, io rimango fermo. È il continuum causa-effetto che si modifica intorno a me, riuscite a capirmi?”
    “Forse. È curioso che continuiamo a darci del voi”.
    “Non riesco a farne a meno”.
    “Nemmeno io. Ma dev’essere successo qualcosa di orribile, immagino”.
    “Come avete fatto a…”
    “Per venirmi a trovare avete distrutto venti anni di esperienze. Voi non lo fareste… io non lo farei mai, a meno che non fossi costretto da ragioni estreme. Ho ragione?”
    “Ovviamente”.
    “È successo qualcosa a Isacco?”
    “Vostro figlio sta benissimo. Nel 1949 che ho lasciato era il vostro collaboratore più prezioso. Nel nuovo 1949 naturalmente le cose potrebbero essere diverse, ma c’è ben altro in gioco”.
    “Non riesco a immaginare nulla di più…”
    “L’umanità, professore. La stessa vita sulla terra. Nel futuro da cui provengo vi sono state altre due spaventose guerre mondiali, e la quarta è alle porte. Lo stesso progresso tecnico-scientifico che ha reso possibile il mio viaggio, ha trasformato i conflitti in spaventose carneficine. Intere città possono essere distrutte in pochi secondi, grazie a bombe di spaventoso potenziale attivate su razzi comandati a distanza. I gas venefici sono stati sostituiti da agenti batteriologici in grado di contagiare milioni di persone. Gli abitanti autoctoni dell’Africa nera sono stati scientificamente sterminati. Di decine di milioni di cinesi si ignora il destino – non sono mai esistiti. La stessa Europa è una polveriera radioattiva…”
    “E tutto questo dipende da me?”
    “Tutto questo dipende dalla Guida – lo chiamate ancora così nel 1929, se non sbaglio. Il primo Ardito, l’Audace, Il Volante della Nuova Italia. In seguito rivaluterà l’impero Romano e prenderà il titolo di Duce, ne apprezzerà la sintesi. Ma in sostanza è sempre lui”.
    “Filippo Tommaso Marinetti. È ancora al potere?”
    “È durato molto più di tanti papi e imperatori del passato che disprezza. Ha saputo sbarazzarsi con destrezza dei rivali più pericolosi. Lo si è già visto, no? Nel modo in cui liquidò i Savoia e riuscì a emarginare D’Annunzio dopo la Corsa su Roma”.
    “Sapete, questo mi stupisce molto. Detto tra noi, non l’ho mai ritenuto un uomo particolarmente prudente”.
    “Lo so. Ci sbagliavamo sul suo conto. O forse non è la prudenza che mantiene un uomo in una posizione del genere. Da un certo momento in poi, per lui si è trattato di correre o cadere. E ha corso molto. Il suo sogno di svecchiare l’Italia poteva realizzarsi soltanto con una politica aggressiva su tutti i fronti, e così è ridiventato il vecchio guerrafondaio degli anni Dieci – se lo ricorda?”
    “A quei tempi era solo un artista. Abbastanza mediocre, a voi posso dirlo”.
    “Era già un buon organizzatore, con un gusto spiccato per il paradosso”.
    “Sì, ma quando uno va al governo e poi Venezia la asfalta davvero…” (2)
    “Nel mio 1949 Porto Marghera è la capitale tecnicoindustriale d’Europa. La messa in vendita dei patrimoni artistici del passato (3) ha fornito la spinta necessaria a un’evoluzione senza precedenti, attirando nei nostri laboratori gli scienziati più visionari e spregiudicati del Vecchio e del Nuovo Mondo. È il secondo Rinascimento italiano, quello tecnico e scientifico. Conoscete Enrico Fermi”.
    “Un bravo ragazzo”.
    “Tra quattro anni la sua équipe scinderà per la prima volta il nucleo di un atomo di uranio”.
    “È a questo che stanno lavorando?”
    “Non ancora. La guerra civile in Germania accelererà di molto le cose. Anche Albert Einstein si fermerà da noi per un po’”.
    “Quindi ci sarà una guerra civile in Germania”.
    “I gotico-nazionalisti prenderanno per qualche mese il controllo della Baviera. A Berlino il cancelliere Gropius accuserà il partito della Tradizione di aver incendiato il Reichstag”.
    “Quel tizio non ha l’aria di un assassino”.
    “Il potere corrompe, specialmente quando comincia a traballare. Lo aiuteremo noi, e i cubosovietici naturalmente. Lui e Majakovskij si spartiranno anche la Polonia. Noi ci accontenteremo di avere campo libero nei Balcani e in Africa. Vendicheremo Adua con le armi batteriologiche”.
    “Adua? Per quale motivo al mondo…”
    “L’uranio. È inutile essere la nazione più progredita, se mancano le materie prime. È una bizzarria della storia che Marinetti si adopererà a correggere. La Repubblica Futurista Italiana diventerà l’Impero Futurista Mediterraneo e Africano. E il nostro “duce” perderà completamente la testa. Nel tentativo di giustificare il massacro di intere popolazioni, svilupperà un’ideologia sempre più razzista. Lo scandalo internazionale ci porterà alla seconda guerra mondiale contro gli inglesi e i francesi”.
    “Gli ultimi da cui prendere lezioni in fatto di umanità coloniale”.
    “L’antico amore di Marinetti per la Francia la salverà dai bombardamenti più atroci. Brazzaville, nel Congo francese, e York, saranno letteralmente spazzate via dalle prime bombe nucleari che verranno messe a punto qui, tra quindici anni, dai migliori alunni di Fermi”.
    “Bombe nucleari?”
    “L’arma spaventosa che garantirà a noi e ai nostri alleati – razionalisti tedeschi, cubosovietici russi, industrialisti giapponesi – la superiorità militare per quasi un decennio. La Francia capitolerà, Le Corbusier sarà messo a capo di un governo collaborazionista…”
    “Mi faccia immaginare, sventrerà i fauburg per costruire grattacieli”.
    “Sarà inevitabile. L’Inghilterra negozierà una tregua che metterà tutto il continente africano a nostra disposizione. Credetemi quando vi dico che il ricordo dei vecchi soprusi coloniali sbiadirà di fronte alla crudeltà dei giovani cresciuti alla scuola del futurismo politico italiano. Le popolazioni negroidi verranno usate per testare nuove armi batteriologiche. Giapponesi e cubosovietici faranno la stessa cosa coi cinesi. E nel 1941 l’attacco nipponico a una base americana nel Pacifico darà inizio alla terza guerra mondiale: inglesi e americani contro le tecnocrazie di Europa e Asia”.
    “Il capitale contro la tecnologia…”
    “Sarà più complicato di così: gli inglesi riusciranno a salvare la loro isola dalle incursioni dei nostri bombardieri, grazie a un’arma segreta difensiva. E a partire dal 1944 anche gli americani avranno sviluppato la bomba atomica. Dopo l’armistizio comincerà una lunga corsa agli armamenti. Già verso il 1950 il potenziale accumulato negli arsenali dei paesi europei e in USA sarà sufficiente a porre fine alla vita sulla Terra”.
    “Ed è tutta responsabilità di Marinetti? Mi state dicendo questo?”
    “È più complicato, è sempre più complicato di così. Non si tratta di responsabilità, ma di una variabile cruciale di una complessa formula causa-effetto… nel vostro 1929 non esiste nemmeno la matematica necessaria per dimostrarvi quello che vi sto spiegando. Dovete fidarvi di me – è il motivo per cui abbiamo deciso di inviare me stesso, l’unica persona che vi può chiedere un simile atto di fede. Anni di calcoli ed esperimenti ci portano a concludere che sia Marinetti la chiave di volta delle catastrofi scoppiate in Europa a partire dagli anni Trenta del secolo XX. Senza il suo esempio cruciale, nessuna avanguardia artistica si sarebbe tramutata in partito politico. Gropius e Le Corbusier sarebbero rimasti architetti, Majakovskij un poeta inquieto. Dovete credermi quando vi dico che le artecrazie europee si sono rivelate la forma di governo più crudele della storia dell’umanità. Abbiamo formulato ipotesi anche su questo – la componente narcisistica che era fortissima nelle avanguardie storiche, una volta trasferita sul piano politico, ha propiziato massacri di intere popolazioni, di intere classi sociali”.
    “E quindi, lasciatemi indovinare, io dovrei cercare di avvicinarmi al Primo Ardito d’Italia e traforargli le cervella con un revolver?”
    “Sarebbe inutile. Probabilmente un attentato del genere fallirebbe, oppure lo spazio occupato da Marinetti verrebbe riempito da qualcuno molto simile a lui. In anni di esperimenti abbiamo capito che i rapporti di causa-effetto hanno una certa rigidità. La Storia si può entro certi limiti cambiare, ma non si può prendere di petto. È come cercare di spezzare un diamante con un temperino. Io sono riuscito a prendere forma in questo salotto, oggi pomeriggio, perché le modifiche che il mio lancio ha compiuto sulla Storia sono ancora molto contenute. E un lancio ancora più lungo è tecnicamente impossibile”.
    “Quindi non possiamo soffocare il piccolo Marinetti nella sua culla, o impedire ai genitori di conoscersi”.
    “Non funzionerebbe, no. Ma ora che sono qui, posso effettuare ulteriori modifiche”.
    “Devo nascondervi?”
    “Tutt’altro. Deve denunciare subito la mia presenza al ministero dell’innovazione scientifica. Il fatto che io sia qui, e che possa collaborare da subito con voi, ci permetterà di sviluppare la tecnologia dei viaggi del tempo con 10 anni d’anticipo. Fingeremo di lavorare a maggior gloria della Repubblica Futurista. Ma con il prossimo lancio dobbiamo riuscire a raggiungere il 1919”.
    “Piazza San Sepolcro? Vuole tirare una bomba a mano sul palco?”
    “Voi non sapete quanto mi piacerebbe. Ma no, i calcoli escludono che una mossa del genere sia possibile. Mi toccherà un ruolo più imbarazzante. Dovrò contattare una signorina di 21 anni, Benedetta Cappa. Avrete senz’altro sentito parlare di lei”.
    “Una poetessa, mi pare. Una delle innumerevoli amichette del Primo Ardito”.
    “È molto di più. Tra qualche anno denuncerà le violenze d’Abissinia e sarà espulsa dal partito futurista. Sarà una della principali organizzatrici dell’opposizione clandestina, e l’ispiratrice e finanziatrice delle nostre ricerche. In effetti il piano che sto eseguendo è in gran parte opera sua. In questa busta, che vedete, c’è una lunga memoria che la signora Cappa del mio 1949 ha scritto alla sé stessa di trent’anni prima. Io dovrò assicurarmi che la legga, e che accetti col suo sacrificio di salvare il mondo dal baratro”.
    “Che tipo di sacrificio?”
    “Dovrà fidanzarsi e sposare Marinetti”.
    “Questo è ridicolo”.
    “Purtroppo non posso mostrarvi le equazioni che lo dimostrano…”
    “Il Primo Ardito conquistato da una ragazzina? Si ricorda cosa scriveva nei suoi manifesti? Il disprezzo della donna, eccetera? Non si sposerà mai”.
    “Non è mai riuscito a trovare quella giusta. Una proiezione della madre, ovviamente. Leggete il polpettone futuristico che scrisse nel ’09, Mafarka, si chiamava. Un libro profetico, anche se di rara goffaggine. Tra qualche anno sarà introvabile. La Cappa è la donna che più si è avvicinata al suo ideale – ma si sono incontrati troppo tardi, quando la discesa nell’agone politico era ormai irrevocabile. Eppure è mancato poco – avevano già avuto un breve incontro nel 1918. La Cappa era una ragazzina, e quel reduce donnaiolo le faceva paura. Dovrò convincerla ad accettare le sue avances”.
    “Avete ragione, sarà molto imbarazzante”.
    “La memoria della Cappa cinquantenne la ragguaglierà su come soggiogare il suo seduttore. Il momento cruciale è l’autunno del 1919. Non so se ve lo ricordate, ma le prime elezioni a cui partecipò Marinetti furono un fiasco solenne. Fu arrestato la notte stessa per detenzione d’armi da fuoco. Passò una settimana in cella, era deluso e spaventato (4). Credeva che i bolscevichi avrebbero vinto. Quello è il momento in cui la signorina Cappa deve andarlo a visitare (5). C’è una finestra nel continuum causa-effetto che possiamo sfruttare. Cambieremo la Storia con un colpo preciso, come il tagliatore di diamanti che sa dove deve incidere per ottenere una sfaccettatura perfetta. Non siete convinto”.
    “No”.
    “Nessuno vi conosce quanto me. Siete già un uomo fuori dal tempo – positivista per formazione, e socialista per ideologia. Voi non accordate molta importanza al ruolo dell’individuo nella Storia. Credete che al posto di Marinetti vi sarà qualcuno come lui”.
    “Sono in errore?”
    “Vi mancano gli elementi per capire il vostro errore. Nel vostro 1929 la Storia è ancora una scienza umana, un’arte più che una scienza vera e propria. Nel mio 1949 è una disciplina scientifica rigorosa quanto la chimica o l’astrofisica. Ci sono eventi irripetibili – noi le chiamiamo “singolarità”. Uno di questi è l’avvento al potere di un artista d’avanguardia, Filippo Tommaso Marinetti. Un evento fortuito, verificatosi per un esilissima catena di circostanze, che avrà effetti a catena catastrofici. Non possiamo fare nulla per sciogliere le catene, ma se riusciamo a risalire al 1919 ci basterà un bigliettino profumato per salvare l’Italia dall’infamia e il mondo dalla guerra”.
    “Chi prenderà il suo posto? Ignoro del tutto le vostre formule, ma so che l’Italia era alla vigilia di una rivoluzione. D’Annunzio?”
    “Non ha nessuna chance, dopo Fiume è soltanto una presenza decorativa. Nessuno fa davvero affidamento su di lui. Abbiamo diversi scenari, tutti migliori di quello in cui Marinetti prende il potere. Per esempio… Si ricorda come si chiamava il movimento fondato a Piazza San Sepolcro?”
    “I fasci futuristi, mi pare”.
    “Fasci di combattimento. Il futurismo non era ancora la corrente egemone. C’era una forte componente socialista rivoluzionaria. Si ricorda di Benito Mussolini?”
    “Il giornalista? È a Parigi coi Rosselli, mi pare”.
    “Era lui il capo, a San Sepolcro”.
    “Ma veramente?”
    “La propaganda futurista sta già modificando la memoria collettiva. Ma controllate sui giornali del tempo. Mussolini verrà messo in minoranza soltanto al congresso del 1920, e poi cadrà in disgrazia. Il fidanzamento con Benedetta Cappa può modificare la situazione”.
    “Niente più Corsa su Roma?”
    “La organizzerà Mussolini. E otterrà l’incarico dal Re. È una persona molto più pragmatica di Marinetti; altrettanto ambiziosa, ma senza il narcisismo dell’artista. Non congiurerà contro la Corte; dovrebbe riuscire nell’obiettivo di pacificare socialisti e popolari”.
    “Lo odiavano entrambi. I socialisti, soprattutto”.
    “Vecchi rancori, li seppelliranno”.
    “Ci sono delle equazioni che lo dimostrano, immagino”.
    “Nulla è dimostrabile al 100%. Comunque è difficile immaginare uno scenario peggiore di quello dell’ascesa al potere di Marinetti. Ed è altamente probabilità che senza il suo esempio anche i cubofuturisti non riescano a liquidare Giuseppe Stalin. Quest’ultimo avvierà una politica di industrializzazione molto meno aggressiva – non massacrerà i contadini, è di estrazione contadina lui stesso. La repubblica di Weimar salderà il suo debito di guerra e grazie agli investimenti americani già verso la fine degli anni Venti sarà la prima potenza industriale d’Europa. Ovviamente ci saranno ancora guerre, e scenari al di là delle nostre possibilità di calcolo: ma l’incubo futurista sarà spazzato via prima ancora di prendere forma. Di Marinetti ci ricorderemo soltanto come di un artista mattoide che dopo la Grande Guerra mise giudizio e si sposò”.
    “E Venezia?”
    L’anziano professor Modena fissò negli occhi il sé stesso di venti anni prima, e sorrise. Per un attimo l’illusione di specchiarsi fu perfetta. “Venezia non sarà mai asfaltata. A nessun altro verrà in mente un progetto così folle”.
    “Non me lo può garantire al cento per cento…”
    “Al novantasei virgola quindici”.
    “Mi basta e mi avanza”.
    (Filippo Tommaso Marinetti e Benedetta Cappa si sposarono nel 1923. Il professor Angelo Modena non ha mai scritto il suo appunto sulla Macchina del Tempo di Wells. È morto a Birkenau nel 1944).

    Se a differenza del professore hai una voglia matta di vedere Venezia asfaltata, approva con futuristico vigore lo spunto che oggi se la gioca contro Redenzione. Tutto quello che ti si chiede è mettere Mi piace su facebook, o esprimervi nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

    deliri, La grande gara di spunti

    Non ho mai visto Carcassonne

    Ricapitolando: nel ’35 il nuovo governo sciovinista francese (che nei libri postbellici non risulta) comincia a deportare i catari in Corsica e Algeria. Quelli che almeno in un primo momento erano stati concepiti come campi di prigionia diventano campi di sterminio in seguito alla vicenda del Languedoc, un vecchio transatlantico affondato dalla marina francese dopo che i deportati catari ne avevano preso il controllo. Tutto questo ufficialmente all’insaputa della popolazione. E va bene.

    I catari avevano sempre avuto molti nemici, in Francia e altrove. Ma anche molti amici. Com’era possibile che nessuna potenza straniera fosse intervenuta? La cosa più difficile da mandar giù era il ruolo di Roosevelt. Aveva veramente finanziato il New Deal coi patrimoni sequestrati ai banchieri catari? I campi di concentramento per i cittadini giapponesi erano davvero nati cinque anni prima per segregare gli americani di fede catara? Più facile da capire l’indifferenza di Hitler, che stava preparando qualcosa di analogo in Germania. L’Italia in un primo momento aveva lasciato aperta la frontiera ai profughi (con grande disappunto della Santa Sede). Mussolini sperava in un qualche modo di poter usare la “questione catara” per uscire dall’isolamento internazionale seguito all’invasione dell’Etiopia. Nella versione non censurata del discorso del 10 giugno, il dittatore accenna più volte alla causa dei Catari. Forse era esistito un progetto per trasformare un settore della Corsica in un “Foyer catarà”. In realtà Mussolini non si era sbilanciato più di tanto, ma il risultato fu l’adesione indiscriminata di molti profughi catari al fascismo – a differenza che in Spagna, dove si erano schierati contro Franco pagandone le conseguenze. Dopo l’otto settembre gran parte dei catari italiani erano rimasti fedeli all’Asse: entrando chi nell’esercito repubblichino, chi direttamente nelle SS. E tra il 1945 e il 1946 erano scomparsi. Evaporati.

    Ai catari di Nagasaki non era andata molto meglio. Come mai una bomba più potente di quella di Hiroshima aveva fatto – secondo i resoconti ufficiali – metà delle vittime? E perché era stata scelta proprio Nagasaki? Com’era possibile che nessuno, nemmeno Truman, avesse dato un ordine preciso? Per quanto folle, tutto a un certo punto sembrava quadrare. I soprabiti neri di Pirandello, che in una prima stesura del racconto (poi censurata) prendevano vita e raccontavano l’orribile storia del loro popolo. La funebre allusione tra le righe di quella canzone di Brassens. “Non ho mai visto Carcassonne“. Il massacro dei catari era la pagina di Storia che gli Alleati avevano deciso di strappare a Jalta. Imbarazzante per la Quarta Repubblica e per gli USA, irrilevante per Stalin. Dal suo punto di vista due milioni di individui non dovevano sembrare che un trascurabile episodio.

    Se davvero vuoi vedermi proseguire in questo delirio, occorre che tu voti per Carcassonne, che oggi gioca contro La pace separataPuoi farlo mettendo Mi piace su facebook, o esprimendoti nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

    La grande gara di spunti, racconti

    La pace separata

    “Ci sto ragionando sopra da qualche tempo, Prandini, e adesso vorrei discuterne con te”.

    Prandini non poteva impedirsi di provare una certa deferenza nei confronti del vecchio. Quanti anni aveva? Per i ragazzi della Brigata esisteva da sempre, ed era sempre stato lì. Prandini se lo ricordava un po’ meno grigio, ai tempi della Stella. Era sopravvissuto a tutti i suoi compagni, così raccontava Prandini. Mentiva: una buona metà della Stella era passata dalla parte dei valligiani, in seguito a certi eventi confusi che era meglio ignorassero.

    “Io ormai sono fuori dai giochi”, continuò il vecchio. “Hanno smesso di cercarmi”.
    “Hai firmato la tua pace separata”.
    Il vecchio corrugò la fronte, forse non aveva capito l’espressione. Oppure non gli piaceva.
    “Sono un pensionato ormai. Hai mai pensato alla pensione, Prandini?”
    “Da giovane”.
    “Quando io me ne sarò andato – e non ho fretta, ma potrebbe succedere uno qualsiasi di questi giorni – tu sarai il più vecchio della montagna, lo sai?”
    “Amen”.

    (Questo pezzo prosegue lo spunto dei Banditi della montagna, e ovviamente partecipa alla Grande Gara degli Spunti. Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 


    “Ti ho osservato in questi anni. Hai fatto un buon lavoro coi ragazzi”.
    “Grazie”.
    “Prima di incontrarti erano una banda di monelli in gita. Non avevano speranza, nessuna”.
    “Mentre adesso”.
    “Quindi capisco la tua ritrosia ad abbandonarli”.

    Fu il turno di Prandini di aggrottare la fronte.

    “…ma prima o poi deve accadere. Proprio perché hanno imparato tanto da te, non hanno più bisogno come un tempo. Tra un po’ sarai un peso per loro”.
    “Un peso”.
    “Sei ingombrante. Hai sgozzato il figlio di un valligiano, ci sarà ovviamente un rastrellamento, e la colpa ricadrà su di te”.
    “Non potevo fare diversamente”.
    “Non ti sto giudicando. Ti sto dicendo come andranno le cose. Saliranno con l’artiglieria, faranno baccano per settimane”.
    “Non lo troveranno mai”.
    “È importante? Cominceranno a battere la montagna, dovrete ritirarvi dietro il crinale e perderete il raccolto. Ci saranno conflitti a fuoco, morti feriti e prigionieri e tutte queste stronzate che a una certa età, Prandini, stancano. Sul serio non sei stanco?”
    “Io e te siamo diversi”.

    Il vecchio chinò il capo di scatto, aveva capito l’insinuazione.

    “Io non ti giudico, e mi piacerebbe che tu non giudicassi me”.
    Ti piacerebbe.
    “Ho fatto delle scelte discutibili”, continuò il vecchio, fissandosi le scarpe lacere, “che se avessi avuto più tempo per riflettere…”
    “È così che è andata al passo del lupo? Li hai venduti perché eri stanco?”
    “Oh oh”, il vecchio cercò di sorridere. Senza incisivi non gli riusciva molto bene. “Che parola che hai usato. Che brutta parola. È quel che pensi di me?”
    “È quel che ho sentito dire”.
    “Non ho venduto nessuno. Li ho salvati. Metà di loro non avrebbero passato l’inverno. A quel tempo coi valligiani si poteva ancora ragionare”.
    “Spiegami il ragionamento”.
    “Un accordo orale, un patto tra… come si dice?”
    “Gentiluomini”.
    “Grazie. Non avremmo cambiato bandiera. Ci chiedevano di mantenere un presidio sul passo, e di far transitare i loro convogli di notte, con discrezione. Impedendo a qualche altra formazione di prendere il nostro posto. Mantova ovviamente non era d’accordo”.
    “L’hai ammazzato tu?”
    “Ha importanza?”
    “Curiosità”.
    “Ha veramente importanza chi ha fatto fuori quella testa di cazzo che non chiedeva altro che morire in qualche sparatoria inutile? Cercava la gloria, è stato accontentato. Io volevo soltanto che la mia famiglia mi sopravvivesse. Anche tu avevi una famiglia, mi pare”.
    “L’avevo”.

    Se tutto questo per qualche motivo non ti dispiace, è l’ora di votare per La pace separata, che se la gioca contro CarcassonnePuoi farlo mettendo Mi piace su facebook, o esprimendoti nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

    La grande gara di spunti

    Qualcuno continua a uccidere le mie ex (e io non ho un alibi)

    Riassunto dello spunto precedente: un tizio arriva in questura disperato, chiede di essere arrestato per aver ucciso nove donne in cinque anni – anche se non se lo ricorda. Quattro delle vittime sono concentrate nella stessa provincia (in cui da anni la polizia ricerca un maniaco seriale), le altre sono sparse per l’Italia e addirittura l’Europa, e nessuno le aveva mai collegate, anche perché ogni omicidio ha modalità diverse. Solo il Tizio conosce il collegamento tra tutte le vittime: sono tutte sue ex.

    (Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! È uno sviluppo di Qualcuno sta uccidendo tutte le mie exSe vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

    Tizio vive un incubo da anni. Per molto tempo ha esitato a informare gli inquirenti, perché sapeva che sarebbe stato sospettato ed era convinto di essere innocente – anche se in un qualche modo non riesce mai ad avere un alibi (è un tizio insolitamente solitario). Ma dopo la tragica scomparsa di una signora di Innsbruck incrociata ai tempi dell’Erasmus, decide di costituirsi. Pensa di essere vittima di uno sdoppiamento di personalità, e teme per Caia, l’unica ex superstite, di cui è ancora segretamente innamorato anche se si è fatta una famiglia. Mentre è in stato di fermo, il commissario che ha ricevuto le sue confidenze ha un’idea: e se fosse Caia ad aver assassinato le povere donne? Tizio ha ammesso di aver tenuto una lista delle sue conquiste, e di averla mostrata almeno una volta all’ex compagna. Se si esclude Tizio, l’unico colpevole non può essere, per quanto improbabile…

    Mentre sta ragionando su tutto questo, Caia muore misteriosamente davanti all’agente di scorta che le era stato fornito senza spiegazioni. Stavolta però Tizio dovrebbe avere un alibi! era in cella, no?

    No.

    Coincidenza, i termini della custodia cautelare erano scaduti il giorno prima. Lui naturalmente non si ricorda nulla, anche se aveva scritto diverse lettere anonime a Caia per metterla in guardia. Chi sta uccidendo tutte le sue ex?

    Non lo saprete mai – se non voterete per questo spunto, che oggi se la gioca contro Addio ai procioni, mettendo Mi piace su facebook, o esprimendovi nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

    animali, futurismi, La grande gara di spunti

    Cosa ci insegnano i procioni

    Come tutti i procio-linguisti (e più in generale i procio-studiosi, e i procio-divulgatori, e tutto l’indotto umanistico e scientifico che ruotava intorno al Pianeta dei Procioni), Aron aveva grosse difficoltà a mascherare il disprezzo che provava per i cosiddetti “procionidi terrestri”, quei gruppi di svitati che dopo aver visto un documentario di troppo erano andati a vivere nei boschi in piccole comunità di soli maschi o sole femmine – fatta eccezione ovviamente per quelle quattro settimane tra marzo e aprile, dedicate al corteggiamento e all’accoppiamento. Aron non riusciva nemmeno a individuare l’aspetto più paradossale: che le istruzioni per la vita in armonia con la natura provenissero da trasmissioni inviate e captate con le tecnologie più sofisticate a disposizione? o che una specie vivente dedita al genocidio fosse percepita come più “naturale” soltanto perché viveva tra gli alberi?

    (Questo pezzo prosegue lo spunto della Fine del mondo dei procioni, e ovviamente partecipa alla Grande Gara degli Spunti. Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

    “Non hai mai pensato che è anche colpa nostra?”, le aveva detto Sara un giorno. “In fondo non sono che vittime della procio-mania. Quella cosa che ci dà da vivere”.
    “Noi non viviamo di procio-mania. Noi studiamo i linguaggi dei procioni”.
    “Certo, e per farlo servono computer dall’enorme potenza di calcolo, e specialisti ben pagati, e tutto questo lo pagano gli sponsor che vogliono vendere il prossimo film 3d ambientato nel mondo dei procioni”.
    “Sara…”
    “La soap dei procioni sta andando fortissimo – anche se non abbiamo ancora capito chi è il buono e chi è il cattivo – ammesso che ci siano – i peluche autorizzati dall’Agenzia Spaziale sono già pezzi da collezione, e ci sono ragazzini che da cinque anni in qua non fanno che sentir parlare di procioni, procioni, procioni. Ti sorprende che una piccola parte di loro comincino ad arrampicarsi sugli alberi? Tra un po’ ci arrampicheremo tutti. Hai visto i progetti della nuova torre di Berlino?”
    “Prima o poi si renderanno conto che i procioni sono come noi”.
    “Non sono come noi”.
    “È vero. Ma non sono né meglio né peggio. Sono violenti, devastatori, hanno un forte senso del branco ma nessuno scrupolo per gli estranei”.
    “Bene, e ora dimmi qualcosa che li differenzi dai sapiens”.
    “Sin da quando abbiamo cominciato a capire qualcosa della loro Storia, abbiamo cercato di combattere il luogo comune di specie-in-armonia-con-la-natura. Abbiamo raccontato di come abbiano sterminato un’altra razza intelligente nel continente inferiore”.
    “Probabilmente noi abbiamo fatto la stessa cosa coi Neanderthal”.
    “Loro lo hanno fatto con armi batteriologiche”.
    “Allora è la stessa cosa che noi abbiamo fatto agli Incas”.
    “Non abbiamo usato armi batteriologiche contro gli Incas… non consapevolmente”.
    “Hanno iniziato a usare armi batteriologiche più o meno quando noi cominciavamo a perfezionare le catapulte, non puoi fare un paragone con…”
    “Sei tu che hai iniziato a fare paragoni”.
    “Va bene. Fare paragoni è sempre sbagliato”.
    “Sempre”.
    “Perché abbiamo iniziato?”
    “Non riesco a capire come sia passata l’idea dei procionidi in sintonia con la natura. Hanno devastato più habitat di quanto non abbiamo fatto noi”.
    “Ma vivono ancora sugli alberi, mentre noi siamo scesi”.
    “Tutto qui?”
    “Certo che no. Hanno quella pelliccia adorabile, e quel mese all’anno in cui pensano soltanto al sesso. Tutte cose di cui eravamo convinti fosse necessario liberarsi, per diventare civili. Loro ci hanno dimostrato che non è vero. Si può fondare una civiltà senza scendere dagli alberi, senza perdere i peli, senza rinunciare alla stagione dell’amore”.
    “Hanno cacciato gli orsi fino all’estinzione. E manco li mangiano”.
    “Erano comunque pericolosi. Piuttosto ci sarebbe da domandarsi perché noi non abbiamo fatto la stessa cosa”.
    “Perché abbiamo sviluppato il concetto di biodiversità, mentre loro…”
    “Loro si sono stabilizzati sul miliardo di abitanti, su un pianeta un po’ più piccolo della Terra, forse è una strategia più ecologica della nostra”.
    “Il loro modo di stabilizzarsi è massacrarsi tutti gli autunni”.
    “Anche lì, ci sarebbe da domandarsi perché non facciamo la stessa cosa”.
    “Sei seria?”
    “Forse non stiamo distruggendo il pianeta perché facciamo troppe guerre, ma perché non ne facciamo abbastanza. Ci hai mai pensato?”
    “Ok, non sei seria”.

    Se sei un furry, o non hai il coraggio di ammetterlo a te stesso, ma hai quello per votare Cosa ci insegnano i procioni, che oggi se la vede con Qualcuno continua a uccidere le mie ex, non hai che da mettere Mi piace su facebook, o esprimerti nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

    La grande gara di spunti, racconti

    Concentrati, Sirio

    Tutti i compagni di studio di Sirio conoscevano la storia del video di Ghent, per averlo studiato in Sociologia Uno o Diritto Civile, e per averlo visto innumerevoli volte alla tv o su internet, spesso utilizzato come filmato di repertorio. Per popolarità e pervasività se la giocava col filmino di Zapruder che documentava l’attentato a Kennedy, o le riprese di qualche allunaggio, forse l’adunata di Norimberga. A differenza di tutti questi documenti, il video di Ghent non esibiva personaggi storici, bensì un ragazzo, (D.T.) di bell’aspetto, visibilmente contrariato per un’erezione che non arriva malgrado le sollecitudini della partner, di cui nella prima versione si vedevano soltanto le mani. Si sentiva però la sua voce, molto vicina alla videocamera, ripetere la parola concentrati, con una sfumatura ironica che a molti sfuggiva (a Sirio no).

    Benché nel video originale la parola concentrati non si udisse più di tre volte, alcune manipolazioni successive l’avevano trasformata in un mantra. Dieci anni dopo la pubblicazione del video, era ancora impossibile coniugare in pubblico il verbo “concentrarsi” senza stimolare negli ascoltatori un’associazione col video – e con le disfunzioni erettili in generale. I vocabolari raccomandavano di usare sinonimi. Sirio ricordava benissimo quando aveva iniziato ad alzare le mani sui compagni che gli dicevano concentrati. Seconda elementare.

    (Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! È uno sviluppo di La prima volta si fa davanti a tuttiSe vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

    Tutti i coetanei di Sirio avevano studiato di come l’eccezionalità del video di Ghent, in un primo momento, fosse consistita in questo: era il primo esempio documentato di revenge porn al femminile. I genitori del ragazzo D.T., oltre a chiederne il sequestro (un gesto inutile, ma dall’alto valore simbolico), avevano denunciato la 17enne Cassiopea Ree. Sostenevano che lo avesse pubblicato per punire D.T. di averla lasciata. Tutti i compagni di Sirio sapevano più o meno com’era andata a finire: durante il dibattimento i legali di Cassopea avevano dimostrato che

    1. Il video era stato girato e condiviso da due persone consenzienti (una delle quali, D.T., aveva già compiuto la maggiore età), le quali non potevano non essere consapevoli del rischio che correvano.

    2. Se Cassiopea era effettivamente stata la prima a far circolare un frammento del video, non aveva agito per ritorsione o ricatto, ma per reazione a una minaccia di D.T., che in seguito a uno screzio le aveva annunciato di volerne pubblicare un’altra versione. Cassiopea lo aveva semplicemente battuto in velocità. Si era trattato di autodifesa.

    A questo punto i legali dei genitori avevano chiesto che fosse divulgato il video nella sua interezza, ai fini di “contestualizzare” la défaillance sessuale di D.T. Richiesta stravagante che il giudice probabilmente non avrebbe autorizzato – non fosse stata la stessa Cassiopea, a quel punto maggiorenne, ad acconsentire. La versione lunga in effetti riabilitava parzialmente il povero D.T., ma soprattutto rendeva Cassiopea una celebrità mondiale, proiettandola non verso la carriera cinematografica che molti le prospettavano, ma verso la politica. Quindici anni dopo l’eurodeputata Ree era tra le firmatarie del Sex Act Act, il disegno di legge che regolamentava la pubblicazione di “video giovanili amatoriali a contenuto esplicitamente sessuale”. Tutti i coetanei di Sirio la stimavano come personaggio pubblico di specchiata onestà e profonda competenza. E tutti avevano visto almeno una volta nella vita quel video artigianale in cui ci dava dentro con la foga dei suoi 17 anni. Tutti.

    Tranne Sirio Ree.

    Il figlio di Cassiopea.

    Se questo è il pezzo che vuoi salvare oggi, e Fiume 1920 quello che vuoi bocciare, apprestati ordunque a mettere Mi piace su facebook, o esprimerti nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

    futurismi, La grande gara di spunti

    Il ritorno alla terra, poema drammatico

    (Tra gli spunti ce n’è uno – Fiume 1920 – recuperato in una vecchia cartella di cui mi ero assolutamente dimenticato, buttato lì come tanti altri per far mucchio, e che invece risulta fin qui uno dei più votati. Sono un po’ in pensiero perché anche se è una vicenda che ho studiato (meno di quanto meriterebbe), ormai non ne so più niente. E siccome per ora non ho niente di più da offrire, incollo un pezzo preso dal libro più venduto e meno antologizzato di F.T. Marinetti, Come si seducono le donne. È un testi del ’16, dettato in trincea, che anche in edizione censurata spopolava tra gli ufficiali al fronte. Gente che sotto l’artiglieria si ripromette di tornare a casa con cicatrici non troppo sfiguranti e sdraiare nobildonne grazie ai futuristici consigli di FTM. Lo incollo qui per dare un po’ l’idea del tono, della situazione. Cinque anni dopo FTM è a Fiume che continua a inseguire gonnelle senza requie).

    Durante i tre anni che precedettero la conflagrazione generale, Parigi, che aveva riassunto e perfezionato in sé tutte le eleganze, tutte le raffinatezze, tutti i cerebralismi e tutte le esasperazioni erotiche, volle realmente spaccarsi l’enorme fronte luminosa contro la muraglia dell’impossibile.

    Tutti i divertimenti, tutte le bizzarrie, tutti i capricci, tutti gli spettacoli realizzati, esauriti, vuotati. La mania letteraria femminile che aveva succeduto alla mania del bridge, giunse a delle forme snobistiche assolutamente pazzesche e cretine. Durante un pomeriggio in un salone politico consideratissimo fui costretto ad ascoltare venti declamatrici diverse.

    (Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

    Una dama sessantenne leggeva una Notte di De Musset. Occhialetto tremante fra i nodi delle vecchie dita. Primavera stonata di una toilette rosalilla sul corporuderoattaccapanniombrello. Lingua stanca e bavosa fra i versi roventi. Disattenzione di tutti i cappelli piumati che bisbigliavano i loro affari senza preoccuparsi della declamatrice. Poi, un barbone biondo, pettinatissimo, in stiffelius, notaio o direttore di banca, cadenzava per dieci minuti degli alessandrini col gesto sempre eguale di un seminatore. Poi una signorina svenevole, piena di smorfie cinesi, parlava con una voce da passero, di una volontà che faceva rima con carità. Compassione generale. Nessuno ascoltava. Dalle tre fino alle otto e mezzo di sera. Ogni tanto interruzione: – bello! magnifico! interessante! Piccoli battiti febbrili dei ventagli richiusi contro gli anelli delle mani ridipinte. Mormorio di compiacimento falso. Gorgoglio di voci. Trotto di cretinerie banalissime. E si riprendeva: a non ascoltare.

    Nella sala dei rinfreschi si sfogava un frastuono sincero di voci, di piatti e di appetiti. Tutti infatti, poeti, poetesse, bohémiens ripuliti, giornalisti, artiste, signore, attrici avevano fame di sandwiches, pasticcini, gelati e cioccolata dopo quel fiume nauseante di insipidità, e specialmente dopo le lunghe strade parigine affollatissime che avevano dovuto attraversare a piedi, in tram, in luccicantissime limousines; tra mille scossoni, sotto l’impulso del tempo che li spronava a fare ad ogni costo il più assoluto niente. Ritmo affannoso. I petti femminili smaniosi di trovarsi sempre nel punto di Parigi più alla moda, nel salotto più in vista, allo spettacolo più eccezionale. Tutte le bassezze per un invito!…

    Ogni signora ha il suo giorno di ricevimento con qualche cosa di speciale. Lotta feroce dei diversi giorni della settimana! Il martedì della marchesa C pompa pneumaticamente i due terzi della curiosità parigina, ma è minacciato dal martedì della contessa D, e specialmente da quello della giovane e bellissima letterata Y, che lavora accanitamente ad accumulare quadri cubisti, poeti, futuristi, ballerini russi, giocolieri sudanesi e lancia su Parigi delle reti d’inviti nelle quali tutti i pesci vogliono assolutamente rilucere di un guizzante piacere cretino.

    Io ero un numero ricercatissimo. Non si poteva vivere senza i miei versi liberi all’automobile da corsa, che spaccavano tonando l’atmosfera morfinizzata di quegli ambienti. Per curiosità psicologica e mediante un veloce automobile io riempivo di energia futurista quattro o cinque salotti alla moda in un solo pomeriggio. Conobbi così la signora Julie de Mercourt che incontravo dappertutto.

    Biondissima, fragile, pallidissima, un ninnolo febbrile con dei subitanei languori nella voce e negli occhi come se si fosse tuffata nell’acqua calda di un ricordo erotico. La desiderai acutamente e l’inseguii. Le nostre velocità e le nostre onnipresenze erano parallele. Un giorno in un ascensore, presa di subitanea confidenza, mi parlò di malattia cardiaca e mi fece premere colla mano un piccolo seno bianchissimo scosso da un cuore troppo disordinato. Moglie di un architetto illustre che non conobbi mai, era smaniosa d’essere nominata in tutte le note mondane dei giornali, ma aveva evidentemente un’altra mania che io volli esplorare.

    Fu felice di presentarmi nella casa di un industriale miliardario, nell’occasione di una festa che doveva sorpassare tutto ciò che si era inventato di più favolosamente strano e piccante. Tutte le limousines aristocratiche scoppianti di luccicori, fuga sferica di riflessi, esplosione molle di stoffe rosa neve fra i cristalli, ebano, lacca rossa, turchesi, tenerissimi gialli, ottone dei fanali, gridio schizzante di strilloni sull’asfalto pieno di raggi veloci: Kru-breee-breee breee, Krubree-bree.

    Entriamo insieme. Vasto cortile quadrato. Tre pareti drappeggiate di bianco e verde; quella di fondo, evidentemente di un’altra casa e di un altro proprietario, trasudava di curiosi a tutte le finestre. Crescente polifonia di voci. Tutti i profumi corrotti dagli odori di troppi corpi femminili. Ambizione, irritazione di quattrocento cappelli, piume, garze, veli in rissa per emergere. Naufragio di gesti nudi. Palpitazione di gabbiani femminili fra una schiuma di ventagli. Caldo crescente. Interno di enorme conchiglia marina invasa metà dal sole di agosto. Non c’era più posto, ma la gente continuava ad entrare. Compenetrazione di gomiti nei fianchi. Barbe rosse, dorate, quadrate, a pizzo sfioravano globi di seni colorati come cirri al tramonto. Lunghi capelli grigiastri di vecchio decadente fra le scapole feroci di una scheletrita pianista bandeaux neri con una bocca forata dal rosso. Miscela di fiati. Ansare. Sarà molto interessante! Eccezionale! Il ritorno alla terra, poema drammatico… Non c’è palcoscenico! Una cosa assolutamente nuova! La divina Lettecot Livy sarà nuda! O quasi! Vestita di foglie!… I versi sono suoi! Nel centro vi sarà della terra, della vera terra!

    La folla era infatti disposta, assiepatissima, tutta in cerchio, come in un’arena. Silenzio! Silenzio! A stento inoculati, la mia amica ed io formavamo una fusione unica. Lo spettacolo incominciava. Non si vedeva nulla. Dei pezzi di versi schizzavano fuori dal brusio che non poteva cessare data la ressa. Ad un tratto, fra il fogliame umano, vidi la celebre Livy rizzarsi tutta verde, e spargere intorno a sé col grasso braccio nudo, della terra nera. Poi, riempirsene la bocca. E finalmente gridare con irruenza drammaticissima: «Bisogna mangiare la terra! Nutrirsi, nutrirsi, nutrirsi di terra!… per non morire!»

    Intanto una finestra si apriva al primo piano davanti a noi ed apparve una vasta portinaia francese una di quelle tipiche portinaie che presero tanta parte nelle battaglie tra inquilini Dreyfusisti e inquilini anti-Dreyfusisti. Aveva sotto l’ascella una lunga scopa, le larghe mani aperte sul ventre e ridendo a crepapelle, disse nel silenzio generale: Ah questa è grossa! Manicomio! Manicomio!… Tutti risero ma meno di me perché ero forse il solo a sentire la necessità urgente della conflagrazione generale. La mia amica mi guardò negli occhi, comprese e disse: «avete ragione di trovare tutto questo idiota… Dopo questo spettacolo non c’è altro che il diluvio».

    Due voci flebili e smorfiose mi ronzavano nelle orecchie da dieci minuti. Scambio di parole tenere che rivelavano dei semi-contatti erotici simili a quelli che mi univano alla mia amica. Mi voltai e vidi un signore panciuto sessantenne che stringeva col braccio destro amorosamente un giovanetto oscenamente effeminato, guance a pastello, labbra enfiate di vecchia prostituta, occhi azzurri sciupati malaticci e paurosi sotto dei bellissimi capelli biondi.

    Alla mia destra una notissima scrittrice, liquefatta da trenta anni di thè letterari, vasto seno-prua balordamente fasciato di velluto granata, oscillante alberatura di cappello estremoriente. Vicino sotto e sovente nascosta da lei una troppo fragile pupattola bionda (crema oro sorrisi di vetri fini) diceva a un banchiere biblico, calvo, che uncinava le donne (velieri o canotti) col naso arrugginito:

    — Oh! io trovo che il denaro è un potente afrodisiaco. Il denaro è la più grande prova d’amore che un uomo può darci…

    Era probabilmente fedele a quel suo palmipede bancario che le offriva con 100,000 franchi di toilette all’anno la delizia di vincere e di umiliare tutte le sue amiche. Preferiva indubbiamente un palpeggio di stoffe e una rivista di mannequins ad un ardente corpo a corpo col più seducente amante del cuore. Il banchiere rideva viscidamente di tanto in tanto offrendo ad ogni sorriso due lunghi denti d’oro al suo labbro inferiore ogni volta deluso.

    Se tutto ciò ti seduce, almeno più di La prima volta si fa davanti a tuttinon ti resta che mettere Mi piace su facebook, o esprimervi nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

    La grande gara di spunti, racconti

    La schiava (io ce l’ho e tu no)

    Potevano passare mesi interi senza un solo pensiero di angoscia. Mesi interi in cui passando davanti allo specchio dell’ingresso Biagio non vedeva che un cinquantenne soddisfatto, con una carriera avviata nel ramo immobiliare, un figlio che lo adorava, una compagna che lo amava, e una schiava rinchiusa nel secondo piano interrato di una palazzina sfitta, una piccola cosa pronta a precipitarsi ai suoi piedi appena la porta blindata si fosse aperta, alle due del pomeriggio nei feriali, e a qualsiasi ora nella notte, senza preavviso. In qualsiasi momento fosse arrivato laggiù, portando un po’ di luce e cibo e amore, sapeva che Yris gli avrebbe fatto festa, non era un amore di cucciola? E lui non era il più fortunato degli uomini? Potevano passare mesi interi così.

    (Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabelloneQuesto è un capitolo qualsiasi dalla Prigioniera nella torre).

    L’angoscia arrivava a tradimento, di solito in seguito a un’interruzione della routine. Un incidente domestico o un imprevisto sul lavoro. Persino una rimpatriata coi compagni d’università, dalla quale Biagio si aspettava solo soddisfazioni. Alcuni dei suoi amici avevano avuto più fortuna di lui nella vita: avevano auto più grosse, mogli più belle e giovani, e parlavano di luoghi esotici dove Biagio mai sarebbe andato in vacanza; ma cos’era tutta quella volgare esibizione di fronte alla sua gloria segreta? Nessuno di quei coglioni era riuscito ad avere dalla vita quel che Biagio si era conquistato. Nessuno ci era andato nemmeno vicino. Ogni gioia che riuscivano a prendersi, Biagio lo sapeva, non era che un simulacro di quella che lo attendeva al buio ogni primo pomeriggio nei feriali. E per quel povero simulacro erano costretti anche a pagare! In regali alla partner, in contanti alle escort, in alimenti elle ex, in assegni agli analisti.

    Quella sera, mentre si contavano a vicenda le rughe sulla fronte, e confrontavano le cilindrate, e prendevano appunti mentali sul prezzo delle vacanze altrui, Biagio si sentiva il cuore gonfio. Era il re del mondo e nessuno lo sapeva. Aveva solo il timore di sembrare troppo allegro, troppo su di giri – era sicuramente una paranoia, ma ad ogni buon conto si era messo a bere. Un ottimo espediente, già collaudato. Nessuno fa più caso a te quando bevi. Puoi esultare e gridare al mondo intero di essere un mostro – nessuno ti starà ad ascoltare.

    L’angoscia lo prese al risveglio, in un parcheggio poco lontano da casa. Non doveva aver dormito più di una mezz’ora, ma era come se tornasse alla vita dopo cent’anni di incubo. Chi era? Marchesani Biagio, nato a *** il primo ottobre 1963. Era il titolare di un’agenzia immobiliare, un padre di famiglia e un mostro. Da sei anni teneva prigioniera una ragazza in un sotterraneo, e non c’era modo di risolvere la cosa. Prima o poi sarebbe scappata, e lui si sarebbe ucciso. Oppure.

    Oppure sarebbe stato lui a ucciderla. C’era sempre stata questa possibilità. Si sarebbe sbarazzato del corpo in uno dei cento modi che si era immaginato in quegli anni. Acido muriatico. Sega circolare. Un’intercapedine del muro. Ma forse la soluzione migliore era la più semplice: sacchi neri, qualche mattone, e una gita notturna al porto. Nessuno l’avrebbe mai cercata in quei fondali. E nessuno sarebbe comunque risalito a lui. E allora cosa aspettava? Aveva già rischiato troppo, mettendo a repentaglio la felicità della sua famiglia. Doveva farlo il prima possibile. Poteva farlo anche in quel momento. La palazzina era a cinque minuti di distanza. Cosa aspettava?

    Già. Cosa aspettava a tornare il povero coglione di sempre, circondato da gente con macchine più grosse e compagne più giovani?

    C’erano notti in cui varcando quel cancello Biagio non sapeva, non credeva di sapere se andava a strangolare Yris o a piangerle in grembo. Nei fatti Yris era ancora viva, e lo aspettava alzata.

    Se tutto questo ti solletica, almeno un po’ di più di Tutto quel che sai è falsonon ti resta che mettere Mi piace su facebook, o esprimerti nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

    crisi? che crisi?, Euro, La grande gara di spunti

    I falsi miti del regresso (appunti)

    Gli abitanti di quella porzione occidentale del mondo, all’inizio del XXI secolo, assistevano con vari gradi di consapevolezza a due enormi cambiamenti, che visti da vicino potevano sembrare di proporzioni apocalittiche: la globalizzazione economica e il riscaldamento globale. Fenomeni complessi, che oggi si liquidano in un paio di paragrafi sul manuale.

    Nel 1990 il crollo del blocco sovietico aveva accelerato un processo di globalizzazione già in corso: se in quel momento molti in occidente esultarono per la fine della Guerra Fredda e l’apertura di nuove rotte commerciali, il modo in cui la globalizzazione si fece davvero sentire nei trent’anni successivi fu il crollo del costo del lavoro. A quel punto un terzo della popolazione mondiale era indiano o cinese; ed era disposto a lavorare per meno di un decimo del salario di un operaio francese o tedesco; e sarebbe stato così per un altro mezzo secolo. Questo portò i partiti tradizionali di sinistra alla crisi irreversibile, ironia della sorte, proprio nel momento di massimo splendore del Partito Comunista Cinese. Molti diventarono protezionisti: si opposero con forza a ogni progetto di accordo internazionale sul commercio. La “globalizzazione” diventò un’entità ostile, che si immaginava pilotata da lobbies di milionari, speculatori, “neoliberisti”. Fin qui era facile capire la dinamica del mito. Nasceva a sinistra come racconto consolatorio, si prestava a supporto di un progetto di riposizionamento: i leader delle sinistre occidentali avevano tutti gli elementi per capire che in un mondo di sette miliardi di abitanti il dumping salariale avrebbe distrutto le classi medie, ma qualcosa dovevano pure raccontare ai loro elettori, mentre li traghettavano verso posizioni protezionistiche o reazionarie.

    (Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabelloneQuesti sono appunti sulla traccia di Tutto quel che sai è vero!) (Poi li metto a posto meglio). (Ci faccio dei dialoghi). (Non sarà così noioso, prometto).

    A un certo punto aveva preso un improvviso vigore una vecchia idea fino a quel momento circolante soltanto in qualche circolo di destra: il sovranismo monetario. Gli studiosi del secolo successivo, con larghe dosi di senno del poi, accusano spesso gli artefici dell’unione monetaria europea di non aver calcolato il “contraccolpo emotivo” dell’euro: non si dà una valuta nuova in mano a centinaia di milioni di persone senza aspettarsene uno. Nei 20 successivi l’euro divenne, nella cultura popolare, la causa di tutte le crisi. I suoi vantaggi furono minimizzati, gli svantaggi magnificati: nel frattempo le burocrazie al potere, spaventate dall’idea che l’unione potesse implodere, terrorizzavano gli elettori prospettando vere e proprie catastrofi nel caso un Paese volesse rinunciare all’euro e tornare a una divisa nazionale. La religione del signoraggio nasce in questa temperie.

    La situazione sarebbe già stata caotica anche se nel frattempo l’atmosfera non avesse iniziato a scaldarsi. Del negazionismo relativo al riscaldamento globale, nella mia tesi, non avevo intenzione di parlare se non per sommi capi: era un argomento talmente famoso e sviscerato che non intendevo andare oltre i due o tre riferimenti biografici più noti. Si trattava del fenomeno di negazionismo più conosciuto e studiato: si sapeva che era stato finanziato dalle multinazionali criminalmente interessate a perpetuare lo status quo – in primis le compagnie petrolifere – e abbracciato acriticamente dai conservatori di tutto l’occidente. Verso il 2010 però era chiaro anche a loro che il mondo si stava scaldando. Doveva sentirsi in giro una gran necessità di miti consolatori; quello delle scie chimiche non era poi un granché, ma sempre meglio di niente. La cosa curiosa è che il mito era fiorito in qualche oscuro modo intorno a una tecnologia realmente esistente – il cloud seeding – che anche se in quegli anni sembrava passato in secondo piano, rappresentava comunque una speranza: se il clima era davvero modificabile su larga scala, perché non modificarlo per il meglio?

    Entrambi i miti (il signoraggio e le scie chimiche) emergevano come risposta semplice, rassicurante, a problemi complessi: contro il dumping globale di miliardi di lavoratori sottopagati, era sufficiente chiudere le dogane e stampare cartamoneta. Contro il riscaldamento globale, era sufficiente localizzare gli aeroplani che irroravano le scie riscaldanti. Come ci aveva detto il prof. Arci: il mito è la storia che racconti al bambino quando hai fretta o sonno. Perché fa sempre più caldo? figliolo, la rivoluzione industriale, la sovrappopolazione… papà, ti ho chiesto perché fa sempre più caldo. Ci sono uomini cattivi che ci scaldano il cielo. Ah, ok.

    Se l’argomento ti interessa, almeno più della Prigioniera della torre, non ti resta che mettere Mi piace su facebook, o esprimervi nei commenti. Grazie per l’attenzione e arrivederci al prossimo spunto.