dialoghi, dietrology, racconti, repliche

Per il prestigio dell’Italia nel mondo

[Oggi, o domani, a seconda del fuso, questo blog compie dieci anni. La redazione, colta da una certa vertigine, cerca di esorcizzare il fantasma del tempo perduto dimostrando che qualche vecchio pezzo è ancora vagamente leggibile, vagamente attuale. Questo per esempio è la semplice sbobinatura di un vertice internazionale della mafia tenutosi nel dicembre 2009 in un luogo che non posso dirvi (però c’è una piazza molto grande)]:


Cugghiuni+Business
DON PIPPO: Bacio le mani a voi tutti.
Illustrissimi, se siete venuti oggi qui, chi da Mazara, chi da Sidney, chi da Nuovaiorche… è per discutere di qualcosa che sta veramente a cuore a tutti noi, ed è il prestigio dell’Organizzazione.
Ora, illustrissimi, guardiamoci in faccia. Io vado ormai per i cinquanta, almost fifty year old, e sono tra i più vecchi qui. Eppure anch’io, credetemi, non sono mai stato un compare con la coppola e la lupara, che va in giro per i vichi a chiedere “rispetto”…(risate). Quello è cinema, ormai, ed è giusto lasciarlo al cinema… noi non siamo tagliagole, siamo uomini d’affari, e quando parliamo di prestigio, di rispetto, ne parliamo come uomini d’affari, che sanno quanto sia importante, nel mondo degli affari, questo concetto.
Illustrissimi, la nostra Organizzazione ha avuto negli anni degli alti e dei bassi, che non vi riassumo… ma anche nei momenti più difficili, ha potuto contare su qualcosa di inestimabile, qualcosa che non è mai venuto meno… come chiamarlo? “Made in Italy”, se vi va… insomma, nel nostro ambiente essere italiano ha sempre fatto la differenza. Un po’ come con le femmine, sì, italians do it better (risatine). Qui c’è gente che viene da tutto il mondo, per esempio don Giggi se non sbaglio adesso sta a… Shenzen, ho detto bene? Che non molti sanno dove sta sul mappamondo, ebbene è una città di sette milioni di abitanti, una Nuovaiorche in mezzo alla Cina, che manco i pechinesi sanno dov’è a momenti… noi invece lo sappiamo, e ci abbiamo don Giggi che fa affari lì. Per dire i cugghiuni che abbiamo – cioè, sicuramente ce li ha don Giggi. Bravo don Giggi (applausi).
Ma anche don Giggi mi deve fare la cortesia di riconoscere che tutti i suoi cugghiuni non sarebbero serviti a niente senza il prestigio che gli derivava dall’essere italiano, dal fatto che quando sei italiano nel mondo degli affari tutti, tutti ti stanno a sentire: le triadi, la Yakuza, i pirati somali, Al Qaeda, tutti quando tocca a noi parlare si stanno zitti e ci fanno parlare, perché siamo l’Organizzazione più famosa del mondo e questa fama, questo prestigio, i filme a Hollivud, ce li siamo conquistati sul campo, col sudore e col sangue nostro e degli infamoni che abbiamo mandato al Creatore (ovazione).
Illustrissimi, io non so quanti di voi facciano affari con la moda… io ci ho lavorato un po’, lo sapete… e mi viene spontaneo il paragone. Cioè, anche nel mondo della moda, fino a dieci anni fa, essere italiani faceva veramente la differenza. C’era Armani, c’era Valentino, ma c’erano anche certi inculati qualunque che comunque potevano contare sul rispetto e sul prestigio che gli derivava da un cacchio di cognome italiano. E poi cos’è successo. Ma lo sapete anche voi cos’è successo. Che i grandi vecchi sono invecchiati un po’ di più, e i giovani inculati invece di darsi da fare si sono addormentati sugli allori. Non hanno fatto ricerca, non hanno fatto innovazione, hanno stampato il loro bel cognome italiano sul profumo e sulla mutanda, e hanno pensato che tutti in America o in Cina o in India avrebbero fatto sempre la fila per comprarsi il parfum o la mutanda italiana. Un po’ di soldi li hanno anche fatti (ne abbiamo fatto più noi taroccandogli profumi e mutande, ma questo è un altro discorso), però nel medesimo hanno perso il loro prestigio. E ora nessuno li rispetta più come stilisti, al massimo come venditori di mutande. Ecco, illustrissimi, io mi sono posto questo problema: non è che corriamo il rischio di finire così? (brusio) Lo so, non è piacevole essere paragonati a degli inculati (risatine), però sul serio, io ho la sensazione che il problema c’è. Ed è una sensazione che è diventata più forte qualche mese fa, quando ne ho parlato con don Christopher, di Wellington, Nuova Zelanda. È qui alla mia destra.
DON CHRISTOPHER: Bacio le mani a voi tutti illustrissimi.
DON PIPPO: Ebbasta con queste formalità, andiamo. Allora, Don Chris è una persona formidabile, che ho avuto il piacere di conoscere in tenera età, anche perché, se non sbaglio, ti ho tenuto a battesimo, no?
DON CHRISTOPHER: Era la prima Comunione.
DON PIPPO: Vabbè, vabbè. Don Christopher ha trent’anni ed è il delegato dell’Organizzazione per la macroreggione Oceania – Sudest asiatico. Segno evidente che i cugghiuni ce li ha anche lui, mmm? Ecco, due mesi fa è stato a un summit internazionale a Wellington a… Koala Lumpur, dico bene? Eh, Malesia, quei posti lì. Ma spiegalo tu, che te ne intendi meglio.
DON CHRISTOPHER: Era un meeting internazionale di dealer, promosso dall’organizzazione leader del mercato indonesiano-malesiano.
DON PIPPO: Un mercato che vale…
DON CHRISTOPHER: Mah, approssimativamente… qualche centinaia di miliardi di euro.
DON PIPPO: Ecco, no, perché secondo me c’è ancora chi è rimasto ai tigrotti di Sandokan con l’anello al naso… qualcuno crede che vivono sulle giunche in quei posti lì, altro che giunche, non so se sapete che il grattacielo più alto del mondo ce l’hanno i malesiani, e i malesiani che vivono nel grattacielo più alto del mondo secondo voi non pippano? Pippano, pippano, hanno bisogno di colombiana anche loro. Quindi è evidente che è un mercato che c’interessa.
DON CHRISTOPHER: Noi abbiamo il know-how, però non siamo i più convenienti.
DON PIPPO: Perché ci piace fare le cose per bene. Però adesso io non è che vogliamo annoiarvi coi tigrotti della Malesia. Vorrei solo che don Cristopher ci raccontasse com’è andata a Kuala Lumpur.
DON CRISTOPHER: E’ stata un’esperienza allucinante. Allora, io premetto che sono nato a Wellington, NZ e di cose italiane ho davvero poca esperienza… sarà anche un limite mio, però… i giornali italiani li leggo poco e… li capisco poco. Quindi arrivo nell’albergo senza sapere niente, è un albergo in mano all’organizzazione locale e quindi mi devo fidare, do il nome, entro in camera e mi trovo accucciate sul letto due bambine cambogiane che non arrivavano a vent’anni. In due, voglio dire. (Espressioni di disapprovazione e genuino disgusto).
DON PIPPO: E cos’hai fatto a quel punto.
DON CRISTOPHER: Mah, quello che avrebbe fatto chiunque di voi illustrissimi. Sono immediatamente uscito dalla stanza, e dal lounge ho telefonato che così non andava, non andava assolutamente, che non avevano capito con chi stavano trattando, e che venissero a riprendersi le tipe immediatamente (Bravo! Così!) Si sono scusati, hanno detto che non sarebbe più successo, e che era una questione di cinque minuti. Io ho aspettato dieci, e poi sono risalito nella stanza
DON PIPPO: E cos’hai trovato.
DON CRISTOPHER: Un transessuale tailandese (risate).
DON PIPPO: No, no, signori… illustrissimi volevo dire illustrissimi, no, qui non c’è niente da ridere. Un meeting per discutere di business importanti, e ti trattano così… come un maniaco sessuale… adesso, ma lo vedete don Cristopher? A me sembra un ragazzo a modo, elegante, colto, parla anche un bellissimo italiano anche se in Italia non c’è mai stato… ma cos’è questa cosa che improvvisamente se un italiano va a un meeting lo trattano da maniaco sessuale? Quand’è cominciata questa cosa (mormorii)? Signori, guardate che il problema sta qui. È un problema di prestigio.
DON CHRISTOPHER: Sì, e se posso dire la mia…
DON PIPPO: Ma certo, dilla, dilla
DON CHRISTOPHER: E’ anche un problema di business.
DON PIPPO: Ma soprattutto è un problema di business. E infatti, poi, il meeting com’è andato?
DON CHRISTOPHER: Non mi hanno praticamente fatto parlare (mormorii di disapprovazione). C’erano dealer filippini e colombiani. C’era pure un rappresentante peruviano e lo hanno fatto parlare. C’erano un paio di triadi della zona di Canton, che fra parentesi, don Giggi, le porto gli omaggi del signor Xu Chang.
DON PIPPO: Ora faccio l’avvocato del diavolo: magari tu sei un ragazzo, dovevamo mandare uno più anziano, affidabile…
DON CHRISTOPHER: Don Pippo, io sono a disposizione dell’Organizzazione, però vi devo dire che lì ero il più vecchio. Tutti sotto i trenta. È un mercato molto dinamico.
DON PIPPO: Forse che non sai bene le lingue…
DON CHRISTOPHER: Please, don Pippo. Ho una laurea a Princeton in lingue orientali, e mi mandate a dei meeting con gente che non ha la licenza elementare. I colombiani si esprimevano in spagnolo e a gesti, e la commessa l’hanno vinta loro.
DON PIPPO: E allora, Don Chris, spiegaci ‘sto fatto a tutti quanti. Com’è che non ti hanno fatto parlare.
DON CHRIS: Mi hanno tenuto per ultimo prima del coffee-break e mi hanno chiesto… io non so se dirlo, don Pippo.
DON PIPPO: Dillo, Chris. È importante.
DON CHRIS: …se sapevo qualche funny joke.
DON PIPPO: Qualche barzelletta.
DON CHRIS: Di quelle sporche.
DON PIPPO: The nasty ones.
DON CHRIS: Mi facevano ammicchi, risatine… l’ospite mi ha chiesto se mi era piaciuta la “sorpresa in camera”… eccetera.
DON PIPPO: Illustrissimi, io non so… qui abbiamo un caso che secondo me è molto più grave di un affare perso. Abbiamo dei fetentoni, venuti su dal niente, in Paesi che fino a trent’anni fa le cartine geografiche avevano schifo a rappresentare… uomini di nulla che il mestiere lo imparano dai film che hanno fatto su di noi… e di colpo ci trattano da pagliacci. Da maniaci. Ora io mi chiedo: magari la colpa è nostra. Magari sono i nostri uomini che non si meritano più il rispetto dei loro genitori. Vedo Don Christopher, a cui l’organizzazione ha pagato gli studi migliori, un ragazzo elegante, di cultura, capace, e mi dico: magari non ho capito niente, magari è un povero cugghiune che non sa farsi rispettare. Ma me lo dovete dire anche voi: pensate che il problema sia don Chris? Pensate che non meriti il rispetto del mondo del business?
(Silenzio)
E allora, visto che siamo tutti uomini d’onore, qui, me lo dovete dire con franchezza: quello che è capitato a don Chris in Malesia è un caso isolato? O non sono successe cose del genere anche a voi, in giro per il mondo, negli ultimi mesi?
(Brusii)
E insomma, signori, secondo voi qual è il problema? In pochi mesi gli uomini dell’Organizzazione più rispettata in assoluto del mondo diventano dei pagliacci. E perdono gli affari, perché è sempre di questo che stiamo parlando, di affari. Allora vi chiedo: secondo voi cos’è successo negli ultimi mesi? Rimango in ascolto.
DON CALOGERO: Don Pippo, posso parlare?
DON PIPPO: Ci mancherebbe, ne hai facoltà.
DON CALOGERO: Don Pippo, noi siamo giovani, ma comunque maggiorenni e vaccinati, e quindi si è capito dov’è che si vuole andare a parare. Però, don Pippo, io vengo dalla Sicilia, non so se si ricorda, quell’isola triangolare…
DON PIPPO: Don Calò, questa ironia…
DON CALOGERO: Mi lasci finire, don Pippo, perché io vi ho ascoltato e vi ho anche capito, don Pippo, e lo so che c’è un problema. Insomma, è su tutti i giornali.
DON PIPPO: Di tutto il mondo.
DON CALOGERO: Insomma, il vecchio è fatto pazzo di viagra, sragiona, va alle feste di minorenni, ammicca alla regina Elisabetta, fa il cugghiune con Michelle… le abbiamo viste tutti queste cose. Siamo venuti per parlare di questo?
DON PIPPO: E per trovare una soluzione. Perché questo vecchio fatto pazzo di viagra, come dite voi don Calò, è diventato il rappresentante del made in Italy nel mondo, e questo fatto ci danneggia, ci danneggia molto, ci fa perdere qualche milione di euro al giorno, don Calò, e noi come organizzazione, abbiamo sciolto creaturine nell’acido per molto meno.
DON CALOGERO: E con questo cosa mi volete dire, don Pippo, che dobbiamo sciogliere pure a lui?
DON PIPPO: Naturalmente no…
DON CALOGERO: Perché non si può fare! E ci sono accordi precisi!
DON PIPPO: Gli accordi, don Calò, gli accordi… se poi li andiamo a vedere… li avrebbe dovuti rispettare lui per primo… mentre se mi ricordo bene, per esempio, il 41bis…
DON CALOGERO: Don Pippo, con tutto il permesso… ma che minchia ci frega del 41bis a noi… di quei mammasantissima in isolamento, coi loro pizzini medievali… ma che se ne stiano a farsi i loro criptogrammi colla bibbia, cosa minchia ce ne dovrebbe fregare a noi… io sto parlando business, come voi. Ospedali. Cantieri. Sto parlando di cose tangibili, come… il ponte sopra il cacchio di stretto (risate). Sì! Perché qui c’è gente che non crede nell’innovazione, nel coraggio per i progetti che sfidano il… voi volete tornare ai pastori coi pizzini, è questo…
DON PIPPO: Don Calò, io non dubito… in Sicilia siete tutti avvedutissimi uomini d’onore, e se avete voluto sostenere il… papiminchia (risatine) senz’altro ci avevate il vostro interesse. Però qui proprio perché non siamo medievali, bisogna cominciare a vedere la cosa globalmente, e globalmente il papiminchia è, per lo stato attuale dei nostri affari, un rugosissimo e puntuto pruno su per il pertugio del culo. (Risate e applausi) Ragione per cui la quale… ragione per cui la quale… è tempo di discutere un’exit strategy.
DON CALOGERO: La fate facile, voi.
DON PIPPO: E insomma, don Calò, siamo nel duemilaenove, non ci sono mica più i comunisti, andiamo. Un po’ di alternanza fa bene a tutti. Pensate che ho votato Obama anch’io, sì, quella melanzana, mi piaceva e me lo sono votato, embè? Non lo riuscite a trovare un altro partito da votare?
DON CALOGERO: Ma non è una questione… voi forse siete assenti dall’Italia da un po’ di tempo, don Pippo, e non avete presente… cioè noi i distretti elettorali in Sicilia li controlliamo abbastanza bene e ci possiamo inventare un partito anche domani, ma lui vince in Lombardia, in Veneto, perché le elezioni qui si vincono con le televisioni, e le ha tutte lui.
DON PIPPO: Un altro buon motivo per ridimensionarlo un po’… ma non c’è anche Murdoch? Possiamo fare pressione…
DON CALOGERO: Murdoch in Italia non ha lo spessore…
DON PIPPO: Ho capito. Insomma, è diventato più potente di noi.
DON CALOGERO: Don Pippo, purtroppo sì.
DON PIPPO: Però noi non è che possiamo starcene qui a ridacchiare mentre lui ci sputtana tutto il prestigio degli italiani all’estero. Qui dobbiamo cominciare, se non altro con gli avvertimenti. Chissà, può anche darsi che da quell’orecchio ci senta.
DON CALOGERO: E’ molto rintronato.
DON PIPPO: Questo lo vediamo. Cominciamo a fargli pressione. Qualche infamone che lo tira dentro a un’inchiesta… non riusciamo a trovarne uno?
DON CALOGERO: Don Pippo, io di infamoni ne trovo a centinaia, voi dite e io ve li preparo. Ma dovete capire che il papiminchia, come lo chiamate voi, sul piano processuale ha due cugghiuni degni dei meglio nostri.
DON PIPPO: E vabbè, di cosa lo avranno mai accusato? Corruzione, falso in bilancio, briciole… tiratelo dentro in una strage terroristica. Non avete delle stragi a mano?
DON CALOGERO: Qualcuna… ma roba vecchia… primi anni Novanta.
DON PIPPO: Perfetto. Tiratelo dentro. Vediamo come reagisce.
DON CALOGERO: Ma don Pippo, sono cose vecchie, di quando ancora comandavano i pastori, coi loro pizzini incomprensibili, e quindi nessuno sa veramente come sono andate le cose… voglio dire che a sparare una cosa del genere…
DON PIPPO: Sì?
DON CALOGERO: Noi per assurdo potremmo anche azzeccare una verità.
DON PIPPO: Una verità? Noi?
DON CALOGERO: Potrebbe anche darsi.
DON PIPPO: E vabbè, don Calogero, una verità, in mezzo a tante bugie, che differenza farà mai?
DON CALOGERO: Voi disponete, don Pippo.
DON PIPPO: Dunque, se siamo d’accordo, io passerei al secondo punto all’ordine del giorno, che è: riscaldamento globale. Allora, io non so se sapete la cifra che ogni anno stanziavamo globalmente agli istituti di ricerca perché minimizzassero il problema, bene, soldi buttati via, ormai è chiaro che i ghiacci si sciolgono, ci crede anche quell’omminicchio di George W. Bush. Dunque io proporrei di risparmiare quella cifra e investirla in energie rinnovabili… è inutile che facciate quella faccia, è business, bisogna pensare anche ai nipoti, e qui se la California va sott’acqua ci perdiamo triliardi di fatturato, insomma il mondo è una cosa troppo complessa per lasciarla salvare ai governi, bisogna che ci si metta la mafia e che ci si metta seriamente…
arti contemporanee, dialoghi, essere donna oggi, pubblicità, vita e morte

Secoli di secoli di frrrrrrrrrrrr


Attenzione: Questo pezzo contiene lessico piuttosto esplicito. I minori possono leggerlo solo se accompagnati.

Toc toc.

“Chi osa bussare alla Cripta del Creativo?”
Dunque, ecco io… avevo un appuntamento, rappresento un consorzio di pellai…”
“Parola d’ordine”.
“Chi mi ama mi segua”.
“Puoi entrare”.
“Grazie. Dunque, non so se ci siamo presentati al telefono, io… vengo a nome di questo consorzio di pellai che vorrebbe rilanciare la propria immagine e così… avevamo pensato di rivolgerci al Sommo…”
“Guarda, personalmente a me non fotte una sega di chi sei e cosa vuoi. Basta che tu abbia portato ciò che ci occorre. Hai il sangue?”
“Ma certo, ecco qui. Sette litri di sangue di vergine”.
“Bella tanica. Sicuro che è di vergine?”
“Eh, mi fa una bella domanda”.
“Perché se non è di vergine poi succedono i casini. Gruppo sanguigno?”
“Ecco, appunto, io… non volevo rischiare, e così ho preso un misto”.
“Mmmh. Ce lo faremo andar bene. Seguimi nel fondo della cripta, occhio al…”
“Ouch!”
“…Terzo capitello a destra, vedo che lo hai già incontrato”.
“Certo che fa freddo qui”.
“La temperatura ottimale per la conservazione. Eccoci arrivati. Il Sommo è lì, oltre la soglia di questo portale funerario. Sei pronto a incontrarLo?”
“Ho i brividi”.
“È comprensibile. Dunque, per prima cosa: non parlare e non Lo guardare negli occhi finché non Gli avrò somministrato il sangue. Solamente dopo, forse, potrai parlare. Ehi, ma ti senti bene?”
“Io… cerchi di capirmi, l’immagine del mio consorzio dipende da questo meeting”.
“Fidati di noi, sei in buone mani. Ora entriamo”.

Screeeeeeeeeeeeeeeeak

“Dio mio”.
“Dio non c’entra molto, come puoi ben capire. Non guardarLo!”
“Ma… non mi sembra che respiri”.
“Sssssssssssssst! Non ne ha bisogno! Ora Gli apro la bocca… uff, non viene. Certi giorni è proprio duro… Senti, dammi una mano”.
“Eh? Cosa devo fare?”
“ReggiGli la testa mentre cerco di aprirGli la bocca… su”.
“Ma non morde?”
“In linea di massima no”.
“Dio mio, chi potrebbe crederci, io sto… sto tenendo in mano la testa del Maestro”.
“Dio non c’entra niente, ribadisco. Ecco, ora infilo l’imbuto, tu versa pure dalla tanica”.
“Sette litri di sangue? Ma non sborderà?”
“Eh, anche a me sembrava strano le prime volte. No, è insaziabile. Guarda come va giù, non ne lascia un goccio”.
“Certo che è una dieta costosa, eh”.
“Vale tutti i soldi che è costata, come ben sai. Ecco”.
“Sta… sta cambiando colore!”
“Allontanati, adesso può mordere”.
“Si sveglia?”
“Non è mai veramente sveglio, e non è mai veramente… in sonno”.

Wrgrwgrgrgrggrgrg”.



“Sta parlando! Cosa dice?”
“Nulla di intellegibile per ora. Parla tu”.
“Ma cosa Gli devo dire?”
“Adulalo. È assai sensibile ai complimenti”.
“Sì, dunque, ehm…. O Maestro, o Luce dell’italico ingegno”.

Wgggrrrgrgrgrgrgrgr



“Vado bene?”
“Vai, vai, ti ascolta”.
“O Creativo dei Creativi, anzi, unico Creativo Italiano, del passato del presente e del futuro; nulla esisteva prima di Te, nulla sussiste dopo di Te, se non copiato da Te…”

Wgrrgrgrgrgrgccccucucucuc”.



“O Sommo Maestro, fosti tu e tu solo a rivoluzionare la pubblicità italiana, con quel cartellone di cui ancora oggi tutto il mondo parla, la campagna per i jeans… tu solo sapesti trovare l’immagine adatta al prodotto”.

WrrgrgrgrgrgrgrgrgcccccCULO!

“Vai bene, vai bene, lo hai svegliato.”

“CULO! grgrgrgr CULO! CULO!”


“O Maestro, come possiamo ricordare una per una le tue geniali innovazioni… le centinaia di campagne in cui tu mostrasti al mondo le…”


wrgrrgrgrggrg PUPPE!”



“Le nuove frontiere del comunicabile”.

“TETTE!”



“…Sì, anche quelle, sì”.

CHIAPPE! Werrghgewheg. CHIAPPE!”



“O Maestro, passano gli anni, eppure il tuo sguardo puro sul mondo non si appanna e ci regala sempre nuove…”

TETTE!”



“…Formidabili campagne, tra le quali vorrei ricordare quella meravigliosa elaborata più di dieci anni fa per Famiglia Cristiana”.

“CHIAPPE!”

“…E quella ancor più geniale, elaborata dieci anni dopo, per l’Unità”.

CHIAPPE!”


“O Maestro, così pura e originale è la tua arte, che tu riesci a trasformare in un capolavoro anche un’affissione di cibo per cani, mostrando...”

PUPPE!”



“Che il tuo genio non decade con gli anni. Ebbene, è a te – e a chi altri? – che ha pensato il mio consorzio, o Sommo”.

CU-LO! TET-TE! CU-LO! CU-LO! TET-TE!”



“Maestro sì, forse siamo stati troppo impudenti a ricolgerci a Te, che hai lavorato con i più grandi maestri del….”

“CULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTE CULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTE CULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTE



“…d’altro canto, o Sommo, che dovevamo fare? Rivolgerci a un giovinastro? a un cialtrone dilettante che senz’altro avrebbe copierebbe una Tua idea?”

“IDEA?”

“Ehi, ha detto Idea, hai sentito?”
“Sì, capita”.

“TETTE!”



“… e quindi insomma, Maestro dei Maestri, Tu solo hai parole di successo sempiterno, ed è Te pertanto che prostrati supplichiamo di rinnovare la nostra immagine”.

“IMMAGINE?”



“Sì”.

“TETTE-TETTE-TETTE-TETTE!”

“Sento che stai già elaborando qualcosa, o Maestro. Vedi, noi del consorzio pellai, stavamo pensando a un calendario, e così…”

“TETTE!”

“Sì, maestro, ho capito, le tette, un’idea senz’altro interessante, però… Maestro, noi vorremmo qualcosa di nuovo”.

“PUPPE!”

“…perché francamente, adesso, non vorrei offenderTi, però… un calendario con le puppe, da qualche parte… s’è già visto”.

“CHIAPPE!”

“Ecco, Maestro, sì, le chiappe, che idea brillante, perché no… e tuttavia…”

“CHIAPPE-CHIAPPE-CULO-CULO”.



“Insomma Maestro, io non so se ti rendi conto di quanto mi costa questo meeting, in termini di sangue di vergine al litro”.

“WRG? RGR?”



“Ops”.

“GRGRGGRGRGRGRGRG!”

“Ehi, attento a dir così. Lo ecciti”.
“Il fatto è che… insomma, Maestro, io credo tantissimo in Te… Possibile che Tu non abbia un’altra idea, qualcosa di veramente nuovo? Sono realmente venuto qui soltanto per sentirti dire Culo e Tette? Per carità, non dico che siano brutte idee, ma…”

“Wrrrhgrgrgrggrrgrgrgrgrf f ff f ff”

“E adesso cosa fa?”
“Non lo so. Mi sa che lo hai offeso”.
“Ah sì?”
“Nessuno gli aveva mai osato rispondere come gli hai risposto tu. Hai avuto del coraggio”.

“Rrgrgrgrgrf f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff”



“Si sta addormentando, forse”.
“No. Mi sembra piuttosto che… elabori”.
“Elabora?”

“f f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff”



“Sicuro che non stia per esplodere?”
“No”.

“f f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f fff”.



“Maestro, ti scongiuro, perdonami per la mia impudenza… non esplodere… non lasciare il mondo orbato di Te, unica fonte di creatività… che mondo triste resterebbe… un mondo senza colori, senza culi, senza tette, senza…”

“f f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f fRRRRRRR! FRRRRRRRRRRRR!”



“Maestro, stai forse cercando di dirci qualcosa?”

“f f ff f fFFRRRRRRREGNA! FREGNA! FREGNA!

“Mio Dio! È successo!”
“Dio non c’entra niente. Dio non c’entra niente”.

“FREGNA! FREGNA! FREGNA! FREGNA!”



“Ha avuto un’idea. Nuova. E io c’ero. L’ho visto”.

“FREGNA! FREGNA! FREGNA! FREGNA!”

“C’ero mentre la concepiva, mentre la portava alla luce! Ho assistito al parto, all’illuminazione!”
“Sei davvero fortunato. Non è capitato a molti”.

“FREGNA! FREGNA! FREGNA!”

“Sommo Maestro, se mi è concesso interpretare le Tue parole oracolari, Tu vorresti che nel nostro calendario noi mostrassimo una fregna, è così?”

“FICA! FREGNA! FICA! FREGNA!”

“Geniale. E gennaio è sistemato. Ma, o Sommo, a febbraio che si fa?”

“FREGNA! FREGNA! FREGNA!”

“Fantastico. Uno dopo gennaio si aspetta un’altra cosa, e invece… tac, uno-due, irresistibile. Maestro, Tu sei l’unico vero genio creatore della postmodernità, ma perdonami… a marzo?”

“FICA!”

“Ecco! È chiaro! Due mesi fregna, e poi fica. Devo prendere appunti. E ad aprile?”

“PATONZA!”

“Ma come Ti vengono. Come Ti vengono. Incredibile. Beh, a questo punto è maggio e si potrebbe anche mettere, che ne so, un unicorno che scorrazza in un prato fiorito, che ne pensi?”

“PASSSSSERA!”

“Ma sì, è chiaro, che sciocco che sono. L’effetto sorpresa, chi si aspetterebbe che a maggio mostriamo una passera, e invece noi… e a giugno?”

“FREGNA! PELOSA! FREGNA! GLABRA! FREGNA! NEGRA! FREGNA! ALBINA!”

“E io che ho osato dubitare di Te. Maestro, sei davvero l’Unico e il Sommo”.

“FICA GRINZOSA! FICA SPANATA! FICA QUALSIASI!”

“Penso già ai lanci di agenzia. Le polemiche. I giornalisti. Le femministe. Boxino del Corriere e Gallery di Repubblica assicurati”.

“FICA! FREGNA! FICA! FREGNA!”

“E mediante questa accorta strategia mediatica, noi presto raggiungeremo la…”

“FREGNA! FREGNA! FRFRFRRRRRRRRRRRRRR!”

“L’attenzione del nostro target. Maestro, vale ogni goccia del sangue che ho versato, questa idea che…”

“IDEA?”

“Sì, Maestro, una grande, grandissima Idea.

“FREGNA!”

“Appunto. Lunga vita a Te, Maestro”.

“VITA?”

“Se così si può chiamare, non lo so”.

“FREGNA!”

“Mi auguro comunque che possa durare nei secoli dei secoli”.

“SECOLI!”

“Sì”.

“FREGNA! SECOLI! FREGNA! SECOLI! FREGNA! SECOLI! FREGNA! SECOLI! SECOLI NEI SECOLI DI FREGNA! FREGNA FREGNA FRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr
dialoghi, giornalisti, lavoro, racconti

Assedio in pausa caffè

La visita d’istruzione

“Ehm, professore…”

Eh? Cosa? Come? Che c’è? Sono in pausa caffè.

“Professore, la pausa caffè era due ore fa”.

E allora? Mi serve concentrazione. Avevo anche messo fuori il cartellino do not disturb.

“Professore, mi scusi eh, ma ultimamente quando si concentra russa così forte che tremano i vetri di mezza redazione. E poi… sarebbe arrivata la classe”.

La che?

“Non si ricorda? La classe di quinta elementare, in gita d’istruzione, ci aveva detto che le mostrava il reparto”.

Aaah, già, la classe… che seccatura.

“Li faccio entrare?”

Un attimo, prendo un caffè.

“Professore, ma è sicuro che tutti questi caffè le facciano bene?”

E tu che ne sai, ragazzino.

“Professore, ho cinquantadue anni io ormai”.

Appunto, ne devi mangiare di crostini ancora… Aspetta cinque minuti e poi falli entrare, ok?

***

“Allora bambini, se adesso fate silenzio, siamo arrivati nella parte della redazione oserei dire più… più nobile. Si può dire ‘più nobile’, professore?”

Ma sì, dica pure.

“È il reparto editoriali! Chi è che sa cosa sono gli editoriali?”
“Ioìo”.
“Noioìo”
“Allora dillo tu, Kevin”.
“Sono quelle colonnine scritte fitte fitte che stanno sui lati della prima pagina, è come se tenessero su la testata”.
“Miopapà dice che solo colonnine di chiacchiere che fanno discutere la gente”.
“Ah, ah, ah, Jonathan, non devi sempre credere a quello che dice papà… li scusi, professore… sono piccoli… credono un po’ a tutto quello che gli si dice…”

Ma non ha tutti i torti, Jonathan.

“Ora, bambini, fate molta attenzione perché questo signore è il caporeparto, ed è uno degli editorialisti più letti d’Italia, e proprio lui ha accettato di mostrarci il suo luogo di lavoro, e di spiegarci come si fanno gli editoriali, pensate”.

Dunque, se prima di venire qui siete passati negli altri reparti, avrete notato che dappertutto c’era una cosa che qui manca, chi mi sa dire cos’è?

“Ioìoìo!”

Va bene, dimmelo tu.

“In tutti gli altri reparti c’erano tubi e cavi che portavano informazioni, e qui non ce n’è neanche uno”.

Esatto. Perché, come ha detto il vostro compagno prima, gli editoriali servono a far discutere la gente, e per far discutere non c’è bisogno di dare informazioni di prima mano, anzi, si rischia di distrarre il lettore. Questa è la prima cosa da sapere, quando si lavora al reparto editoriali: mai mettere un’informazione di prima mano, al massimo solo cose già rimasticate dagli altri reparti. Cosa che il lettore già sa, insomma.

“Ma se la gente le sa già perché le vuole rileggere?”

Perche gliele riscrivo io, che sono una persona importante, vedi come mi vesto? Ho anche la cravatta, qualche volta vado in tv – ma non troppo. Così, se tuo papà legge le cose che pensa già nel mio articolo, si convince che se le penso anch’io devono essere cose intelligenti.

“Mio papà legge solo Tuttosport”.

Funziona anche con Tuttosport. In questo reparto quindi noi lavoriamo con delle idee semplici semplici, che possono venire in mente ai vostri papà e alle vostre mamme, vedete? Stanno in quel cestone, il cestone dei Luoghi Comuni, noi li chiamiamo così. Allora tutte le volte che serve un editoriale, io prendo uno o due luoghi comuni (ma è meglio prenderne uno solo per volta) e li assemblo su una scocca. Per esempio, adesso ne pesco uno…

“Professore, ci fa provare?”
“Ioìoìo!”

Guardate che è un lavoro difficile, di responsabilità… oh, va bene. Tu, con le treccine, afferra un Luogo Comune.

“Ma quale devo prendere?”

Il primo che ti viene in mano.

“Questo?”

Leggi cosa c’è scritto.

“I-metalmeccanici-devono-rimboccarsi-le-maniche-perché-c’è-la globalizzz…”

…la globalizzazione.

“Cosa vuol dire globalizzazione?”

Che nel mondo, che è un globo, c’è sempre più gente disposta a fare il lavoro di tuo papà per meno euro all’ora, e quindi tuo papà deve sforzarsi di lavorare di più, meno pause caffè e meno gabinetto, eccetera.

“Ma mio papà è in cassa integrazione a zero ore”.

Parlavo in generale. Dunque, ora che abbiamo preso questo bel Luogo Comune, lo montiamo su una scocca. Le scocche sono da questa parte… sono intelaiature, come vedete”.

“Quanta polvere! Eccì!”

Sì, sono modelli molto antichi, in effetti sono più o meno le stesse intelaiature che si usano dall’invenzione del giornalismo, nel Seicento… ma alcuni erano in giro già ai tempi della retorica antica, una materia che voi a scuola non studiate.

“Studiamo Harry Potter”.

Meglio così, certe cose non sono per tutti.

“Ma non ho capito, scusa professore, a cosa servono queste cocche?”

Scocche. Vedi, cara bambina, a tirar fuori un concetto dal cestone dei luoghi comuni sono buoni tutti, ma inserire un luogo comune in un’intelaiatura di processi logici è una cosa molto più complicata. La scocca è la base di tutto, perché rende i luoghi comuni resistenti al senso critico. E dev’essere aerodinamica, nel senso che deve offrire meno attrito possibile agli argomenti contrari. Deve dare l’immagine della coerenza, della logica, della rapidità, così che quando da lontano vedono passare il mio editoriale con tutti i luoghi comuni al posto giusto sulla scocca, tuo papà e tua mamma esclamano: “è tutto chiaro! Non c’è nulla da aggiungere, ha già detto tutto il Professore!”

“Mio papà guarda solo la tv”.
“Mia mamma legge solo internet”.

Parlavo di papà e di mamme in generale. Chi vuole montare il Luogo Comune su una scocca?

“Ioìo!”

Va bene. Stai attento, eh, che c’è gente che ci mette anche una settimana a…

“Fatto!”

Però, sei stato rapido.

“Da grande voglio fare l’editorialista!”

Allora devi imparare a lavorare più piano. Comunque l’editoriale non è ancora finito, adesso si procede alla zincatura, ovvero si immerge la scocca in una vasca di Lessico Corretto. Il lessico è molto importante: non deve essere troppo banale o sciatto.

“E perché?”

Perché deve essere chiaro che è un Professore che parla, uno che ha studiato a lungo. Altrimenti rischia di non esserci nessuna differenza tra questo editoriale e le chiacchiere dei vostri papà al bar.

“Mio papà non va al bar, è musulmano”.

…Quindi, per esempio, al posto di “scegliere”, si usa la parola “optare”.

“Cosa vuol dire optare?”

Scegliere.

“Ho capito, si prendono tutte le parole facili e si trasformano in difficili”.

Eh, no, attenzione, perché se l’editoriale diventa troppo difficile la gente poi non lo legge, e comincia a pensare che il Professore è uno snob. Invece il messaggio che deve passare è che il Professore ha studiato tanto ma si sta sforzando di farsi capire alla gente umile, che sarebbero poi i vostri genitori.

“I miei genitori fanno i precari all’università”.

Mollali appena puoi. Quindi, ricapitolando: non esageriamo con la zincatura. Due o tre minuti sono più che sufficienti per rivestire la scocca di un lessico forbito ma non troppo. Ecco, abbiamo finito.

“E adesso che si fa?”

Si manda l’editoriale al reparto correttori di bozza, dove elimineranno qualche errore ortografico, non troppi.

“Ma non passa dal reparto facts-checking, come tutti gli altri pezzi del giornale?”

Hai visto troppi film americani, quel reparto da noi non esiste – e poi se anche esistesse, non sarebbe il nostro caso, perché questo editoriale, come dicevamo prima, non contiene propriamente nessun “fact”, nessuna informazione di prima mano. Quindi il mio lavoro è finito. Domande?

“Professore, mio papà lavora in una fabbrica simile, però produce le macchine, anche dieci al giorno”.

Non male, tesoro, anche se dovrà abituarsi a produrne un po’ di più. Ma qual è la domanda?

“Ecco, io volevo chiedere, tu quanti editoriali produci in un giorno?”

In un giorno? Per carità, al massimo ne faccio un paio alla settimana. Sono più che sufficienti.

“E tutto il resto del tempo cosa fai?”

Beh, mi concentro per scriverli meglio. E poi ho anche altri lavori, per esempio faccio lezioni all’università, utilizzando più o meno le stesse scocche che si adoperano qui, ma con una zincatura più pesante. Poi ogni tanto prendo tutti i miei editoriali, li monto in una scocca più pesante con copertina di cartone e rilegatura in brossura, e li rivendo di nuovo ai vostri genitori in libreria.

“Mio papà in libreria compra solo i divudì”.

E a volte mi invitano in tv a dire due parole sui miei libri. Insomma, sono molto impegnato.

“Ma professore, come si fa a diventare editorialisti?”

Eh, figliolo, bisogna studiare tanto tanto. E poi ancora tanto tanto. Fare tanti sacrifici. E poi, un giorno, chiedere a tuo papà se ti fa scrivere nel suo giornale, o in quello dell’amico del cognato, o se suo zio rettore ti assume all’università, cose così.

“Mio zio di mestiere guida il muletto dietro l’esselunga, mi ha promesso che me lo fa provare”.

Direi che tua strada è segnata. Altre domande?

“Professore, ma lei non ha paura della globa… come si chiama”.

Della globalizzazione? Tesoro, perché dovrei averne paura io?

“Ma lo ha detto prima, c’è sempre gente al mondo che è disposta a lavorare per meno euro all’ora. Questo non vale anche per lei?”

Ma no… vedi, la maggior parte di queste persone stanno in Cina e in India, e se si sforzano possono anche imparare a guidare il muletto dello zio del tuo compagno, ma prima che imparino a scrivere editoriali in italiano… eh, ci vorrà ancora molto tempo. Quindi il mio mestiere è al sicuro, vedete, perché è ancora un mestiere antico, come li chiamavano nel medioevo… un’Arte. Ci vogliono anni e anni di esperienza per riuscire a scrivere quello che…

“Professore, mio papà a volte ti legge…”

Oh, finalmente.

“…e dice che quello che scrivi tu lo potrebbe scrivere anche un bambino delle elementari, e in effetti adesso che ci hai mostrato come si fa, penso che mio papà ha ragione”.

Si dice “abbia ragione”. Vedi? Credi che sia facile, ma poi sbagli i congiuntivi.

“Professore, abbia pazienza, i congiuntivi esprimono: dubbio, incertezza, sospetto, mentre io sono assolutamente sicuro che mio papà HA ragione”.
“Io se scrivo temi con idee così banali la maestra mi dà al massimo sette meno meno”.
“Mia mamma ha smesso di leggerti da tre anni, dice che su internet ci sono persone che scrivono gratis cose molto più interessanti”.
“Mio papà quanto ti vede in tv la spegne, dice che piuttosto di starti ad ascoltare va al bar, dove almeno la gente che dice le tue banalità si può insultare dal vivo”.
“Adesso, professore, onestamente: quanto guadagna netto in quei cinque minuti in cui spiega con belle parole che i nostri genitori non devono più fare la pausa caffè?”

Fermi, state fermi… se mi venite tutti addosso non respiro…

“Professore, secondo me tu sei un parassita che non servi a nulla, nessun indiano o cinese ti verrà a sostituire perché fondamentalmente il tuo mestiere ormai è inutile”.
“Sei convinto di vivere in una torre d’avorio in mezzo alla pianura dell’ignoranza, quando ti basterebbe dare un’occhiata alla finestra per accorgerti che tutto intorno ormai è pieno di grattacieli”.

Maledette canagliette, dov’è la vostra maestrina?

“Sono qui dietro”.

Richiama queste piccole pesti, mi vengono addosso!

“Ehiehi, che maniere. Mi dia del lei, intanto, sono una professoressa anch’io. Ho appena conseguito un dottorato di ricerca in Letteratura per l’Infanzia, se ha dato un’occhiata al mio curriculum avrà notato che negli ultimi tre anni ho scritto più articoli scientifici di lei”.

Ma io mica leggo i curriculum…

“Già, che bisogno c’è. Dalla sua torretta siamo tutte maestrine. Allora bimbi, cosa vogliamo fare di questo babbano inutile?”
“Impicchiamolo!”
“Alla sua cravatta!”
“Dai!”
“Buttiamolo nel cesto dei Luoghi Comuni, in fondo è quello che è”.
“Anzi, probabilmente è lì che lo hanno trovato”.
“Lo hanno assemblato su una di queste scocche”.
“Poi a un certo punto si è convinto di essere un umano, ma è stato tanti anni fa, quando la gente ancora lo leggeva!”
“Meravigliosa intuizione, Kevin. Va bene, smontiamolo e vediamo se riusciamo ad assemblarlo in un modo più originale”.

Indietro! Indietro! Canaglia! Canaglia!

***

“Professore, dice a me?”

Eh? Oddio, era tutto un incubo. Devo essermi appisolato e… ma cosa sono queste urla di là? Ci sono dei bambini?

“Bambini? Ma no, è la vertenza. Sa che dobbiamo mandare a casa un’altra dozzina di redattori”.

Ancora?

“Che ci vuol fare, professore, continuiamo a perdere copie… Piuttosto, è pronto l’editoriale?”

No, mi dispiace, mi devo essere assopito e… Qual era l’argomento, scusami?

“Riforma Gelmini. Deve scrivere che gli studenti sono reazionari, non accettano le novità, difendono lo status quo”.

Ma l’ho già scritto la settimana scorsa.

“Va bene, allora prende il pezzo della settimana scorsa, lo smonta, lo riassembla in un ordine diverso, cambia un po’ di sinonimi… se è stanco le mando uno stagista, ce n’è uno giovane che è molto bravo”.

No, no, faccio da solo.

“Guardi che non è un problema, tanto lo stagista è qua. E non lo paghiamo mica a prestazione. Anzi, non lo paghiamo proprio, ahah”.

Quanti anni ha?

“Un po’ meno di trenta, direi… ventotto, ventisei…”

Alla sua età io ero già in facoltà… prendevo l’assegnino…

“Cosa ci vuol fare, professore, è una generazione di… di bamboccioni, no? Non l’ha detta lei questa cosa?”

No. Non ero io. L’ha detta uno che adesso è morto.

“Ah, mi scusi. Devo averla vista nel cestone dei Luoghi Comuni, e ho pensato che fosse roba sua”.

Eh? Cos’hai detto?

Cristo, dialoghi, non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo, preti parlanti

Et itervm ventvrvvs est cvm gloria

Il secondo avvento

“Allora, Don Peppino…”
“Oh, Agnese, eccoti”.
“Si tratta di due persone. Un signore di mezza età e una…”
“Fammi un favore intanto, allungami un Mago”.
“Un mago?”
“Un Re Mago, avrai presente com’è un Re Mago, no? Nella scatola delle statuine, quelli grossi a dorso di cammello”.
“Aaaah, un magio! ma me lo poteva dire… pensi che avevo capito un mago con la bacchetta magica e il cappello…”
“Seh, Harry Potter. E allora, ‘sto Mago arriva o no?”
“Vuole il bianco o il negro?”
“E dammeli tutti e due, che non si dica mai… oh. Ecco. Se li metto qui dietro le palme, cosa dici?”
“Ma don Peppino, io sapevo che i Magi si mettono alla Befana”.
“All’Epifania. Lo so. Però sono i pezzi più belli che abbiamo. Artigianato napoletano dell’Ottocento. Parliamoci chiaro, Agnese, non fosse per questi magi, il nostro presepe parrocchiale sarebbe…”
“’na mezza ciofeca”.
“E bada a come parli, nella casa del Signore. Mi dovevi dire qualcosa?”
“Sì, don Peppino, per via di quei due… un signore di mezza età e una ragazzina”.
“Ah”.
“Lui dice che vengono da fuori, erano qui per rinnovare il permesso di soggiorno, se ne ripartono appena possono”.
“Certo, certo, come no”.
“Lui dice che pensava di ripartire in giornata, ma si è trovato una coda lunghissima in questura che non se l’aspettava… quando ha visto venir sera hanno provato a cercare un albergo, ma sa com’è. E gli hanno detto di provare qui”.
“Ovviamente”.
“Don Peppino, ma scusi, ma di Re Magi quanti ce ne vuol mettere?”
“Te l’ho detto, sono i pezzi più belli che abbiamo”.
“Sì, però così tanti non vanno bene”.
“È che sono indeciso. Vedi questi qui, più piccoli, sui dromedari… sono meno antichi degli altri, però… mi sembrano più eleganti, cosa dici?”
“Mah, per me…”
“Con queste finiture in oro che riflettono l’illuminazione… li mettiamo un po’ più lontani alla stalla, così non si nota la differenza di proporzioni, e vedrai che…”
“Don Peppino, insomma, qui stiamo a fare un’eresia”.
“Ma cosa dici, un’eresia. Non sai nemmeno di cosa parli”.
“Sarò anche ignorante e quel che vuole lei, però sei Re Magi in un presepe non si sono mai visti”.
“Ne sei sicura?”
“E insomma lo sanno tutti che i Re Magi sono tre”.
“Lo sanno tutti. E dove starebbe scritto?”
“E che ne so io… nel Vangelo”.
“Che Vangelo? Matteo, Marco, Luca… Che Vangelo?”
“Me lo dica lei”.
“Perché vedi Agnese, se tu il Vangelo l’avessi preso in mano sul serio, anche una volta sola, lo sapresti che il numero di magi non c’è, né in Luca né in Matteo. Non è specificato, capisci? Tu pensi che siano in tre perché li hai sempre visti in tre. Ma è un numero come un altro. Due sembravano pochi, quattro sarebbero costati troppo, e così la gente ne metteva tre. Ed è rimasta l’usanza. Però io qui ho due serie, e sono tutti pezzi molto belli, e francamente se devo scegliere tra quei pastori lerci e questi re Magi…”
“Ma dopo non ci sta più spazio per le pecore”.
“Le pecore son tutte grigie. Si son prese il fumo di cent’anni di candele, sembrano sorci giganti. Allora, qui i casi sono due: o usciamo a comprarne di nuove…”
“S’era deciso di fare economia”.
“Ecco, appunto. Oppure lasciamo perdere le pecore e aumentiamo i Magi, che fanno una più bella figura. Ma mi stavi dicendo di quei due. Cosa vogliono?”
“E cosa pensa che vogliano. Chiedevano un posto per dormire”.
“Gliel’hai detto, che in canonica siamo al completo?”
“Gliel’ho spiegato. Hanno chiesto di dormire qui”.
“Eh, certo, come no. Nella casa del Signore. Ci mettiamo due materassi e il vaso da notte”.
“Don Peppino, lo so che è una cosa che non andrebbe fatta. Però fuori sta notte va sottozero… lei li mette qui, li chiude a chiave, e domani sul presto io…”
“Se vogliono escono lo stesso”.
“Ma pensa che possano rubare? Ma non c’è niente di prezioso”.
“Le statuine”.
“Don Peppino, andiamo, le statuine”.
“Artigianato dell’Ottocento. Agnese, noi qui abbiamo un servizio da offrire. Quando vengono i fedeli sotto Natale, e avrai notato che magari si svegliano tardi tutto l’anno, ma sotto Natale non mancano mai, ci sono certe cose che vogliono vedere. Ci sono delle cose a cui tengono, e noi gliele dobbiamo dare, Agnese, sennò tanto vale piantare baracca e burattini”.
“Ma aspettiamo domani a montarlo, il presepe, li mettiamo a dormire qui, e domani…”
“Domani è domenica, e cosa gli mostriamo ai nostri fedeli? Al posto del presepe, un materasso con due stranieri? Da dove dicono di venire?”
“Palestina”.
“Come no. La balla dell’asilo politico. Ci provano tutti. Fidati che sono marocchini come tutti gli altri. Ti hanno mostrato documenti?”
“No. L’uomo dice che si chiama Yussuf. La ragazzina non dice niente”.
“Seh, Yussuf. Tutti Yussuf, si chiamano. E secondo te io domattina ai fedeli, al posto del presepe, ci devo mostrare Yussuf”.
“Don Peppino, lo so, ma se li svegliamo presto…”
“Quello che mi fa più rabbia, Agnese, è che tu magari mi prendi pure per un fanatico. Uno che potrebbe salvare la vita a ‘sto Yussuf e invece si preoccupa per le statuine. Perché tu alla fine pensi che io sto giocando con le statuine, che questo è un gioco per me. È questo che mi fa ammattire”.
“Ma io lo so che lei…”
“Il problema è che queste statuine sono il mio lavoro e la mia fede, Agnese, lo capisci o no? Che se volevo fare l’assistente sociale non studiavo per prendermi questo vestito, e non stavo a venire qui, e che va bene l’accoglienza, va bene tutto, ma c’è un limite anche per don Peppino. Adesso mi dici di metter via il presepe per far posto a Yussuf. E il prossimo Yussuf che ha bisogno? Spostiamo la Madonna di Lourdes?”
“Ma è solo per una notte..”
“Una notte, come no. E avranno freddo. Però magari potremmo bruciare un po’ di roba, qui, per scaldarli. Tutte ‘ste croci, eh? Potremmo infilarle nella stufa a legna”.
“Don Peppino, non dica così”.
“E anche queste statuine. Cosa vuoi che siano delle statuine dell’Ottocento davanti a Yussuf. Questo bambino di legno qui, per esempio, Agnese, lo riconosci?”
“E certo che lo riconosco”.
“E invece magari dopo cinquant’anni che ci passi davanti ti rendi conto che non l’hai mai visto davvero, non ci hai mai riflettuto sul serio. Allora avanti, Agnese, cosa ci vedi?”
“Cosa vuole che ci veda, don Peppino… il bambino, ci vedo”.
“Ma tu ci credi, Agnese, che questo bambino è Gesù Cristo Dio, che si è fatto uomo per salvarci dai nostri peccati, e di nuovo verrà nella gloria, per giudicare… continua tu, Agnese, per giudicare?”
“…i vivi e i morti”.
“Ma ci credi o no?”
“E certo che ci credo”.
“Che lo vedrai, nella sua gloria, quando ritorna, nel Secondo Avvento”.
“Certo”.
“E quindi lo sai che noi siamo qui per testimoniare, e che queste statuette, questo giochino, sono un modo per rendere testimonianza, per ricordare alla nostra gente, ai bambini, agli anziani, che Gesù è in mezzo a noi, per ricordare che bisogna fargli spazio, al momento giusto”.
“Massì…”
“E il giorno che tornerà, il giorno che lo vedrai, perché hai detto che ci credi, Agnese: cosa gli dirai? Signore, scusa, ma quel giorno invece di renderti testimonianza dovevamo far posto a uno nemmeno battezzato, Yussuf, e a sua figlia che…”
“Non è sua figlia”.
“Andiamo bene. Non è sua figlia. E perché sta con lui?”
“Non me l’ha voluto dire”.
“Ma quanti anni avrà?”
“Don Peppino, lei lo sa, queste donne straniere… non me ne intendo”.
“Dimmi quanti anni ha, secondo te”.
“Non più di quindici”.
“Perfetto, allora chiamiamo i carabinieri, che un tetto glielo trovano”.
“No, Don Peppino, non si può. La ragazza ha bisogno di stare tranquilla stanotte. Molto tranquilla”.
“Perché. Cos’ha questa ragazza”.
“Parecchia pancia”.
“Che tipo di pancia?”
“Quella di nove mesi, secondo me”.
“Ma che ne sai, tu, mica ti intendi di donne straniere”.
“Di donne no, di pance sì”.
“Massì, in fondo, che male c’è. Veniamo pure in Italia. Sposiamo pure le bambine, mettiamole pure incinta. Tanto se non si trova un tetto alla fine c’è sempre un prete che ci mette la pezza”.
“Don Peppino, ho capito, allora facciamo così: lei li mette nella mia stanza e col presepe ci resto io”.
“Agnese, per carità non mi fare la santa”.
“E che sarà mai. Mi metto su quella panca lì dietro, lei non sa quante ore ci ho già dormito su quella panca”.
“Lo so, Agnese, però non ti ci addormenti, se non ci sono io che attacco la predica”.
“E lei mi metta il musimatic, vedrà che a mezzo nastro mi addormento. Così, se proprio deve venire stanotte Gesù a giudicare i vivi e i morti, qui trova tutto regolare, va bene?”
“Agnese…”
“Punto la sveglia alle sei”.

Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.


Era il Post sotto l’Albero. Buon Natale.

Berlusconi, dialoghi, futurismi, vita e morte

Di putridi e di puri

Rifiuti berlusconi, fonte di ogni male?
(An english version)

Ma cos’è questa puzza?

Leonardo.

Eh? Chi mi chiama?

Leonardo, rispondi attentamente. Ricordi il tuo cognome?

È personale.

Che professione svolgevi?

Come sarebbe a dire “svolgevo”… scusate, però, risponderò volentieri a tutte le domande, ma aprite una finestra, perché questa puzza io…

Ricordi la tua data di nascita?

Certo. Ahem. Undici. Ventinove. Settantatredici… scusate, è strano, ho un’… un’amniocentesi…

Ricordi la tua data di morte?

No, quella proprio no, mi dispiace.

In che anno ritieni di essere?

Io… boh, dalle parti più o meno del Duemila e…

Mi spiace, ma non c’è un modo gentile per dirtelo: siamo nel 2273.

Peeerò.

Ora, rispondi con franchezza. Pensi di essere vivo o morto?

Uhm, se sono vivo dovrei essere molto, molto anziano. D’altronde, nel secondo caso… si spiegherebbe la puzza.

Leonardo, sei stato resuscitato.

No! Sul serio! Ma io lo sapevo, infatti, meno male che sono rimasto cattolico fino alla fine, lo sapevo che…

Non è la resurrazione cattolica.

Lo sapevo. Fregato anche stavolta. Siete musulmani?

Siamo antiberlusconiani.

State scherzando.

No. La nostra civiltà – che è sorta sulle ceneri della vostra – poggia su solidi pilastri morali, uno dei quali è il rifiuto di ogni berlusconi.

Ma no, anche quelli piccoli e biondi? Che vi hanno fatto di male?.

Già, è pur vero che ai tuoi tempi “Berlusconi” era ancora un nome proprio. No, per noi “berlusconi” è un nome comune e rappresenta tutto ciò che è malvagio, meschino, appariscente, tronfio, vaniloquente, egoista, fine a sé stesso, amorale e fiero d’esserlo, ignorante e fiero d’esserlo…

Va bene, ho capito.

…Maschera di plastica, fonte di ogni malizia, fonte d’ogni corruttela, torre eburnea nello sterco delle miserie umane…

Ho detto che ho capito.

Quando si cominciano le litanie berlusconiane non si possono interrompere, altrimenti bisogna ricominciarle da capo.

Ci credete parecchio, in questa cosa.

È il pilastro della nostra civiltà. Il rifiuto di ogni berlusconi.

Mi fa piacere, e mi sento onorato di poter partecipare in qualche modo partecipare, anche se… non mi si potrebbe deodorare in qualche modo?

Vai benissimo così.

Se lo dite voi.

Dici di sentirti onorato. Perché?

Beh, mi avete resuscitato… voglio dire, grazie.

Perché credi di essere stato resuscitato?

Non saprei… suppongo che non lo facciate con tutti, ecco.

No. C’è già fin troppa gente in giro.

Ecco. Magari resuscitate persone che in un qualche modo sono state importanti, che hanno lasciato cose interessanti…

Se tu ci avessi lasciato cose interessanti, perché resuscitarti? Ci terremmo le tue cose e ti porteremmo dei fiori ogni tanto.

Giusto.

Devi sapere che oggi, 29 settembre 2173, noi come ogni anno “festeggiamo” – si fa per dire – il Berlusconi originario.

E quindi mi avete resuscitato perché… sono un antico antiberlusconianiano, ecco, volete una testimonianza oculare, capisco.

Ma sentitelo, il serpente.
Non si rende nemmeno conto.
Silenzio, silenzio.

Leonardo, ogni 29 settembre noi resuscitiamo un berlusconiano del passato, un uomo che incarni la vergogna della nostra ex civiltà, per processarlo e per punirlo come merita.

Aaaaah, come quel Papa del medioevo, processato da cadavere, una cosa così. E io chi sarei, un testimone?

Tu sei l’imputato.

Eh?

Alzati in piedi.

Non ce li ho, e comunque, anche se li avessi…. ehi, mi sto alzando! Galleggio nell’aria! La vostra tecnologia è davvero straordinaria!

È la tecnologia dei pupi medievali, ti abbiamo attaccato dei fili e ti stiamo sollevando come una marionetta.

Molto scenografico comunque. Mi dispiace, capisco la vostra ritualità, però… c’è il problema che io non sono un berlusconiano.

Ti dichiari innocente, quindi.

Ma certo. Voglio dire, capisco che lorsignori non possano aver letto tutto quello che ho scritto a riguardo, però…

Sei uno degli autori più conosciuti e studiati del secolo XXI.

Ah sì? Questa poi.

Non vantarti! ciò è berlusconi.

Mi rendo conto, e tuttavia mettetevi in me, prima mi resuscitate e poi mi dite che sono letto e studiato…

Non per le tue qualità. Quindici anni fa è collassata internet, e tutte le opere del vostro secolo sono andate perdute.

E i libri di carta?

Li avevamo già bruciati come combustibile. Per far funzionare internet.

E quindi…

Tutto quello che ci resta del secolo XXI è metà di un libro di Bruno Vespa, i sessantatré vangeli di Marco Travaglio, e una chiavetta usb con alcuni tuoi post redatti tra il 2001 e il 2010.

Beh, credo che sia più che sufficiente per dimostrare che io non ero berlusconiano, anzi sono sempre stato un acceso…

Bestemmiatore!
Vipera!

Silenzio, fratelli, silenzio! Mondatevi d’ogni berlusconi. Leonardo, hai o non hai scritto, nel dicembre del 2010, che bisognava amare Berlusconi?

Sì, ma mica ero serio, io…

Hai o non hai scritto nell’aprile del 2009, che occorreva “educare le giovani generazioni a darla a B. per il gusto di farlo, senza pretendere contropartite televisive o parlamentari”?

Probabilmente sì, è il mio stile, ma…

Riconosci queste tue affermazioni del giugno 2010? “Io voglio Berlusconi per venti minuti tutte le sere, a reti unificate. Mi stanno bene Santoro e Floris, purché i loro ospiti parlino unicamente di Berlusconi, e ne parlino bene. Io voglio sanzioni pecuniarie, non per chi parla male di Berlusconi, ma per chi omette di parlarne bene in qualsiasi discorso. Voglio una lode a Berlusconi in calce a tutti i resoconti sportivi della Gazzetta, a tutti gli oroscopi, a tutte le recensioni del Mucchio.

Uh, il Mucchio, me n’ero dimenticato del Mucchio.

Oppure, dicembre 2009: “Io ho fatto tesoro degli insegnamenti di un politico geniale, che ha vinto molte elezioni e che prima di far politica faceva marketing, e che ai suoi esperti di comunicazione raccomandava sempre di pensare al cliente come a un bambino di 11 anni, neppure tanto intelligente”.

Sì, è mia anche questa, ma scusate, non è che al rogo con la carta ci avete mandato anche tutta l’ironia, eh?

Non prenderti gioco di noi! Non attentarti nemmeno! Ciò è…

…è Berlusconi.

Noi conosciamo benissimo l’ironia. Abbiamo Socrate e abbiamo Pirandello. Noi riconosciamo lo scetticismo filosofico e il sentimento del contrario.

Mi fa piacere, quindi avrete capito che…

Quindi non possiamo notare tutte le volte in cui per anni hai usato l’ironia per umanizzare Berlusconi, per dare forme umane al Male incarnato. In questo modo hai aiutato i tuoi lettori a convivere con la Bestia.

Ma non esageriamo, io…

Quando hai cercato di umanizzare lo scandaloso amante di Noemi Letizial’orribile gaffeur di Strasburgo, non eri dunque consapevole di quello che facevi?

Ma io semplicemente cercavo il risvolto umano…

E sbagliavi, perché nulla di umano v’era nel Maligno! L’amarissima pillola che gli italiani per più di vent’anni hanno dovuto inghiottire, tu pretendevi di zuccherarla con la tua ironia a buon mercato.

Va bene, ma c’ero anch’io in quei vent’anni, ho sofferto anch’io. A volte scrivere era solo un modo per sfogarsi…

Lo udite? Confessa! Confessa di aver trascorso quegli anni a scribacchiare raccontini in cui si umanizzava il Malvagio, invece di insorgere, come sarebbe stato suo preciso dovere, contro la Biscia fatta carne.

Sentite, io sono un uomo, un cadavere anzi, di un altro secolo, e quindi i vostri toni non li riesco a condividere, però ammetto che qualche ragione potreste avercela, voglio dire, riflettendoci, se avessi scritto meno e fossi insorto un po’ di più, magari il berlusconismo finiva prima… perché è finito a un certo punto, no?

Certo che è finito!

Ecco, scusate, poi potete anche condannarmi se vi va, ma mi togliete la curiosità di spiegarmi com’è finito? Perché non riesco proprio a ricordarmelo, forse ero già sottoterra.

Siamo stati salvati dagli Uomini Puri. Quelli che non hanno collaborato col male, come hai fatto tu. Quelli che non hanno addolcito la perfidia con la finta ironia dei deboli, cioè la tua.

Uomini puri. Chi l’avrebbe detto.

Certo tu non li conoscevi.

Eh no. Ma da dove sono saltati fuori, scusate.

Erano in clandestinità. Fuori dal circuito mediatico, dove sarebbero stati intercettati e resi inoffensivi, come te.

Già, probabilmente era l’unica. Restare nascosti nelle grotte. Non sporcarsi le mani.

Alcuni erano al confino, altri in prigionia, ma non hanno mai smesso di lottare e sperare. Nomi scolpiti sui nostri templi, nomi che tu nemmeno conosci: Gianfranco Fini, Pierferdinando…

Eh?

Non interrompere il Sacro Appello dei Camerati che salvarono l’Italia dalla fetida serpe. Gianfranco Fini, colonna di rettitudine, che mai si piegò alle lusinghe di Arcore; Pierferdinando Casini, campione di castità, che con un solo sguardo convertì alla purezza centinaia di escort; Enrico Mentana…

Mentana?

Il più coraggioso e schivo dei reporter, che per vent’anni in clandestinità diffuse i samizdat che inchiodavano lo strapotere di Mediaset; Carlo Taormina….

CHI???

…faro della giustizia, intrepido magistrato che tra cento e mille perigli e attentati perseguì il Perfido fino a incriminarlo; e il più savio dei savi, colui che senza affettare alcuna ingiusta pietà lo consegnò stanco e tremante alla folla che brandiva i forconi…

Questo fammelo indovinare. Gianni Letta.

Bravo. Ma come puoi ricordare…

Non importa. Quindi voi siete stati salvati da Fini, Casini, Mentana, Taormina, Letta…

Non insozzare con la tua lingua putrida i nomi dei Puri che ci liberarono dal Male!

Già, giusto, ciò sarebbe berlusconi. Facciamola finita. Mi dichiaro colpevole. Chiedo la pena di morte.

Ma sei già morto.

Quindi che pena avevate in mente?

Getteremo le tue ossa nel Secchia, cancelleremo tutto quello che hai scritto, raschieremo il tuo nome da ogni documento, e lasceremo che ruggine e muffa devastino i luoghi che ti diedero la luce.

Il policlinico di Modena? capirai lo sforzo.

Ma infatti.

Minima spesa massima resa.

Eh, sai com’è, la crisi, i tagli al budget.

Giustamente, siamo nel ventitreesimo secolo, mica si possono buttar via i soldi nei processi ai morti.

Sarebbe troppo una cosa quasi…

Quasi berlusconi.

Ce l’avevo sulla punta della lingua.

Comincio a capirvi. Posso andare?

No, no, adesso entrano i bambini.

Ma che schifo, gli fate vedere un cadavere appeso?

Hanno tutti una freccetta in mano, chi ti becca in testa vince un Gianfranco di cioccolato.

Fico.

cinema, coccodrilli, dialoghi, drogarsi, vita e morte

Fin qui tutto bene

Onta! Che mi sia tolta la colpa d’esser vivo fra cotanti morti! Morte. Vieni morte, bella morte. Piglia anco me, orsù che indugi, io ti invoco, tu non mi spauri…

“Ma Monicelli”.
“Eh”.
“Lo sai che ci sto ancora pensando? Ti giuro, sono dieci giorni che non riesco a smettere di pensare al vecchietto”.
“Un grandissimo”.
“Un grandissimo finale”.
“Uno dei suoi migliori”.
“Riscatta tutto il film”.
“Sì, anche perché io tutti questi film di Monicelli, ultimamente… cioè, non riesco a ricordarne uno degli ultimi vent’anni”.
“Le rose nel deserto com’era, poi?”
“Non so. L’ho preso in biblioteca, mai visto. L’ho reso dopo una settimana. Ma adesso vado a riprenderlo. Voglio dire, è il mio profeta adesso”.
“Addirittura”.
“Ma sì, ma non capisci… ci ha mostrato la via. Ce ne andremo tutti così, a novant’anni. Lui è stato il primo”.
“Arrivarci, a novant’anni”.
“Ma ci arriveremo, è questo il punto. Non siamo affatto preparati, non ci pensiamo, ma ci arriveremo quasi tutti. Se vai a vedere le statistiche sull’età media, noialtri ci arriveremo”.
“Eh, ma io mi butto prima”.
“Ecco, lo vedi? Stanno per trovare il vaccino antiaids”.
“Fico, finalmente si chiava”.
“Sì, a cinquantacinque anni, auguri a chi ti chiava”.
“Che generazione di sfigati”.
“E tra un po’ arriva anche qualche cura per il cancro”.
“Evvai”.
“Quando saremo vecchi sarà tutto curabile. Il problema è che sarà tutto molto caro, quindi se non ti ammazzano i parenti per risparmiare sulle medicine e convertire la pensione, cosa ci succederà? A un certo punto ci ritroveremo da soli su un pianerottolo a pensare: mi ospedalizzo per risolvere questo polipo al pancreas e arrivare a cent’anni, attraverso un percorso lungo e doloroso, o prendo la via della finestra?”
“Monicelli ci mostra la via”.
“L’hai detta. Cadremo tutti come birilli, più o meno dal duemilaecinquanta”.
“La Chiesa non sarà per niente contenta”.
“La Chiesa sarà furiosa. Lo sai che razza di business metterà in piedi coi sanatori? Altro che otto per mille. Il cinquanta per mille, si farà dare”.
“Che sarebbe poi il cinque per cento”.
“Ci metteranno sottochiave in celle di materassi, per evitare che ci ammazziamo a testate contro il muro. Trovare il giusto pianerottolo sarà sempre una questione di pochi secondi. Monicelli è maestro di tempismo”.
“Non lo so. Io ho già le vertigini adesso, non credo che aderirò al culto monicelliano”.
“E che farai, allora? Ci pensi mai?”
“A volte ci penso”.
“E…”
“Guarda, non ridere, eh, però a volte mi viene in mente l’eroina”.
“L’eroina”.
“Sarà che sono cresciuto in quegli anni lì, che i nostri fratelli maggiori si vendevano anche il culo per uno schizzo, e io mi sono sempre chiesto: e se ne valesse la pena? Comunque, se c’è una cosa che ha funzionato con noi, intesi come generazione, è la campagna anti-eroina”.
“Beh, bastava vedere i tossici nei parchi”.
“Ecco, farò così. Andrò al parco anch’io”.
“Tu? Eroinomane?”
“A ottant’anni, in un parchetto, chi vuoi che mi badi?”
“Ti tireranno delle sòle tremende”.
“Oh, pazienza. Però è un narcotico, più o meno come quelli ufficiali che cercheranno di vendermi in farmacia per il mal di schiena e il mal di stomaco e il mal di testa e chennesò”.
“E alla prima dose tagliata male…”
“Oplà, missione compiuta, un peso in meno per il ministro del Welfare. Oppure un overdose, e non se ne parla più. In effetti dovrebbe passarla la mutua”.
“Troppo costosa. No, davvero, ci terranno sotto chiave e ci faranno pure la cresta sugli antidolorifici”.
“Monicelli lo aveva capito”.
“Un faro per tutti noi”.
“Diciamo un razzo di segnalazione”.
“Non fa ridere”.
“Tra quarant’anni, forse”.

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Le fette, non troppo sottili

(Fuor d’ironia, questo blog è sinceramente solidale con Autistici/Inventati, un collettivo in cui ci sono senz’altro persone meravigliose che fanno cose egregie. Purtroppo non sono quelle con cui ho avuto a che fare io. Segue ironia).

Solidale con Suca

“Senti, tu che hai un blog di classifica”.
“Che classifica?”
“Voglio dire che ti leggono in tanti”.
“Tanti chi?”
“Potresti aiutarci a far girare questa notizia, che sui media ufficiali non passa”.
“Che notizia?”
“Beh, in breve, c’è un giudice che è riuscito a farsi clonare un server norvegese di Autistici con una rogatoria internazionale”.
“Eeeeeh?”
“Massì, hai presente Autistici Inventati, il collettivo di mediattivisti…”
“Autistici. Autistici. Mi dice qualcosa”.
“Dai, sono quelli che si battono per l’anonimato on line, che è una causa che hai sposato anche tu”.
“Aspetta, aspetta, con chi mi sarei sposato, io?”
“Eddai, gli autistici. Quelli della piattaforma noblogs”.
“Noblogs. Noblogs”.
“E insomma, molti collaborano anche a indymedia”.
“Aaaaaaaaaaaaaaaaah, indymedia! Noblogs! Gli autistici!”
“Collettivo autistici/inventati”.
“Ma certo che me li ricordo, gli autistici! Come potrei dimenticarmeli. In realtà io ci penso tutti i giorni un pochettino, agli autistici… anche in quelle giornate, hai presente, che torni a casa stanco”.
“Eh, come no”.
“Però io almeno un minutino per pensare agli autistici lo trovo sempre… magari mi sto lavando i denti, o appaiando i calzini… e intanto penso agli autistici”.
“Bene, quindi immagino vorrai essere solidale, con…”
“Con gli autistici, gli inventati, con noblogs, con indymedia, con tutti. Assolutamente. Ci mancherebbe”.
“E ne parlerai sul tuo…”

“Lasciami pensare. Sono quelli che non regalano le mail a chiunque le chieda, no? Hanno una certa, come dire, discrezionalità. Cioè, se gli stai simpatico puoi essere @autistici.org. Altrimenti no”.
“Vabbe’, ma è un modo per…”
“…per evitare i malintenzionati, eh, certo. Quindi insomma stiamo parlando di quelli che quest’estate, sul loro sito molto ben indicizzato su google, lasciarono scritto che io ero un pedofilo, sono quelli, no?”
“Ma, no, non sono loro, cioè…”
“Sì, non proprio loro, però… sono quelli che quando me ne accorsi, dopo qualche giorno, chiesi che togliessero quella cosa dal loro sito, perché era palesemente diffamatoria, insomma un’infamia bella e buona, e loro non mi risposero per un po’, no?”
“Comunque era estate, erano stanchi”.
“No no, fammi pensare… erano quelli che, quando finalmente risposero, mi dissero più o meno macheccazzo vuoi, ahò. Sissì mi ricordo, quello che mi scrisse così era proprio un @autistici.org. Hai detto che gli hanno clonato il server?”
“Sì, è una vergogna”.
“Son d’accordo, è una vergogna. Ma fammi pensare… sono quelli che quando cercai di spiegare che di mestiere insegno nelle scuole, lavoro coi minori, e che quindi un’infamia del genere poteva rovinarmi la reputazione e in pratica la vita… sono quelli che mi risposero che ci tenevo alla reputazione perché ero un piccolo borghese di merda; sono loro quindi”.
“Sì, però, non è che se uno tra tanti ti risponde male allora tu…”
“Aspetta, aspetta. Sono quelli che quando gli chiesi di rispettare la loro policy, che in nero su bianco diceva che andavano rimossi tutti i contenuti palesemente diffamatori, mi risposero che la policy non diceva così, e che poi come facevano loro a sapere se io ero un pedofilo o no, toccava a me dimostrarlo, sono loro, sì?”
“Va bene, a Roma probabilmente qualcuno ha sbroccato, però….”
“Senti, posso farti una domanda?”
“Dimmi”.
“Tu sei un pedofilo?”
“Ma che razza di… no, ovviamente”.
“Me lo puoi dimostrare?”
“Che io non sono un pedofilo?”
“Esatto. Perché io quest’estate mi sono posto il problema, cioè: come faccio a dimostrare a questi simpatici mediattivisti che io non sono quello che pensano loro? Mi faccio sequestrare un pc pieno di foto di donne adulte? No, giusto per sapere come regolarsi la prossima volta”.
“Senti, ho capito. Quelli di indy Roma ti hanno fatto un torto, però qui c’è in ballo qualcosa di più, la libertà di…”
“Ma scusa, eh, sono sempre gli stessi che quando dall’unità gli dissero di mandargli una diffida, mi risposero “suca”, sono loro”.
“Ma lo sai, alcuni son ragazzi, cosa vuoi…”
“Eh, certo, io gli scrivo: cari ragazzi, state violando due articoli due del codice penale, guardate che è un problema sia per me che per il giornale, e loro come ti rispondono? Suca. Cioè, mi stai chiedendo di essere solidale con mister Suca”.
“Ma no, autistici non è mister Suca, è molto di più…”
“Sono quelli che per tre righe di diffida hanno scritto su tutti i nodi di indymedia che io li minacciavo, cioè se non mi sbaglio Leonardo minaccia indymedia è diventato il tormentone dell’estate mediattivistica, no? Perché gli avevo mandato tre righe di diffida”.
“Ma è una strategia difensiva, la usi anche tu in fondo…”
“Ma infatti funzionò benissimo, perché sul loro sito c’era scritto che ero un pedofilo, amico di pedofili, che i pedofili vanno ammazzati, che io abitavo nel tal luogo e di mestiere facevo la tal cosa… e su tutti gli altri siti c’era scritto che io stavo minacciando loro”.
“Era estate, eravamo tutti stanchi…”
“Ma infatti, mi ricordo bene che stavo andando in vacanza ma dovevo spiegare ai miei famigliari che forse sarebbe venuto qualche mitomane sotto casa mia ma non c’era da preoccuparsi, era solo che qualcuno era impazzito su internet. Mi ricordo bene, io e le mie ansietà piccoloborghesi. Ma insomma adesso gli hanno fatto una rogatoria internazionale”.
“Sì”.
“Ecco, infatti, io mi ricordo che quest’estate, al culmine di tutta ‘sta storia, la loro linea era più o meno: denunciaci pure, tanto poi ti tocca andare di rogatoria internazionale, pappappero. Cioè, forse il pappappero l’ho aggiunto io”.
“Forse”.
“Anche se lo trovo appropriato. Dunque hanno trovato un magistrato che l’ha fatta, la rogatoria. E per conto di chi?”
“Iannone”.
“Iannone! Ma mi ricordo anche di lui! Iannone! Perché mi davano dello Iannone, i mediattivisti, dicevano che ero come Iannone”.
“Probabilmente non intendevano nel senso…”
“Cioè, Iannone li aveva querelati o non so cosa perché gli avevano dato del fascista, no? Ecco, per loro era la stessa cosa: dare del pedofilo a un insegnante di scuola media e dare del fascista a Iannone di Casapound per loro era l’identica cosa. Cioè loro rivendicavano il diritto a dare del fascista a Iannone e del pedofilo a me. E mi stai chiedendo solidarietà per loro”.
“Senti, lo so, è successa una cosa che ti ha fatto incazzare”.
“Nooo… Incazzato io? Ma quando mai”.
“Però devi capire che questi sono i classici scazzi on line, quelle cose che capitano solo su internet, perché se tu li vedessi di persona capiresti…”
“Ma infatti è successa anche questa cosa, cioè a un certo punto io mi sono detto forse è meglio che togliamo questo diaframma digitale e ci guardiamo in faccia, così ho preso il treno e ci sono andato, a vederli”.
“Ci sei andato?”
“A una riunione di indyroma. Mi son detto, mal che vada ci scrivo un pezzo. Volevo solo spiegare il mio punto di vista, perché finché continuano a pensare che sono un borghese e non si accorgono che sono un essere umano come loro… Purtroppo quelli con cui mi ero scazzato non c’erano, avevano altri impegni, credo che giocasse la Roma o qualcosa del genere. ”.
“E gli altri?”
“Mi sono stati ad ascoltare, e hanno detto che ci avrebbero pensato”.
“E poi cos’è successo”.
“Niente”.
“Come niente”.
“Son tornato a casa col trenino degli eroi e ho aspettato una settimana, niente. Allora gli ho scritto: ciao, vi ricordate quel vecchio problema? Che si fa? Volete proprio lasciare scritto che sono un pedofilo? Non è tanto bello. Sia nei confronti della vostra stessa policy, sia nei confronti del codice penale”.
“E a quel punto?”
“E a quel punto quelli che non si erano presentati alla riunione si sono incazzati: ma come, un pericoloso accusatore di indymedia si permette di entrare a una nostra assemblea? Beh, sì, era un incontro pubblico, ho bussato e sono entrato”.
“È che magari hanno paura degli infiltrati”.
“Fanno bene, infatti io sono entrato e mi sono presentato subito. Anche col cognome. Un classico, no? tutti gli agenti digos fanno così: ciao, mi chiamo nome e cognome. Comunque è ricominciato il carosello di articoli Leonardo contro indymedia, la lobby pedofila contro il mediattivismo, eccetera eccetera. Ho buttato via quaranta euro e un pomeriggio a Roma per sentirmi dare dello iannone”.
“E poi com’è andata a finire?”
“Non è mica finita”.
“No?”
“No, io ho chiesto a google di togliere le pagine infamanti, e alcune le ha tolte. Bisogna che gli riscriva… però davvero, cioè, chi me lo fa fare di mettermi contro un gruppo organizzato con server all’estero che può spargere merda a 360° senza temere niente e nessuno? Cioè mi chiamo leonardo, mica roberto saviano. Quindi capisci che io ci penso a loro. Un pochino tutti i giorni. Magari mi sto allacciando le scarpe, e penso agli autistici. Credo che si meritino la mia solidarietà”.
“Eh?”
“Hai capito bene, sono solidale con gli inventati, gli autistici, sono veramente addolorato che vi abbiano clonato il server, maledetto Iannone, non so se sia fascista o no ma sono sicuro che è una persona cattiva! Cattivo Iannone! Pensi che si possa dire?”
“Ma penso di sì, è una valutazione soggettiva”.
“Bene, perché se io scrivo qui qualcosa di anche solo vagamente infamante, un PM può benissimo sequestrarmi il blog in forma cautelare… mentre quelli di noblogs, grazie ai loro server norvegesi possono dare del pedofilo a tutti i maestrini d’Italia senza temere rogne legali, e quindi secondo te da che parte dovrei stare? Cattivo Iannone! Solidarietà ad autistici! Nessuno tocchi la libertà degli autistici! Chi tocca i server degli autistici muore!”
“Senti, lascia stare, forse è meglio che non…”
“Ma dove vai, aspetta. Ce l’hai un attimo? Vieni di là, per favore”.
“In cucina?”
“Pensavo di affettarmi un po’ di culo per gli autistici, secondo te preferiscono fette sottili o un po’ più consistenti?”
“Ma no, lascia perdere”.
“Come lascia perdere, scusa, guarda qui che bel culo! Tocca! È bello o no?”
“Beh, sodo è sodo”.
“Vedi? Guarda che se rifiuti mi offendi”.
“Uff”.

dialoghi, internet

Potrebbe anche piovere

L’ora d’aria

“Ehi, di qua, tutto bene?”
“Sì, sto finendo il balcone”.
“Pulisci il balcone? Ma tra un po’ piove”.
“E vabbè, tanto le stanze le ho finite”.
“Tutte? Anche il soppalco?”
“Soprattutto il soppalco. Tu stai scrivendo?”
“No, ho finito il pezzo ieri sera, stavo mettendo a posto i documenti, sai, per il modello 730, domani ho l’appuntamento”.
“Ti sei ricordato”.
“Già. Vuoi che ti aiuti?”
“Guarda, piuttosto il garage”.
“Già fatto stamattina”.
“Quindi hai finito? Perché io qui ho sto finendo”.
“Del resto è ora di pranzo ormai. Pasta?”
“Ho fatto il pesce, è già in forno. Cinque minuti”.
“Il pesce!”
“Con le patate”.
“Vado a prendere il dolce?”
“Ho fatto anche il dolce. Però se vai a prendere il giornale…”
“Già andato stamattina, dopo il garage”.
“Certo che siamo produttivi stamattina”.
“Altroché”.
“E oggi pomeriggio?”
“Potremmo andare al cinema a Bologna”.
“Al festival della fotografia a Reggio”.
“Shopping a Parma”.
“Tiriamo fuori le biciclette e andiamo a Mantova”.
“Potremmo andare al lago”.
“Anche, perché no. C’è un sacco di cose che potremmo fare”.
“Già, è incredibile. La primavera”.
“No, non è soltanto la primavera, è che… mi sembrano anni che non mi sentivo così… lucido”.
“Già. Ma hai trovato poi quelli dell’assistenza?”
“Sì”.
“Cosa hanno detto? Lo riparano lunedì?”
“È una piastra difettosa, non so cosa significhi, ma hanno detto che ci ripristinano l’adsl in un paio d’ore”.
“Bene”.
“Quindi che si fa?”
“Non so, ci sono così tante cose che potremmo fare… ma potrebbe anche piovere”
“Magari aspettiamo che torni l’adsl e poi controlliamo il tempo”.
“Eh, sì, forse è meglio”.
“Anzi, guarda, fa’ un tentativo, prova a sollevare il telefono”.
“Suona libero”.
“Vuol dire che è tornata la linea, vado ad accendere il…”
“Magari prima chiama tua madre, se ha provato a chiamarti e non trovava la linea…”
“Chi?”
“Tua madre. Hai una madre, sai”.
“Non ti sento, sono in soggiorno… ci siamo! Abbiamo internet! Adesso mi connetto, così mando il pezzo, e poi…”
“Il pesce è pronto”.
“Un attimo, guardo il meteo…”
“Tanto abbiamo tutto il giorno”.


(Io domani alle 17.00 sono alla Casa di Khoula a Bologna in via Corticella 104 per un laboratorio di scrittura migrante).

avercela con D'Alema, dialoghi, Pd, tv

Figùrati se D’Alema

Schemi lungamente riprovati

Martedì 4 maggio. In un superattico a Roma o Cologno Monzese, una task force di persuasori occulti sta lavorando a una missione impossibile: difendere l’ex ex Ministro Scajola dagli ignobili attacchi degli avvoltoi all’opposizione…

“Quindi, sintetizzando la situazione…”
“Siamo fottuti”.
“No, ecco, così è un po’ troppo sintetica”.
“Ieri il ministro si è dimesso, tra sei ore comincia il tolksciò, e non abbiamo nessun argomento per difenderlo, nessuno”.
“Più o meno sì, la situazione è questa”.
“Quindi siamo fottuti”.
“Sì, però quante volte ci siamo trovati davanti a uno specchio e ci siamo arrampicati? Ce la possiamo fare anche stavolta”.
“No. È indifendibile, quello. Si è sganciato pure il Giornale”.
“Vabbè, scusa, mica potevano bersi la storia dei tremila euro a metro quadro… voglio dire, le case le comprano anche i lettori del Giornale, saranno mica tutti idioti”.
“Va bene, però adesso la consegna è di difenderlo, e noi non abbiamo uno straccio di argomento. Non abbiamo niente. Lui manco sa quel che dice, dice che vuol rendere l’appartamento, capirai, a momenti non sa nemmeno a chi l’ha comprato. E tra sei ore si va in onda. Stavolta ci fanno il contropelo”.
“Chi, i democratici? Ma no, vedrai. Non sono capaci”.
“Ti dico che ci fanno il contropelo”.
“Ma no, guarda, è proprio in questi casi, quando potrebbero affondare la lama nella piaga, che si ritirano sempre… gli manca il killer instinct”.
“Cazzate. Non sono più quelli di una volta. Adesso ci sono questi giovani, ‘sti pivellini, hanno voglia di mostrare i denti”.
“Vabbè, ma son cucciolotti ancora”.
“Son più pericolosi. Se ci fosse ancora la vecchia guardia… per dire, cinque, dieci anni fa, sai chi avrebbero mandato?”
“D’Alema”.
“Proprio lui. Ecco, D’Alema ce lo saremmo giocato”.
“Era tosto anche D’Alema”.
“Sì, però… guarda, gli si mandava un fesso qualunque, il più irritante in circolazione, e si cominciava a pungolarlo su Affittopoli, te la ricordi Affittopoli?”
“Vagamente. Una vecchia roba di Feltri?”
“Scoprirono che a Roma D’Alema pagava una miseria di equo canone”.
“Vabbè, non è esattamente la stessa cosa”.
“Ma è proprio questo il punto. D’Alema è precisino, stizzosetto, tu gli mandi un cialtrone irritante che ti butta lì un parallelismo idiota con un vecchio scandalo, e lui esplode! A quel punto bum, caciara, e il giorno dopo nessuno parla più di Scajola, tutti a parlare di D’Alema e della caciara. Cinque anni fa avremmo fatto così. Dieci anni fa avremmo fatto così”.
“In effetti facevate sempre le stesse cose”.
“Per forza, ci mandavano sempre gli stessi… ormai li conosciamo a memoria”.
“Schemi lungamente provati e riprovati”.
“Vabbè, che ci vuoi fare, il tempo passa…”
“Però, chi lo sa, stasera potrebbe comunque venire D’Alema”.
“Ma valà, figurati. Adesso lui sta nelle retrovie, gioca a fare il kingmaker, di sicuro non si sporca le mani a battibeccare in un tolksciò”.
“Ogni tanto ci va ancora”.
“Sì ma non stavolta, scusa, figurati se per parlare della casa di Scajola mandano l’unico esponente del loro partito che è stato coinvolto in uno scandaletto immobiliare. Cioè, dovrebbero essere degli autolesionisti puri”.
“Ma loro sono autolesionisti puri. Scusa, eh, ma Tafazzi…”
“Ma no, Tafazzi è un’idea che abbiamo messo in giro noi. Se vuoi fare questo mestiere bisogna che ti alleni a non credere troppo alle storie che metti in giro, eh”.
“Quindi secondo te non sono autolesionisti?”
“Non così tanto da mandare D’Alema stasera, no. Te l’ho detto, manderanno i giovani, stanno funzionando. Al limite Bersani, pare che sia piaciuto da Santoro la scorsa settimana”.
“Io comunque una telefonata la farei, giusto per chiedere se sanno già chi viene del Pd… hai visto mai”.
“Fai pure, ma è tempo perso. Quello stasera se ne sta a casa a guardare i suoi uomini al lavoro”.
“Non si sa mai”.
“Si sa, si sa. Mica è scemo”.

Berlusconi, dialoghi, repliche, Scajola

Un uomo chiamato Dimettiti

(La domanda della settimana ovviamente è: ma può veramente un Ministro, seppure tra i più dimissionati della Storia della Repubblica, pensare che quell’appartamento lì costasse seicentomila euro? La domanda sarebbe retorica, se il Ministro non fosse Scajola.

Quando si parla di Scajola, e quindi di dimissioni-di-Scajola, la redazione di questo decrepito blog prova sempre un fremito di nostalgia per i vecchi tempi barricaderi, in cui a chiedere le dimissioni senza se e senza ma erano solo i brigatisti-noglobbal. Per questo motivo abbiamo pensato di festeggiare le ennesime dimissioni con un pezzo d’epoca: luglio 2002! Sì, esistevano già blog in Italia, e scrivevano pezzi sulle dimissioni di Scajola. Sembra impossibile, eppure).

Drin!
“Pronto”
“Presidente, sono Claudio”.
“Claudio quale, il custode della villa?”
“No, il Ministro degli Interni”.
“Ah, sì… Claudio! Che piacere, come va?”
“Insomma. Io chiamavo per via di quelle dimissioni“.
“Ah, già, le dimissioni. Beh, Claudio, non se ne parla nemmeno”.
“Ecco, appunto. Credo sia superfluo dirle quanta stima e quanta ammirazione io nutri per lei…”
“Non è mai superfluo, Claudio”.
“…il giorno in cui io seppi che mi nominava Ministro degli Interni, non lo nascondo, ero francamente sorpreso…”
“Stupirvi è il mio mestiere, Claudio!”
“…perché fino a quel momento io di Interni non ne sapevo nulla”.
“Via, Claudio, adesso sei ingiusto con te stesso”.
“…però mi sono detto: il Presidente sa quello che fa, e se mi nomina Ministro, vuol dire che io ne sono capace”.
“Bravo Claudio, questa è la giusta attitudine”.
“…Ma i risultati, Presidente, sono stati disastrosi!”.
“Ma no, che cosa dici”.
“Presidente! In quest’anno di ministero io ho abusato della sua fiducia in tutti i modi! L’ho esposta al ridicolo nazionale e internazionale!”
“Ecco, Claudio, qualche errorino l’hai fatto, non lo nego… per esempio, a Genova, gli arazzi alle pareti non erano un granché…”
“A Genova ho lasciato che Fini prendesse il controllo della piazza! I poliziotti usavano armi proibite dalle convenzioni internazionali e nascondevano molotov nei dormitori, e io stavo a Roma a giocare a solitario col computer!”
“E i tappetini della passerella, soprattutto… si vedeva subito che non erano nuovi”.
“E poi mi sono intrappolato da solo, con le mie dichiarazioni da deficiente! Siccome i carabinieri sparavano, io mi sono inventato di avergli dato l’ordine di sparare, e perfino i Comandanti mi hanno sputtanato! Che fosse chiaro che i carabinieri sparano quando gli pare e non glielo può ordinare nessuno!”
“Sì, quei tappetini mi hanno fatto sudar freddo. Ma da quale congresso li avevi riciclati? Ti sembrava il caso di lesinare, con Bush Putin e Chirac in giro?”.
“Certo, tutto questo è successo un anno fa… ero nuovo del giro… si poteva dar la colpa al governo precedente…”
“Ed è quello che ho fatto, Claudio. Del resto non ho mai dubitato delle tue capacità”.
“Lei è troppo buono con me, Presidente! Troppo! Ma è ormai evidente come io sia il più indegno dei suoi Ministri, e sì che è una bella gara!”
“Beh, se proprio insisti, Claudio, qualche rilievo da farti ce l’ho”.

“Basti il modo in cui ho gestito il caso Biagi, dico, perfino il suo stalliere si sarebbe comportato in maniera più elegante di me!”
“Lasciamo stare gli stallieri, Claudio…”
“Certo, in fondo ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque! Quel signore viene, sostiene di essere un consulente importante, capirai! E pretende che gli lasci la scorta. Ma se l’ho tagliata a tutti! Me l’aveva chiesto Tremonti…”
“Sì, Tremonti, d’accordo, ma bisogna stare attenti a non esagerare”.
“Ho cercato di spiegarglielo, ma lui insisteva… diceva che Cofferati lo minacciava. Ora, è facile adesso prendersela con me, ma sfido chiunque al mio posto a comportarsi diversamente: arriva un professor nessuno, dice: salve, sono un consulente importante, e Cofferati minaccia di uccidermi! Come si fa a dargli retta? Era come se avesse scritto ‘Mitomane’ sulla fronte”.
“Per esempio, tu sai quanto io apprezzi la cura degli dettagli…”
“I dettagli, già, Presidente… Avrei dovuto pensarci. Ricordarmi di D’Antona. Fare due più due. E invece niente. I brigatisti avrebbero potuto ucciderlo in qualsiasi momento, ma hanno aspettato che la questura di Bologna gli togliesse la scorta. Avrei dovuto pensarci”.
“Ma ci sono accostamenti che proprio non riesco a mandar giù”
“Neanch’io, Presidente. Non riuscivo ad ammettere che qualcuno potesse tramare alle mie spalle. Io mi fidavo, e loro mi prendevano in giro. Mi hanno fatto dichiarare che era la stessa pistola di D’Antona, e non era vero. Un’altra figura di merda”.

“Per esempio, al Viminale mi è capitato di vedere una cassapanca rococò di fianco a una scrivania Luigi XIII. Beh, non mi sembra proprio il caso”.
“Poi, naturalmente, Biagi è stato fatto santo. Improvvisamente si è scoperto che il Libro Bianco l’aveva scritto tutto lui. Che era il martire delle riforme. E tutti a cospargersi il capo di cenere. Un’ipocrisia rivoltante”.
“Quante volte te l’avrò detto, Claudio? Al Viminale il rococò non si addice. È roba da Farnesina. Un giorno o l’altro ti mando un camioncino per la consegna. Però a queste cose dovresti pensarci tu…”.
“Nessuno che si sentisse di dire la sacrosanta verità: che Biagi non aveva più bisogno di scorta perché gli stavamo dando il benservito, che Maroni non gli avrebbe rinnovato il contratto! Certo, col senno del poi era un eroe delle riforme, ma da vivo Biagi mi era sembrato nient’altro che un precario, con le classiche paranoie del caso”.
“E ti dirò, anche il mobilio di palazzo Chigi lascia un po’ a desiderare”:
“Io ho resistito, Presidente, non sa quante volte ho rischiato di scoppiare, ma ho sempre resistito. Poi, l’altro giorno, a Cipro… non so che mi è preso”.
“Tutti questi cassettoni stile Impero, te l’ho già detto di buttarle via, ma quand’è che vieni a fare un sopralluogo? Certe volte mi chiedo cosa fai tutto il santo giorno. Per esempio, a Cipro che c’eri andato a fare?”
“Lei forse può capirmi, Presidente… all’estero si crede sempre che i giornalisti non capiscano quello che diciamo. Ho il sospetto che si travestano da giornalisti stranieri. E poi il caldo, lo stress, Maroni che fa il furbo… mi è scappata. Un errore imperdonabile. Imperdonabile”.
“Claudio, ma insomma, mi ascolti quando parlo?”
“Certo, Presidente”.
“Direi di no. Non fai che lagnarti per delle inezie che non c’entrano niente col tuo mestiere. Io ti ho nominato Ministro degli Interni”.
“Sì, Presidente”.
“E tu non fai che parlare di quel poveretto di Biagi, di scorte, di carabinieri, del G8… tutto questo cosa ha a che fare con gli Interni?”
“Mah, Presidente, veramente…”

“Claudio, io è da anni che ti tengo d’occhio, da quand’eri un pesce piccolo democristiano un po’ inquisito, come tanti. Ma sin d’allora ho capito che in te c’era un grande talento. Io per queste cose ho un occhio. Per esempio, un giorno ho detto: bravo questo Mike Bongiorno, sarà un grande presentatore. Ed è andata così. E un’altra volta ho visto Ruud Gullit e ho detto: però questo negro, mi sa tanto che diventerà un gran calciatore. Nessuno ci credeva, eppure è andata così. O no?”
“Certo Presidente, ma io…”
“Lasciami finire. Sin dal primo momento in cui sono stato tuo ospite a Imperia ho capito che tu avevi un vero talento per gli Interni. Per l’arredamento, le tendine alle finestre, gli stucchi, gli arazzi. Come politico, sai, sei sempre stato una mezzasega. Ma come arredatore sei un genio ancora largamente inespresso. Un mago degli Interni. È per questo che ti ho fatto ministro”.
“Ah… beh…”
“E dopo un anno che sei lì, non sei ancora venuto a cambiare i cassettoni di palazzo Chigi, e non fai che rilasciare dichiarazioni su fatti che non ti riguardano! Si può sapere cosa ti ha preso?”
“Ehm… Presidente, forse c’è stato un equivoco”.
“Un equivoco?”
“Sì, direi un tragico qui pro quo”.
“Ma che qui e quo qua vai parlando, il fatto è che ti sei montato la testa. Non sei l’unico Ministro a cui è successo. Ma non credere che io ti mollerò così facilmente. Un talento come il tuo vale tanto oro quanto pesa. Vuoi che ti ritocchi lo stipendio?”
“No, Presidente, meglio di no…”
“Come vuoi. Allora magari ti raddoppio la scorta, eh? Quattro macchine blu davanti e dietro. Così lo sapranno tutti quanto ti stimo e la pianteranno di attaccarti”.
“Beh, Presidente, se insiste…”
“Ok, da domattina scorta raddoppiata. Però domani mattina alle nove precise voglio vederti a Palazzo Chigi per quei cassettoni. È chiaro?”
“Sì, mio Presidente”.
“Molto bene. Sogni d’oro, Claudio. A domani”.
“A domani Presidente”.

-click-
“Ouf”.
“Ma si può sapere chi era? Sono le tre del mattino…”
“Ma niente, era Claudio”.
“Claudio chi, il custode?”
“No, il mio arredatore, un pirla di Forza Italia. Bravo, eh. Però un pirla”.
“Certo che te li sai scegliere”.
“Oh, Veronica, credi che alla mia età sarei ancora in circolazione se mi scegliessi collaboratori intelligenti? Devono essere perlomeno più pirla di me”.
“Bella gara…”
“Cos’era, una battuta?”
“No, niente. Buona notte, Presidente”.
“Buona notte”.

dialoghi, futurismi, tv

Perché la tv succhia?

Ma com’è bello andare in giro
col motocrono a tavoletta

> Scusi ti disturbo. Complimenti per il blog!!!

> Grazie.

> Letto che tu mente tra le migliori tua generazione.

> Eh? Ah, sì, che carino. Ma forse intendeva Da Vinci davvero.

> Da Vinci non conosco. Io avrei bisogno di fare domande, ma non parlo bene italiano (si vede).

> Se vuoi parliamo inglese.

> No, no, io devo praticare italiano.

> Da dove vieni?

> Afrapolis.

> Ah.
> Cioè?

> Capitale di Afrabia, non conosci? Confina a nord con Eurasia sud con Grande Congo. Secolo XXV.

> Aaaah, secolo XXV! Ma dovevi dirlo prima.

> Hai ragione.

> Eh, mica ho le carte geografiche di tutti i secoli in mente.

> Domando umilmente il tuo perdono?

> Accordato.

> Grazia. Mi presento. Sono studente di Dams specializzazione arte classica televisiva.

> No, dunque, fammi capire.
> Nel XXV secolo tu frequenti… il Dams?

> Sì.

> Come no, certo. E la sigla sta per… Dipartimento Astronautico Missione Saturno?

> No, no, acronimo italiano per Discipline Arte Musica Shows.

> Mio Dio.

> Italia dato questo a tutto il mondo.

> Chissà com’è contento tutto il mondo.

> Sì! In tutte le città statue in onore del grande U-Eco.

> Gloria a U-Eco, allora.
> Va bene, quindi sei uno studente del Dams che vive in Afrabia nel XXV secolo.

> No, io adesso qui in 2010 a Bologna.

> Ti sei trasferito qui da noi?

> No, solo sei mesi in Erasmus.

> Ah, già, ovvio.

> Mio professore fregòmmi.

> Perché?

> Convintomi scrivere tesi su arte televisiva italiana del primo decennio sec. XXI.

> Dunque sei qui per…

> Vedere televisione in chiaro.

> Ahi.


> Ho mansarda in via Petroni. Tutto il giorno e la notte io guardo tv, rai mediaset, la7, mtv…

> Ti ha proprio fregato.

> Infatti io non capisco. Volevo chiedere a esperto così ho cercato su internet, cercato su blog, ma blog televisivi non li capisco. Scritti troppo difficile.

> Sì, è gente molto competente.

> Poi finalmente letto su Wired che tu mente tra le migliori,
> allora venuto qui in chat per domandare te:
> perché tv italiana succhia?

> Beh… non si dice “succhia”.

> No?
> Io domando perdono?

> Diciamo che “fa schifo”.

> Ecco sì, perché fa schifo così?

> Mah, è un discorso lungo…

> Tu uomo dei discorsi lunghi.

> Già. Però, scusa, la cosa ti sorprende?
> Non ti aspettavi che succhiasse?
> Cioè, che facesse così schifo?

> No, io credevo età dell’oro.
> Noi studiamo che Italia fine XX secolo primo caso mondiale di videocrazia.

> In effetti.


> Già Mussolini tentava con radio e cinema, ma troppo presto.
> Invece con Berlusconi la tv va al potere.
> Noi studiamo che voi guardavate tv notte e giorno.
> E quindi io pensavo: doveva essere tv veramente buona, fatta con molto impegno.

> O poverino
> mi dispiace.

> Invece tutto succhia!
> Io non ho mai visto televisione così brutta!
> E ho fatto tesina al liceo su televendite di stoviglie peruviane nel sec. XXII!
> Ma è niente al confronto.
> Spero non offendoti.

> No, no, anzi.

> Ma perché succhia così?
> Cioè, perché così schifo?
> Non una sola idea!
> Io guardo Grande Fratello 10, Isola dei Famosi 6, Amici 9
> tra un po’ tutto avrà numero a due cifre
> non una sola idea nuova negli ultimi 10 anni! 
> Decadenza.

> Beh, forse sei arrivato un po’ tardi… Berlusconi è al potere da parecchio, ormai si è rilassato, ha il monopolio…
> Come l’Impero Romano alla massima espansione… non ci ha lasciato un granché, era più interessante ai tempi di Cesare… un secolo di guerre civili… Catullo, Cicerone, Sallustio… dovevi arrivare negli anni Ottanta.

> C’era Sallustio?

> No, però c’era il Drive In, la Gialappa, Arbore… insomma qualcuno qualche idea l’aveva…
> Poi anche loro le hanno finite.

> Io guardo rai2 non capisco.
> Quasi tutte le sere telefilm americano in replica.
> Sembra tv via cavo usa anni ’90.

> Eh, magari.

> Nemmeno tanta pubblicità. Pochi inserzionisti.
> Io credevo che in anni Zero in Italia inserzione era potere.

> Ma sai, sono i canali di Stato… Berlusconi li sta affondando perché fanno concorrenza ai suoi.

> Ma anche canali Mediaset succhiano!
> Pardon significavo “fanno schifo”!
> Tu spiegami ti prego Maria De Filippi.

> Temo di essere un po’ prevenuto.

> Io preparato esame su Maria De Filippi. Grande eroe del televisionismo italiano.
> Donna famosa in tutti i mondi.
> Io pensavo: di sicuro grande professionista.

> Eh.

> NON SA LEGGERE IL GOBBO
> E SI VANTA!

> Cosa ti posso dire


> Sua voce monotona addormenta.
> Sbaglia perfino il titolo trasmissione
> Una volta è entrata ad “Amici” dicendo “benvenuti a È posta per te”
> Io con mio italiano squallido ho presentato feste di laurea più eccitanti di sue trasmissioni.

> Non ne dubito, ma credo faccia parte anche un po’ del personaggio.
> Cioè, lei ci tiene a sembrare svogliata, perché… non è proprio la presentatrice, è qualcosa di più.

> Cosa è lei?

> È la detentrice del Potere, del Microfono.
> Lei non presenta, è come se… regnasse. Non deve far fatica.

> Non è brava, non è carismatica, non è bella.

> Gli altri devono essere bravi o belli per piacere a lei. Devono essere scelti dal Potere.
> Ma il Potere non è bello né capace. Il Potere è intrinsecamente mediocre. Non so se riesco a spiegarmi.

> Io credevo lei Grande presentatrice che aveva portato in Italia il talent show.
> Suo talent show sembra imitazione parrocchiale di talent sudamericano.

> Credo che parrocchiale sia il termine giusto.
> È una piccola comunità in cui devi piacere ad alcune persone potenti ma mediocri.

> E caroselli. Siete tornati a caroselli.

> Le televendite, vuoi dire.

> Totale anacronismo. Perché?

> Ma in effetti mi spaventa.
> Su MTV in prima serata fanno i siparietti sugli assorbenti, non so se li hai visti.

> Vuol dire che le televendite sono mirate anche ai giovani. Non capisco.

> Anch’io pensavo che fossero una forma di comunicazione per vecchi, però…
> Può darsi che a furia di tarare il livello sugli anziani, anche i ragazzini si siano adeguati.
> Sono cresciuti guardando televendite, gli spot veloci magari non li capiscono.


> Non posso credere che stanno a vedere televendita di telefono cellulare per due minuti

> Perché no?

> Ma perché non cambiano canale.

> Per vedere cosa? Il livello più o meno è quello ovunque.
> Oppure ti stanchi e compri il decoder, che forse è l’obiettivo finale.
> Siamo in monopolio, e quindi la qualità è precipitata, tutto qui.

> Ma non capisco neanche questo. Tu dici: siamo in monopolio.
> Non è vero

> Ma praticamente sì.

> No, perché tu ragioni solo su televisione.
> Ma non c’è solo tv in Italia, soprattutto adesso
> C’è il sole, primavera, belle giornate
> Si può anche spegnere televisione e uscire

> Andare in Pratello e bersi un bicchiere

> Ecco, per esempio
> Oppure farsi un giro sui colli in motorino
> O un raid col motocrono.

> Il motocrono sarebbe?

> La moto per i viaggi nel tempo a breve percorrenza
> non la chiamate così in italiano?

> No
> Cioè, forse sì
> Quando la inventeremo.

> Oddio è vero che non avete ancora scoperto i cronoviaggi
> che idiota me nero dimenticato
> Ecco perché non sai dov’è l’Afrabia.

> Guarda, tu sei probabilmente un pazzo, ma nella tua pazzia c’è del genio

> Oddio sono un idiota devo aver messo troppa hash nel mio knerg
> Ho parlato di cronoviaggi con un nativo del XXI secolo

> Del XX, prego.

> Ho violato tipo 15 direttive. Domando il tuo perdono?

> Perdono accordato.

> Vabbeh, tanto anche se lo racconti in giro non ti crede nessuno.

> Sono solo un blogger.

> Appunto

> Cosa fai stasera, esci?

> No dovrei studiare. C’è Santoro, molto difficile.

> Dai, lo vedi, sei troppo stanco.
> Hai messo troppa hash nel tuo comesichiama
> Se vuoi un consiglio esci, almeno tu
> prendi una boccata d’aria

> Mi sa che hai ragione
> Mi ha fatto piacere sfogarmi con te

> Figurati
> Quando vuoi

Berlusconi, dialoghi, elezioni 2010

Freedom Party People

Milioni di Milioni

“Ciao! Hai sentito cos’è successo a Roma?”
“Oh, ehi, ciao, sei già qui?”
“Beh, veramente son le otto”.
“Le otto? Scherzi?”
“E cinque minuti”.
“Oddio, ma pensa che… ero qui che erano… stavo cercando una cosa e poi…”
“Ha fatto partire la lavastoviglie?”
“Che? La lavast… io?”
“Lo sai… che di sera poi la signora al piano di sopra si lamenta e al mattino costa di più”.
“Ma sì, il fatto è che mi ero messo qui a fare una cosa ma poi…”
“Vabbè, capito. Il pane?”
“Il pane?”
“Sono io che chiedo a te: il pane?”
“Nel frigo”.
“Il pane?”
“No, scusa ero sovrappensiero… intendo nel congelatore, ce l’ho messo io…”
“Ce l’hai messo sabato”.
“…sì”.
“Domenica lo abbiamo scongelato”.
“…già”.
“E oggi è martedì”.
“Dici che è finito?”
“È da ieri che andiamo a grissini. Ma hai sentito cos’è successo a Roma?”
“Oddiohairagionescusa. Il pane. Ma forse…”
“Dicono che il Pidielle non si può candidare”.
“C’è quel despar che tiene aperto fino alle dieci di sera, se adesso io…”
“Ha chiuso un anno fa. E pare sia stato per colpa di un tale che non ha portato in tempo le firme”.
“Le firme? Per tenere aperto un despar?”
“No, dico, per le liste del Pidielle. Alle elezioni regionali. Bisogna raccogliere le firme, hai presente?”
“Certo che ho presente… quella volta che le raccogliemmo noi… e poi per anni ne avevo i cassetti pieni perché non avevamo fatto in tempo ad autenticarle tutte e inoltre…”
“Allora queste firme le aveva tutte in mano un tale, un funzionario di partito, non so neanch’io bene… le doveva portare tutte sabato entro mezzogiorno, una cosa così…”
“Non le potevo neanche mandare al macero perché contenevano dati sensibili e così… poi non so esattamente dove le ho messe”.
“In garage”.
“Sì?”
“Ma insomma, a parte i grissini cosa mangiamo? Hai pulito dell’insalata?”
“No scusa, hai ragione, è che mi ero messo a fare una cosa che… stavo mettendo giù i verbali dei consigli di dicembre, quando…”
“Ma è marzo”
“Appunto, era una cosa che andava fatta”.
“Ma non potevi farla prima?”
“Prima dovevo finire quelli di novembre”.
“Sei un po’ indietro, insomma”.
“Nooo, adesso non va neanche male, c’è stata effettivamente una fase in cui ero un po’ indietro col lavoro, ma adesso sto recuperando, senonché a un certo punto mi ha suonato la tipa del piano di sotto che raccoglieva i soldi dell’ascensore”.
“Glieli avevo già dati io”.
“Allora erano quelli della pulizia della scala”.
“Non li raccoglie lei”.
“Allora erano per qualche altra cosa che non ricordo, in ogni caso non erano neanche tanti, non è questo il punto, il punto è che mi ha fatto improvvisamente venire in mente che scadeva il canone”.
“È scaduto la settimana scorsa”.
“Sì, ma si fa ancora in tempo a pagare poco di mora, tu fidati, io sono professionista della mora”.
“Un pirata ed un signore”.
“Eh? Ah. Ha ha. Allora mi precipito in posta”.
“Ma si può pagare in tabaccheria”.
“Se per questo anche col bancomat”.
“E allora perché non hai provato al bancomat qua dietro”.
“Perché ero di corsa e non avevo il bancomat con me”.
“Potevi salire a riprenderlo”.
“Ma no, perché… la signora che mi vede scendere… poi mi vede risalire e… pensa male di me e…”
“Non avrebbe tutti i torti”.
“Appunto, allora mi precipito in posta”.
“Ma perché non in tabaccheria?”
“Perché non ci ho pensato. E poi ti ricordi quella cartolina con sopra scritto Atti Giudiziari che è arrivata tipo tre mesi fa? Ho pensato che già che c’ero magari andavo a darci un’occhiata, e quindi mi metto in fila col numeretto”.
“No, il numeretto no”.
“Appunto, sono lì che faccio la fila quando non t’immagini chi incontro. La padrona di casa di dove stavamo prima. Mi ha detto che cercava proprio me”.
“Ti cercava in coda alla posta, ha un senso”.
“No, no, era lì per altri motivi, è stata una coincidenza. Dunque mi spiega che ci stanno ancora arrivando un sacco di bollette nella vecchia cassetta della posta”.
“Stai dicendo che sono tipo sei mesi che arrivano bollette e non le paghiamo?”
“Ma tanto le avevo tutte domiciliate”.
“Le avevi domiciliate sul tuo conto”.
“Sì”.
“Quel conto che hai chiuso perché una volta hai confuso i blocchetti degli assegni, e hai fatto uno scoperto di trecento euro, e loro non ti hanno avvertito, e adesso sei nell’albo internazionale dei Cattivi Pagatori”.
“Adesso non rivanghiamo”.
“E quindi spiegami, se continuano a mandare bollette al vecchio indirizzo e sono domiciliate a un conto che hai chiuso, chi mai le pagherà?”
“Ma infatti mi sono posto il problema, e quindi mi precipito subito a casa”.
“Hai pagato il canone almeno?”
“No, non… non era più la priorità”.
“E allora perché non sei andato dalla vecchia a farti dare le bollette da pagare?”
“Non poteva darmele. Serve la chiave della cassetta”.
“E lei non ce l’ha”.
“No, perché…”
“Tu non gliel’hai mai resa, vero?”
“Può darsi che io abbia scordato… magari volevo prima assicurarmi che non arrivasse più posta, e allora…”
“Dove l’hai messa?”
“Ecco, appunto. Sono tornato a casa a cercarla e…”
“E sono venute le Otto”.
“Già”.
“E io ti ho sposato”.
“Senti, non è nulla che non si possa risolvere, davvero. Domani sul presto vado dalla signora con un cacciavite e…”
“Va bene, va bene, adesso parliamo d’altro, eh?”
“Sì”.
“…”
“Stavi dicendo una cosa di Roma, mi sembra”.
“Sì, beh, c’è un tale che… doveva portare le firme per le liste del Pidielle entro il mezzogiorno di sabato e sul più bello… se n’è andato”.
“In che senso andato”.
“Lui dice a prendere un panino”.
“Vabbè, è una scusa”.
“È pessima anche come scusa. C’è chi dice una telefonata dall’alto. Voleva cambiare un candidato all’ultimo momento. Certo che son cialtroni, proprio”.
“Eh già”.
“Cioè, uno se li immagina pieni di difetti… avidi, cafoni, maiali… però ti aspetti che almeno il loro lavoro lo sappiano fare, e invece no…”
“E invece no…”
“Che tanto poi la gente li vota lo stesso, anzi. Ma uno pensa: come si fa a votare della gente del genere? Cioè, anche se alla fine li riammetteranno, uno pensa, ma chi è che può sentirsi di votare per dei cialtroni così? Chi è che ha il coraggio di mettere una croce sul…”
“Sul Piddì”.
“Sul Piddì. Ma no, scusa, che Piddì. Sul Piddielle!”
“Ah, già, sì, Piddielle. È che sono tanto simili, sai, a volte…”
“Non dirmi che li confondi”.
“No, no. Anche se…”
“Anche se?”
“Certe volte, quando sono un po’ sovrappensiero, io…”
“Ma tu sei sempre sovrappensiero”.
“Eh”.
“Senti, mi stai dicendo che potresti aver messo una crocetta sul Piddielle per sbaglio?”
“…”
“C’era anche scritto “Berlusconi Presidente”. Non puoi aver messo una crocetta su Berlusconi Presidente”.
“Beh, ma sai, questa cosa della crocetta, io… Magari stavo pensando ai fatti miei, un po’ di incazzatura per come vanno le cose… entro nella cabina, vedo Berlusconi Presidente e penso: Te lo do io Presidente! Zac, zac, tipo Zorro, no? Ma con la matita”.
“Ma non fai la Zeta”.
“No, credo di no”.
“Hai fatto una X”.
“Amore senti non so cosa m’ha preso io…”
“Hai votato Berlusconi”.
“Non ero neanche esattamente io, una voce nel mio cervello, mi hanno fatto il lavaggio… non so come sia potuto succedere, è solo che…”
“No, ma guarda hai fatto bene”.
“Perché dici così?”
“Perché ti rappresenta, in un certo senso”.
“Ma non te la prendere, non è nulla di irreparabile, io… io domani vado col cacciavite dalla vecchietta, spacco tutto, tiro fuori le bollette, vado in posta… prendo anche il canone…”
“Puoi pagare tutto in tabaccheria”.
“Ecco, sì, in tabaccheria”.
“E poi finirai i verbali di dicembre”.
“Ah già, giusto, i verbali… mi stavo dimenticando…”
“E io ti ho sposato”.
“Vedrai, vedrai, si sistema tutto. Con calma. Domani”.

dialoghi, fioretti dell'anno nuovo, italianistica

Plagio

Dialogo

“Ehi, signore”.
“Che vuoi? L’euro te l’ho già dato, quindi…”
“Sì, signore, ma il calendario non lo vuole?”
“Aaah, perché tu non sei un mendicante, tu”
“No signore”.
“…invece sei un venditore di calendari”.
“Se vuole ho anche quello con l’oroscopo”.
“L’oroscopo”.
“Personalizzato. Lei di che segno è?”
“Cancro”.
“Cancro, allora, vediamo… il cancro…”
“Non che cambi molto”.
“Perché, non ci crede all’oroscopo?”
“Non molto, no”.
“E fa male, guardi qui: Cancro: il 2010 sarà il vostro anno”.
“E tu invece ci credi”.
“Ma sì, signore, perché no”.
“Cioè, credi che questo sarà il mio anno”.
“E anche il mio, perché sono Cancro anch’io”.
“Fantastico. Sarà un grande anno”.
“Certo”.
“Come il 2009”.
“Meglio, signore, meglio!”
“Perché diciamolo, il 2009…”
“Lasciamo perdere”.
“Eh, infatti. Piuttosto magari come il 2008…”
“Peeer carità”
“Già, già, anche il 2008… ma allora che anno ti piacerebbe rivivere?”
“In che senso?”
“Di questi ultimi anni, scegline uno”.
“Ah, no, degli ultimi anni no, nessuno”.
“Da quant’è che vendi questi oroscopi, sentiamo”.
“Mah, saran dieci anni ormai”.
“E di questi dieci non ce n’è uno che ti rivivresti volentieri…”
“Mmmmmno”.
“Neanche uno! Uno in particolare, un po’ più felice degli altri!”
“Così su due piedi… no”.
“Però la vita è bella”.
“Certo che è bella, lo sanno tutti”.
“Per dire, se tu questi anni potessi viverli da capo… non ti piacerebbe?”
“Altroché!”
“Ma se dovessi riviverli esattamente come li hai vissuti la prima volta… con le stesse gioie e gli stessi dispiaceri…”
“Ah, no, così no”.
“E allora, scusa, che vita vorresti rifare? La mia? Quella di Berlusconi, o di chi altri? E credi che io, o Berlusconi, o chiunque altro, non risponderemmo proprio come te? Credi che a qualcuno piacerebbe tornare indietro per rivivere esattamente la stessa vita?”
“No, non credo”.
“Quindi se ti regalassero dieci anni di vita… ma solo a patto di riviverli esattamente come gli ultimi dieci… tu rifiuteresti”.
“Rifiuterei”.
“E che vita vorresti, allora?”
“Mah, una vita così… come mi viene, senza saperne niente prima”.
“Come non si sa niente dell’anno nuovo”.
“Esattamente”.
“Sai cosa ti dico? Anch’io. E chiunque altro. Ma questo vuol dire che il caso ci ha trattato tutti male, almeno fino al 2009: o che perlomeno ci ha dato più dispiaceri che gioie”.
“Ma…”
“Altrimenti come si spiega il fatto che nessuno accetterebbe di rinascere, per vivere la stessa identica vita che ha fatto fin qui? Però la vita è bella, dicevi”.
“Certo”.
“Ma è bella solo la vita che ancora non si conosce. Quella che abbiamo conosciuto fin qui, no, quella non ci è piaciuta così tanto. In futuro invece andrà meglio”.
“Eh, speriamo”.
“Con l’anno nuovo il caso comincerà a trattarci tutti bene, e finalmente avremo una vita felice. Meno male. Hai detto che hai un calendario personalizzato?”
“Certo, eccolo qui”.
“Ed eccoti un altro euro, toh”.
“Oh, grazie, grazie signore. Arrivederci. Calendari! Calendari con l’oroscopo! Calendari del Duemilaedieci!”

(Giacomo Leopardi – segno zodiacale Cancro – vi augura un felicissimo 2010).

dialoghi, Islam, racconti, razzismi, santi

Di veli e mezzelune

I segreti dell’altalena

“Papà”.
“Sì, bambina mia?”
“Senti, c’è una cosa che è da un po’ che ti devo dire, però mi devi promettere che non lo dici a nessuno”.
“Cos’è successo, bambina mia”.
“Senti, sai quando andiamo nel parco a volte al pomeriggio”.
“Sì”.
“Che tu ti metti sulla panchina a leggere il Giornale e io vado sull’altalena e a volte veniva anche la Lorenza”.
“Cosa c’è, vi siete picchiate di nuovo? Adesso sua madre mi sente…”
“No, no, non mi ha fatto niente la Lorenza. Non è questo”.
“Ah. Del resto è un po’ che non si vede più”.
“Sua mamma non vuole più portarla”.
“Nel parco? Cos’è, ha paura di te adesso”.
“Ma no, no, papà. È che sta andando da un dottore, però non è come il dottore che ti mette il termometro, è una specie di dottore della testa, che ti mandano da lui quando vedi le cose strane”.
“Le cose strane? Perché, cosa ha visto Lorenza?”
“Ma niente, papà”.
“Non riesco a capire”.
“Neanch’io papà. È tutto cominciato due settimane fa anzi no forse tre perché mi ricordo che non c’era ancora nell’angolo il venditore di castagne”.
“Allora è più di un mese”.
“Insomma, quando tu mi accompagni al parco e ti metti sulla panchina, io vado sull’altalena con la Lorenza, ma a volte c’è una signora che ci spinge. Tu l’hai mai vista la signora?”
“Mah, no. È la mamma di un’altra bambina?”
“Dice che è la mamma di un bambino, ma io non l’ho mai visto il suo bambino, comunque, lei non fa proprio niente di male papà, ci spinge soltanto”.
“Ma com’è fatta questa signora”.
“È tanto bella”.
“Ah”.
“Con un velo che la copre tutta”.
“Eh?”
“Ma sì, hai presente, un velo, come la mamma della mia compagna Fatima, hai presente, però il colore è diverso, è…”
“Tutta? Non si vede neanche il viso?”
“Sì papà, si vede il viso”.
“E di viso com’è?”
“Te l’ho detto papà, è molto bella”.
“Sì, va bene, è bella, ma il viso, insomma, di che colore è? Come quello della tua compagna Fatima?”
“Un po’ sì”.
“E parla italiano?”
“Sì, anche se…”
“Anche se?”
“Parla strano, insomma papà, io non è che capisco tutto quello che dice, però…”
“Però”.
“Sono cose bellissime e bruttissime”.
“Spiegati meglio, tesoro”.
“Ma per esempio ci dice che ci saranno cose molto brutte, delle battaglie, i cattivi sembra che vinceranno contro i buoni ma non dobbiamo avere paura, anche se ci saranno queste cose molto brutte… a un certo punto ci saranno degli eserciti che faranno una guerra terribile, ma alla fine vincerà lei…”
“E queste cose ve le spiega sull’altalena?”
“Sì, e ci dice per adesso di non dirle a nessuno perché è ancora presto, ma ecco, è successo che la Lorenza è andata a dirle a sua madre e sua madre l’ha portata da questo dottore”.
“Ma che dottore. Qui c’è da andare dalla polizia, altroché”.
“Dalla polizia? Ma perché, papà, è successo qualcosa?”
“E’ successo che nel parco c’è una integralista islamica che fa la predica a mia figlia, mi sembra abbastanza. Ma senti, questa signora te l’ha detto come si chiama?”
“No papà”.
“Tanto di sicuro è un nome assurdo. E da dove viene?”
“Non viene da nessuna parte, papà, è sempre lì”.
“Come sarebbe a dire è sempre lì, vedrai bene se arriva da una parte o dall’altra… viene dalla parte del venditore di castagne o dalla strada?”
“Papà, te l’ho detto, è sempre lì”.
“Ed è tutta velata?”
“Sì papà”.
“Dal capo ai piedi?”
“Sì… beh, no, ai piedi porta una cosa, come si chiama, una fetta di luna…”
“La mezzaluna?”
“Ecco, sì, papà”.
“Maledetti musulmani. Ti volti un attimo e si mettono a convertire tua figlia. Ma io questa la stronco. Senti. La prossima volta che andiamo al parco…”
“Sì papà?”
“Appena la vedi ti metti a urlare, va bene?”
“Ma papà, io quando la vedo non riesco a urlare”.
“Come sarebbe a dire”.
“È una cosa strana, papà, io quando la vedo mi sento tutta bloccata, però sto bene, anzi sto benissimo, però non riesco a parlare”.
“Figlia mia! Ma cosa ti hanno fatto questi bastardi… senti, nel parco non ci andiamo più, hai capito?”
“E alla signora cosa le dico?”
“Non le dici niente! Non la vedrai mai più”.
“Ma se viene in camera mia?”
“Come in camera tua? Come fa a venire in camera tua”.
“A volte di notte è venuta”.
“Eh? Scherzi? No, è un sogno. Ipnosi. Un veleno. Insomma, non lo so. Senti, facciamo così, adesso chiamo la mamma di Lorenza e le chiedo il numero di quel dottore…”
“No, papà, per favore! Papà! La signora non mi ha fatto niente. Mi ha solo…”
“Taci te. Non hai neanche idea di cosa… Fila in camera tua”.

Cara Signora,
mi dispiace che ho parlato di te con mio papà, ma non sapevo più come fare. Adesso lui è molto arrabbiato e non vuole più portarmi al parco.
Allora ho pensato che io, a me tu stai simpatica, però forse è meglio che non ci vediamo più, e al massimo quei Tre segreti che ci devi dire li dici alla Lorenza, che lo so che voi vi vedete ancora anche se lei va dal dottore.
Però la Lorenza ce la fa a tenere i segreti, invece io cara Signora mi dispiace, mi dispiace tantissimissimo, ma con mio papà proprio non ce la faccio.

dialoghi, essere donna oggi

Qualcuno che può capirla

Il ministro è occupato

“Pronto Telefono Rosa, Sono Lucia. In cosa posso aiutarla?”
“Ecco, io volevo sapere… questo è il numero per le donne vittime di violenza, vero?”
“Certo. Ha un caso da segnalarci?”
“Ecco, io… non so esattamente se…”
“Non si preoccupi. Ci racconti. Non deve per forza dirci chi è. La chiamata è anonima”.
“Ma forse è meglio se chiamo un’altra volta, adesso starei al lavoro e…”
“Va bene, ma posso dirle una cosa? Una cosa soltanto”.
“Sì”.
“Ci sono donne, come lei, che dicono così, e poi non richiamano più”.
“No, no, io poi vi richiamo”.
“Se mentre era al lavoro ha sentito l’impulso di chiamarci, è chiaro che in quel momento sentiva di avere davvero bisogno di aiuto”.
“No, ma io non chiamo per me, chiamo per… per una mia amica che… lei non ha il coraggio e allora io…”
“Va bene, va bene. Nel momento in cui ha fatto il numero, lei si sentiva veramente in pena per questa sua amica”.
“Sì, è così”.
“E ha avuto il coraggio di chiamarci”.
“Sì”.
“E ha fatto benissimo! Ma chissà quando le tornerà il coraggio. Magari tra un’ora, magari domani. Magari tra una settimana”.
“Ecco, io…”
“…e intanto la sua amica sta male, e magari è in una situazione a rischio. Perché non comincia a parlarcene adesso?”
“Ma vede, non è proprio una situazione a rischio, voglio dire, non è che la picchiano questa mia amica, non c’è nessuno che le alza le mani, però…”
“Però la fanno soffrire”.
“Sì… tantissimo. Però non lo può dire, perché…”
“A noi lo può dire”.
“Sì, ma è come se non esistessero parole per questa cosa che fanno… oppure magari forse esistono, ma io non le so… lei non le sa…”
“Provi a spiegare a me. Magari le conosco io le parole. In fondo è il mio mestiere”.
“Ma non è una cosa… normale. Voglio dire che non è una cosa che succede a tante donne. Forse non è mai successa prima, non lo so”.
“Eh, signora, lei non ha idea… a proposito, posso chiederle come si chiama? Solo il nome, non voglio il cognome”.
“Mi chiamo M… Maria”.
“Maria, la posso chiamare così? Non si preoccupi, Maria. Io ascolto le storie più strane, tutti i giorni”.
“No, ma strana come la mia… voglio dire, come la mia amica… insomma, lei… a un certo punto cercava un lavoro”.
“Sì”.
“Era… è una donna molto bella, ma… voleva anche essere apprezzata per il cervello, mi sembra giusto, no? E allora ha lasciato un lavoro che aveva, di… nel ramo immagine, ecco, e ha provato a fare… no, non posso dirlo”.
“Allora non me lo dica, Maria. A un certo punto ha cambiato lavoro”.
“Sì”.
“Un lavoro di tipo intellettuale”.
“Una specie, sì”.
“Ma per essere accettata nel nuovo ambiente di lavoro, ha dovuto sottostare a dei… compromessi”.
“Sì! Però… (snif)… però non è come dice la gente!”
“Perché, la gente cosa dice?”.
“La gente pensa che sia una profittatrice, che abbia… alcuni addirittura pensano che abbia fatto dei ricatti, non è vero! Non è vero niente! Vorrei dirlo al mondo che non è vero! Ma non mi danno il permesso”.
“Le impediscono di parlare?”
“E’ come se… mi hanno messo in un posto troppo importante… non so neanch’io più bene cosa faccio, ma da allora… sono sorvegliata a vita. Giro con la scorta armata, e va bene. Ma dentro la scorta armata c’è un’altra scorta di persone con le cuffiette e i blecbèrri che mi circonda e controlla ogni cosa che dico, ogni cosa che faccio! È un problema anche se sorrido troppo! Mi cazziano se sgrano troppo gli occhi! Lo sa dove sono adesso?”
“E’ in bagno”.
“Come fa a saperlo?”
“Io parlo con tante donne, Maria”.
“Sono nel bagno di un posto… non ho neanche capito dove sono esattamente, è un posto che mi hanno mandato a visitare… ormai non mi spiegano niente, m’imbarcano con la scorta armata e la scorta con le cuffiette e mi scaricano qua e là con un discorso da imparare a memoria, ormai sono un pacco postale”.
“È questo che la fa stare male, Maria?”
“Ma non è questo, è che… mi odiano”.
“Quelli delle scorte?”
“No, loro… loro mi trattano male quando mi blocco in mezzo a un discorso, ma… no, a me mi odiano proprio tutti. Tutti. Io sono la persona più odiata del mondo”.
“Maria, questo è impossibile. Perché tutto il mondo dovrebbe odiarla?”
“Perché ho un lavoro che non mi merito, perché tutti pensano che se sono così importante è perché ho fatto la puttana. Io non sono una puttana”.
“Maria, spesso gli uomini sono invidiosi… e anche le donne”.
“Quelli che mi hanno dato questo posto, loro sì, loro mi hanno trattato da puttana. Ma questa cosa come faccio a dirla”.
“Me la sta dicendo, adesso”.
“Lei penserà che io sono solo una matta”.
“Ma no, Maria, no. Posso darti del tu?”
“Sì…”
“Maria, io non penso che tu sia matta. Penso che tu stia molto male, e che non riesci a trovare una soluzione per il dolore che provi. Allora a un certo punto hai visto il nostro numero e ti sei detta: proviamo. Ma questo è un comportamento razionale. I matti non fanno così”.
“Sì, ma voi magari… magari c’è una ragazza coi lividi in faccia che vi vuole chiamare e trova occupato perché…”
“Non ti preoccupare, Maria. Abbiamo tante linee”.
“A me i lividi in faccia non me li ha mai fatti nessuno, però…”
“Però stai male ugualmente”.
“Mi vergogno a dirlo… io…”
“Non ti devi vergognare con me”.
“Ho i brufoli! Lo so che è ridicolo!”
“Non è ridicolo. È un segno che stai male”.
“I brufoli a trentatré anni… e quando m’inquadrano i fotografi io… io…”
“Ti senti in gabbia”.
“Io… mi odio”.
“No, Maria, no”.
“Perché è colpa mia alla fine. Se non avessi…”
“Non ti devi sentire colpevole per il male che ti fanno gli altri. Non è giusto”.
“…”
“Maria?”
“…mi sento così stupida!”
“Non sei affatto stupida. Sei una persona che hai una difficoltà, e hai avuto il coraggio di ammetterlo. Non è da tutti, sai. Soprattutto quando si è in una posizione importante, e tu, se ho capito bene, sei in una situazione importante”.
“È meglio che metto giù. Ho parlato anche troppo. Se se ne accorgono, io…”
“Aspetta, Maria. Vorrei che tu capissi che non sei sola, che ci sono tante donne al tuo fianco”.
“Seh (snif), magari”.
“E per convincerti, vorrei passarti una persona. Sai, tu ci hai chiamato proprio mentre era venuta a visitarci una donna molto importante”.
“E chi sarebbe?”
“Il Ministro delle Pari Opportunità”.
“Ah, ed è una donna?”
“Sì, e vorrei passartela un momento. Se non ti dispiace”.
(Toc toc)
“Mah, non saprei cosa dirle…”
“Lascia che ti parli lei. È una donna in una posizione molto importante, chi meglio di lei può capire i tuoi problemi?”
(Toc toc)
“Non so… e poi scusa, mi stanno chiamando…”
“Ministro, scusi eh, ma è lì già da un quarto d’ora, la visita dovrebbe andare avanti…”
“Non ti preoccupare, Maria. Aspetta solo un attimo, l’abbiamo chiamata e sta arrivando”.
“In più, pare che ci sia una telefonata per lei. Non si è capito chi sia, le vogliono passare una donna in difficoltà, boh. Mi raccomando, la saluti, s’informi sui suoi cazzo di problemi e cerchi di non dire niente di personale”.
“Io… mi dispiace, mi stanno chiamando”.
“Solo un attimo, Maria. Davvero”.
“E soprattutto mi raccomando non improvvisi, onorevole. Che quando improvvisa poi è sempre un casino”.
“Arrivo, arrivo. Mi dispiace, devo mettere giù”.
“Onore’, ma che le è successo, ha pianto?”
“Fatti i cazzi tuoi. E allora, dov’è questa donna in difficoltà?”
“Momento… stanno trasferendo la chiamata al portatile… ecco”.
“Pronto… sono l’onorevole Carfagna… pronto… ma qui non c’è nessuno”.
“Come nessuno?”
“Suona libero. Avrà messo giù”.
“Auff. Certo che ‘ste donne, non si sa mai cosa vogliono, eh”.
“Già”.

cultura, dialoghi, Pasolini, razzismi, scuola, ucronie

Parlare per non capirsi

Mi me son fato ‘na lengua mia

(2013. Il mondo non è finito, purtroppo, e così i leghisti sono rimasti al potere. Trieste, sede della Regione, Assessorato alla Pubblica Istruzione:)

“Ventiquattro. No! Daccapo. Per uno, sette; per due quattordici; per tre ventuno, per quattro… per quattro… Maledigne!”
Toc, Toc.
“E adesso chi è?”
“Commissario, avremmo un problema”.
“Adesso no, sono impegnato. Sto ripassando la tabellina del set…”
“Il fatto è che tra gli aspiranti insegnanti per la regione Friuli Venezia Giulia c’è un candidato che ci sta dando dei grossi problemi”.
“E alore bocciatelo, che problema c’è”.
“Ecco, il punto è proprio questo. Non possiamo bocciarlo. Ha superato tutti i test senza fare un errore”.
“Non capisco. Se è così bravo che problemi vi dà? Come si chiama?”
“Totò di Gennaro”.
“Ah, forse ho capito. Totò sta per Salvatore?”
“No”.
“Per Antonio?”
“Neanche. Totò sta per Totò e basta, ci ha fatto vedere i documenti, lui si chiama così. E pretende che lo assumiamo”.
“Eh, certo, poi quando si ritrovano in classe un maestro di nome Totò la colpa è nostra… va bene, ai casi estremi, estremi rimedi. Fategli il test sul dialetto”.
“Ma commissario…”
“Lo so, di solito non si fa, ma questo è appunto uno dei casi. Chiedetegli due frasi in triestino e mandatelo a casa. E se verranno i giornalisti, pazienza”.
“Commissario, non creda che non ci abbiamo già pensato”.
“E quindi?”
“Il punto è che il triestino non lo sa nessuno in commissione. Lei ne parla un po’?”
“Ma che razza di triestini siete?”
“O soi furlan, o ven di Udin”.
“Eh?”
“Dicevo che sono friulano, di Udine”.
“Ah! Ma che lingua parli?”
“Friulano”.
“Ma non mica una lingua quella lì”.
“Come no, certo che è una lingua”.
“Ma no, lo sanno tutti che vi capite a gesti, come i macachi… va bene, vengo io. Voglio proprio vedere come se la cava, il Totò Esposito”.
“Totò di Gennaro”.
“Esposito, di Gennaro, stessa roba. Faccia strada”.

(Entrano nell’aula. Al centro, una fila di esaminatori terrorizzati – tutti rigorosamente nativi della regione Friuli – Venezia Giulia. Davanti a loro, Totò di Gennaro si sta pulendo l’angolo di un’unghia con studiata non chalance. Ha appena finito di illustrare il teorema di Fermat, con una meravigliosa dimostrazione che per amor di sintesi qui vi risparmio).

COMMISSARIO: “Di Gennaro Totò?”
TOTO’: “Songhe io”.
“Lei mi sembra molto determinato a conquistare una cattedra nella nostra bella regione”.
“E cosa vuole mai, commissario… se debbo scegliere tra il Friuli e la disoccupazione…”.
“È meglio il Friuli”.
“Della disoccupazione? Mmmsì”.
“Però, vede, per insegnare qui da noi non basta conoscere le materie, anche alla perfezione, come lei… ci vuole un certo attaccamento che forse, da parte sua, ancora non abbiamo riscontrato… insomma, è sicuro di riuscire a interagire con gli studenti?”
“Ma sì, penso di sì”.
“Per esempio, metta che le chiedano che tempo fa… in triestino”.
“Sùfia ‘n’arieta cruda e piovarà diboto: se se sera el capoto, se fica le man drento”.
“Eh?”
“Le ho risposto in triestino: soffia un’arietta cruda e pioverà fra poco: ci si chiude il cappotto…”
“Ma sì, sì, ho capito… più o meno… ma i triestini di solito non parlano così”.
“Dice di no?”
“Dico di no”.
“Sulla base di quali elementi?”
“Elementi? Non c’è bisogno di elementi, sono di Trieste e lo so”.
“Mi dispiace che lei triestino sconfessi in questo modo i versi di Virgilio Giotti”.
“E chi sarebbe questo Virgilio…”
“Il massimo poeta in lingua triestina del Novecento”.
“Poeta in lingua triestina?”
“Eh, sì”.
“Ma scusi, un conto è la poesia scritta, un conto è… il dialetto”.
“In che senso?”
“Il dialetto non è mica una cosa che si può imparare a memoria sui libri… è una cosa viva, mobile…”
“Può anche darsi: però un esame è una prova oggettiva, in cui lei mi fa una domanda e io le do una risposta. E c’è un verbale scritto, dal quale deve risultare che lei mi ha fatto una domanda in triestino e io le ho risposto”.
“E lei si aspetta che noi la promuoviamo semplicemente perché ha mandato a memoria due versi di un poeta triestino che…”
“Me ‘speto senpre, ‘speto incora, che fassa l’alba, che fassa aurora, e che la vegna a dame un baso, a ufrime el so geranio in vaso”.
“Ancora questo Virgilio…”
“No, questo è Marin”.
“Marino chi?”
“Biagio Marin, uno dei più grandi poeti…”
“Triestini?”
“Ma no, non lo sente? Marin è di Grado, provincia di Gorizia. Non si parla solo triestino, nella vostra bella regione”.
“Ah, perché se io le chiedessi di parlarmi in friulano, lei…”
“Na greva viola viva a savarièa vuèi Vinars”.
“Stop. Non ci ho capito niente, ma non m’importa. Lei non può fare così”.
“Così come? Sapevo che durante l’orale era previsto un esame di dialetto e me lo sono preparato; che altro avrei dovuto fare?”
“Lei non può fingere di conoscere i nostri dialetti”.
“Io non fingo niente. Ho solo imparato le vostre poesie”.
“Le nostre poesie, fantastico, adesso solo perché stiamo a Trieste o a Grado queste sono le nostre poesie”.
“Non lo sono?”
“Per esempio, io non le avevo mai sentite”.
“Ma sono sui libri, sulle maggiori antologie della letteratura italiana, e insomma io per superare la prova di dialetto cosa avrei dovuto fare? Studiarmi quindici grammatiche diverse che non sono neanche in commercio?”
“No. No. No. Il dialetto non s’impara”.
“O bella, e perché?”
“Perché… è la lingua che uno si trova in casa… ci nasce dentro, non ha bisogno di nessuno che te la insegni, capisce? È una radice. Uno ce l’ha o non ce l’ha”.
“E quindi non c’è neanche bisogno di un maestro che ve l’insegni a scuola, no?”
“Giusto. Però comunque i maestri li vogliamo tutti radicati”.
“Comincio a capire. Vi serviva qualcosa che fosse il contrario della cultura. Qualcosa che non si può insegnare, non si può imparare, non si può comunicare. E avete trovato il dialetto”.
“Appunto”.
“Ma è solo una vostra idea di dialetto. Bastava guardarsi un po’ in giro per rendersi conto che anche i vostri dialetti sono lingue, con le quali sono stati scritti libri, che tutti possono leggere e apprezzare… persino un neolaureato avellinese, perché no”.
“Certo che voi meridionali siete tremendi. Facciamo una legge e trovate un inganno”.
“Credete che il triestino sia solo quello delle bestemmie dei bar, e ci hanno scritto poesie d’amore. Il più famoso poeta in friulano è nato a Bologna, è morto a Roma. E poi siete arrivati voi, che non sapete un cazzo”.
“Ehi, come si permette?”
“È un’espressione dialettale. Significa che vivete in una dimensione di non comprensione di sé e dell’altro”.
“Cioè in parole povere…”
“Non capite un cazzo, a un punto tale che vorreste fare esami sul cazzo che non capite. E pretendete pure di avere delle radici, le radici, ma dico io, del concime tossico sparso tutt’intorno ne vogliamo parlare?”
“L’esame è finito, può accomodarsi, grazie”.
“Un giorno o l’altro mi tornarò, / No’ vùi fra zénte strània morir, / Un giorno o l’altro mi tornarò / Nel me paese”.
“E adesso che fa… scenda da quella cattedra”.
“Dentro le pière che i gà inalzà / Su le rovine, mi cercarò, Dentro le pière che i gà inalzà, Le vecie case”.
“Dobbiamo chiamare le camicie verdi? Scenda giù”.
“Sarò pai zòveni un forestier, / Che varda dove che i altri passa, / Sarò pai zòveni un forestier, / No’ lori a mi”.
“Ma in che lingua sta parlando, qualcuno ci capisce? Sembra arabo”.
dialoghi, sogni

Divincolare il vulture

Gli incubi del prof. Esso, 1.

Drin drin, drin drin
“Ma chi è… pronto”.
“Pronto, parlo col professor Esso?”
“Sì, ma sono le quattro del mattino”.
“Professore mi dispiace, qui è la banca”.
“La banca?”
“Vede, come sa domani è il grande giorno, andiamo tutti dal notaio per le firme, ebbene –
“Giusto, il notaio, vi ha chiamato?”
“No, non ci ha chiamato”.
“Me l’aveva promesso”.
“Promessa di notaio. Ma il punto è che stavo ristudiando bene le carte della sua richiesta di mutuo, e…”
“Avevamo risolto tutto, no?”
“Ecco, appunto, pare che…”
“No”.
“…lei si sia dimenticato di vulturare l’accollo”.
“Eh?”
“L’accollo, si ricorda? Ecco, andava vulturato”.
“Ma certo che mi ricordo. L’accollo. E l’ho anche vulturato. Due giorni fa sono andato dal notaio e…”
“Ma in questo caso qui avrei il testo di vincolo, e non ce l’ho”.
“Ce l’ha il notaio. Vi doveva chiamare”.
“Non mi ha chiamato, e comunque la vultura non risulta assicurata”.
“Ma sì, l’ho assicurata… la settimana scorsa”.
“No, la settimana scorsa lei l’ha vincolata, è una cosa diversa”.
“L’ho vincolata?”
“Poi però doveva assicurarla”.
“Assicurare cosa?”
“L’accollo”.
“Non il vincolo?”
“No, scusi, la vultura”.
“Sull’accollo”.
“No, sul vincolo”.
“Insomma, lei davvero non crederà…”
“Ma diamoci del tu”.
“Ecco, dunque, non credere che io non mi renda conto che mi stai semplicemente scodellando dei sintagmi a caso”.
“Non possiamo correre il rischio di andare dal notaio con una voltura in accollo non vincolata”.
“…approfittando della mia stanchezza e della mia incompetenza per scucirmi altri soldi”.
“Al limite l’accolliamo alla catasta del volture”.
“…che tanto ormai mi hai succhiato così tanto che sono del tutto insensibile al dolore, quindi perché non mi dici semplicemente quanto vuoi stavolta? Quanto vuoi per lasciarmi un po’ in pace?”
“Mah, dipende… gli interessi passivi, il taeg, lo spread…”
“Dimmi solo quanto”.
“Dipende, ti ho detto. Quanto ti resta?”
“Niente. Vi siete presi anche i ragni”
“Tua moglie ha delle gioie?”
“Le aveva, poi mi ha incontrato”.
“Buona questa, perché non fai lo scrittore?”
“Ahem”.
“Prendi i pezzi del blog, ci fai un libro…”
“Già fatto, l’editore ha chiuso”.
“Sarà stata una coincidenza”.
“Senz’altro”.
“Possiedi qualcos’altro di valore? Libri rari?”
“Il mio, rarissimo”.
“Senti, visto che siamo a questo, posso farti una domanda intima… hai mai avuto rapporti?”
“Non mi lamento, grazie”.
“No, intendo passivi”.
“Ah, ecco dove volevamo arrivare”.
“Perché magari, chissà, in questo momento sei seduto su una risorsa da valorizzare”.
“Vogliamo valorizzarla?”
“La cosa è tecnicamente fattibile, se tu mi dai l’ok, nella prossima delibera… ma ti posso garantire sin d’ora che… certo, ti chiederanno di assicurare…”
“Furto e incendio?”
“Anche fulmini e… vandalismo”.
“Brr…”
“Ma è una formalità. Poi ci accolliamo l’assicurazione”.
“Chi se l’accolla?”
“La banca. Altrimenti se preferisci un’accatastamento, la vulturiamo”.
“Oddio, ricomincia da capo”.
“Ma voglio essere sicuro che hai capito”.
“Ora conterò fino a tre e mi sveglierò. Uno, due

“Ehi, che c’è?”
Tre! Sono sveglio!”
“Hai fatto un altro incubo?”
“Dovevo comprare la casa e all’ultimo momento mi ero dimenticato di vulturare… di accatastare… che ne so…che angoscia”.
“Stai tranquillo. Non devi comprare nessuna casa”.
“Perché l’ho già comprata anni fa, giusto?”
“Giusto. Dormi adesso, che domattina devi svegliarti presto per il turno alla cava”.
“Spaccare pietre fino a mezzodì. Non vedo l’ora. Ma non so se riuscirò a prender sonno adesso”.
“Conta le pecore che saltano il recinto”.
“Non ha mai funzionato”.
“Conta i bancari che saltano nella fossa dei leoni”.
“Ci sono anche i notai?”
“I notai sono tutti infilzati in uno spiedino rovente”.
“Buono lo spiedino”.
“Su un tappeto di assicuratori disossati”.
“Ma sono ancora vivi, vero? Li hanno disossati ma sono ancora vivi, e soffrono”.
“Sì, soffrono tanto”.
“Anche i notai, girono nello spiedino per l’eternità, ma non è che si abituano, eh? Soffrono ogni momento come fosse il primo”.
“Soffrono tutti tantissimo, adesso dormi”.
“E i bancari dov’è che li avevamo messi?”
“Nella fossa dei leoni”.
“Poi quando sanguinano un po’ li ripeschiamo… loro credono di essersi salvati, e invece li tuffiamo…”
“Nella vasca degli squali. Dormi”.
“Zzz”.
Che domani è un altro giorno.

dialoghi, migranti, repliche

Chi denuncia Ki

(Riveduto e appena appena corretto).

L’anno della Tigre di Carta

“Buongiorno, desidera?”
“Buongiorno, volevo fare una denuncia”.
“Sì, un attimo che accendo il terminale… è un furto?”
“No, veramente no”.
“Atto vandalico?”
“Io veramente ero venuto a denunciare… come si dice… scusi, sono poco pratico, sa? Un’in…”
“Un’intimidazione mafiosa!”
“No, no, un’immigrazione”.
“Ah”.
“Clandestina”.
“Sì, sì, ho capito”.
“Insomma, c’è questa persona qui che è un immigrato clandestino”.
“Sì”.
“E sono venuto a denunciarlo. Perché adesso è reato, no?”
Certo. Ma questa persona, sa come si chiama?”
“Altroché”.
“Conosce il luogo dove abita, o dove lavora?”
“So tutto”.
“E ha ragionevoli argomenti per sostenere che si tratta di un immigrato clandestino?”
“Ne ho le prove”.
“Bene, lei ora mi dirà tutto, io verbalizzerò…”
“E andrete ad arrestarlo!”
“Se lo riterremo necessario”.
“Come necessario! Dovete farlo e basta! In Italia c’è… come si chiama… l’obbligatoria azione”.
“L’obbligatorietà dell’azione penale. Certo che lei è un esperto”.
“Grazie. Ho studiato un po’ legge, al mio Paese”.
“Anche a me sarebbe piaciuto, ma sa… famiglia numerosa”.
“Non me lo dica”.
“Veniamo al dunque. Lei si chiama?”
“Ki Demei. K, I, spazio, Demei scritto come si pronuncia”.
“Ah, perfetto. E di cognome?”
“Ki”.
“Ki Ki Demei?”
“No, solo Ki-spazio-Demei”.
“Aaaaaah, ho capito. Scusi, eh, ma certi cognomi stranieri veramente sono una cosa…”
“Ha tutta la mia comprensione”.
“Bene. Allora, Ki Demei, nato il”
“Tredici luglio 1974”.
“Anno della tigre!”
“Complimenti. Non mi dica che…”
“Beh, sì, sono anch’io del 1974. Dunque, Ki Demei, nato il 13/7/1974 e residente a…”
“Ahem… scriva così: residente a Canton, Cina”.
“Quindi lei non risiede in Italia”.
“No”.
“Strano, il suo italiano è molto buono. Ha un documento della Repubblica Popolare Cinese? Passaporto, carta d’identità…”
“No. Però una denuncia la posso fare lo stesso, no? Voglio dire… Mettiamo che io sia un turista e mi abbiano rubato il portafogli…”
“Giusto. Allora: Ki Demei, nato il 13/7/74 e residente a Canton, Cina, in data 23/9 presente anno si recava nella caserma dei carabinieri di Campogalletti (MU) e segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di…
“Sì?”
“Lo chiedo a lei: rispondente al nome di?”
“Eh?”
“Questo immigrato clandestino, insomma, come si chiama?”
“Ah, lui! Si chiama Ki Demei”.
“Cognome?”
“Ki”.
“Kikidemei?”
“No, Ki-spazio-Demei”.
“Aaaaah. Tra l’altro è un nome che ho già sentito… sta a vedere che ha dei precedenti”.
“Ma veramente…”
“Aspetti. Anche lei si chiama Ki Demei”.
“Non posso negarlo”.
“Un caso di omonimia, capisco”.
“No, forse non ha capito. Sono sempre io. Sono venuto a denunciare me stesso. Sono un immigrato clandestino. Arrestatemi”.
“Beh… beh… non corriamo”
“C’è la cosa, l’obbligatorietà dell’azione penale”.
“Ma scusi, perché ci tiene così tanto a farsi arrestare?”
“Si metta nei miei panni. Io lavoro ai mercati, faccio il giro della provincia. Tutte le mattine la sveglia alle cinque. Con la pioggia e con la neve. Cinque anni così. Non sono abituato, in Cina studiavo legge. Sono stanco”.
“Poteva anche denunciarsi prima”.
“Prima mi avreste rimpatriato come clandestino. Ma adesso non potete”.
“Come sarebbe a dire che non possiamo?”
“Non potete, perché l’immigrazione clandestina è diventato un reato, e quindi mi dovrete processare”.
“E che sarà mai un processo”.
“Ma io ricorrerò in appello”.
“Non mi faccia ridere … voglio dire, se tutti gli immigrati clandestini ricorressero all’appello…”
“Sì? Vada avanti”.
Si bloccherebbero tutti i tribunali!
“Questo non è un problema mio. Io sono un indiziato di reato, e come tale ho diritto a un giusto processo”.
“Guardi che rischia una bella multa”.
“Non posso pagarla, sono nullatenente e nullafacente”.
“Ma se mi ha appena detto che fa il giro dei merc… ah. Comincio a capire”.
“L’unica è mettermi in una prigione, o centro di detenzione come li chiamate adesso. Confrontate al sottoscala dove dormo non mi sembrano male”.
“Ma scoppiano”.
“Già. Probabilmente sarete costretti a mettermi fuori, magari a trovarmi un lavoro in attesa del giudizio. Ora, si dà il caso che io abbia studiato i tempi della giustizia italiana. Direi che tre quattro anni non me li toglie nessuno”.
“Ma poi la manderanno a casa”.
“Chi lo sa? Nel frattempo sarà cambiato il governo, e faranno una sanatoria. A dire il vero tutto lascia pensare che la sanatoria arriverà molto prima. È un peccato, perché poi mi toccherà tornare ai mercati. Io li odio, i mercati”.
“Doveva fare l’avvocato”.
“è vero. Andiamo avanti, le va?”
“Dunque: Ki Demei… segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di…
“Ki Demei. Faccia copia incolla”.
…nato il 13/7 eccetera… residente a?”
“Via Garibaldi tre, è il campanello con gli ideogrammi nel citofono. Se vuole lascio anche il cellulare”.
“Lei comunque la fa troppo facile”.
“Le cose stanno così! Adesso che sapete dove trovarmi siete costretti ad arrestarmi”.
“Ma lei potrebbe anche non essere un vero clandestino”.
“Certo che sono un vero clandestino”.
“Eh, facile a dirsi. Ma può provarlo?”
“Altroché. Non ho nemmeno un documento”.
“Questa non è una prova, al massimo è una mancanza di prove”.
“Sta scherzando?”
“Chi mi assicura, per esempio, che lei non abbia distrutto il suo permesso di soggiorno? Cioè, si metta nei nostri panni. Dobbiamo metterci ad arrestare il primo venuto soltanto perché dice di non avere documenti?”
“Prima lo facevate”.
“Ma prima era facile, con un foglio di via, al limite un bel charter e via al paese natale. Ma se adesso dobbiamo arrestarvi e giudicarvi tutti, eh, hai voglia”.
“Quindi non verrete ad arrestarmi”.
“No, credo di no”.
“La solita Italia. Fatta una legge, trovato l’inganno”.
“Piano con le parole, eh? Altrimenti…”
“Altrimenti?”
“Ti arresto per vilipendio”.
“Perfetto! Cos’è il vilipendio?”
“Sono le offese”.
“Ah, bene. L’Italia è una distesa di giunchi appassiti che oscilla al vento osceno della stupidità”.
“Eh?”
“Era un’offesa alla tua nazione. Arrestami”.
“Era solo una licenza poetica. Al massimo una libera espressione di giudizio. Non ti arresto”.
“Italia merda. Arrestami”.
“Ti piacerebbe, eh? Non ti arresto”.
“Mi devi arrestare! È vilipendio! C’è l’obbligatorietà!”
“No, invece, non ti arresto, è solo satira”.
“Il presidente è un invertito nazista”.
“Satira, satira politica”.
“Ma va’!”
“Come no? Guarda, rido anche, ah ah ah”.
“Donne italiane tutte puttane”.
“Ih Ih Ih, che spasso”.

come diventare leghisti, dialoghi, razzismi

Come diventare leghisti, 2

Ho visto verde

“Mi perdoni Padre, perché…”
“Non sono tuo padre”.
“Già, ma a me piace cominciare così”.
“Sciocchezze. Insomma, che hai combinato?”
“Ahem”.
“Hai mentito? Rubato? Pensieri impuri?”
“Nella media”.
“Hai mangiato senza fame? Bevuto senza sete?”
“Mi faccia pensare… no”.
“E allora perché sei qui, andiamo, sputa il rospo”.
“Io… credo di essere stato leghista”.
“Questa è nuova. Tu?”
“Io, sì”.
“E quando sarebbe successo, questo tuo… questo tuo leghismo”.
“Stamattina, quando ho sentito del barcone, io…”
“Stamattina tu saresti diventato leghista”.
“Per un momento sì, Padre”.
“Non sono tuo padre”.
“Ma non è questo il problema. Per un momento ho visto verde. Lo giuro”.
“Ma poi ti è passata”.
“Non ne sono sicuro”.
“Va bene, racconta”.
“Alla tv, parlavano di questo barcone che hanno respinto nelle acque internazionali. Una vergogna. Secondo me l’umanità finisce lì. Cioè, quando respingi qualcuno disarmato, tu sei fuori da qualsiasi umanità. Ci processeranno tutti per questo, un giorno”.
“Tutti?”
“Ma sì, perché siamo tutti d’accordo, non lo sa? Vada al bar, dica che Maroni spara all’orfano naufrago e alla puerpera disidratata, anzi peggio, dica che li abbandona in mare… otto su dieci le diranno Giusto! Così le diranno! Diranno che hanno votato Pdl apposta! Non ci crede, Padre? Vada…”
“Non sono tuo padre. Sono la tua Coscienza. Non posso andare al bar”.
“Ci processeranno un giorno. E non potremo neanche dire che eseguivamo gli ordini, perché non abbiamo eseguito niente noi. Noi gli ordini li davamo, noi votavamo per la legge e per l’ordine e quelli…”
“Tu però non sei d’accordo, mi pare”.
“In linea di massima no. Ma stamattina”.
“Stamattina c’eri anche tu, al bar, a dire giusto! a Maroni?”
“No, a quell’idiota no”.
“E allora non sei diventato leghista”.
“Eh, lei la fa semplice, padre. Pensi che non lo sappiano i leghisti che è un idiota? Ma è tanto utile, dicono”.
“E l’hai detto anche tu”.
“Io non ho detto niente, ma per un attimo ho pensato… ho visto una cartina geografica”.
“Non ti seguo”.
“Padre, le spiego, era in tv. Una normalissima cartina geografica con l’Italia che spenzola nel mediterraneo, e ho pensato: non è tutta colpa nostra”.
“No, probabilmente no”.
“Siamo un ponticello di terra tra il Sud e il Nord del mondo, abbiamo già il nostro daffare a sembrare europei. La crisi mondiale non l’abbiamo mica scatenata noi”.
“Neanche gli africani”.
“Sì, ma neanche noi. Abbiamo tutti gli indici a picco. Diventiamo più poveri mese dopo mese. Non possiamo continuare con la manfrina dell’ospitalità incondizionata”.
“Come fai a dirlo, hai fatto un calcolo?”
“No, ma a occhio si vede… e poi non sto ragionando con la testa, Padre, capisce? È inutile che mi dica che c’è abbastanza torta per tutti. Io continuo a vedere gente che viene su, è normale che mi venga paura”.
“Stai parlando per te o per tutti?”
“Sto facendo la media. Siamo poveri ed egoisti. Ci sono motivi storici per cui siamo diventati così. E il trovarci in mezzo a una migrazione planetaria non ci può assolutamente trasformare in persone migliori. Siamo capaci di tutto noi. Il fascismo che verrà farà impallidire quello che c’è stato”.
“A meno che?”
“L’Europa ci deve aiutare. Siamo degli irresponsabili, ma non è tutta colpa nostra. Tutti ci devono aiutare. Lasciarci in mezzo al mare a impazzire non conviene a nessuno”.
“Ed è per questo che ritieni giusto lasciare degli africani in mezzo al mare a morire?”
“No. Non lo ritengo giusto. Lo ritengo criminale”.
“Però…”
“Però forse va fatto. Bisognava soltanto trovare qualcuno così idiota da farlo”.
“E alla fine lo abbiamo trovato”.
“Proprio così, Padre, è questo che ho pensato”.

“Hai pensato a Maroni come a un utile idiota”
“Ho visto verde, e non mi perdono”.
“E magari quando vi processeranno tutti, tu ti chiamerai fuori… Io non ho mai votato per quelli…
“Avere avuto un blog mi tornerà utile”.
“Si tratta di tenerli al potere per un po’, lasciare che ne ammazzino un po’, e poi disfarsene”.
Con il referendum, per esempio. È per questo che bisogna sgaggiarsi. Ancora pochi mesi e poi dev’essere tutto pulito”.
“Hai pensato a questo, stamattina”.
“Padre, sì”.
“Non sono tuo padre, e tu non sei un leghista”.
“No?”
“Non lo sei mai stato”.
“Neanche stamattina?”
“Neanche stamattina. Piuttosto, sai cosa? Un liberale”.
“Un liberale, io?”
“Lo so, è una parola che vuol dire tutto e niente. Ma io pensavo proprio a quelli sui libri di Storia, Giolitti, Facta… anche a loro serviva qualche utile idiota con la camicia strana che tenesse pulite le strade. Qualcuno di cui poi disfarsi alle elezioni”.
“E non è andata così”.
“Era gente di buon senso. Talmente di buon senso che non si aspettavano di doverlo condividere con la gente nei bar. Se lo tenevano ben stretto”.
“Mi perdoni Padre, perché…”
“Non sono tuo padre. Non ti perdono”.
“E dai, su, papà”.
“Zitto. Zitto. Non voglio più sentirti. Basta”.
“Perché zitto? io…”
“Perché da oggi sei nella maggioranza silenziosa. Fine”.
“La maggioranza silenziosa? Ma no, aspetta, io…”
“Ssssht. Con chi parli? Non hai nessuna coscienza d’ora in poi, solo un silenzio enorme che alla lunga ti spaccherà i timpani. Chiuso”.
“Papà, adesso non esageriamo, su, io… papà? Papà?”

auto, cattiva politica, dialoghi, internet, pedofilie

The Marching Morons

Le imprese dell’Onorevole Bambo, 1

Nei corridoi di un Parlamento di un Paese imprecisato, un giorno qualsiasi del 2018:

Toc, toc.
“Non ci sono”. (vvvvvvvroooooooooom)
“Onorevole Bambo, siamo i giornalisti, sa, per l’intervista”.
“Tornate domani, oggi non ci sono”. (vvvvvvvvvvrooooooom)
“Onorevole Bambo, suvvia, è chiaro che lei c’è”.
“Maledizione, da cosa lo avete capito? Comunque sono molto impegnato”.
“Onorevole Bambo, da questa parte della sua porta a vetri si sente distintamente il rumore di… questo è Super-Mario-Car, o sbaglio?”
“Sbaglio! I soliti giornalisti disinformati! Questo è Mario Kart DS!”
“Va bene, onorevole, quindi lei in sostanza sta giocando col nintendo”.
“Certo che ci gioco, è mio!”
“Sì, onorevole, ma questo dimostra che lei non è poi così impegnato”.
“Ma in realtà giusto adesso sta per cominciare una riunione importante”.
“No, lei non ha nessuna riunione importante”.
“Lo saprò ben io”.
“Abbiamo chiesto alla sua segretaria di fissare un giorno senza impegni. Per sicurezza”.
“Ah sì?”
“Lei ci ha detto di venire un pomeriggio qualsiasi, che lei non ha mai impegni dopo mezzogiorno, e di solito a quest’ora è qui a giocare col nintendo”.
“Quella stronza. Va bene, entrate. Si può sapere cosa c’è?”
“Onorevole, noi siamo i primi, ma nel giro di una settimana qua fuori ci sarà la fila. Lei sta per diventare una celebrità tra i deputati, non sappiamo se se ne rende conto”.
“Bene, finalmente le capacità vengono apprezzate”.
“In realtà si tratta semplicemente del suo progetto di legge”.
“Il mio che?”
“Il progetto di legge firmato da lei. Non si ricorda di averne firmato uno?”
“Ma sa, io firmo tante cose… ehi, sentite, chi è che vuole sfidarmi a Mario Kart? Io sono imbattibile!”
“Magari dopo. Onorevole, insomma, la proposta Bambo sulla motorizzazione giovanile…”
“Aaah, forse ho capito, quella cosa di John… ma dovevate dirmelo subito che era per quello, no?”
“Ecco onorevole, giustappunto. Molti di noi hanno trovato curioso che in calce a una proposta di legge sulla motorizzazione, accanto al suo nome, Giampiero Bambo, si trovasse quello dell’amministratore delegato della Fiat, John Elkann”.
“Io non ci trovo niente di male. John è un figo”.
“Sì, però, onorevole…”
“Lui, se lo sfido a Mario Kart, non fa finta di niente. A volte vince perfino. Cioè, in realtà sono io che lo faccio vincere. A voi lo posso dire, tanto siete giornalisti, mica lo andate a dire a nessuno”.
“Onorevole, non c’è nulla di male nell’avere un amministratore delegato della Fiat per compagno di giochi”.
“Ecco, volevo ben dire”.
“Il punto è che non si riesce a capire perché abbia firmato una proposta di legge”.
“Perché scusate, se la firmo io non la poteva firmare lui?”
“No”.
“E perché no?”
“Perché non è un deputato”.
“Ah no?”
“No. Lei è un deputato. È stato eletto dal… dal popolo italiano”.
“Figo!”
“E quindi adesso ha il diritto, la prerogativa… di presentare proposte di legge in parlamento”.
“Ah sì?”
“Sì, lei sì, e infatti in questo caso lo ha fatto. Ma John Elkann no, lui non può”.
“Ho capito. Lui non può perché anche se è un figo nessuno lo ha eletto”.
“Precisamente”.
“Del resto, coi riflessi lenti che ha… meglio così”.
“E quindi, onorevole Bamba, ci aiuti a risolvere questo mistero: perché c’è il nome di John Elkann in calce a una proposta di legge firmata da lei?”
“Uffa, certo che voi giornalisti siete veramente pesanti, eh…”
“C’è anche chi dice, onorevole, che la legge in effetti gliela abbia scritta John Elkann, e che abbia aggiunto il suo nome in fondo per sbaglio. Un lapsus, ha presente i lapsus?”
“Come no, è il fratello di John”.
“Lei poi avrebbe dovuto cancellare il nome di John e sostituirlo col suo, on. Giampiero Bambo… ma non lo ha fatto”.
“E perché?”
“Veramente è quello che le stavamo chiedendo noi, perché? Ci voleva così tanto a togliere il nome da un documento?”
“Ma io non capisco perché avrei dovuto togliere il suo nome, dopo tutta la fatica che ha fatto, poverino”.
“Quindi ammette che la proposta di legge l’ha scritta lui”.
“Lui o uno dei suoi amici coi capelli grigi, va sempre in giro con un mucchio di gente che scrive le cose… ma scusi, che male c’è se un mio amico mi scrive una proposta di legge? Non l’ho mica pagato, eh? L’ha fatto nel suo tempo libero”.
“Onorevole, non è una questione di tempo libero. Lei dovrebbe capire che si tratta di democrazia. Lei è un parlamentare, scrivere le leggi è una sua prerogativa. Non può farle scrivere agli industriali”.
“Ma insomma, se loro insistono che male c’è?”
“C’è un conflitto di interessi, capisce? Si ricorda di cosa parla la legge?”
“Certo! È una legge… ehm….”
“Si concentri”.
“Un aiutino?”
“Onorevole, insomma…”
“Sulla pedofilia! Ecco! Una legge per la pedofilia!”
“?”
“No, in realtà volevo dire, una legge contro la pedofilia. Voi sapete di cosa si tratta, no? Insomma ve lo devo spiegare?”
“No, onorevole, no”.
“Ci sono queste persone cattive nei giardinetti che stuprano i bambini, è questo. La legge parla di questo”.
“Onorevole, ma l’ha letta?”
“Fosse per me li castrerei tutti, eh”.
“Risponda”.
“Massì che l’ho letta, sì! Mi ricordo ancora il titolo”.
“Cosa c’era scritto nel titolo?”
“Ahem… Pedo-legge”.
“Pedo-legge?”
“Sì, era il titolo della legge: Pedo-legge. Oppure era il titolo del file, non mi ricordo, qualcosa del tipo Pedolegge Punto Doc. E voi state a farmi le pulci per una legge contro i pedofili, ma vi rendete conto?”
“Onorevole, la legge non si chiama così”.
“Certo che si chiama così. Adesso mi aspetto delle scuse. Altrimenti comincerò a pensare che voi stiate difendendo i pedofili”.
“Onorevole, senta, la legge non parla di pedofili. La legge estende la validità delle patenti di guida A e B ai minori a partire dai 15 anni”.
“Che è una figata! Magari ci avessi ancora 15 anni, mi prenderei una Ducati Monster e… vrroooooooooom”.
“E inoltre rende obbligatorio l’acquisto e l’immatricolazione di un automezzo a partire dai 15”.
Vrooooooom, vrooooooooom
“Non solo, ma secondo una certa interpretazione, la legge farebbe divieto ai minori di percorrere strade e marciapiedi senza l’utilizzo del sovramenzionato automezzo… in pratica non potrebbero più uscire di casa senza guidare una moto o un autoveicolo. Lei conferma?”
“Sì. Ma è per via dei pedofili”.
“Onorevole, insomma, si può sapere cosa c’entrano questi pedofili…”
“Ma non capite? Devo per forza spiegarvi tutto? I minorenni vanno in giro a piedi, alla fine se camminano vicino la strada si respirano tutti i tubi di scappamento! Non va bene! Allora dicono: passiamo per i giardinetti. Solo che nei giardinetti…”
“Ci sono i pedofili?”
“Per forza! Ma scusate, eh, dove vivete voi? Non la guardate la tv? C’è tutti i giorni questa cosa del pedofilo rumeno che stupra la quindicenne ai giardinetti. Ogni santo giorno. Bisognava fare qualcosa, no? Me lo diceva sempre anche John: perché non facciamo qualcosa? E allora io gli ho detto John, aiutami a fare qualcosa. E lui che è un amico vero mi ha aiutato, e adesso finalmente i negri che stuprano se ne torneranno a casa loro grazie alla pedo-legge Bambo, e si può sapere qual è il problema?”
“Vede, onorevole, per molti anni ci siamo interrogati sull’abbassamento culturale della nostra classe politica”.
“Secondo me state solo coprendo i pedofili perché sono un po’ ricchioni come voi”.
“Tante volte, di fronte a un politico che agiva come un idiota, o parlava come un idiota, ci siamo detti: è finita. Non si può scendere più in basso”.
“Più in basso c’è sempre tua mamma, toh! Aha, buona questa”.
“…Ma ci sbagliavamo, appunto. Un politico che agisce o parla da idiota per raccattare i voti è un conto, ma il politico veramente idiota… beh, quella è un’altra cosa. Una cosa che ancora non s’era vista”.
“Bla bla bla, non sapete dire altro”.
“Finché un giorno, all’improvviso, siete arrivati. All’inizio in pochi, poi sempre di più. Gli idioti veri. Quelli senza abbellimenti o fioriture. Un piccolo passo per l’Italia…”
“Se non vuoi giocare a Mario Kart c’ho anche il gioco del calcio”.
“…un grande passo verso la fine della democrazia”.
“Ma insomma, ve ne volete andare? Guardate che chiamo il padrone, eh? Che lui è amico di Putin, lo sapete cosa fa Putin ai giornalisti?”
“Non c’è bisogno, ce ne andiamo da soli”.
“Meno male. Uff, che palle questi ricchioni”.

Questo racconto è opera di una fantasia malata, e non è ispirato da nessuna proposta di legge attualmente in discussione in parlamento. Il coinvolgimento di John Elkann è puramente casuale. Nessun politico italiano è stato ferito durante la realizzazione di questo post.

dialoghi, essere donna oggi, famiglie

He-he ho-ho ahi-ahi-ahi

Di tutte queste donne

“O, ma hai sentito Rihanna?”
“No, è da un po’ che non chiama”.
“Intendevo: hai sentito di Rihanna?”
“Il suo ragazzo le ha spaccato la faccia, sì. È dominio pubblico da due settimane”.
“No, ma pare che lei lo ami ancora. Dico, ma queste ragazze di oggi…”
“Tu poi dove le scopri queste cose?”
“Nello spogliatoio. Dicevo, queste ragazze che si fanno picchiare…”
“Nello spogliatoio maschile si parla degli amori di Rihanna?”
“La radio parlava di Rihanna. Gli uomini parlavano di un programma di culturismo che c’è di notte su Italia1. Comunque: ma tutte queste ragazze che si lasciano picchiare dai loro uomini…”
“E tu lo guardi questo programma?”
“Ma secondo te. Mi hai mai visto guardare del culturismo?”
“Che ne so di quello che guardi quando vado a letto, scusa”.
“Niente. Non ne sai niente. Ma ti stavo dicendo di queste ragazze di oggi, che si lasciano picchiare, che poi chiedono scusa perché è colpa loro, sono state troppo gelose…”
“E quindi quando gli altri parlano di culturismo, tu cosa dici?”
“Io non dico niente. Mi faccio i fatti miei, cammino spalle al muro. Comunque: tutte queste ragazze che si fanno dominare, che si fanno fare di tutto e non denunciano mai, tutte queste ragazze…”
“In che senso spalle al muro?”
“Ne senso che… ma mi stai ad ascoltare? Sto cercando di finire un discorso”.
“Lo so, ma è una cazzata”.
“Come fai a saperlo, scusa, fammi finire. Insomma, tutte queste donne che…”
“Guarda, è inevitabile. A quest’ora, su questo divano, con questi argomenti, tu non puoi che sparare una cazzata. Lo so. La presento”.
“Cos’è che presenti?”
“Nooo, la pre-sento, con la esse sorda, senti? Presentire, non presentare. Io pre-sento la tua cazzata”.
“E allora dilla tu, vediamo se è proprio quella”.
“Perché dovrei dire una cazzata? È il tuo specifico”.
“Ma cristo santo, ma con tutte le donne che ci sono al mondo, che si fanno rompere la faccia e non sbattono ciglio, per anni e anni da parenti e marito senza denunciare, e che pare siano l’assoluta maggioranza al mondo, no, ma tra tutte queste donne…”
“Sì?”
“…Non ne potevo incontrare una anch’io? Una sola”.
“Vedi che era una cazzata?”
“Giusto per vedere l’effetto che fa, e poi statisticamente, voglio dire…”
“Ti senti meglio adesso che l’hai detta?”
“No. Ma forse un ceffone…”
“Ti accontento subito, toh”.
“AHI! Non da te a me, intendevo da me a te”.
“Scusa, non avevo capito”.
“Mi sembrava ovvio: io uomo, tu donna, io dare ceffoni tu prendere”.
“No, non credo. Ma prova con Rihanna, magari per lei è ok”.
“Cioè, mi autorizzi a provarci?”
“Con Rihanna? Sì”.

Cara Rihanna,
sono un tuo grande ammiratore. Mi piace il tuo stile, il modo in cui canti e i contenuti che esprimi. Mi dispiace per le tue ultime disavventure, e ti volevo dire che in qualsiasi momento, se ti servisse una persona su cui contare, uno che non ti manda all’ospedale, uno che al limite se proprio insisti ti rifila un paio di ceffoni dopocena e sta ben attento a non lasciare i segni, be’, io sono qua. Tuo Leo

blog, dialoghi, internet

Blog Is Dead #378

And Spoons Are Not Feeling That Good Either


>Hey dude!

>What’s up, doc?

>Been lookin’ for U on Facebook but haven’t found U

>Of course
>I guess I’m not there

>YOU’RE NOT ON FACEBOOK?

>No
>Is it serious, doc?

>Always thought of U as a kind of a geek
>on the internet 24/7

>In fact I already know so many ways to waste my time,
>So I don’t think I need FB

>So what? Are U already on the next big thing?

>Well… no
>I’m just writing on my old blog actually.

>So… you’re still into blogging

>Right.

>And what do you post? Videos? Podcasts?

>Text. Just plain text.

>TXT???

>Oh, sometimes I’ve got some pictures too.

>And you still have readers?

>More than ever, I have to say.

>But I heard the blog was dead.

>Oh yes, so many times.

>No, this time it’s serious,
>I heard it was killed by facebook.

>Really? Didn’t know.

>You need some updates, aint’you?

>Sad but true
>Please help me

>For instance
>Are you still using spoons?

>Yes, why
>Please, don’t tell me spoon is dead

>Dead and buried

>Shit
>And the killer was?

>The corkscrew

>???
>I cant’understand
>Please explain

>Can’t explain, you know how trends go.
>One day it’s spoon, next day it’s corkscrew

>But how can you eat soup with a corkscrew

>Of course you can’t. Corkscrew is not for eating soup.
>Are you kiddin’ me?

>Never.
>I’m going to throw away my spoons right now.
>But please, tell me more.

>Well, This is not 100% sure, but
>Have you got any umbrellas?

>Of course. Should I throw them away too?

>Yup.

>And replace them with?

>This ain’t been fixed yet
>When I discover U’ll be the 1st to know,
>I promise

>Can I suggest a sewing machine?

>What?
>Are you foolin’me? 

>Sorry,
>for a moment I thought I’ve caught how trends go

>You’re a desperate case I guess
>I’m leaving now, someone’s calling on my Intercom
>Bye

Bye

(Poor boy, still on Intercom
Nobody told him it was killed by Myspace)

dialoghi, generazione di fenomeni, racconti, tv

Questo è Intrattenimento

Se anche questa sera voglio stare a casa

Drin, drin
“Pronto, ma chi è?”
“Sono Arci, disturbo?”
“S-no, aspetta… solo un attimo… devo pausare… ecco”.
“Cos’è che devi fare?”
“Ma niente… stavo guardando una cosa sul… sul lettore. Dimmi”.
“Ma hai sentito di Genova?”
“Eh?”
Il processo! Hanno condannato quelli che sono entrati alle Diaz”.
“Ah, bene”.
“Ma bene un cazzo! Hanno preso solo i pesci piccoli! Tutti i graduati scagionati…”
“Ahi”.
“Io non ho parole. Non le ho più, veramente”.
“Eh”.
“E neanche tu, mi sembra”.
“Ma infatti cosa vuoi che ti dica, guarda… è uno schifo”.
“Altroché”.
“Ma mica da oggi”.
“Infatti io non ne posso più. Ne ho parlato anche con Aurelio. Te lo ricordi Aurelio”.
“Come no”.
“Lui dice che siamo a Vienna ormai. Il congresso, capisci?”
“Che congresso?”
“Il congresso di Vienna! 1814! La restaurazione in tutta Europa! È lì che siamo tornati!”
“Beh, in effetti”.
“Per cui lui sostiene che bisogna ripartire da lì”.
“Che in pratica vorrebbe dire…”
“Insomma, stiamo rifondando la Carboneria”.
“Tu e Aurelio”.
“Ti chiamavo infatti per sapere se ci volevi stare”.
“Eh?”
“Sta tranquillo, chiamo da un anonimo occultato. Comunque se ci stai d’ora in poi dovremo comunicare con un codice crittografico che…”
“Scusa, eh. Però non mi sembra una cosa seria questa. Cioè, mica si fonda in due o tre, la Carboneria”.
“Ah, ma non credere che all’inizio, nel 1814, fossero molti di più”.
“Sarà, ma comunque…”
“E anche in seguito, c’è poco da scherzare, sai? La prima generazione, tutti alla forca. Il carcere duro nei casi fortunati. Però da qualche parte bisogna pure iniziare. E allora, ci stai o no?”
“Ci devo pensare”.
“Balle. Sì o no, avanti. Non posso mica perder tempo, sto chiamando tutto l’indirizzario del duemilaetré”.
“Vedi, il punto è che ho tantissima roba da fare, tu non hai veramente idea di quanta”.
“Bravo, spezzati la schiena per Tremonti”.
“C’è questo mutuo maledetto che…”
“Bla bla bla”.
“E ho anche messo famiglia, sai”.
“E che futuro le prepari, ci stai pensando?”
“Arci, ma ti rendi conto? E’ mezzanotte, sono qui sprofondato sul divano e tu mi telefoni per chiedermi di unirmi a una congiura e ti devo dire sì o no subito? Non posso pensarci almeno fino a domani?”

La mia generazione non è che abbia avuto tutte le fortune del mondo, eh, possiamo anche dirlo.
Certo, ad altri è andata pure peggio. Noi siamo pur sempre quelli troppo giovani per le pere e troppo vecchi per il crack. Non ci hanno nemmeno fatto respirare il ddt. In compenso siamo stati irradiati da tantissima televisione a colori che, si è scoperto in seguito, faceva male.
E si vede. Prendi un trentenne di successo a caso (uno dei 15 trentenni di successo di cui si fregia l’Italia): uno scrittore o politico o musicista o che ne so. Grattalo un po’, e vedrai cosa salta fuori: Goldrake e Fonzie, Fonzie e Goldrake. Tutto qui? Quasi sempre tutto qui. Eppure.
Eppure, a furia di prendere sberle dalla Realtà, a un certo punto sembravamo esserci svegliati pure noi. E proprio quando cominciavamo a capire che il mondo aveva bisogno del nostro impegno. Proprio quando cominciavamo a sensibilizzarci, a responsabilizzarci, a organizzarci. Proprio quando ci apprestavamo a raccogliere il testimone dai quarantenni spossati, proprio quando sembrava giunta finalmente l’ora di uscire di casa…

“Se proprio insisti ti richiamo domani”.
“Oh, grazie. Adesso ciao, eh?”
“Ma senti. Cosa stai guardando?”
“Io? No, niente”.
“Come niente. Quando ti ho chiamato, hai detto che mettevi in pausa qualcosa”.
“Mah, sai, è una serie americana che ho scaricato”.
“Una serie?”
“Sì, è la quarta serie di un telefilm che… qui da noi in chiaro stanno ancora mandando la terza… devo dire che mi sta prendendo”.
“E di che parla?”
“Mah, è un gruppo di straordinari eroi che lotta per la salvezza del loro mondo, ma… detta così, suona ridicola”.
“Mentre invece…”
“Mentre invece ognuno di loro ha una storia molto incasinata, gli elementi fantastici sono finalizzati alla caratterizzazione psicologica, ci sono degli incastri narrativi particolarmente complessi, insomma è scritta davvero bene, certe volte ti viene l’invidia, davvero…”
“Ti sento molto entusiasta”.
“Beh, guarda, mi ero messo lì a guardare un episodio alle sette, e poi…”
“E’ mezzanotte ormai”.
“Cacchio, vuol dire che sono qui sul divano immobile da cinque ore”.
“Non devi andare in bagno?”
“No. Anche perché non ho bevuto niente. Disidratato”.
“Gli americani sanno il fatto loro”.
“Ah, ma quando ti capita di vederla, capirai. Cioè, magari i primi due episodi ti sembra una stronzata. No, diciamo che fino a metà della prima serie è una stronzata. Ma poi….”
“Ti prende”.
“Se vuoi ti passo la prima serie, c’ho il cofanetto… comunque sul mulo trovi tutto, eh”.
“Grazie, ma non credo che avrò il tempo”.
“Ah già, dimenticavo, la Carboneria”.
“Sì, quella m’impegnerà molto, temo”.
“Allora mi richiami domani?”
“Forse”.
“Solo magari cerca di suonarmi verso le sette, perché dopo…”
“Non vuoi essere disturbato”.
“Mi mancano ancora sei episodi. Così dopo non ci penso più”.
“Ma dopo ne troverai un’altra”.
“Un’altra così? No, questa è davvero l’ultima”.
“Dici sempre così”.
“A domani allora, eh?”
“A domani”.

…Proprio quando sembravamo finalmente cresciuti, flop! Atterrarono in un colpo sui nostri salotti centinaia di serie americane, tutte meravigliose e intriganti, tutte più intelligenti di quanto non sembravano, tutte scaricabili gratis, tutte per noi. Direi che anche stavolta il Risorgimento è rimandato.

blog, dialoghi, internet

Il blog è morto, 367

(E anche l’accendigas non se la passa tanto bene)

>O carissimo

>ehi, come va

>bene. Ti stavo giusto cercando su facebook. Dove ‘azzo sei?

>credo di non esserci

>NON SEI SU FACEBOOK???

>è grave, dottore?

>e dire che una volta passavi le ore sul pc

>ma appunto
>siccome conosco già talmente tanti altri modi di perdere tempo

>ma stai facendo qualcosa di particolare?

>sempre  quel blog, sai, leonardo blogspot eccetera

>Già è vero 

>Ma ci scrivi ancora?

>Anche troppo.

>E ti leggono?

>Beh, qualcuno sì

>Io avevo capito che i blog ormai erano morti

>Sì
>più o meno dieci anni fa

>No, io avevo capito che erano morti di recente

>Maddai

>perché li aveva uccisi facebook.

>non lo sapevo.

>Sei un po’ fuori dal giro, eh?

>Lo ammetto.
>Che altro si dice?
>Dai aggiornami.

>Per esempio

>tu usi ancora l’accendigas?

>Beh sì
>Non dirmi che è morto pure quello

>Morto e sepolto

>Dannazione
>Ma chi è stato?

>Il cavatappi

>???
>Spiegami meglio

>Non c’è niente da capire, sai come sono le tendenze
>la gente non usa più l’accendigas, è una tecnologia superata
>adesso si usa il cavatappi

>Per accendere il gas?

>Ma no ovviamente. Per cavare i tappi.
>Mi pigli per il culo?

>Non oserei mai. Altre novità?

>Ti do una dritta. Hai degli ombrelli in casa?

>Ebbene sì. Devo buttarli via?

>Il prima possibile.

>E sostituirli con?

>Non è ancora chiaro
>appena ne so qualcosa di più ti chiamo

>Posso suggerire una macchina da cucire

>???

>Dicevo: al posto degli ombrelli, si potrebbero usare le macchine da cucire

>Ma te sei scemo

>Scusa, credevo di aver capito

>No, tu non capisci mai
>Sei un caso disperato
>Ora stacco, mi suonano al citofono

Arci è offline.

Che antico, ha ancora il citofono.
Forse avrei dovuto dirglielo, che il citofono è morto.
(Lo ha ucciso twitter).

cattiva politica, dialoghi

Gli Anti-anti

Meglio soli
Nel frattempo, in un deserto lontano lontano, nelle rovine di un palasport, un congresso di uomini vinti ma non domi teneva accesa la fiaccola della democrazia, della libertà, dell’opposizione…

“Compagni… cioè, no, scusate, signori… e signore… in questo momento così difficile per la nazione, dovremmo tenere la testa alta. È vero, dopo la rottura con Di Pietro siamo rimasti soli, ma sapete che vi dico? Meglio soli, meglio soli, che male accompagnati”.
“Giusto!”
“Proprio così!”
“E’ l’ora di riscoprire l’orgoglio, se l’abbiamo”.
“L’abbiamo?”
“Certo che l’abbiamo! Finalmente ci siamo disfatti dell’ultimo gruppetto settario! Siamo rimasti un grande partito compatto…”.
“Grande, via”.
“…un medio partito compatto che non cederà più ai ricatti di nessun cespuglio litigioso! Sapete cosa vuol dire? Che ora siamo liberi di dettare l’agenda al Paese! Sì! Proprio noi! È quel che faremo da qui in poi!”
“Giusto!”
“Attireremo l’attenzione di tutti gli italiani sulle vere priorità!”
“Altro che giustizialismo e pompini”
“Che poi sono cose che non interessano a nessuno”.
“Solo ai forcaioli e ai gossipari”.
“Ma infatti”.
“C’è ben altro di cui parlare, come per esempio”.
“Per esempio…”
“Ce l’avevo sulla punta della lingua, accidenti… ah, sì! I diritti civili! No alle impronte sui Rom! Lo dice anche Famiglia Cristiana!”
“Ecco, bravo, mettiti dalla parte di quelli che non hanno il diritto di voto”.
“E allora diamoglielo, no?”
“Sì, ti saluto, forse vinciamo nel Duemilaenovanta”.
“E poi l’espressione diritti civili non mi va. Mi sa un po’ troppo di…”
“…di matrimonio ai gay”.
“Per carità!”
“E non ditemi che è una priorità”.
“No, infatti. C’è ben altro all’orizzonte. Per esempio…”
“Per esempio”.
“Le riforme elettorali! Basta con la legge porcata!”
“Giusto! E la nostra proposta in merito è chiara”.
“Altroché se è chiara! Bipresidenzialismo francese!”
“No, guarda che l’ultima volta si era detto modello tedesco”.
“No, no, ti sbagli. Io quella volta ai giornalisti dissi che ci piaceva il francese…
“Tu quella volta ti sei confuso, dannazione!”
“E vabbè, ma ormai è fatta, non posso mica rimangiarmi…”
“Te la rimangi eccome, il modello tedesco ha molte più possibilità di piacere anche al centrodestra”.
“Ma non dovevamo fare l’opposizione?”
“Opposizione, certo. Opposizione che dialoga!”
“Seh, opposizione di lotta e di governo!”
“Sentite, mi sembra di capire che su questo argomento non c’è proprio una posizione unitaria, per cui… perché non parliamo d’altro? Tanto le priorità sono tante”.
“E sono tutte importanti. Per esempio, il carovita”.
“Giusto! Bisogna aumentare i salari!”
“Sì, bravo, così aumenta l’inflazione”.
“E bloccare gli speculatori del petrolio”.
“Ma il petrolio non va su a causa della speculazione, queste sono le balle che racconta Tremonti, e tu ci credi?”
“E’ una vergogna che Tremonti dica delle cose più a sinistra di noi”.
“Sono balle. Il petrolio va su perché cresce la domanda e cala l’offerta, economia da terza media superiore. Le balle non sono né di destra né di sinistra”.
“Sentite, mentre vi mettete d’accordo, perché non insistiamo un po’ sull’Ambiente?”
“Ahah, l’ambiente”.
“Ma a chi vuoi che interessi, l’ambiente… comunque io sono per il nucleare, ve lo dico subito”.
“Ma che sei scemo? Dieci anni per avviare degli impianti che saranno già vecchi?”
“Dite pure quello che vi pare, ma il nucleare è la migliore alternativa al petrolio e al carbone. Che stanno finendo, se non ve ne siete accorti”.
“Perché, invece l’uranio è infinito?”
“E poi è un’energia pulita!”
“Come no, e le scorie te le mettiamo in giardino”.
“Le scorie sono poche!”
“Per cui il tuo giardino è perfetto!”
“Ma la piantate? Sembrate dei ragazzini… ecco! Ci sono! Il ricambio generazionale! Questa sì che è una priorità!”
“Figata!”
“Allora si uccide il padre?”
“Uccidiamo il padre! Però, aspetta…”
“Che c’è?”
“Prima dobbiamo assicurarci che ci abbia incluso nell’eredità, sennò siamo fottuti”.
“E poi il ricambio generazionale non mi sembra questa gran priorità, se ve lo devo dire. L’Italia è un Paese di vecchi”.
“Ma no, è che su questa cosa non possiamo entrare in competizione con Berlusconi. Noi se c’impegnamo riusciamo sì e no a mandare un cinquantenne decente in segreteria. Lui quando vuole può nominare ministro la prima ex velina che gli fa un p…”
“Alt! Questi sono argomenti da Di Pietro! Alla gente non interessano! Vade retro”.
“E allora? La mafia?”
“No, anche quella ormai è roba da Di Pietro”.
“La corruzione…”
Meglio di no”.
“E quindi?”
“Non lo so. Le cose non stanno andando esattamente come mi aspettavo”.
“Cosa ti aspettavi?”
“Mah… io credevo che quando avessimo finalmente allontanato tutti gli elementi di disturbo… i giustizialisti e i socialisti”.
“E gli ambientalisti”.
“E i meridionalisti”.
“Gli isti in generale…”
“… saremmo rimasti solo noi, un gruppo compatto con le idee molto chiare. E invece…”
“…se ne sono andate anche le idee”.
“Credevo che una volta che ci fossimo chiamati con un solo nome, avremmo avuto una sola linea”.
“Forse il nome non bastava”.
“Questo è scocciante. Insomma, è possibile che non riusciamo a trovare una linea in comune su qualcosa?”
“Ci ho pensato bene, e vi ho osservati mentre discutevamo. Qualcosa in comune in effetti ce l’abbiamo”.
“E cioè? Spara”.
“Non ci piace Di Pietro”.
“Beh…”
“Sì, lo so, è poco, ma almeno è un inizio”.
“E quindi?”
“E quindi adesso si grida a gran voce: no a Di Pietro! No al giustizialismo forcaiolo!”
“No al populismo da piazza!”
“No all’antiberlusconismo!”
“Ecco, ci siamo! Abbiamo un’identità!”
“Finalmente! Anche noi!”
“Sento che nasce! Nasce! Si chiamerà…”
“L’antiantiberlusconismo!”
“Evviva!”

dialoghi, Modena, Mondo Carpi, racconti, razzismi

Beware de negher

L’insicurezza percepita

“Signora, aspetti…”
“Ma che fa? Giù le mani!”
“Signora, volevo solo reggerle il portone…”
“Ah, ma è lei! Scusi, ma prima non l’avevo vista bene, mi ha fatto venire una paura…”
“Paura? Signora, paura di che? Sono le dieci del mattino”
“Ma lo sa anche lei, con tutti quei… con tutti quei negri che si vedono adesso nel quartiere…”
“Neri?”
“Ma sì… negri, neri… uguale… io non sono mica razzista, eh, però… cosa ci vuol fare, quando mi fissano mi mettono una paura…”
“Signora, ma non ci sono dei neri, qui”.
“Massì… negri, o marocchini… l’è uguale… sempre in giro dalla mattina alla sera… e mi guardano… cos’avranno da guardare una povera vecchia…”
“Di marocchini ce n’è uno al civico 12, e basta. Creda a me che faccio il postino”.
“Massì, se non sono marocchini saranno extra… albanesi, zingari… tutti uguali…”
“Rumeni. Rumeni ce ne sono tre famiglie all’angolo. Sembra gente tranquilla, eh. Però è vero che i ragazzini son sempre in giro”.
“E fanno una paura…”
“Specie adesso che la scuola è chiusa”.
“Con quelle bici, ti spuntano alle spalle, ti puntano la borsa… ne hanno preso uno un mese fa, c’era sul giornale, ma è possibile che non si possa star tranquilli a uscire per strada?”
“Signora, c’è una cosa che dovrei chiederle…”
“Speriamo adesso, col nuovo governo… mah… che poi tanto sono tutti uguali… parlano, parlano, e poi… ma sa cos’è! Che son tutti vecchi! Si truccano per sembrar dei giovanotti, ma son tutti dei vecchi cancheri come me! Mo quand’è che cominciano a dare un po’ di potere ai giovani, eh…”
“Eh, signora, ci vuol pazienza”.
“Lei, per esempio, ma è possibile che un bravo ragazzo come lei stia ancora lì a fare il postino? Che si vede che è uno che ci sa fare, e poi è simpatico, aiuta anche la gente, ma almeno glielo rinnovano il contratto?”
“Vediamo, signora, è un trimestrale”.
“Ma a proposito, lei che è il postino, non è mica che ha una busta per me? Dalla banca? Sarà un mese che sto aspettando questa busta dalla banca…”
“Ecco, signora, volevo proprio parlarle di questo. È arrivata una comunicazione dall’ufficio, vede? Lo sa, che le devono spedire il bancomat”.
“Ecco, appunto, io stavo proprio aspettando il bancomat”.
“Però non le hanno fatto firmare per la praivasi”.
“Ma è una cosa grave?”
“Ma no, signora, non è niente, dovrebbe riempire questo formulario che mi hanno dato, vede? E farmi una firma qui”.
“Oddio, ma non ci ho mica gli occhiali!”
“Se vuole l’aiuto io. Serve nome, cognome, luogo di nascita…”
“Malavasi Neive, sei gennaio quaranta”.
“Codice fiscale…”
“Ma non me lo ricordo mica, povera me. Devo andare su a prenderlo?”
“Eh, signora, forse è meglio di sì. E già che c’è…”
“Sì?”
“L’è arrivato per caso il PIN del bancomat nuovo?”
“Certo, m’è arrivato la settimana scorsa, è per quello che cominciavo a stare un po’ in ansia…”
“Ecco, dovrebbe darmi anche quello lì”.
“Come, le devo dare anche il pin? Ma non è una cosa segreta?”
“Signora, cosa vuole che le dica, è per la praivasi. Se vuole lo faccio scrivere a lei, e io non guardo neanche… vede? C’è scritto qui…”
“Va bene, va bene, adesso vado su e prendo il codice fiscale e il pin”.
“Vuole che l’accompagno?”
“Ma no, ma no, non si stia a disturbare… un bravo ragazzo come lei… chissà quante scale gli fanno fare in una mattina…”
“Non mi lamento, signora…”
“E invece dovrebbe! Dovrebbe! Che è una cosa che non riesco a capire, dei bravi ragazzi come voi a fare questi mestieracci, mentre in giro ci sono tutti questi negri che ti guardano, ti guardano, e a me fan tanta paura…”
“Ehm, signora…”
“Sì, sì, va bene, lo so che ha fretta, adesso salgo…”

Modena, 20 giugno 2008 – Un portalettere è stato arrestato dalla polizia postale di Modena poiché apriva le lettere contenenti la tessera bancomat che l’Unicredit aveva inviato ad alcuni clienti di Carpi.
L’uomo, un 35enne residente a Carpi, teneva per sé le tessere e modificava il contenuto del messaggio dell’istituto di credito prima di consegnare la missiva ai clienti, ai quali chiedeva di comunicargli il codice segreto ‘pin’ gia’ in loro possesso prima che la carta magnetica venisse effettivamente recapitata.

calcio, dialoghi, fratelli d'I., migranti

Po Po Po Po Po

Gelosia

“Sarai contento, eh, che abbiamo fatto una figura di merda”.

Ma tu come fai a saperlo, scusa.

“Perché credi che io non li capisco, i tipi come te? Credi che non ti vedo?”

In effetti cosa vuoi vedere, con quella montatura da deficiente? Davanti agli occhi hai più tartaruga che lenti.

“Credi che non lo so, che tu tifi per i Rifiuti, tifi per il Crack in Borsa, per il Caropetrolio, per il malore di Silvio, hai tifato per l’Olanda e domani persino Romania?”

Beh, sono simpatici, con quei nomi da vampiri.

“Credi che non lo so, che ti sto sul cazzo?”

Ma non farmi una scenata qui per questo, dai.

“Credi che non ci arrivo?”

Va bene, sì, hai visto giusto, mi stai sul cazzo.

“Aha!”

Ma scusa, non dovrei? Solo tu hai il diritto di odiare gli zingari e i lavavetri? Perché non dovrei odiare te per come ti vesti, per quello che sei? Sei meno qualificato di me e guadagni il doppio, la mia macchina potrebbe stare nel baule della tua, non l’hai comprata così grande apposta per starmi sul cazzo? E non dovrei godere, adesso, a ogni rincaro? Tu mi credi in possesso di chissà quale sensibilità raffinata ma non è così, io odio esattamente come odi tu, e se tu ne hai il diritto perché io no?

“È proprio qui, è proprio qui che ti volevo! Tu sei come me!”

In un certo senso sì, in un altro no, e adesso ti saluto.

“Aspetta, non ho finito. E poi sei un razzista, esattamente come me”.

Un razzista?

“Sì! Perché non importano gli occhiali, non importa la macchina, non importa niente. Io ti sto sul cazzo perché mi chiamo Mario e sono italiano. Dillo che è così”.

Ma no, non è così.

“Ah, non è così?”

No.

“E allora immaginami soltanto un po’ più scuro, stessi occhiali e macchina, però mi chiamo Omar. Di colpo ti sto simpatico. Di’ di no”.

“Aaaah, non riesci a dir di no! Lo vedi? Il contrario di un razzista è un razzista tale e quale!”

Dunque. Vediamo. Intanto, io sono una persona razionale, e non c’è nessun motivo per cui un Omar che lavora quanto te debba vivere peggio di te.

“Ma non c’è neanche nessun motivo per cui tu debba volergli bene, mentre io ti sto sul cazzo a priori! Ammetti che è così!”

Forse ho capito. Questa è una scenata di gelosia. L’Italiano Medio si è incarnato, è sceso al bar e mi sta facendo una crisi di gelosia. Perché voglio bene a Omar, e a lui no.

“E a Mariescu, e a Mariovich, e a Ma-Ru che l’anno scorso ancora stava sugli alberi, ma a me no! A me no! Scusa, eh, se ti ho ospitato e riverito per tutti questi anni…”

Mi hai trattato da coglione, per tutti questi anni. Quelli ancora no. Probabilmente lo faranno, appena annuseranno di che pasta sono, ma per ora gli do una possibilità.

“E questa sarebbe la tua spiegazione?”

Spiegazione razionale.

“No, non è razionale un bel niente. Io ti dico che c’è del morboso, nel tuo trescare col terzo mondo. Come quello scrittore, quello là come si chiama, che si faceva le vacanze in Africa”.

Sai benissimo come si chiama, lo vedi come sei? Ti riduci ad affettare un’ignoranza che non hai. E comunque quello che smignotta nei Caraibi sei tu. Io non me lo trombo, il Terzo Mondo, io ci lavoro.

“Tu dai voti migliori agli stranieri”.

Li incoraggio. Ne hanno bisogno.

“Anche mio figlio ne ha bisogno”.

Tuo figlio ha bisogno di ceffoni.

“Lo vedi! Due pesi due misure”.

Impacchetta tuo figlio e spediscilo nel Punjab, vediamo quanto ci mette a imparare l’Urdu.

“Ma c’è un motivo, lo vuoi capire che c’è un motivo storico per cui io non devo impacchettare mio figlio e Omar sì? Se siamo tutti uguali, perché Omar è dovuto venire a rompere me? Si vede che lui di me aveva bisogno. E allora deve comportarsi bene!”

Anche tu hai bisogno di lui, e lo sai.

“Ma ce ne sono tanti come lui, e io posso scegliere! Ne ho il diritto! Perché la mia nazione è più ricca e se Omar non si comporta bene, a casa! C’è la fila! E questa non è arroganza, queste sono le cose come stanno, va bene? E ti dirò di più”.

Sentiamo.

“Che io posso essere uno stronzo, può darsi, un arrogante, è possibile, e può darsi che non abbia gusto in fatto di occhiali o di magliette, ma Omar non è meglio di me. In nulla è meglio di me. Sotto quella crosticina di terzo mondo è uno stronzo tale e quale me. Se l’Urdu fosse una grande nazione e l’Italia una piccola, lui tratterebbe me come io tratto lui. Tale e quale”.

E in quel caso io vorrei più bene a te.

“Ma tu queste cose devi capirle. Perché altrimenti, con tutti i libri che ti leggi, non riuscirai a capirla mai la gente”.

La gente. È una vita che mi dite che non capisco la gente. Tutti a farmi lezioni sulla gente. Inchiodano all’incrocio, mi fanno la lezione, ripartono sgommando. Gente che due anni fa si è presa il macchinone a benzina con gli incentivi, oggettivamente dei pazzi. Bastavano tre righe di giornale per sapere che il petrolio sarebbe andato su su su, però non è che puoi chiamarli tutti minchioni, perché anche se non sono esperti del prezzo degli idrocarburi, sono tutti esperti di gente, massimo rispetto. Ma vi volete anche mettere un po’ nei panni miei? È una mezza vita che prendo lezioni di gente, e ancora non basta. Ancora non vi capisco, ancora non vi amo. Poi un bel giorno arriva Omar, anzi suo figlio. Magari ha appena finito di prendere a sberle il vostro. Però poi si fa avanti quatto con un foglio in mano e chiede: professore, per favore, che c’è scritto. È una lettera che gli è arrivata a casa. Lui capisce solo che vogliono dei soldi. Stai tranquillo, gli dico, è un rimborso del ticket. Hai fatto un esame, tre anni fa, ma hai pagato più del dovuto, devi andare in posta e te ne danno indietro. E lui mi dice grazie. E io per la prima volta in molti anni mi sento utile, ci voleva molto? Utile. Mi sento come doveva sentirsi un maestro nel suo paesino a metà Ottocento, una persona che si rispetta perché sa leggere e scrivere, e quindi è utile. Non ce la fate proprio a capire che il problema è tutto qui? Con tutte le vostre lezioni di vita non lo avete mai capito, che io volevo solo sentirmi utile.

“E io volevo solo sentirmi amato”.

Io non ti amo. Sei uno stronzo. Forza Romania.

“E tu sei un povero professorino inutile. Po po po po”.

dialoghi, la Cina è vicina, migranti, racconti

Qi denuncia chi

L’anno della Tigre di Carta

“Buongiorno, desidera?”
“Buongiorno, volevo fare una denuncia”.
“Sì, un attimo che accendo il terminale… è un furto?”
“No, veramente no”.
“Atto vandalico?”
“Io veramente ero venuto a denunciare… come si dice… scusi, sono poco pratico, sa? Un’in…”
“Un’intimidazione mafiosa!”
“No, no, un’immigrazione”.
“Ah”.
“Clandestina”.
“Sì, sì, ho capito”.
“Insomma, c’è questa persona qui che è un immigrato clandestino”.
“Sì”.
“E sono venuto a denunciarlo. Perché adesso è reato, no?”
“Ma questa persona, sa come si chiama?”
“Altroché”.
“Conosce il luogo dove abita, o dove lavora?”
“So tutto”.
“E ha ragionevoli argomenti per sostenere che si tratta di un immigrato clandestino?”
“Ne ho le prove”.
“Bene, lei ora mi dirà tutto, io verbalizzerò…”
“E andrete ad arrestarlo!”
“Se lo riterremo necessario”.
“Come necessario! Dovete farlo e basta! In Italia c’è… come si chiama… l’obbligatoria età”.
“L’obbligatorietà dell’azione penale. Certo che lei è un esperto”.
“Grazie. Ho studiato legge, al mio Paese”.
“Anche a me sarebbe piaciuto, ma sa… famiglia numerosa”.
“Non me lo dica”.
“Veniamo al dunque. Lei si chiama?”
“Qi Demei. Q, i, staccato Demei scritto come si pronuncia”.
“Ah, perfetto. E di cognome?”
“Qi”.
“Qi Qi Demei?”
“No, solo Qi staccato Demei”.
“Aaaaaah, ho capito. Scusi, eh, ma con tutti questi cognomi stranieri uno non ci capisce più…”
“Ha tutta la mia comprensione”.
“Bene. Allora, Qi Demei, nato il”
“Tredici luglio 1974”.
“Anno della tigre!”
“Complimenti. Non mi dica che…”
“Sì, confesso, sono anch’io del 1974. Dunque, Qi Demei, nato il tredici luglio 1974 e residente a…”
“Ahem… scriva così: residente a Canton, Cina”.
“Quindi lei non risiede in Italia”.
“No. Però una denuncia la posso fare lo stesso, no? Voglio dire… Se fossi un turista e mi rubassero il portafogli…”
“Giusto. Allora: Qi Demei, nato il 13/7/74 e residente a Canton, Cina, in data 23/9 presente anno si recava nella caserma dei carabinieri di Campogalletti (MU) e segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di-”.
“Sì?”
“Lo chiedo a lei: rispondente al nome di?”
“Eh?”
“Questo immigrato clandestino, insomma, come si chiama?”
“Ah, lui! Si chiama Qi Demei”.
“Cognome?”
“Qi”.
“Kikidemei?”
“No, Qi staccato Demei”.
“Aaaaah. Tra l’altro è un nome che ho già sentito… sta a vedere che ha dei precedenti”.
“Ma veramente…”
“Aspetti. Anche lei si chiama Qi Demei”.
“Non lo nego”.
“Un caso di omonimia, capisco”.
“No, forse non ha capito. Sono sempre io. Sono venuto a denunciare me stesso. Sono un immigrato clandestino. Arrestatemi”.
“Beh… beh… non corriamo”
“C’è la cosa, l’obbligatorietà dell’azione penale”.
“Ma scusi, perché ci tiene così tanto a farsi arrestare?”
“Si metta nei miei panni. Io lavoro ai mercati, faccio il giro della provincia. Tutte le mattine la sveglia alle cinque. Con la pioggia e con la neve. Cinque anni così. Non sono abituato, in Cina studiavo legge. Sono stanco”.
“Poteva anche venire prima”.
“Prima mi avreste rimpatriato come clandestino. Ma adesso non potete”.
“Come sarebbe a dire che non possiamo?”
“Non potete, perché l’immigrazione clandestina è diventato un reato, e quindi mi dovrete processare”.
“E che sarà mai un processo”.
“Ma io ricorrerò in appello”.
“Non mi faccia ridere … voglio dire, se tutti gli immigrati clandestini ricorressero all’appello…”
“Sì? Vada avanti”.
“Si bloccherebbero tutti i tribunali italiani!”
“Questo non è un problema mio. Io sono un indiziato di reato, e come tale ho diritto a un giusto processo – ah, e siccome lavorando io reitero il mio reato, perché rubo il lavoro ai commercianti italiani, credo che mi dovrete mantenere voi, in una prigione o altrove. Le vostre prigioni le ho viste, e confrontate al sottoscala dove dormo non sono male”.
“Ma scoppiano”.
“Già. Probabilmente sarete costretti a mettermi fuori, e a trovarmi un lavoro in attesa del giudizio. Ora, si dà il caso che io abbia studiato i tempi della giustizia italiana. Direi che cinque, sei anni di vitto e lavoro assicurati non me li toglie nessuno”.
“Ma poi la manderanno a casa”.
“Chi lo sa? Nel frattempo sarà cambiato il governo, e faranno una sanatoria. A dire il vero tutto lascia pensare che la sanatoria arriverà molto prima. È un peccato, perché poi mi toccherà tornare ai mercati. Io li odio, i mercati”.
“Doveva fare l’avvocato”.
“è vero. Andiamo avanti, le va?”
“Dunque: Qi Demei… segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di…
“Qi Demei. Faccia copia incolla”.
…nato il 13/7 eccetera… residente a?”
“Via Garibaldi tre, è il campanello con gli ideogrammi nel citofono. Se vuole lascio anche il cellulare”.
“Lei comunque la fa troppo facile”.
“Le cose stanno così! Adesso che sapete dove trovarmi siete costretti ad arrestarmi”.
“Ma lei potrebbe anche non essere un vero clandestino”.
“Certo che sono un vero clandestino”.
“Eh, facile a dirsi. Ma può provarlo?”
“Altroché. Non ho nemmeno un documento”.
“Questa non è una prova, al massimo è una mancanza di prove”.
“Sta scherzando?”
“Chi mi assicura, per esempio, che lei non abbia distrutto il suo permesso di soggiorno? Cioè, si metta nei nostri panni. Dobbiamo metterci ad arrestare il primo venuto soltanto perché dice di non avere documenti?”
“Prima lo facevate”.
“Ma prima era facile, con un foglio di via, al limite un bel charter e via al paese natale. Ma se adesso dobbiamo arrestarvi e giudicarvi tutti, eh, hai voglia”.
“Quindi non verrete ad arrestarmi”.
“No, credo di no”.
“La solita Italia. Fatta una legge, trovato l’inganno”.
“Piano con le parole, eh? Altrimenti…”
“Altrimenti?”
“Ti arresto per vilipendio”.
“Perfetto! Cos’è il vilipendio?”
“Sono le offese”.
“Ah, bene. L’Italia è una distesa di giunchi appassiti che oscilla al vento osceno della stupidità”.
“Eh?”
“Era un’offesa alla tua nazione. Arrestami”.
“Era solo una licenza poetica. Al massimo una libera espressione di giudizio. Non ti arresto”.
“Italia merda. Arrestami”.
“Ti piacerebbe, eh? Non ti arresto”.
“Mi devi arrestare! È vilipendio! C’è l’obbligatorietà!”
“No, invece, è satira, non ti arresto”.
“Il presidente è un invertito nazista”.
“Satira, satira politica”.
“Ma va’!”
“Come no? Guarda, rido anche, ah ah ah”.
“Donne italiane tutte puttane”.
“Ih Ih Ih, che spasso”.

cinema, dialoghi, film italiani bruttini, racconti

ehi, Margherita, guarda qui!

L’illuminazione l’ho avuta al cinema, naturalmente. Stavo guardando l’ultimo film di Soldini, quando all’improvviso ho capito (finalmente) perché in Italia si fanno quasi solo film bruttini.

Guardate che è una cosa da niente. Però si vede che non c’è ancora arrivato nessuno.
La fotografia è ok – certe volte è proprio ottima. I costumi sono sempre buoni. Il montaggio, professionale.
Gli attori forse un po’ legnosi – ma non è colpa loro, coi dialoghi che devono recitare.
I dialoghi sono banali, ma non è questo il problema – con dei soggetti così, neanche Shakespeare avrebbe delle buone battute. Quindi il problema è il soggetto.
Secondo me nell’industria cinematografica italiana manca un ruolo fondamentale: credo che si tratti di un signore che sta in un ufficio e fuma un sigaro. Non so perché il sigaro mi sembra così fondamentale. È una cosa che puzza e incute rispetto.
Questa persona non dovrebbe leggere i soggetti, badate bene. Tutti sono buoni a leggere i soggetti. Questa persona dovrebbe semplicemente ricevere i soggettisti quando sono a metà lavoro.

Giorni, nuvole e uomini verdi
(OCCHIO: SPOILER!)

PERSONA COL SIGARO: Ciao, che piacere. Ti dispiace se fumo?
SOGGETTISTA: Parecchio
PCS: Fa lo stesso. Pof, pof. Come va col nuovo soggetto? Procediamo?
SOG: Cough. Sono più o meno a metà, infatti sono qui.
PCS: Eh, già. Me ne vuoi parlare?
S: Credo di non aver scelta.
P: Ho sentito che è una storia di quarantenni. Ottimo. I quarantenni ne andranno matti.
S: Già. Beh, in effetti, c’è questo ingegnere, sposato, con figlia già fuori di casa, che perde il lavoro. I suoi soci lo estromettono dall’azienda…
P: Ah, bello. Sotterfugi, tradimenti, coltelli alle spalle. Questo nel primo tempo, immagino.
S: No, in realtà è già successo quando il film comincia.
P: È tutto già successo.
S: Già.
P: Quindi niente sotterfugi, tradimenti…
S: No, preferivo concentrarmi sul dramma interiore.
P: Eh, beh, già, il dramma interiore. Insomma, questo qui perde il lavoro, e poi che fa?
S: Ne cerca un altro, ovviamente. Però non lo trova.
P: Finché?
S: Finché nulla, non lo trova e basta.
P: Sì, e siamo più o meno a dieci minuti di pellicola. E poi cosa succede?
S: No, veramente il film finisce così.
P: Pof.
S: Cough.
P: Non sapevo che tu stessi lavorando a un cortometraggio.
S: Infatti è un lungometraggio.
P: Ma insomma, fammi capire, come fai ad arrivare all’ottantesimo minuto? Cosa ci metti?
S: Beh, per esempio, a un certo punto gli mancano i soldi e si ricorda che c’è un suo amico che gliene doveva… allora lui va a prendere un caffè con questo amico…
P: Aaaah! Ho capito! E quindi flashbacks, nostalgie, il bel tempo che fu…
S: No.
P: No? E i soldi glieli rende?
S: No. Trova una scusa qualsiasi e non glieli rende.
P: E lui s’incazza e lo mette sotto con la macchina!
S: No. Esce dal bar.
P: Tutto qui?
S: Beh, è un po’ scosso.
P: Ah, è un po’ scosso. E il debitore poi che fa? Si sente in colpa? Rimorsi, rimpianti, sussurri e grida?
S: Nulla. Non fa nulla. In effetti è un personaggio che non torna più.
P: Quindi, fammi capire, il tizio gli chiede i soldi, lui gli risponde “non te li do”, il tizio si arrabbia e se ne va.
S: Esatto.
P: Pof. Appassionante.
S: Non mi piace questo tuo sarcasmo.
P: No, hai ragione, scusa. Siamo professionisti. Però finora siamo più o meno a quindici minuti. Non riesco a capire come… insomma, cosa succede in questo film? Per esempio, la moglie…
S: Ah, la moglie è il personaggio più interessante! È quella che reagisce meglio, rinuncia al suo lavoro di ricercatrice, si ritrova in un call center, e poi…
P: Gli mette le corna?
S: Beh, ma non è importante.
P: Come non è importante. Gliele mette o no?
S: Beh, una sera, con un collega affascinante…
P: Aaaah! Il bel tenebroso! La scena di sesso!
S: Ma no, macché. Al primo bacio stacchiamo. Tanto se ne pente subito e torna a casa molto nervosa.
P: E lui la mena! Dimmi almeno che la mena! Dimmelo!
S: Mah, in effetti…
P: Oooh! Finalmente! La violenza domestica!
S: Bah… appena una strattonata, nulla di più.
P: E poi?
S: E poi si lasciano.
P: Beh, almeno è qualcosa.
S: Sì, ma solo per mezza giornata, poi tornano assieme.
P: Pof.
S: Cough.
P: Pof.
S: (Fa per andarsene) Va bene, ho capito, il mio soggetto non ti piace.
P: Ma no! Come fai a dirlo, non l’ho nemmeno… senti, fa una cosa. Prova a raccontarmi la scena più emozionante del film.
S: La scena più emozionante?
P: Quella che secondo te farà venire l’ansia allo spettatore! Quella che gli spettatori si ricorderanno a dieci anni di distanza. Raccontamela.
S: Dunque, beh, in effetti c’è… c’è questo 45enne che ormai per vivere si arrangia coi lavoretti, no? e sta incollando della carta di parati in una stanza. Poi prende la carta, sale su una scala e… e si rende conto che non è in grado di farlo. A quel punto…
P: La scala cade!
S: Ma no, per carità. È lui che scende dalla scala e se ne va. Torna a casa e si versa un bicchiere…
P: Di whisky secco. Si dà al bere.
S: …d’acqua. Cough.
P: Questa è la scena topica.
S: Esattamente. Cosa ne pensi?
P: Pof. Vuoi sapere cosa ne penso. Beh, in effetti la disoccupazione è un bel problema. Di solito i quarantacinquenni disoccupati picchiano i partner, si danno al bere, fanno incidenti stradali.
S: Ma non sempre, via.
P: Ma li leggi i giornali? Le statistiche sulle violenze domestiche o sull’alcolismo? C’è un sacco di gente a cui succede. Ma nei tuoi soggetti no. Nei tuoi soggetti la gente beve bicchieri d’acqua, si strattona appena e poi si chiede scusa immediatamente.
S: I miei sono soggetti realisti. La realtà…
P: La realtà è molto più emozionante e tragica dei tuoi soggetti! E comunque noi stiamo facendo cinema! In novanta minuti è normale che calchiamo un po’ i toni! Io sono stanco di andare al cinema e vedere gente che ha una vita più noiosa della mia! Sono stanco di dover dire a Margherita Buy “Ehi, Margherita, pianta la lagna e guardami, la mia giornata da questa parte dello schermo è più ricca di colpi di scena del tuo copione!” È una cosa che succede solo nei film italiani! Negli altri paesi agli attori succedono le disgrazie per davvero! Se due litigano, si fanno male! Se c’è una scala pieghevole, prima o poi cade! E magari cade sul passeggino del bambino! Guarda solo a quando avevamo Muccino…
S: Muccino mi dava la nausea. Troppo movimento.
P: Appunto. Muccino usava storie banali come le tue, ma ce ne metteva tante e shakerava! Se voleva parlare del 45enne disoccupato, ne parlava… però nello stesso film ci metteva anche la moglie insoddisfatta, la figlia velina, il nipote pusher, la nonna demente…
S: Il nonno demente ce l’ho messo anch’io.
P: Oooh! Finalmente una buona notizia. E cosa fa? Mena gli infermieri?
S: No, macchè. Sta in camera sua buono buono e… (cough)
P: E…
S: Guarda i pesci rossi.
P: Ma non ci credo. Ma l’hai mai visto un vero vecchio demente? Ma non lo sai che sono spettacolari? Dicono cose bibliche e terribili! E sono anche violenti! Prendi il film dei Simpson, ecco, fammi una scena tipo nonno Simpson in chiesa.
S: Ma il dramma interiore…
P: Un nonno che sragiona e picchia gli inservienti non ti sembra abbastanza drammatico? Insomma, qual è il problema con te? Hai paura di far succedere cose brutte ai tuoi personaggi? Ma sono personaggi, mica persone vere.
S: Lo so, però…
P: Tu li devi odiare i tuoi personaggi. Come Dostoevskij. Se Dostoevskij avesse amato Raskolnikov, non gli avrebbe mai permesso di ammazzare la vecchia.
S: In effetti, ammazzare la vecchia… è una cosa un po’ forte.
P: Se Flaubert avesse amato la signora Bovary, non le sarebbe successo nulla di male, e il libro sarebbe una palla tremenda.
S: Ma quel libro è una palla tremenda.
P: Auf. Se Manzoni avesse amato Renzo e Lucia… ma che te lo dico a fare. Facciamo così. Il tuo soggetto va bene.
S: Sul serio?
P: Fino al primo tempo. Nel secondo tempo atterrano gli alieni.
S: Eeeeh?
P: Dopodiché… continua tu. Vediamo cosa sei capace di fare.
S: Ma il dramma interiore?
P: Il dramma interiore sarà fi-ghi-ssi-mo. T’immagini? “Sono un ingegnere disoccupato 45enne, mantenuto da sua moglie e… che altro c’è adesso? Oh, no. Pure gli alieni! Tutte a me, capitano”.
S: Cough.
P: Magari salta fuori che gli alieni hanno una proposta di lavoro interessante. Lui fa carriera, diventa manager risorse umane, esternalizza tutti i call center su un asteroide e sua moglie resta senza lavoro. Pensaci.
S: Cough cough.
P: Le scenate della moglie: In questo modo tu penalizzi il made in earth! E lui: Me ne frego del genere umano! Cos’ha fatto per me il genere umano?! Ha ha ha! È una risata diabolica, senti? Mi piace quando nei film fanno le risate diaboliche. Cosa ne pensi?
S: Penso che tu… cough… penso che quelli come te…
P: Sì?
S: State distruggendo il cinema italiano.
P: Già. Ed è divertente. Ha ha ha. Allora mi raccomando. Gli alieni sul golfo di Genova. Sarà una cosa fighissima. M’immagino già le locandine. Pof.

ambiente, arti contemporanee, dialoghi, il cattivo supplente, Roma

peripatetici a Roma

Dialogo sull’arte contemporanea

“…E questa quindi è piazza del Popolo, e in fondo c’è la chiesa coi Caravaggio”.
“E quelli prof cosa sono?”
“Non ne ho la minima idea. Sembrano soldati”.
“Manichini”.
“Sì, come l’armata di terracotta”.
“Ma no, prof, è pattume”.
“Sul serio?”
“Sono fatti con le bottiglie, coi rottami. Questo è rosso perché è fatto con le lattine di cocacola. Ma che roba è”.
“Aspetta che c’è un cartello, vedi. Ah, ecco. Trash People, di Ha Schult. È un’installazione”.
“E cioè?”
“Un’opera d’arte”.
“Un’opera d’arte?”
“Un’opera che portano in giro, vedi? Ci sono le foto. Trash people davanti alle Piramidi. Trash people sulla Grande Muraglia. E adesso qui”.
“Ma che senso ha?”
“C’è sempre sul cartello. Ci fa riflettere sul nostro rapporto coi rifiuti. Ne produciamo talmente tanti. In fondo sono come le nostre piramidi, come il nostro esercito di terracotta che…”
“Ho sete. Mi è venuta voglia di cocacola”.
“Curioso, anche a me. C’è un bar di fronte alla chiesa”.
“Comunque questa non è arte. È pattume.
“È arte fatta di pattume”.
“Ma non è bella da vedere”.
“Dal terrazzo del Pincio deve fare un bell’effetto, invece”.
“Ma insomma, manichini di rusco, ero capace anch’io”.
“Sicuro?”
“Ma certo, come dire che domani vado in discarica e faccio una roba che…”
“Troppo tardi, lo ha già fatto Schult”.
“E non lo posso fare anch’io?”
“No, se copi non è più interessante. L’arte contemporanea è così: vince chi arriva primo. Come la formula uno”.
“E se faccio una roba con… delle schegge di ferro”
“Già fatto”.
“Oppure dei catenacci, dei carburatori e…”
“Già fatto”.
“E allora prendo l’olio frusto e ci faccio una roba che…”
“In un museo a Parigi ho visto roba fatta con le muffe, per cui figurati”.
“E allora con lo sputo, faccio una roba con lo sputo”.
“Già fatto. Pensa che un artista italiano ha già fatto una cosa con la merda”.
“La sua merda?”
“Quarant’anni fa, quindi arrivi un po’ tardi con gli sputi”.
“Una scultura con la merda?”
“Una cosa semplice. L’ha messa in diversi barattoli e ci ha scritto sopra: Merda d’artista. E poi l’ha venduta a peso d’oro”.
“E chi l’ha comprata?”
“I musei, per esempio, l’han comprata. Parigi, New York, quel tipo di posti”.
“Mi sta prendendo per il culo, prof”.
“L’ho vista quest’estate, coi miei occhi. Merda d’artista, di Piero Manzoni. Non confondere con Alessandro”.
“E chi è questo Manzoni”.
“Era un pittore. Ma è famoso soprattutto per la merda nei barattoli. Anche perché è morto giovane”.
“Ma lei l’ha vista sul serio?”
“Ho visto il barattolo”.
“E come si fa a sapere che dentro c’è la merda davvero?”
“Ci sono gli esperti, i critici, è il loro mestiere. Tieni conto che i barattoli li ha venduti a peso d’oro, ma adesso valgono ancora di più. Uno che ha comprato la merda di Manzoni trent’anni fa, a rivenderla adesso si compra una Ferrari. Perché la quotazione è salita”.
“E se adesso in un barattolo la faccio io…”
“Non te la compra nessuno, perché non ti chiami Manzoni. Lui è arrivato prima. Vince chi arriva prima”.
“Ma l’ha fatta direttamente nel barattolo?”
“Penso di no”.
“Ma davvero l’ha vista?”
“Perché dovrei raccontarti una bugia”.
“Che odore sapeva?”
“Nessun odore, dopo quarant’anni…”
“Ma non va a male in qualche modo?”
“Si ossida un po’ il barattolo. Del resto anche i Caravaggi si sono deteriorati. Certo, un conto è restaurare una pala d’altare del Cinquecento. Una merda del Novecento sarà un altro paio di maniche”.
“E quanto ha detto che costa?”
“Non lo so. Più del suo peso in oro, e aumenta”.
“Ma perché aumenta?”
“Si vede che è considerata sempre più importante, di anno in anno”.
“Ma è merda, come fa a diventare più importante?”
“Non è la merda in sé, è il gesto di metterla in un barattolo. È un gesto storico, nessuno aveva osato farlo prima. E anno dopo anno i critici lo considerano un gesto sempre più importante”.
“E se cambiano idea?”
“Se cambieranno idea, chi l’ha comprata a peso d’oro si ritroverà in mano un barattolo di merda”.
“Che fregatura quest’arte moderna”.
“Perché? È interessante, invece”.
“E comunque sono buono anch’io”.
“Prova. Prima però devi farti venire in mente un’idea nuova”.
“La piscia?”
“Figurati. Quarant’anni dopo la merda, arriva uno con la piscia. Banale”.
“Il vomito!”
“Ci avrà già pensato qualcuno. Dai, concentrati”.
“Mi concentro. Un sorso di coca?”
“Grazie”.