cinema, Cosa vedere a Cuneo (e provincia) quando sei vivo, vita e morte

Il mondo finisce un’altra volta

È solo la fine del mondo (Xavier Dolan, 2016)

Ogni volta che muori, il mondo finisce con te: quindi di che cosa ti preoccupi? Di chi ti lasci indietro? Li hai ignorati per tutta la vita, la morte cosa cambia? Vorresti lasciare un buon ricordo? Comprensibile, ma forse è un po’ tardi. Vuoi chiedere scusa? Si vede che non sei ancora così morto, ai morti queste cose non interessano. Non si sentono in colpa, non si sentono in dovere, non si preoccupano di noi.

“Tutto bene?”
“Sì che vuoi?”
“Niente. Sei occupato?”
“Devo scrivere la recensione”.
“Ottimo. Ti è piaciuto il film?”
“Devo pensarci”.
“Allora non ti è piaciuto”.
“Ma a te poi che ti frega?”
“Quando ti piacciono te ne accorgi subito”.
“Non hai veramente niente di meglio…”
“Quando tergiversi, quando vai a vedere le recensioni, le percentuali di giudizi positivi, i premi… hai paura di fare una brutta figura”.
“Io? Si vede che non mi conosci”.
“È più giovane di te, vero? Il regista”.
“Questo cosa c’entra”.
“Mi preoccupo, sai, perché…”
“Ma perché ti devi preoccupare, non ha proprio senso”.
“…succederà sempre più spesso, man mano che avrai avanti. Musicisti più giovani, registi più giovani, persino un presidente del consiglio, se non sbaglio”.
“Era l’ultimo dei suoi problemi”.
“Devi cominciare ad accettarla, questa cosa”.
“Che sto invecchiando? La accetto”.
“Bravo”.
“Non che ci fossero alternative”.
“Una c’era. Quanti anni ha il regista?”
“Non lo so… va per i trenta”.
“Uh, un ragazzo!”
“Non è questo il problema”.
“Sicuro?”
“C’è un tipo di cinema che proprio non mi prende. Colpa mia. Io nasco lettore, è la mia formazione. Se mi prendi un testo teatrale e sostituisci i monologhi con gli sguardi intensi e i primi piani, io non ci casco”.
“Quindi è un limite tuo”.
“Non dovrei scrivere di cinema. Non di questo tipo di cinema, almeno. Per me il primo piano più intenso non sarà mai significativo come un discorso. Se hai da dire delle cose, dille. Se guardi fisso in camera non mi stai dicendo cose. Non importa quanto sia espressivo il tuo broncetto e ben impaginata l’inquadratura, tu non mi stai dicendo cose”.

A lei comunque voglio bene.

“Il cinema è fatto di immagini”.
“In movimento, però”.
“Perché non sei andato a vedere Lego Batman?”
“Non mancherà l’occasione”.
“Insomma non ti è piaciuto”.
“Non è il mio tipo di film”.
“L’età non c’entra niente?”
“Cosa dovrebbe c’entrare?”
“Dolan non ha trent’anni, che vuoi che ne sappia?”
“È un regista bravissimo e bisogna dargli atto che un’ora e mezza filano dritte come un treno, sembra sempre che stia per succedere qualcosa di orribile che poi…”
“Non come regista. Come persona. Che vuoi che ne sappia di cosa vuol dire morire?”
“Immagino che ci abbia ragionato, come tutti”.
“A vent’anni? Lo sai anche tu come sono i ventenni?”
“No non lo so”.
“Romantici”.
“Sai che non sono d’accordo. Davanti alla morte abbiamo tutti la stessa età”.
“E quindi cos’è che ti affligge?”
“Non lo so, è una sensazione, è… hai presente Natural Blues di Moby?”
“Why does my heart feel so bad?”
“Quella?”
“Ti piace?”
“La odio”.
“Ecco, mi pareva” (continua su +eventi!)

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Quattro funerali e due divorzi a Manchester (sul mare)

Manchester By The Sea (Kenneth Lonergan, 2016).

Hai presente certi ceffi che vedi al bancone, nel tardo pomeriggio o se ripassi all’ora di chiusura, sempre una pinta davanti mezza vuota, hai presente quel tipo di espressione…

“Non fissarlo”.
…ma è più una smorfia, di uno che la vita l’ha preso a legnate ma per qualche motivo si è dimenticato di darle il colpo finale, e forse la birra serve a questo, o a lenire il dolore, o a dormire senza sogni, chi può dirlo.
“È meglio se non lo fissi, dammi retta”.
È che mi ricorda qualcuno.
“Casey Affleck in quel film?”
Oddio cosa mi hai fatto pensare.
“Con venti chili in meno, magari”.
Che è il principale problema di quel film.
“Un problema? Che Casey Affleck è in forma?”
Sono contento per lui e il suo affezionato pubblico, ma interpreta un tizio che, hai presente la trama? Beve una birra all’ora almeno da dieci anni. E ancora ha una linea fantastica…
“Sarà la neve che spala dal suo abbaino”.
…ed è il sogno erotico delle inquiline dei palazzi in cui lavora da tuttofare. Allora sì, dico che c’è un problema con i corpi che Hollywood presta al cinema d’autore. Non sono realistici, non mi parlano del mondo in cui abito, non ho niente contro Casey Affleck, gli auguro tutti i premi, ma sembra calato nel Massachusetts da un film di gangster, o di supereroi, è di nuovo lo stesso problema di Captain Fantastic: sono tutti troppo belli perché io me la beva. E bersela è un po’ il senso di andare al cinema, no?
“La sospensione dell’incredulità”.
Esatto.
“Adesso comincia a fissarti lui, vedi?”
Chissà che gli è successo, poveraccio.
“Non sono fatti nostri”.
Perché invece quello che succede a Casey Affleck?
“Eh? Stai scherzando?”
No. Spiegami per quale motivo al mondo dovrei interessarmi all’elaborazione del lutto di Casey Affleck. Un lutto finto, tra l’altro. Come se non avessi già i lutti miei che mi danno da fare.
“Hai bevuto”.

Questo in realtà è un altro film, ma è la foto più recente
che ho trovato di Casey Affleck al bancone. 

Un po’ sì, ma in malto veritas. Spiegami sul serio: perché devo stare male? Perché mi ha fatto star male, quello stronzo di Lonergan. Mi ha fatto stare in pena per gente che non è mai esistita. Come se non avessi già la mia gente, viva o morta, che reclama attenzione e lacrime, no, devo pure provare pena per questi figurini che patiscono come la gente normale e bevono più della gente normale ma non ingrassano mai.
“Senti. È un film che è piaciuto a tutti. A tutti, capisci?”
E beh certo, chi vuoi che si metta contro dei bambini morti (continua su +eventi!)

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Se anche Moretti ha perso le parole


Mia madre (Nanni Moretti, 2015).

Spesso penso di non avere grande capacità, per questo mestiere. Supplisco girando molte inquadrature, lavorando con gli attori, ma non credo di avere molto talento. Peccato.

Almeno una volta Nanni Moretti credeva di avere sbagliato film. Reduce da una malattia grave, si era messo a girare una cosa molto semplice, un corto da proiettare in un solo cinema; alla fine un po’ perplesso si ritrovò in mano un film intero e lo presentò a Cannes. Vinse la palma d’oro.

Qualche anno dopo gli capitò di andare a una manifestazione senza niente da dire. La manifestazione era male organizzata e lui veramente non sapeva cosa stava facendo lì. Gli chiesero di salire sul palco, di dire due parole. Dieci minuti dopo era il leader dei girotondini.

 “Scusa, sono un po’ agitato. Non sono abituato, non mi rendo nemmeno bene conto di quel che è successo. È successo, così. No, no, non ero arrabbiato. Ero stupefatto, poi ero sul palco, poi ho parlato. Ho parlato molto?” No, non molto, due minuti. “E cosa ho detto esattamente?”

È un problema più nostro che suo: abbiamo bisogno di Nanni Moretti, più di quanto lui abbia bisogno di noi. Il perché non è chiaro ma potrebbe trattarsi di una ragione banalissima – la statura. È un bell’uomo, alto, che senza sforzo apparente attira l’attenzione su di sé. È il primo a saperlo e a soffrirne. Quel tipo di sagoma rassicurante da cui ci aspettiamo parole serene, tranquille, ponderate, che lui quasi sempre non ha. Lui poi ha un alto senso della dignità, che gli impedisce di abbassare la guardia come una volta. Non può più dare di matto, anche se era la cosa più divertente, né scappare disperato all’inseguimento delle merendine che furono. Al suo posto metterà un alterego trasparente e più fragile, Orlando o Piccoli o la Buy. Per sé ritaglierà un ruolo laterale, sempre più simile all’immagine mentale che abbiamo tutti del Nanni Moretti adulto: un superego distinto in un maglione con le toppe che affronta i problemi della vita con serenità; e se va a pezzi, lo fa con molta dignità, su una panchina.

Però anche questo signore sulla panchina a un certo punto ce lo dice molto chiaro: non sa più cosa dire (continua su +eventi!)

aborto, Leonardo sells out, nazismo, vita e morte

Il giorno che Hitler si disse: ho esagerato

L’unico ordine scritto di Hitler
riguardo l’Aktion T4: Al capo della 
Cancelleria del Reich Bouhler e al dottor 
Brandt viene affidata la responsabilità 
di espandere l’autorità dei medici, che 
devono essere designati per nome, perché 
ai pazienti considerati incurabili secondo 
il miglior giudizio umano disponibile 
del loro stato di salute possa essere 
concessa una morte pietosa.

24 agosto 1941 Adolf Hitler ordina (forse) di interrompere l’Aktion T4, il programma di soppressione delle persone affette da malformazioni e malattie incurabili più o meno genetiche. Si stimano tra le sessanta e le centomila vittime in quattro anni. Ma la cosa più incredibile non è nemmeno questa. 

La cosa incredibile è che si interruppe. Hitler si fermò. Forse. Non ne siamo sicuri. Non esistono ordini scritti, un documento in cui si possa leggere “sospendete l’Aktion fino a nuovo ordine”. Peraltro la strage continuò, in cliniche e ambulatori dove la cigolante catena di comando tedesca lasciava evidentemente a medici e funzionari un ampio margini di discrezionalità; alla fine della guerra le vittime erano intorno alle duecentomila unità, e crebbero ancora per un po’. Il fuehrer non amava lasciare tracce troppo evidenti che collegassero il governo a un programma che pure era stato preso per sua diretta iniziativa, e affidato a collaboratori fidati che scavalcarono il ministero della sanità. Non firmò neppure una delle bozze di legge che gli proposero sulla cosiddetta eutanasia di Stato. Eppure era una sua idea; l’aveva messa nera su bianco nel Mein Kampf; non aveva esitato a metterla in pratica appena le circostanze gli erano sembrate favorevoli; ma sapeva di non poterne andare fiero, almeno per una generazione.

La purificazione della razza ariana necessitava di una buona dose di lavoro sporco che si poteva svolgere soltanto durante una guerra: i dettagli più repellenti sarebbero stati occultati dopo la vittoria. Hitler era probabilmente pronto a sterminare milioni di connazionali imperfetti, ma non intendeva passare alla Storia per averlo fatto. Persino la “Soluzione finale della questione ebraica” (stabilita nei dettagli a quanto pare solo a Wannsee, qualche mese dopo l’archiviazione dell’Aktion T4) sarebbe stata, per quanto possibile, occultata agli storici. I tedeschi del futuro di Adolf Hitler avrebbero vissuto in una grande e purificata Germania, e non avrebbero mai saputo quali crimini erano stati necessari per forgiarla. Poi le cose hanno preso una piega diversa, lo stato di guerra totale necessario alla realizzazione di questi e altri progetti si è dimostrato un po’ difficile da proseguire nel lungo periodo; Hitler si è sparato e col suo cognome oggi si spacciano le obiezioni più banali nei dibattiti sulla bioetica: ah, tu vorresti che qualcuno avesse il diritto di decidere fino a che punto è ammissibile soffrire; vorresti che nascessero meno persone affette da malattie genetiche? Sai chi la pensava come te? Adolf Hitler. E magari ti piacciono pure le verdure.

C’è naturalmente, in questo tipo di scambi, un equivoco immenso.
Chi oggi lotta per legalizzare l’eutanasia, sta chiedendo più diritti per l’individuo. La cosiddetta eutanasia nazista partiva da premesse molto diverse; l’individuo non è che la cellula imperfetta, incosciente, di un grande organismo statale a cui non può sfuggire nulla. Sarà lo Stato a decidere quali cellule siano meritorie di vivere e quali no; quali abbiano il diritto di trasmettere i propri geni e quali no. Lo Stato poi si troverà spesso in situazioni di emergenza, durante le quali è necessario tagliare di netto senza troppa pietà. È stato ipotizzato che l’eugenetica nazista si sia imposta nella mentalità di migliaia di tedeschi (medici compresi) durante l’orrore della prima guerra mondiale, che la Germania combatté con tutte le sue forze giovani – mentre nelle retrovie i deboli e i malati si ritrovavano, paradossalmente, protetti dalla loro stessa infermità. Non rischiava la guerra di invertire l’ordine darwiniano delle cose? Di complicare la sopravvivenza e la riproduzione dei più forti, e di peggiorare il pool genetico della nazione? Quando Hitler si mette a scrivere di queste cose, trova subito un terreno fertile: migliaia di connazionali di ogni ceto e cultura, persuasi che certe vite non fossero “degne di essere vissute” (lebensunwertes Leben).

Si cominciò con la sterilizzazione coatta – molto presto, già nel ’33. La Germania non era nemmeno all’avanguardia, analoghi programmi erano operativi in Svezia, Svizzera, USA. Non erano degni di riprodursi gli affetti da malattie genetiche, il che poneva al tribunale specifico il problema non semplice di stabilire quale malattia si possa definire genetica e quale no. Il margine era molto elastico: furono sterilizzati anche alcolisti, prostitute, oppositori del regime. Il passo successivo è la soppressione dei bambini affetti da gravi malformazioni. Una celebre lettera inviata da una famiglia che non riusciva più a sopportare la sofferenza del figlio toglie l’ultima sicura a un meccanismo burocratico che porterà all’uccisione non sollecitata di moltissimi altri bambini. Questo è più o meno lo scenario di molti pro-life di oggi, in buona o (più spesso) cattiva fede: hanno paura che se ti conquisti il diritto a morire, poi lo userai per ammazzare anche i loro figli. Non distinguono un malato terminale da uno Stato totalitario. Spesso avversano anche i matrimoni gay, poiché temono che un gay si introduca in casa loro e li sposi contro la loro volontà.

L’operazione incontra delle difficoltà forse impreviste: tanto per cominciare, è impossibile condurla in quel regime di riservatezza auspicato. Se chiudi un ospizio cattolico, suore e preti cominceranno a farsi delle domande; se l’ospizio nazionalizzato vede subito un aumento della mortalità del 30%, è statisticamente impossibile che nessuno si metta a mormorare. Se nel certificato di morte c’è scritto sempre “polmonite”, qualcuno penserà che il Terzo Reich non può permettersi di scaldare i malati (ed è proprio così); se nei centri predisposti fai entrare i malati in corriera, e dopo un po’ nessuno li vede più, ma il forno crematorio comincia a disperdere polvere mista a capelli, perfino i bambini della zona cominceranno a parlare di camere a gas. E sì che la gassazione col monossido di carbonio era ancora a livello sperimentale. Ma insomma, tutti chiacchierano e il risultato è che un sacco di gente comincia a ritirare i propri famigliari da ospizi e case di cura. I primi a farlo ovviamente sono quelli che se lo possono permettere: è ancora un po’ presto per chiudere d’ufficio anche le cliniche di lusso. I ricchi credono in Darwin solo finché non li riguarda.

Nel frattempo tra i soldati al fronte circolano battutacce che non fanno bene al morale della truppa, ma esorcizzano una paura reale: anche i valorosi difensori del Reich rischiano ogni giorno di tornare a casa invalidi. Nessuno dei collaboratori di Hitler pensò mai a estendere l’Aktion ai reduci, e tuttavia le leggende metropolitane le puoi contrastare fino a un certo punto. Nel frattempo al cinema arrivavano film struggenti in cui malati orribili o devastati dal dolore implorano una dolce morte da un protagonista che deve trionfare sui suoi dubbi borghesi.

La nostra idea della società tedesca durante il Reich è in fondo quella che Hitler voleva darci: in questo almeno i filmati delle adunate di Norimberga hanno funzionato. Ein Volk, Ein Reich, Ein Fuehrer: Hitler comanda e tutti dietro col passo dell’oca. Sorprende perciò scoprire che, nel 1941, ci fossero manifestazioni di protesta davanti agli ospizi; e membri dello stesso partito nazionalsocialista scrivessero alla Cancelleria del Reich, per protestare. Un giudice scrisse al guardiasigilli che l’Aktion era illegale, e peraltro come abbiamo visto aveva ragione: nessuna legge scritta e firmata dal fuehrer l’autorizzava. Il guardiasigilli lo sollevò dall’incarico, con la motivazione che non aveva saputo riconoscere “la volontà del fuehrer come origine di legge”. Eppure lo stesso Hitler evitava per quanto possibile di apparire coinvolto con l’Aktion, nel tentativo di non perdere l’appoggio di molti tedeschi – tra cui, non secondari, i sacerdoti. L’Aktion fu severamente criticata da diversi pastori protestanti, ma l’opposizione più forte arrivò naturalmente dal clero cattolico, che dopo l’annessione all’Austria era numericamente il più rilevante, e che si permise di mettere nero su bianco la propria contrarietà in una lettera pastorale. Levare gli infermi ai cattolici è come togliere i pesci ai marinai: non è che sia la loro sola ragione di vita, ma senz’altro è un core business. Il 3 agosto il cardinale von Galen scrisse un’omelia in cui chiedeva allo stesso fuehrer di intervenire contro gli eccessi dei suoi subordinati: gli accenti erano così duri che i bombardieri della RAF ci fecero i volantini e li lanciavano sulle città tedesche. Per von Galen gli stessi bombardamenti inglesi erano un segno della collera divina. Hitler non lo fece nemmeno arrestare.

Qualche giorno dopo sarebbe avvenuto un episodio leggendario: Hitler sarebbe di ritorno a Berlino da un viaggio in Baviera. Quando il suo treno si ferma inaspettatamente nella città di Hof, il fuehrer mette il naso fuori dal finestrino. Nessuno si aspetta di trovarlo lì: nessun gerarca del paese si è preoccupato di organizzare un comitato di benvenuto. Sotto la pensilina invece c’è un po’ di gente che sta salutando i propri malati mentre salgono su un treno per il nulla. Qualcuno a un certo punto alza la testa e vede il fuehrer. E comincia a insultarlo. Prende forma qualcosa di inaudito, inimmaginabile: una manifestazione spontanea di protesta contro Adolf Hitler, il conquistatore di Parigi e Varsavia, trionfatore per terra, per cielo, per mare, ma messo in difficoltà in una stazioncina ferroviaria nella sua Baviera.

Pochi giorni dopo l’Aktion viene (forse) formalmente sospesa. Hitler ha fatto un passo indietro. Siamo abituati a immaginarci i tedeschi del 1941 come un popolo di volenterosi esecutori degli ordini del loro fuehrer, ma le cose forse non stanno esattamente così. C’è un limite a quello che il popolo poteva eseguire. Un limite a quello che il fuehrer poteva loro ordinare. È un pensiero consolante? No. L’esatto contrario.

Sei mesi dopo viene messa ufficialmente in cantiere l’Endlösung der Judenfrage, la “soluzione finale alla questione ebraica”. Maestranze e procedure sperimentate con l’Aktion verranno impiegate in un progetto molto più massiccio: la cancellazione di milioni di persone. Alcuni tedeschi seppero dire di no. Ma non ci fu nessun movimento spontaneo di protesta simile a quello stimolato dall’Aktion. I cardinali mantennero un profilo più basso.

Non si dovrebbe mai accusare il prossimo di pensarla come Hitler. Oltre a essere una mossa scontata e banale, si corre il rischio di addomesticare lo stesso Hitler, di trasformarlo in un argomento come un altro, declinabile a piacere. Non ridurrò mai nessuno a Hitler, lo prometto. Però, se guardo un po’ più in basso ai tedeschi che lo votarono; che combatterono per lui; che ebbero qualche obiezione quando cominciò a gasare gli infermi e gli handicappati, e le accantonarono quando smise di prendersela con loro e si rivolse agli ebrei, ecco.

Questo tipo di tedeschi io li riconosco in giro, e in Germania non ci vado praticamente mai. Mi basta dare un’occhiata a un giornale, prestare orecchio a una conversazione in tv; percepire lo sconfinato amore che hanno per chi è malato, per chi soffre, per chi addirittura è congelato in uno stadio embrionale e attende inutilmente una provetta. Purché sia bianco il malato, bianco l’embrione. Chi bianco non è può benissimo marcire in mezzo al mare, o sui campi che avevamo appaltato a Gheddafi nel deserto, e che probabilmente qualcuno avrà rilevato – non lo so, anch’io ormai preferisco pensare ad altro, a guerra finita avrò qualche imbarazzo. Ma non siamo più in quel tipo di guerra che dopo un po’ finisce.

Leonardo sells out, memoria del 900, vita e morte

Chi ha ucciso il grande rivoluzionario del Novecento?

20 agosto 1940Lo zio di Christian De Sica rompe la testa di Leo Trotsky con una picozza. 

Per quanto tu ti possa abituare all’idea – e hai una vita intera per abituartici – alla fine la morte sa sempre sorprenderti. Il caso di Trotsky ha dell’incredibile. Nella primavera del 1940 era persuaso di non avere più molto tempo davanti a sé. A impensierirlo, ancor più degli agenti di Stalin, era la pressione alta. In febbraio aveva scritto un bel testamento, insolitamente stringato, a cui a marzo volle aggiungere un poscritto meno famoso ma suggestivo:

La natura della mia malattia (una pressione alta e in costante aumento) è tale – per quel che ho capito – che la fine verrà molto probabilmente (ancora una volta, questa è la mia ipotesi personale) attraverso un’emorragia cerebrale. Questa è la fine migliore che mi possa augurare. È possibile, tuttavia, che io sia in errore (non ho alcun desiderio di leggere libri sull’argomento e, naturalmente, gli specialisti non mi direbbero la verità). Se la sclerosi dovesse assumere un carattere prolungato e fossi minacciato da una lunga invalidità (al momento sento, al contrario, un impulso di energia spirituale, a causa della pressione alta, ma questo non durerà a lungo), mi riservo il diritto di stabilire il tempo della mia morte. Il ‘suicidio’ (se tale termine è appropriato in questo contesto) non sarà in alcun modo l’espressione di uno sfogo di sconforto o disperazione. Natascia e io ci siamo detti più di una volta che si può arrivare ad una condizione fisica tale che sarebbe meglio tagliare corto con la la propria vita o, più correttamente, con un processo di morte troppo lento… Ma qualunque siano le circostanze della mia morte, morirò con la fede incrollabile nel futuro comunista. Questa fede nell’uomo e nel suo futuro mi dà già ora una forza di resistenza che non può essere data da qualsiasi religione.

Quest’ultima frase stonerebbe in bocca a chiunque non fosse resistito a tre confini, decine di detenzioni, al comando supremo dell’Armata Rossa durante la guerra civile, al fallimento della rivoluzione permanente e alle epurazioni di Stalin. E però con tutta la sua forza di resistenza, Trotsky non poteva impedirsi di constatare il proprio decadimento fisico. Determinare in modo razionale il tempo della propria morte sarebbe stato un altro successo organizzativo – ma sul piano della propaganda si rischiava di lasciare un brutto messaggio, quasi come darla vinta a Stalin. L’esitazione di Trotsky assomiglia alla nostra ogni volta che ci poniamo il problema: è un diritto togliersi la vita? Ogni volta che succede a una persona che ammiravamo siamo tentati di scrivere da qualche parte di sì: certo che è un diritto. Inalienabile. E poi ci viene in mente che rischiamo di incitare indirettamente qualcun altro a prenderselo, quel diritto. E non vorremmo proprio. E allora cambiamo argomento.

Al Trotsky sull’orlo del suicidio – ma non della disperazione, come ci teneva a farci presente – la primavera sta apparecchiando sorprese non buone. In una notte di maggio un commando circonda il suo compound messicano sforacchiandolo con centinaia di proiettili. Per puro caso nessuno della famiglia riporta ferite serie. Sparisce però un uomo della sua affezionata guardia del corpo, l’americano Robert Sheldon Harte. Troveranno il suo corpo qualche miglia più in là, sul sentiero del deserto, freddato da un colpo alla testa. Sulla sua targa commemorativa Trotsky farà scrivere “ucciso da Stalin”. Ma Harte probabilmente era il doppiogiochista che aveva mostrato all’agente sovietico Iosif Grigulevich e al pittore David Alfaro Siqueiros la strada per il compound di Trotsky. Poi qualcosa era andato storto, Harte forse si era illuso che Siqueiros e il russo non intendessero davvero ammazzare Trotsky; forse aveva dato indicazioni imprecise – grazie alle quali sia Trotsky che il suo prezioso archivio si erano salvati – ma il commando aveva preso la decisione di giustiziare Harte.

Due settimane dopo Trotsky pubblicò la sua prolissa versione dei fatti con un titolo che non voleva lasciare il minimo spazio all’interpretazione: STALIN MI VUOLE MORTO. E a Stalin questa soddisfazione Trotsky non intendeva darla. Il guaio è che continuava a fidarsi di troppa gente. Non poteva evitarlo; era sempre stato un solitario, per temperamento e per la tendenza inveterata a farsi espellere o internare, ma non poteva sottrarsi più di tanto a quella rete di contatti che stava nascendo intorno alla sua neonata e fragile Quarta Internazionale. Il ragazzo che 74 anni oggi gli spacca la testa con una picozza gli è stato presentato da un’amica di Parigi, Sylvia Ageloff. Questa lo ha conosciuto alla Sorbona: si chiama Tony Babich, ma anche Frank Jackson, ma anche Jacques Mornard. A Sylvia – con cui ha una storia da due anni – ha spiegato di essere figlio di un diplomatico belga, e che i passaporti contraffatti canadesi gli servono per evitare il servizio militare. Nel 1939 si trasferisce per affari a Città del Messico con la mamma, e invita Sylvia a raggiungerlo là. Poi la convince a farsi presentare il grande Trotsky – dai, tu lo hai conosciuto, no? Per favore, quando mi ricapita, scrivigli che c’è un belga canadese che ha una grande stima di lui e vorrebbe stringergli la mano. Nel giro di poche settimane Tony riesce a entrare nelle grazie di Trotsky – quel che basta per poter penetrare nella sua residenza senza che nessuno gli trovi una picozza da alpinismo nella tasca della giacca. Succede il 20 agosto: la leggenda vivente sta leggendo il giornale nel suo studio. Tony prende l’arma impropria, si avvicina, chiude gli occhi e lo colpisce più forte che può.

Trotsky non muore.

Si avventa sul suo assassino, urla, chiama rinforzi. Fa ancora in tempo a dire che vuole Tony vivo, vuole interrogarlo. Poi si lascia portare in ospedale. Morirà il giorno dopo. Non prima di aver dettato al segretario del Partito Socialista Operaio Americano le ultime parole, accuratamente scelte: “Non sopravviverò a questo attacco. Stalin ha infine ottenuto il risultato già fallito in precedenza”.

Trotsky che si aspettava da un momento all’altro un esplosione di sangue nel cervello, e si era preparato, di fronte a una picozza salta e strepita e combatte. La morte in un qualche modo ti sorprende sempre.

Tony-Frank-Jacques passerà molte anni nelle carceri messicane, sostenendo di chiamarsi Jacques Mornard e di aver ucciso Trotsky perché non gli permetteva di sposare la povera Sylvia (quest’ultima sarà completamente scagionata). Ci vorrà un po’ di tempo per identificarlo: si chiamava Jaime Ramón Mercader del Río, era un agente spagnolo dell’NKVD sovietico. Sua madre – l’attrice Eustaquia María Caridad – aveva praticato prima di lui un po’ di spionaggio durante la guerra civile spagnola. Poco dopo l’assassinio di Trotsky, Stalin l’avrebbe insignita dell’Ordine di Lenin. La sorellastra di Ramón, anch’essa attrice, due anni dopo avrebbe incontrato Vittorio De Sica. Si sarebbero sposati soltanto nel 1959. Ramón uscirà di prigione l’anno successivo, per riparare a Cuba. Nel 1961 gli sarà riconosciuto il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica.

santi, vita e morte

Rinuncia a Cristo e fatti un bagno caldo

È anche il nome di una porta monumentale di Treviso (e di una casa editrice lì nei pressi).
È anche il nome di una porta monumentale
a Treviso, e di una casa editrice lì nei pressi.

9 marzo – Quaranta santi martiri di Sebastea (320 ca.)

Erano quaranta, giovani e forti (meno uno). Militavano tutti nella Legione XII, fondata da Giulio Cesare, detta anche “Fulminata” per la folgore che portava sui propri vessilli, duemila anni in anticipo su qualsiasi brigata di paracadutisti. La legione nel corso dei secoli si era coperta di gloria ma anche un po’ di guano – durante alcune guerre di successione aveva scommesso sul Cesare sbagliato – ed era finita tra le truppe di frontiera, dislocata sul fronte orientale, la tipica destinazione punitiva da usare nelle minacce in caserma: se non fate silenzio vi spedisco nella Fulminata. Verso il 320 si trovavano appunto dalle parti di Sebastea, oggi Sivas, in Turchia centrale, a quel tempo Armenia, una delle zone di incubazione del primo cristianesimo. Quaranta legionari fulminati vengono appunto tratti in arresto con l’accusa di professare questa religione empia e sgradita all’imperatore d’oriente Licinio. Questo è a dire il vero molto strano, dal momento che pochi anni prima Licinio aveva controfirmato col cognato Costantino l’editto di Milano che garantiva ai cristiani la libertà religiosa.

Sia come sia, i Quaranta vengono messi di fronte a una scelta secca: rinnegare la loro fede o morire. La solita storia, insomma, riscattata però dall’originalità del supplizio: ai Quaranta viene proposto il martirio per ipotermia, immersi fino al collo nelle acque gelide di uno stagno. È una morte orribile ma abbastanza lenta, che offre discreti margini di ripensamento: a chi durante il supplizio manifesta il desiderio di rinnegare il proprio dio, viene promesso un bagno caldo. Lo stagno è effettivamente contiguo a uno stabilimento termale romano provvisto di tutti i comfort, un fumante invito a rinunciare Cristo e farsi una bella sauna tonificante (continua sul Post…)

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Morire con Miele

Miele (Valeria Golino, 2013)

Il broncio in questa scena dovresti farmelo così, capito?

Irene (nome in codice Miele) è quel tipo di donna-ragazza che potrebbe averne venti come trentacinque, e se l’incontri in uno scompartimento, o in coda in farmacia, con le cuffiette e il piercing, ti domandi cosa può fare un tipo così, ti fai tutta una serie di viaggi: per esempio potrebbe ancora vivere con suo padre e aver abbandonato l’università da un paio d’anni senza dirgli niente; oppure potrebbe far parte di un nucleo di combattenti per l’eutanasia che aiutano in modo molto discreto i malati terminali che non ce la fanno più, ecco, beccato. Ma non era così difficile, ormai l’eutanasia sta diventando un genere cinematografico a tutti gli effetti; se ci fossero ancora i videonoleggi tra un po’ troveremmo la targhetta sullo scaffale, insieme alle altre: Poliziesco, Dramma, Commedia, Romantico, Azione, Eutanasia.
“E di eutanasia cosa avete?”
“Ci ho tutto il meglio che è uscito quest’anno, Haneke, Bellocchio, tutto”.
“Perché stasera ho proprio voglia di vedermi un film di eutanasia”.
“Eh, la capisco. Ci ho anche l’opera prima di Valeria Golino, con Jasmine Trinca, molto interessante”.
“E chi s’ammazza? La Golino?”
“No, lei non recita, dirige soltanto”.
“Che peccato”.

Io non lo so come funzioni, francamente non mi capita mai di aver voglia di vedere un film di eutanasia, neanche uno di quelli premiatissimi, neanche se c’è Jasmine Trinca che si spoglia spesso, neanche così. Ma evidentemente c’è un mercato, voglio dire, ne fanno veramente parecchi. Forse come argomento è l’equivalente dell’adulterio a fine Ottocento: lo fanno tutti ma non se ne può parlare, non resta che metterlo in scena. Anche gli scrittori fanno ancora un po’ fatica a essere espliciti: quando quattro anni fa Mauro Covacich scrisse Vi perdono, il libro da cui è stato tratto il film, decise di pubblicarlo con uno pseudonimo; poi scrisse un altro libro sulla scelta di pubblicare il precedente con lo pseudonimo, ecc. Per il suo esordio da regista, dunque, Valeria Golino si è andata a scegliere il tema più scabroso e nel contempo inflazionato: e com’è andata? Non male, dai (continua su +eventi!)

miti, santi, vita e morte

San Budda abate


27 novembre – Santi Barlaam e Iosafat, leggenda.

Più di ogni altra cosa il re indiano Avenir desiderava che suo figlio Iosafat fosse felice. Più di ogni cosa temeva quelle nuove sette che arrivavano dall’occidente, quei corvacci neri che speculavano sulla paura della morte, quei cristiani. Li aveva già visti rovinare uomini ricchi e potenti, dignitari di corte ridotti a vestirsi di sacco e a mendicare. Così quando un astrologo predisse che Iosafat si sarebbe convertito al cristianesimo, per poco non impazzì. Poi decise di nascondere suo figlio al mondo, di crescerlo il più lontano possibile dalla sola idea della morte, della sofferenza. Lo rinchiuse bambino in un palazzo ricolmo di ogni lusso, gli diede amici e amiche in abbondanza, tutti sani e senza difetto: quando qualcuno si ammalava, nottetempo veniva sostituito con qualcun altro in salute; e così Iosafat cresceva senza conoscere né malattia né dolore, eppure non era felice.

C’era come un vuoto che gravava sul suo capo, la sensazione di galleggiare sulla superficie delle cose. Un giorno piantò una grana, non avrebbe più mangiato né bevuto finché il papà non lo avesse lasciato uscire a fare un giro nel mondo. Alla fine il re acconsentì. Preparò l’uscita in ogni dettaglio, infiltrò i suoi ministri nella scorta del figlio, fece per la prima volta ripulire le strade in cui sarebbe passato il corteo principesco, disseminando lungo il percorso danzatori e ballerine, affinché tutto sembrasse il più possibile ameno. Qualcosa però dovette andare storto, perché appena Iosafat uscì, incontrò un cieco e un lebbroso, che lo stupirono molto.
“Sono malanni che capitano agli uomini”, risposero gli uomini del re.
“A tutti gli uomini?”
“No, a tutti no”.
“Meno male. E si sa già prima a chi accadono questi malanni, o sono imprevedibili?”
“Il futuro nessuno può prevederlo, o sire”.
“Quindi anch’io potrei un giorno diventare cieco come questo cieco, o lebbroso come questo lebbroso?”
“Si è fatto tardi, rientriamo”.

Il vuoto che gravava sul capo del principe cominciò a riempirsi di angoscia e di paura, sentimenti a cui non sapeva nemmeno dare un nome. Un’altra volta che volle uscire, la security fu più efficiente: non trovò nel suo percorso né paralitici né appestati, tutto andava per il meglio, finché non passò un vecchietto. Un vecchietto assolutamente standard, niente di eclatante, ecco forse perché le guardie non avevano pensato a tenerlo lontano: la faccia un po’ vizza, la schiena curva, i denti pencolanti, tutto regolare. Ma Iosafat non aveva mai visto un vecchio.

“E questa che malattia è? Spero che sia un po’ più rara della lebbra”.
“Sire, questa non… non è una malattia”.
“In che senso? Il tizio non si regge in piedi, se non è una malattia questa qui…”
“È solo vecchiaia. Non è una malattia, nel senso che… che viene a tutti”.
“A tutti? State scherzando? E si guarisce?” (continua sul Post…)

coccodrilli, Manifesto, vita e morte

La Morte e il Comunista d’Unità Proletaria

And I can take or leave it, if I please.

In Italia – in realtà sui giornali italiani, e nelle chiacchiere dei pochi che ancora li sfogliano – si tende a usare con molta libertà il termine “radical chic”, quasi sempre a sproposito. In realtà è una bella espressione, con una storia interessante dietro (vedi Bordone), però a un certo punto Feltri l’ha trovata in un cassetto della scrivania di Montanelli e adesso non ce ne liberiamo più, ormai mio padre, artigiano autoriparatore, se la sera al circolo Acli tira fuori una battuta su Berlusconi rischia forte di sentirsi dare del radical chic – capisco io col mio sontuoso stipendio di statale, ma mio padre radical chic insomma davvero no.

Detto questo, il radical chic è esistito, anche in Italia. Non lo coltivavano gli autoriparatori, né gli insegnanti statali: era gente che se la passava un po’ meglio, possiamo anzi concludere che se la siano spassata abbastanza. Se avessimo a disposizione soltanto dieci righe per descriverli, forse quelle righe le ha scritte Simonetta Fiori ieri, siringando molta, troppa, ironia (involontaria?) in un pezzo che era oggettivamente difficile da scrivere: il resoconto della morte di Lucio Magri, come lo hanno vissuto nella sua casa i suoi amici distanti. In teoria, una situazione agghiacciante. E invece leggete:

A casa di Lucio Magri, in attesa della telefonata decisiva. È tutto in ordine, in piazza del Grillo, nel cuore della Roma papalina e misteriosa, a due passi dalla magione dove morì Guttuso, pittore amatissimo ma anche avversario sentimentale. Niente sembra fuori posto, il parquet chiaro, i divani bianchi, i libri sulla scrivania Impero, la collezione del Manifesto vicina a quella dei fascicoli di cucina, si sa che Lucio è un cuoco raffinato. Intorno al tavolo di legno chiaro siede la sua famiglia allargata, Famiano Crucianelli e Filippo Maone, amici sin dai tempi del Manifesto, Luciana Castellina, compagna di sentimenti e di politica per un quarto di secolo. No, Valentino non c’è, Valentino Parlato lo stiamo cercando, ma presto ci raggiungerà. In cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone. Cosa stiamo aspettando? Che qualcuno telefoni, e ci dica che Lucio non c’è più.

La Roma papalina, il parquet chiaro, la scrivania impero, la scorza di limone, i divani bianchi, la cameriera sudamericana, il bicchiere a cono, il Manifesto che è (sublime dettaglio) “collezione” e come tale ben merita di essere accostato ai fascicoli di cucina, io che non so cosa pensare. Cosa stai facendo, Simonetta Fiori? Sei imbarazzata, come i bambini ai funerali, che non sanno dove guardare e cominciano a fissare ogni dettaglio? Oppure lo stai facendo apposta: ci tieni a far notare che Magri, già fondatore del Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, sarà anche stato depresso, ma aveva ancora la possibilità di farsi mescere dei Martini come si deve? Cosa mi vuoi dire, esattamente?

Che non è vero che era depresso, cioè era depresso allo stesso modo in cui poteva definirsi Proletario per il Comunismo uno che si fa servire il Martini nel bicchiere a cono dalla cameriera sudamericana: uno che da giovane fregava o si faceva fregare le ragazze da Guttuso, uno che nell’Italia fervida dei ’60-’70 si è inventato il mestiere di rivoluzionario parlamentare e gli è andata, diciamolo, alla grande? Ma se capisco così, ovviamente, è tutta colpa mia; tu sei soltanto una lucida cronista.

Io a volte ci penso, al suicidio. In un modo abbastanza astratto, ancora, però ci ho sempre pensato. Soffro di una forma molto fisica di vertigine; ogni volta che mi sporgo da un balcone il flusso di sangue nei capillari mi dà una specie di botta. È sempre stato così fin da bambino, e la mia camera dava su un balcone. Secondo me suicidarsi non è un diritto, è qualcosa che viene addirittura prima del diritto: è una possibilità che ti porti con te per tutta la vita, al di là del fatto che la società te la riconosca o no. È un balcone che dà sulla tua stanza per tutta la vita: ogni giorno che vivi, hai deciso di viverlo, hai scartato l’alternativa. Può darsi che tu sia un asociale se vuoi suicidarti; può darsi che le tue ragioni (“sono depresso”) siano solo scuse; non importa. In realtà non dovresti nemmeno cercare delle scuse. Il mio suicida ideale non chiede scusa a nessuno e non vuole le scuse di nessuno. Il mio suicida ideale non si suicida perché soffre, o è depresso, o frustrato: si suicida perché ne ha voglia, si suicida perché può. Prima della società, coi suoi doveri e i suoi diritti, c’è il corpo, e il corpo è tuo. Devono metterti in una cella, toglierti la cintura, limarti le unghie, nutrirti a forza: a quel punto forse il corpo smette di essere tuo.

Di solito quando pensavo al suicidio pensavo a queste cose, molto astratte come si vede. Invece ultimamente mi è capitato di pensarci più concretamente – non preoccuparti mamma – per via che guardo troppi telegiornali e insistono molto sul fatto che io a settanta, forse anche settantacinque anni, dovrei essere ancora sul mio luogo di lavoro. Io poi lo amo il mio lavoro, e un giorno forse chissà, il mio amore mi corrisponderà – però onestamente, pensare di essere ancora lì tra quarant’anni, con marmocchi dotati della stessa energia, ma meno decifrabili, i nipoti di quelli che ho adesso – uno comincia a fare pensieri molto più concreti, del tipo: è meglio alla tempia o in bocca, la rivoltella? E dove me la procuro? Ma posso ottenere un porto d’armi se ho fatto obiezione di coscienza… e così via. Credo sia così per molti; credo che la questione generazionale, in Italia, potrebbe risolversi con un’epidemia di suicidi grosso modo verso il 2040.

Di fronte a questi pensieri un po’ tetri e troppo prosaici, la figura di Lucio Magri, che prima ci pensa, poi va in Svizzera, ne discute, poi torna a casa, ne parla con gli amici (la cameriera serve da bere), poi torna in Svizzera (altre due volte), e gli amici intanto aspettano… la figura di Lucio Magri in questo cupo teatro d’ombre svolazza come una silhouette settecentesca, con una leggerezza che davvero non è più di questi tempi. Si capisce che ha avuto una vita bella, piena di ideali che poi sono falliti ma è quello che capita più o meno sempre; ricca di amici coi quali ha fondato il Manifesto, il PDUP per il Socialismo, DP, il Movimento poi Partito della Rifondazione Comunista, il Movimento dei Comunisti Unitari… E in mezzo a tutto questo viveva in una bella casa, con mobili chiari, tenuta sempre in ordine; una bella compagna che gli faceva pure il bancomat, e che un giorno se n’è andata, e da quel giorno la vita ha perso il senso: come forse è giusto che sia a 79 anni. E così Simonetta Fiori forse tu non volevi scrivermelo, ma io ho capito esattamente questo: il suicidio assistito è un lusso, roba da Svizzera, roba radical chic, insomma. In Italia continueremo a discuterne per anni, diritto o non diritto – come se davvero uno Stato, una società, possano costringerci a vivere se non ne abbiamo più voglia. Alla fine sarà come l’aborto, un orrendo delitto che non vorrebbero assolutamente farci commettere – soprattutto in un ospedale di Stato, a spese dello Stato: con tutte quelle belle cliniche private che ci sono: dalla Svizzera in giù.

ho una teoria, internet, vita e morte

Ehi! Qualcuno è cretino sull’internet!

Io posso morire per tante cause, ma per Nonciclopedia, mmm, ecco, facciamo che muoio di morte lenta, lentissima. Detto questo:

Vabbe’, Fiorello, e una volta che l’hai visto in faccia? Lo fai menare? Perché è un infame? Vuoi eliminare l’infamità dalla terra una faccia alla volta? Ma lo capisci che internet non è che un bar come gli altri, dove si dicono cretinate come in tutti gli altri? Se sei entrato in un bar lo sai, no?

Ma aspetta. Tu sei Fiorello. Forse non sei entrato in tutti questi bar, dopotutto. Cioè, se entri in un bar tutti si voltano e ti dicono: “Fiorello!” e l’esperienza va a farsi indeterminare. Ma la sensazione di entrare in un bar e ascoltare sconosciuti che dicono fesserie, forse davvero non te la potevi permettere… finché non hai scoperto anche tu Twitter. E adesso forse ho capito perché ti piace così tanto cinguettare (continua sull’unita.it, H1t#97, e si commenta laggiù).

Internet è quel posto, ormai dovremmo averlo capito, né bello né bruttissimo, dove si possono incontrare notizie e persone straordinarie, e dove appena muore un personaggio famoso, da qualche parte scatta la gara a chi ci scherza sopra per primo. È legittimo? È indecente? È discutibile. In effetti non facciamo che discuterne, da quando siamo qui. Dieci anni fa ce lo domandavamo sui forum. Poi siamo passati ai blog. Oggi siamo più spesso sui social network. Ma forse abbiamo cambiato più piattaforme che argomenti.

Magari la vera novità è il fatto che oggi ne discutano personaggi come Fiorello o Vasco Rossi. Ed è probabilmente una buona cosa, la dimostrazione che internet sta prendendo sempre più piede anche qui in Italia – non necessariamente tra i cosiddetti ‘giovani’. Vasco e Fiorello sono della generazione che era giovane ormai trent’anni fa: hanno in comune una enorme popolarità, rinsaldata dopo aver sconfitto una tossicodipendenza. A decenni di distanza sembrano avere sviluppato una dipendenza molto, molto meno nociva, per il web: Vasco ha aperto un incontenibile canale su Youtube, Fiorello si è generosamente riversato su Twitter. Le motivazioni che portano due personaggi del genere su internet sono molto diverse da quelle di quasi tutti noi, che ci tagghiamo e linkiamo e apprezziamo a vicenda nel tentativo disperato di farci notare per primi a noi stessi; che spesso cerchiamo di usare internet per quello che non è, uno sgabello su cui salire per farci sentire da più persone possibile.

Fiorello e Vasco non hanno certo bisogno di nessun piedistallo: sono saliti spesso su quello più alto (la tv) e hanno capito prima di altri che è meglio non restarci troppo tempo. Quello che oggi trovano su internet è la possibilità di farsi vedere da meno persone: non gli anonimi milioni di telespettatori, o le solite trentamila teste di San Siro, ma qualche centinaia di commentatori su Youtube, di seguaci su Twitter. Anche Fiorello, anche Vasco, devono aver capito che in fin dei conti i social network non sono altro che dei bar. Ma per due personaggi pubblici del genere, l’esperienza del bar dev’essere davvero qualcosa di inedito e prezioso.

E questo spiega forse anche le difficoltà di Vasco con Nonciclopedia, o la reazione scomposta di Fiorello per qualche battuta su Simoncelli. È sorprendente che esistano siti in cui si approfitta di un lutto per giocare a chi inventa la barzelletta più sconveniente? Formulerò la domanda in maniera più sintetica: è sorprendente che esistano degli imbecilli su internet? La risposta mi pare scontata: ne esistono ovunque – basta dare un’occhiata ai bar – quindi no, non dovrebbe sorprendere che alcuni si esprimano sul web, dove lo spazio non manca. Però, appunto, per rendersene conto bisognerebbe frequentare i bar, e forse Twitter è il primo vero bar che Fiorello frequenta da anni.

Quanto a Vasco, la cosa veramente triste è che un vecchio leone come lui, che ha sconfitto ben altri demoni, non riesca a togliersi la scimmia di Nonciclopedia, un sito che non ha mai fatto ridere nessuno nemmeno per sbaglio, e che grazie a lui ha ottenuto una visibilità assolutamente, smisuratamente immeritata. Visto che di battutine su Vasco e la droga se ne raccontano da trent’anni, in tutti i bar e perfino in molti oratori: Vasco forse non se ne rendeva conto (possibile?), ora grazie a internet lo sa. È il prezzo da pagare per poter di nuovo entrare in un bar dove nessuno ti conosce: scoprire che in quel bar danno ancora del drughè a Vasco Rossi, e ridacchiano, proprio come nel 1986.

E le battute su Simoncelli? Sono senz’altro sconvenienti: offendono la famiglia e la comunità dei tifosi (nonché chiunque passi di lì e voglia offendersi per le battute su un morto). Proprio per questo motivo è meglio non prestarsi a diffonderle, come Vasco e Fiorello ingenuamente hanno fatto. Se, come dice il primo, “Internet è una jungla come la vita”, cercare di evitare almeno le bestie più stupide dipende da noi e soltanto da noi. Che magari al prossimo funerale lotteremo contro l’umanissimo, atavico, cretino istinto di ridacchiare. Quel pezzetto di jungla che è nei bar, è su internet, ed è anche dentro di noi. http://leonardo.blogspot.com
pubblicità, vita e morte

Catholics do it better

C’è che i laici sono dei pivelli, più vado avanti più me ne rendo conto.

Per esempio, a Milano è successo che l’Associazione Luca Coscioni – che lotta per introdurre in Italia l’eutanasia e sta chiedendo il 5 per mille – ha stampato e affisso il seguente manifesto:

Perché sono dei pivelli. E adesso la Moratti li vuole far rimuovere (via Gilioli). Quando sarebbe bastato semplicemente stamparlo così.

Ecco qui, prova a rimuoverlo adesso.

cristianesimo, ho una teoria, vita e morte

Mentre il Santo Padre "dorme"

Ma ci pensate se un Papa (non necessariamente questo) si mettesse a letto e non si riuscisse a svegliare più? Cosa succederebbe? Dai, pensiamoci.

Il paradosso del Papa in coma (H1t#73) è on line sull’Unità.it e si commenta laggiù (sì, in realtà doveva chiamarsi Paradosso del Papa in Stato Vegetativo Persistente) (non suonava così bene).

Stavolta, più che una teoria, ho un paradosso. Cosa succederebbe se un Papa, non un Papa che conosciamo, un Papa qualsiasi da qui all’eternità, in seguito a un incidente o a una malattia, cadesse in uno stato vegetativo persistente?

Il calvario di Giovanni Paolo II, da ieri ufficialmente Beato, ci lascia immaginare che tutto accadrebbe sotto i riflettori dei media. Non si tratta di un semplice dettaglio: a questo Papa ipotetico sarebbe sottratta del tutto la possibilità di trovare una dolce morte lontano dai riflettori, come capita probabilmente tutti i giorni a tanti sofferenti, anche cristiani, con il tacito assenso di un prete che impartisce l’estrema unzione, e al momento giusto si volta e guarda altrove. No, a questo Papa toccherebbe il destino di Eluana Englaro, elevato alla massima potenza: la sua agonia diverrebbe sin dall’inizio cosa pubblica, argomento di conversazione e di speculazione filosofica e teologica; nel frattempo, l’unica autorità religiosa che potrebbe imporre il suo punto di vista sulla faccenda resterebbe di fatto vacante. Per mesi, forse anni, persino decenni: nessuno certo si attenterebbe in questo caso a staccare un sondino naso-gastrico (chi oserebbe far morire il Papa di fame?)
Mentre il Santo Padre, direbbero i vaticanisti, “dorme”, e la Curia si interroga sul da farsi, la scienza medica non si fermerebbe. È lecito immaginare che nel prossimo futuro il progresso medico allungherà la vita un po’ di tutti, ma soprattutto dei pazienti più facoltosi. A un pontefice, ancorché in coma, non si potrebbero negare le cure più avanzate e costose (molti fedeli sarebbero disposti a svenarsi per la sua salute). Ma ipotizziamo che, malgrado tutte le cure, lo stato vegetativo persista negli anni. Cosa accadrebbe?
Aggiungiamo un po’ di fantascienza, solo per amor di paradosso. Secondo alcuni futurologi l’immortalità non è poi così lontana. Certo, il giorno in cui si riuscisse a trovare il modo di bloccare l’invecchiamento delle cellule, o rigenerarle, ecc…. questa cosiddetta “immortalità” rimarrebbe probabilmente un procedimento molto costoso. Ma sarebbe ancora, in qualche forma, una cura. Potrebbe un Papa scelto da Dio sottrarsi a una cura? Un Papa in coma non potrebbe, neanche se lo volesse, dal momento che sarebbe appunto in coma. Nessun altro, nemmeno il più insigne porporato, potrebbe decidere al posto suo, chiedendo in pratica la morte del Papa. Insomma, un ipotetico pontefice in coma potrebbe diventare il primo uomo virtualmente immortale. Senza volerlo, ma senza che nessuno possa evitarlo. Oppure.
Oppure, in qualsiasi momento, un membro della Curia potrebbe farsi venire in mente una di quelle frasi a effetto che sapeva trovare il Beato Giovanni Paolo II – più precisamente l’ultima: “Lasciatemi tornare nella casa del padre”. In quelle parole molti biechi laicisti (me compreso) vollero vedere un cedimento dottrinale: il Papa moribondo, ma ancora in pieno possesso delle sue facoltà intellettive, non usava la poca voce che gli restava per chiedere aiuto a Dio, ma si rivolgeva con quel “voi” agli umani che ancora si ostinavano ad accudirlo e curarlo, perché lo lasciassero andare. Dunque l’uomo può scegliere? La vita è un dono che si può, entro certi limiti, rifiutare?
È un cedimento che si perdona volentieri a un uomo in fin di vita, e che contiene in nuce il paradosso di quella ideologia della Vita che Wojtyla ha innestato nel vecchio tronco della Chiesa cattolica. Pur affidandosi a Dio, è a un uomo che Wojtyla ha dovuto sussurrare “lasciatemi”. La sua Chiesa ha riconosciuto volentieri i progressi della scienza medica, che già oggi rendono possibile prolungare l’agonia di persone in condizioni cliniche disperate. Eppure, man mano che la scienza allunga un po’ di più la vita, la morte diventa qualcosa di sempre più simile a una scelta (ciò che entro certi limiti è sempre stata, come ci ricorda la Chiesa stessa, che ha popolato il calendario di martiri). Al netto di incidenti e catastrofi, in futuro toccherà sempre più spesso a noi decidere se vogliamo morire o no. Può darsi che in vece nostra decida lo Stato, o più probabilmente l’economia, come in parte succede già: morirà chi non può permettersi le cure. Ma un Papa potrà mai dire di no alle cure? Le ultime parole di Giovanni Paolo II – da ieri ufficialmente Beato – sembrano una risposta eloquente.http://leonardo.blogspot.com
arti contemporanee, dialoghi, essere donna oggi, pubblicità, vita e morte

Secoli di secoli di frrrrrrrrrrrr


Attenzione: Questo pezzo contiene lessico piuttosto esplicito. I minori possono leggerlo solo se accompagnati.

Toc toc.

“Chi osa bussare alla Cripta del Creativo?”
Dunque, ecco io… avevo un appuntamento, rappresento un consorzio di pellai…”
“Parola d’ordine”.
“Chi mi ama mi segua”.
“Puoi entrare”.
“Grazie. Dunque, non so se ci siamo presentati al telefono, io… vengo a nome di questo consorzio di pellai che vorrebbe rilanciare la propria immagine e così… avevamo pensato di rivolgerci al Sommo…”
“Guarda, personalmente a me non fotte una sega di chi sei e cosa vuoi. Basta che tu abbia portato ciò che ci occorre. Hai il sangue?”
“Ma certo, ecco qui. Sette litri di sangue di vergine”.
“Bella tanica. Sicuro che è di vergine?”
“Eh, mi fa una bella domanda”.
“Perché se non è di vergine poi succedono i casini. Gruppo sanguigno?”
“Ecco, appunto, io… non volevo rischiare, e così ho preso un misto”.
“Mmmh. Ce lo faremo andar bene. Seguimi nel fondo della cripta, occhio al…”
“Ouch!”
“…Terzo capitello a destra, vedo che lo hai già incontrato”.
“Certo che fa freddo qui”.
“La temperatura ottimale per la conservazione. Eccoci arrivati. Il Sommo è lì, oltre la soglia di questo portale funerario. Sei pronto a incontrarLo?”
“Ho i brividi”.
“È comprensibile. Dunque, per prima cosa: non parlare e non Lo guardare negli occhi finché non Gli avrò somministrato il sangue. Solamente dopo, forse, potrai parlare. Ehi, ma ti senti bene?”
“Io… cerchi di capirmi, l’immagine del mio consorzio dipende da questo meeting”.
“Fidati di noi, sei in buone mani. Ora entriamo”.

Screeeeeeeeeeeeeeeeak

“Dio mio”.
“Dio non c’entra molto, come puoi ben capire. Non guardarLo!”
“Ma… non mi sembra che respiri”.
“Sssssssssssssst! Non ne ha bisogno! Ora Gli apro la bocca… uff, non viene. Certi giorni è proprio duro… Senti, dammi una mano”.
“Eh? Cosa devo fare?”
“ReggiGli la testa mentre cerco di aprirGli la bocca… su”.
“Ma non morde?”
“In linea di massima no”.
“Dio mio, chi potrebbe crederci, io sto… sto tenendo in mano la testa del Maestro”.
“Dio non c’entra niente, ribadisco. Ecco, ora infilo l’imbuto, tu versa pure dalla tanica”.
“Sette litri di sangue? Ma non sborderà?”
“Eh, anche a me sembrava strano le prime volte. No, è insaziabile. Guarda come va giù, non ne lascia un goccio”.
“Certo che è una dieta costosa, eh”.
“Vale tutti i soldi che è costata, come ben sai. Ecco”.
“Sta… sta cambiando colore!”
“Allontanati, adesso può mordere”.
“Si sveglia?”
“Non è mai veramente sveglio, e non è mai veramente… in sonno”.

Wrgrwgrgrgrggrgrg”.



“Sta parlando! Cosa dice?”
“Nulla di intellegibile per ora. Parla tu”.
“Ma cosa Gli devo dire?”
“Adulalo. È assai sensibile ai complimenti”.
“Sì, dunque, ehm…. O Maestro, o Luce dell’italico ingegno”.

Wgggrrrgrgrgrgrgrgr



“Vado bene?”
“Vai, vai, ti ascolta”.
“O Creativo dei Creativi, anzi, unico Creativo Italiano, del passato del presente e del futuro; nulla esisteva prima di Te, nulla sussiste dopo di Te, se non copiato da Te…”

Wgrrgrgrgrgrgccccucucucuc”.



“O Sommo Maestro, fosti tu e tu solo a rivoluzionare la pubblicità italiana, con quel cartellone di cui ancora oggi tutto il mondo parla, la campagna per i jeans… tu solo sapesti trovare l’immagine adatta al prodotto”.

WrrgrgrgrgrgrgrgrgcccccCULO!

“Vai bene, vai bene, lo hai svegliato.”

“CULO! grgrgrgr CULO! CULO!”


“O Maestro, come possiamo ricordare una per una le tue geniali innovazioni… le centinaia di campagne in cui tu mostrasti al mondo le…”


wrgrrgrgrggrg PUPPE!”



“Le nuove frontiere del comunicabile”.

“TETTE!”



“…Sì, anche quelle, sì”.

CHIAPPE! Werrghgewheg. CHIAPPE!”



“O Maestro, passano gli anni, eppure il tuo sguardo puro sul mondo non si appanna e ci regala sempre nuove…”

TETTE!”



“…Formidabili campagne, tra le quali vorrei ricordare quella meravigliosa elaborata più di dieci anni fa per Famiglia Cristiana”.

“CHIAPPE!”

“…E quella ancor più geniale, elaborata dieci anni dopo, per l’Unità”.

CHIAPPE!”


“O Maestro, così pura e originale è la tua arte, che tu riesci a trasformare in un capolavoro anche un’affissione di cibo per cani, mostrando...”

PUPPE!”



“Che il tuo genio non decade con gli anni. Ebbene, è a te – e a chi altri? – che ha pensato il mio consorzio, o Sommo”.

CU-LO! TET-TE! CU-LO! CU-LO! TET-TE!”



“Maestro sì, forse siamo stati troppo impudenti a ricolgerci a Te, che hai lavorato con i più grandi maestri del….”

“CULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTE CULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTE CULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTECULOTETTE



“…d’altro canto, o Sommo, che dovevamo fare? Rivolgerci a un giovinastro? a un cialtrone dilettante che senz’altro avrebbe copierebbe una Tua idea?”

“IDEA?”

“Ehi, ha detto Idea, hai sentito?”
“Sì, capita”.

“TETTE!”



“… e quindi insomma, Maestro dei Maestri, Tu solo hai parole di successo sempiterno, ed è Te pertanto che prostrati supplichiamo di rinnovare la nostra immagine”.

“IMMAGINE?”



“Sì”.

“TETTE-TETTE-TETTE-TETTE!”

“Sento che stai già elaborando qualcosa, o Maestro. Vedi, noi del consorzio pellai, stavamo pensando a un calendario, e così…”

“TETTE!”

“Sì, maestro, ho capito, le tette, un’idea senz’altro interessante, però… Maestro, noi vorremmo qualcosa di nuovo”.

“PUPPE!”

“…perché francamente, adesso, non vorrei offenderTi, però… un calendario con le puppe, da qualche parte… s’è già visto”.

“CHIAPPE!”

“Ecco, Maestro, sì, le chiappe, che idea brillante, perché no… e tuttavia…”

“CHIAPPE-CHIAPPE-CULO-CULO”.



“Insomma Maestro, io non so se ti rendi conto di quanto mi costa questo meeting, in termini di sangue di vergine al litro”.

“WRG? RGR?”



“Ops”.

“GRGRGGRGRGRGRGRG!”

“Ehi, attento a dir così. Lo ecciti”.
“Il fatto è che… insomma, Maestro, io credo tantissimo in Te… Possibile che Tu non abbia un’altra idea, qualcosa di veramente nuovo? Sono realmente venuto qui soltanto per sentirti dire Culo e Tette? Per carità, non dico che siano brutte idee, ma…”

“Wrrrhgrgrgrggrrgrgrgrgrf f ff f ff”

“E adesso cosa fa?”
“Non lo so. Mi sa che lo hai offeso”.
“Ah sì?”
“Nessuno gli aveva mai osato rispondere come gli hai risposto tu. Hai avuto del coraggio”.

“Rrgrgrgrgrf f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff”



“Si sta addormentando, forse”.
“No. Mi sembra piuttosto che… elabori”.
“Elabora?”

“f f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff”



“Sicuro che non stia per esplodere?”
“No”.

“f f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f fff”.



“Maestro, ti scongiuro, perdonami per la mia impudenza… non esplodere… non lasciare il mondo orbato di Te, unica fonte di creatività… che mondo triste resterebbe… un mondo senza colori, senza culi, senza tette, senza…”

“f f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f ff f fRRRRRRR! FRRRRRRRRRRRR!”



“Maestro, stai forse cercando di dirci qualcosa?”

“f f ff f fFFRRRRRRREGNA! FREGNA! FREGNA!

“Mio Dio! È successo!”
“Dio non c’entra niente. Dio non c’entra niente”.

“FREGNA! FREGNA! FREGNA! FREGNA!”



“Ha avuto un’idea. Nuova. E io c’ero. L’ho visto”.

“FREGNA! FREGNA! FREGNA! FREGNA!”

“C’ero mentre la concepiva, mentre la portava alla luce! Ho assistito al parto, all’illuminazione!”
“Sei davvero fortunato. Non è capitato a molti”.

“FREGNA! FREGNA! FREGNA!”

“Sommo Maestro, se mi è concesso interpretare le Tue parole oracolari, Tu vorresti che nel nostro calendario noi mostrassimo una fregna, è così?”

“FICA! FREGNA! FICA! FREGNA!”

“Geniale. E gennaio è sistemato. Ma, o Sommo, a febbraio che si fa?”

“FREGNA! FREGNA! FREGNA!”

“Fantastico. Uno dopo gennaio si aspetta un’altra cosa, e invece… tac, uno-due, irresistibile. Maestro, Tu sei l’unico vero genio creatore della postmodernità, ma perdonami… a marzo?”

“FICA!”

“Ecco! È chiaro! Due mesi fregna, e poi fica. Devo prendere appunti. E ad aprile?”

“PATONZA!”

“Ma come Ti vengono. Come Ti vengono. Incredibile. Beh, a questo punto è maggio e si potrebbe anche mettere, che ne so, un unicorno che scorrazza in un prato fiorito, che ne pensi?”

“PASSSSSERA!”

“Ma sì, è chiaro, che sciocco che sono. L’effetto sorpresa, chi si aspetterebbe che a maggio mostriamo una passera, e invece noi… e a giugno?”

“FREGNA! PELOSA! FREGNA! GLABRA! FREGNA! NEGRA! FREGNA! ALBINA!”

“E io che ho osato dubitare di Te. Maestro, sei davvero l’Unico e il Sommo”.

“FICA GRINZOSA! FICA SPANATA! FICA QUALSIASI!”

“Penso già ai lanci di agenzia. Le polemiche. I giornalisti. Le femministe. Boxino del Corriere e Gallery di Repubblica assicurati”.

“FICA! FREGNA! FICA! FREGNA!”

“E mediante questa accorta strategia mediatica, noi presto raggiungeremo la…”

“FREGNA! FREGNA! FRFRFRRRRRRRRRRRRRR!”

“L’attenzione del nostro target. Maestro, vale ogni goccia del sangue che ho versato, questa idea che…”

“IDEA?”

“Sì, Maestro, una grande, grandissima Idea.

“FREGNA!”

“Appunto. Lunga vita a Te, Maestro”.

“VITA?”

“Se così si può chiamare, non lo so”.

“FREGNA!”

“Mi auguro comunque che possa durare nei secoli dei secoli”.

“SECOLI!”

“Sì”.

“FREGNA! SECOLI! FREGNA! SECOLI! FREGNA! SECOLI! FREGNA! SECOLI! SECOLI NEI SECOLI DI FREGNA! FREGNA FREGNA FRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr
Berlusconi, dialoghi, futurismi, vita e morte

Di putridi e di puri

Rifiuti berlusconi, fonte di ogni male?
(An english version)

Ma cos’è questa puzza?

Leonardo.

Eh? Chi mi chiama?

Leonardo, rispondi attentamente. Ricordi il tuo cognome?

È personale.

Che professione svolgevi?

Come sarebbe a dire “svolgevo”… scusate, però, risponderò volentieri a tutte le domande, ma aprite una finestra, perché questa puzza io…

Ricordi la tua data di nascita?

Certo. Ahem. Undici. Ventinove. Settantatredici… scusate, è strano, ho un’… un’amniocentesi…

Ricordi la tua data di morte?

No, quella proprio no, mi dispiace.

In che anno ritieni di essere?

Io… boh, dalle parti più o meno del Duemila e…

Mi spiace, ma non c’è un modo gentile per dirtelo: siamo nel 2273.

Peeerò.

Ora, rispondi con franchezza. Pensi di essere vivo o morto?

Uhm, se sono vivo dovrei essere molto, molto anziano. D’altronde, nel secondo caso… si spiegherebbe la puzza.

Leonardo, sei stato resuscitato.

No! Sul serio! Ma io lo sapevo, infatti, meno male che sono rimasto cattolico fino alla fine, lo sapevo che…

Non è la resurrazione cattolica.

Lo sapevo. Fregato anche stavolta. Siete musulmani?

Siamo antiberlusconiani.

State scherzando.

No. La nostra civiltà – che è sorta sulle ceneri della vostra – poggia su solidi pilastri morali, uno dei quali è il rifiuto di ogni berlusconi.

Ma no, anche quelli piccoli e biondi? Che vi hanno fatto di male?.

Già, è pur vero che ai tuoi tempi “Berlusconi” era ancora un nome proprio. No, per noi “berlusconi” è un nome comune e rappresenta tutto ciò che è malvagio, meschino, appariscente, tronfio, vaniloquente, egoista, fine a sé stesso, amorale e fiero d’esserlo, ignorante e fiero d’esserlo…

Va bene, ho capito.

…Maschera di plastica, fonte di ogni malizia, fonte d’ogni corruttela, torre eburnea nello sterco delle miserie umane…

Ho detto che ho capito.

Quando si cominciano le litanie berlusconiane non si possono interrompere, altrimenti bisogna ricominciarle da capo.

Ci credete parecchio, in questa cosa.

È il pilastro della nostra civiltà. Il rifiuto di ogni berlusconi.

Mi fa piacere, e mi sento onorato di poter partecipare in qualche modo partecipare, anche se… non mi si potrebbe deodorare in qualche modo?

Vai benissimo così.

Se lo dite voi.

Dici di sentirti onorato. Perché?

Beh, mi avete resuscitato… voglio dire, grazie.

Perché credi di essere stato resuscitato?

Non saprei… suppongo che non lo facciate con tutti, ecco.

No. C’è già fin troppa gente in giro.

Ecco. Magari resuscitate persone che in un qualche modo sono state importanti, che hanno lasciato cose interessanti…

Se tu ci avessi lasciato cose interessanti, perché resuscitarti? Ci terremmo le tue cose e ti porteremmo dei fiori ogni tanto.

Giusto.

Devi sapere che oggi, 29 settembre 2173, noi come ogni anno “festeggiamo” – si fa per dire – il Berlusconi originario.

E quindi mi avete resuscitato perché… sono un antico antiberlusconianiano, ecco, volete una testimonianza oculare, capisco.

Ma sentitelo, il serpente.
Non si rende nemmeno conto.
Silenzio, silenzio.

Leonardo, ogni 29 settembre noi resuscitiamo un berlusconiano del passato, un uomo che incarni la vergogna della nostra ex civiltà, per processarlo e per punirlo come merita.

Aaaaah, come quel Papa del medioevo, processato da cadavere, una cosa così. E io chi sarei, un testimone?

Tu sei l’imputato.

Eh?

Alzati in piedi.

Non ce li ho, e comunque, anche se li avessi…. ehi, mi sto alzando! Galleggio nell’aria! La vostra tecnologia è davvero straordinaria!

È la tecnologia dei pupi medievali, ti abbiamo attaccato dei fili e ti stiamo sollevando come una marionetta.

Molto scenografico comunque. Mi dispiace, capisco la vostra ritualità, però… c’è il problema che io non sono un berlusconiano.

Ti dichiari innocente, quindi.

Ma certo. Voglio dire, capisco che lorsignori non possano aver letto tutto quello che ho scritto a riguardo, però…

Sei uno degli autori più conosciuti e studiati del secolo XXI.

Ah sì? Questa poi.

Non vantarti! ciò è berlusconi.

Mi rendo conto, e tuttavia mettetevi in me, prima mi resuscitate e poi mi dite che sono letto e studiato…

Non per le tue qualità. Quindici anni fa è collassata internet, e tutte le opere del vostro secolo sono andate perdute.

E i libri di carta?

Li avevamo già bruciati come combustibile. Per far funzionare internet.

E quindi…

Tutto quello che ci resta del secolo XXI è metà di un libro di Bruno Vespa, i sessantatré vangeli di Marco Travaglio, e una chiavetta usb con alcuni tuoi post redatti tra il 2001 e il 2010.

Beh, credo che sia più che sufficiente per dimostrare che io non ero berlusconiano, anzi sono sempre stato un acceso…

Bestemmiatore!
Vipera!

Silenzio, fratelli, silenzio! Mondatevi d’ogni berlusconi. Leonardo, hai o non hai scritto, nel dicembre del 2010, che bisognava amare Berlusconi?

Sì, ma mica ero serio, io…

Hai o non hai scritto nell’aprile del 2009, che occorreva “educare le giovani generazioni a darla a B. per il gusto di farlo, senza pretendere contropartite televisive o parlamentari”?

Probabilmente sì, è il mio stile, ma…

Riconosci queste tue affermazioni del giugno 2010? “Io voglio Berlusconi per venti minuti tutte le sere, a reti unificate. Mi stanno bene Santoro e Floris, purché i loro ospiti parlino unicamente di Berlusconi, e ne parlino bene. Io voglio sanzioni pecuniarie, non per chi parla male di Berlusconi, ma per chi omette di parlarne bene in qualsiasi discorso. Voglio una lode a Berlusconi in calce a tutti i resoconti sportivi della Gazzetta, a tutti gli oroscopi, a tutte le recensioni del Mucchio.

Uh, il Mucchio, me n’ero dimenticato del Mucchio.

Oppure, dicembre 2009: “Io ho fatto tesoro degli insegnamenti di un politico geniale, che ha vinto molte elezioni e che prima di far politica faceva marketing, e che ai suoi esperti di comunicazione raccomandava sempre di pensare al cliente come a un bambino di 11 anni, neppure tanto intelligente”.

Sì, è mia anche questa, ma scusate, non è che al rogo con la carta ci avete mandato anche tutta l’ironia, eh?

Non prenderti gioco di noi! Non attentarti nemmeno! Ciò è…

…è Berlusconi.

Noi conosciamo benissimo l’ironia. Abbiamo Socrate e abbiamo Pirandello. Noi riconosciamo lo scetticismo filosofico e il sentimento del contrario.

Mi fa piacere, quindi avrete capito che…

Quindi non possiamo notare tutte le volte in cui per anni hai usato l’ironia per umanizzare Berlusconi, per dare forme umane al Male incarnato. In questo modo hai aiutato i tuoi lettori a convivere con la Bestia.

Ma non esageriamo, io…

Quando hai cercato di umanizzare lo scandaloso amante di Noemi Letizial’orribile gaffeur di Strasburgo, non eri dunque consapevole di quello che facevi?

Ma io semplicemente cercavo il risvolto umano…

E sbagliavi, perché nulla di umano v’era nel Maligno! L’amarissima pillola che gli italiani per più di vent’anni hanno dovuto inghiottire, tu pretendevi di zuccherarla con la tua ironia a buon mercato.

Va bene, ma c’ero anch’io in quei vent’anni, ho sofferto anch’io. A volte scrivere era solo un modo per sfogarsi…

Lo udite? Confessa! Confessa di aver trascorso quegli anni a scribacchiare raccontini in cui si umanizzava il Malvagio, invece di insorgere, come sarebbe stato suo preciso dovere, contro la Biscia fatta carne.

Sentite, io sono un uomo, un cadavere anzi, di un altro secolo, e quindi i vostri toni non li riesco a condividere, però ammetto che qualche ragione potreste avercela, voglio dire, riflettendoci, se avessi scritto meno e fossi insorto un po’ di più, magari il berlusconismo finiva prima… perché è finito a un certo punto, no?

Certo che è finito!

Ecco, scusate, poi potete anche condannarmi se vi va, ma mi togliete la curiosità di spiegarmi com’è finito? Perché non riesco proprio a ricordarmelo, forse ero già sottoterra.

Siamo stati salvati dagli Uomini Puri. Quelli che non hanno collaborato col male, come hai fatto tu. Quelli che non hanno addolcito la perfidia con la finta ironia dei deboli, cioè la tua.

Uomini puri. Chi l’avrebbe detto.

Certo tu non li conoscevi.

Eh no. Ma da dove sono saltati fuori, scusate.

Erano in clandestinità. Fuori dal circuito mediatico, dove sarebbero stati intercettati e resi inoffensivi, come te.

Già, probabilmente era l’unica. Restare nascosti nelle grotte. Non sporcarsi le mani.

Alcuni erano al confino, altri in prigionia, ma non hanno mai smesso di lottare e sperare. Nomi scolpiti sui nostri templi, nomi che tu nemmeno conosci: Gianfranco Fini, Pierferdinando…

Eh?

Non interrompere il Sacro Appello dei Camerati che salvarono l’Italia dalla fetida serpe. Gianfranco Fini, colonna di rettitudine, che mai si piegò alle lusinghe di Arcore; Pierferdinando Casini, campione di castità, che con un solo sguardo convertì alla purezza centinaia di escort; Enrico Mentana…

Mentana?

Il più coraggioso e schivo dei reporter, che per vent’anni in clandestinità diffuse i samizdat che inchiodavano lo strapotere di Mediaset; Carlo Taormina….

CHI???

…faro della giustizia, intrepido magistrato che tra cento e mille perigli e attentati perseguì il Perfido fino a incriminarlo; e il più savio dei savi, colui che senza affettare alcuna ingiusta pietà lo consegnò stanco e tremante alla folla che brandiva i forconi…

Questo fammelo indovinare. Gianni Letta.

Bravo. Ma come puoi ricordare…

Non importa. Quindi voi siete stati salvati da Fini, Casini, Mentana, Taormina, Letta…

Non insozzare con la tua lingua putrida i nomi dei Puri che ci liberarono dal Male!

Già, giusto, ciò sarebbe berlusconi. Facciamola finita. Mi dichiaro colpevole. Chiedo la pena di morte.

Ma sei già morto.

Quindi che pena avevate in mente?

Getteremo le tue ossa nel Secchia, cancelleremo tutto quello che hai scritto, raschieremo il tuo nome da ogni documento, e lasceremo che ruggine e muffa devastino i luoghi che ti diedero la luce.

Il policlinico di Modena? capirai lo sforzo.

Ma infatti.

Minima spesa massima resa.

Eh, sai com’è, la crisi, i tagli al budget.

Giustamente, siamo nel ventitreesimo secolo, mica si possono buttar via i soldi nei processi ai morti.

Sarebbe troppo una cosa quasi…

Quasi berlusconi.

Ce l’avevo sulla punta della lingua.

Comincio a capirvi. Posso andare?

No, no, adesso entrano i bambini.

Ma che schifo, gli fate vedere un cadavere appeso?

Hanno tutti una freccetta in mano, chi ti becca in testa vince un Gianfranco di cioccolato.

Fico.

cinema, coccodrilli, dialoghi, drogarsi, vita e morte

Fin qui tutto bene

Onta! Che mi sia tolta la colpa d’esser vivo fra cotanti morti! Morte. Vieni morte, bella morte. Piglia anco me, orsù che indugi, io ti invoco, tu non mi spauri…

“Ma Monicelli”.
“Eh”.
“Lo sai che ci sto ancora pensando? Ti giuro, sono dieci giorni che non riesco a smettere di pensare al vecchietto”.
“Un grandissimo”.
“Un grandissimo finale”.
“Uno dei suoi migliori”.
“Riscatta tutto il film”.
“Sì, anche perché io tutti questi film di Monicelli, ultimamente… cioè, non riesco a ricordarne uno degli ultimi vent’anni”.
“Le rose nel deserto com’era, poi?”
“Non so. L’ho preso in biblioteca, mai visto. L’ho reso dopo una settimana. Ma adesso vado a riprenderlo. Voglio dire, è il mio profeta adesso”.
“Addirittura”.
“Ma sì, ma non capisci… ci ha mostrato la via. Ce ne andremo tutti così, a novant’anni. Lui è stato il primo”.
“Arrivarci, a novant’anni”.
“Ma ci arriveremo, è questo il punto. Non siamo affatto preparati, non ci pensiamo, ma ci arriveremo quasi tutti. Se vai a vedere le statistiche sull’età media, noialtri ci arriveremo”.
“Eh, ma io mi butto prima”.
“Ecco, lo vedi? Stanno per trovare il vaccino antiaids”.
“Fico, finalmente si chiava”.
“Sì, a cinquantacinque anni, auguri a chi ti chiava”.
“Che generazione di sfigati”.
“E tra un po’ arriva anche qualche cura per il cancro”.
“Evvai”.
“Quando saremo vecchi sarà tutto curabile. Il problema è che sarà tutto molto caro, quindi se non ti ammazzano i parenti per risparmiare sulle medicine e convertire la pensione, cosa ci succederà? A un certo punto ci ritroveremo da soli su un pianerottolo a pensare: mi ospedalizzo per risolvere questo polipo al pancreas e arrivare a cent’anni, attraverso un percorso lungo e doloroso, o prendo la via della finestra?”
“Monicelli ci mostra la via”.
“L’hai detta. Cadremo tutti come birilli, più o meno dal duemilaecinquanta”.
“La Chiesa non sarà per niente contenta”.
“La Chiesa sarà furiosa. Lo sai che razza di business metterà in piedi coi sanatori? Altro che otto per mille. Il cinquanta per mille, si farà dare”.
“Che sarebbe poi il cinque per cento”.
“Ci metteranno sottochiave in celle di materassi, per evitare che ci ammazziamo a testate contro il muro. Trovare il giusto pianerottolo sarà sempre una questione di pochi secondi. Monicelli è maestro di tempismo”.
“Non lo so. Io ho già le vertigini adesso, non credo che aderirò al culto monicelliano”.
“E che farai, allora? Ci pensi mai?”
“A volte ci penso”.
“E…”
“Guarda, non ridere, eh, però a volte mi viene in mente l’eroina”.
“L’eroina”.
“Sarà che sono cresciuto in quegli anni lì, che i nostri fratelli maggiori si vendevano anche il culo per uno schizzo, e io mi sono sempre chiesto: e se ne valesse la pena? Comunque, se c’è una cosa che ha funzionato con noi, intesi come generazione, è la campagna anti-eroina”.
“Beh, bastava vedere i tossici nei parchi”.
“Ecco, farò così. Andrò al parco anch’io”.
“Tu? Eroinomane?”
“A ottant’anni, in un parchetto, chi vuoi che mi badi?”
“Ti tireranno delle sòle tremende”.
“Oh, pazienza. Però è un narcotico, più o meno come quelli ufficiali che cercheranno di vendermi in farmacia per il mal di schiena e il mal di stomaco e il mal di testa e chennesò”.
“E alla prima dose tagliata male…”
“Oplà, missione compiuta, un peso in meno per il ministro del Welfare. Oppure un overdose, e non se ne parla più. In effetti dovrebbe passarla la mutua”.
“Troppo costosa. No, davvero, ci terranno sotto chiave e ci faranno pure la cresta sugli antidolorifici”.
“Monicelli lo aveva capito”.
“Un faro per tutti noi”.
“Diciamo un razzo di segnalazione”.
“Non fa ridere”.
“Tra quarant’anni, forse”.

Berlusconi, vita e morte

2B

A questo punto dovrei essere già uscito da un pezzo, ma ho un dubbio. Non so quale Berluscone mettere.
Ne ho due.

Il primo è il solito cialtrone che tutti conosciamo e molti addirittura stimano. È un padroncino che ha avuto un paio di idee buone nei Settanta e negli Ottanta e che poi, nel grande vuoto di potere di intelligenza che è venuto dopo, si è mangiato tutto, tutto: al punto che ora siede al gabinetto di governo, ma a parte curare i propri interessi non è che sappia troppo cosa farci. Da buon imprenditore, ha fiuto per le trappole e cerca di non impantanarcisi quando non è assolutamente necessario. Non avrebbe fatto la guerra al Terrore e non avrebbe mosso un dito per Eluana.
Ma poi ha chiamato Letta e ha detto che i Vescovi ci tengono tanto, e come fai a dir di no ai dei Vescovi, come fai a dir di no a Letta che a Palazzo Chigi è l’unico che ne capisca qualcosa? Gli avrà spiegato che quella è viva, che ha tutti gli organi a posto, anche l’utero? Anche anche! E quello si sarà commosso, alla maniera cialtrona di quelli che si commuovono alle feste comandate, convincendosi subito della prima sciocchezza che gli racconta l’amico (“Morirà di fame e di sete!”); avrà promesso mari e monti. Senza pensare neanche un momento alle sentenze già emesse e tutte le altre formalità che fanno la democrazia, perché questi sono dettagli a cui di solito pensa Letta, ma stavolta Letta era il postulante. E davanti alle telecamere avrà condito il tutto con una gaffes delle sue (“potrebbe fare figli!”), che pensi sempre che passeranno alla Storia e invece no, dopo un po’ ce la dimentichiamo; si direbbe che ormai la Storia è piena, non ne tiene più. Questo è il primo Berluscone, vi piace?

Sennò c’è il secondo.
Il secondo è un genio del male. Conosce gli italiani come le sue tasche, ma conoscerci (se ci riflettete bene) equivale a odiarci. Sin dagli anni Settanta ha scelto con estrema coerenza i suoi settori d’intervento: palazzine e onde tv, la carne e il sangue dell’Italo medio. Per farsi strada si è comprato un po’ di politici; quando questi hanno sbroccato ne ha rilevato frequenze e bacino di utenza e si è messo in politica in proprio, col deliberato proposito di umiliarci e distruggerci, di farci ripensare al fascismo come a un periodo di tolleranza e buongoverno. Certo, ha avuto pazienza. Mentre tutti lo accusavano di pensare solo alle leggi ad personam lui distruggeva la forma Partito dall’interno, trasformava il parlamento in una corale di gente inutile da lui convocata, si portava le modelle al Consiglio dei Ministri. Dopo tanti sforzi è quasi incredibile che abbiamo ancora giudici, che abbiamo ancora un Presidente della Repubblica: ma appunto, non è detto che duri. Di Eluana a questo Berluscone non è mai fregato nulla fino al momento in cui non ha potuto usarla, povera donna, come una selce scheggiata contro le istituzioni repubblicane: i vescovi gli hanno servito un’occasione al volo per chiamare assassino chi non controfirma i suoi decreti legge: prova di cinismo che lascia senza fiato. E non pago, ha voluto condire il tutto con uno di quei detti memorabili che sotto la superficie dello scandalo squarciano un velo sull’archetipo italiano: Eluana potrebbe ancora dar figli alla Patria! La gente lo ama per queste stronzate, lui lo sa. Questo è il secondo Berluscone.

E io non so decidermi. Non ditemi che forse è un mix fra i due. Non è possibile essere cialtroni e machiavellici insieme, una cosa esclude l’altra. Berlusconi deve essere per forza uno dei due: un cialtrone generoso o un’intelligenza diabolica. Ma quale. Non so scegliere.
Il peggio è che non so neanche dire chi dei due preferirei: vedo così poca intelligenza in giro che a volte penso che persino un po’ di quella diabolica sarebbe benvenuta. Se devo cadere in disgrazia con tutto il mio popolo, non è meglio che sia per l’azione di un genio del male, che per un surplus d’ignoranza?

repliche, vita e morte

Ite retro

Scritto mesi fa, ma giova ripetere:


Piccolo testamento

Il qui presente, nel pieno benché effimero possesso delle proprie dignitose facoltà mentali,
qualora un incidente o una patologia lo costringessero in un letto, assistito da costosi macchinari da cui dipenderebbe la sua vita, in uno stato d’incoscienza protratto per tre anni almeno,

chiede

– che non si dia risalto mediatico alla cosa: la gente nasce e muore tutti i giorni;
– che i politici restino a distanza: sarebbe un Paese migliore se le leggi non si facessero pensando sempre al caso particolare;
– che i cantanti facciano i cantanti, e gli opinionisti si tengano le loro opinioni: grazie, ho già le mie;
– che i preti facciano i preti – che pensino cioè a consolare vedove e orfani, e non a inventarsi bislacche etiche pro-life che, per quanto ho potuto appurare, dal Vangelo non risultano. E io il Vangelo un po’ l’ho letto. Comincia con un vecchio Santo che chiede di morire; prosegue con un uomo, figlio di Dio, che a un certo punto decide di morire. Proprio così: il padre gli lascia la libertà di scegliere, e lui decide. Quando un amico lo prende in disparte per dissuaderlo, lui gli risponde: Vade retro Satana. Non so se mi sono spiegato: Vade Retro Satana, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini

Pecco certo di superbia nel paragonare il mio piccolo sacrificio a quello del Figlio di Dio: lui doveva mondare tutti gli uomini dal peccato originale, io vorrei soltanto che i macchinari, il tempo, le risorse e l’affetto che si spendono sul mio caso disperato vengano rivolte ad altri malati, più bisognosi di affetto, risorse, tempo e macchinari. Ma la vita è un dono, l’unico che mi resta, e dei doni si dispone a piacimento. Capisco che dire di No a un dono possa essere interpretato come un segno di scortesia: il mio però più che un No è un Grazie, mi è piaciuto, ma in queste condizioni non mi va più, ne ho avuto abbastanza, datene piuttosto un po’ di più agli altri che ne hanno avuto meno.

– E quindi: che si stacchi la spina ai macchinari.
– Che si stacchi l’eventuale sondino che mi nutre. Qualora il dottore incaricato avesse difficoltà con la sua coscienza, chiuda gli occhi e faccia finta di toglierlo a Giovanni Paolo II.
– Che mi si somministri per favore qualche oppiaceo, nell’eventualità che pure nell’incoscienza io stia provando un po’ di dolore. Se non si può fa lo stesso, ma ho sempre pensato che prima di morire mi sarebbe piaciuto provare qualche sostanza da cui mi sono saggiamente tenuto lontano da giovane.

È tutto? Sì, direi che è tutto.
E se poi l’anno dopo si scopre la cura? Beh, mi stupirei del contrario. È la storia della mia vita, no?

coccodrilli, leggere, vita e morte

No

“La persona che ha una così detta «depressione psicotica» e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette «per sfiducia» o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme”


David Foster Wallace, Infinite Jest (ma l’ho ritrovato su Malvino).

Cristo, Giuliano Ferrara, preti parlanti, vita e morte

Ite retro

Piccolo testamento

Il qui presente, nel pieno benché effimero possesso delle proprie dignitose facoltà mentali,
qualora un incidente o una patologia lo costringessero in un letto, assistito da costosi macchinari da cui dipenderebbe la sua vita, in uno stato d’incoscienza protratto per tre anni almeno,

chiede

– che non si dia risalto mediatico alla cosa: la gente nasce e muore tutti i giorni;
– che i politici restino a distanza: sarebbe un Paese migliore se le leggi non si facessero pensando sempre al caso particolare;
– che gli opinionisti si tengano le loro opinioni: grazie, ho già le mie (in particolare, sarebbe carino da parte di Giuliano Ferrara lasciarmi morire in pace, visto che è una vita che mi affligge con opinioni non richieste);
– che i cantanti facciano i cantanti. O vogliono dire una preghiera? Va bene, ma in silenzio, non in prima pagina.
– che i preti facciano i preti – che pensino cioè a consolare vedove e orfani, e non a inventarsi bislacche etiche pro-life che, per quanto ho potuto appurare, dal Vangelo non risultano. E io il Vangelo un po’ l’ho letto, Santi Padri. Comincia con un vecchio Santo che chiede di morire; prosegue con un uomo, figlio di Dio, che a un certo punto decide di morire. Proprio così: il padre gli lascia la libertà di scegliere, e lui decide. Quando un amico lo prende in disparte per dissuaderlo, lui gli risponde: Vade retro Satana. Non so se mi sono spiegato: Vade Retro Satana, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini. Pecco certo di superbia nel paragonare il mio piccolo sacrificio a quello del Figlio di Dio: lui doveva mondare tutti gli uomini dal peccato originale, io vorrei soltanto che i macchinari, il tempo, le risorse e l’affetto che si spendono sul mio caso disperato vengano rivolte ad altri malati, più bisognosi di affetto, risorse, tempo e macchinari. Ma la vita è un dono, l’unico che mi resta, e dei doni si dispone a piacimento. Capisco che dire di No a un dono possa essere interpretato come un segno di scortesia: il mio però più che un No è un Grazie, mi è piaciuto, ma in queste condizioni non mi va più, ne ho avuto abbastanza, datene piuttosto un po’ di più agli altri che ne hanno avuto meno.

– E quindi: che si stacchi la spina ai macchinari.
– Che si stacchi l’eventuale sondino che mi nutre. Qualora il dottore incaricato avesse difficoltà con la sua coscienza, chiuda gli occhi e faccia finta di toglierlo a Giovanni Paolo II.
– Che mi si somministri per favore qualche oppiaceo, nell’eventualità che pure nell’incoscienza io stia provando un po’ di dolore. Se non si può fa lo stesso, ma ho sempre pensato che prima di morire mi sarebbe piaciuto provare qualche sostanza da cui mi sono saggiamente tenuto lontano da giovane.

È tutto? Sì, direi che è tutto.
E se poi l’anno dopo si scopre la cura? Beh, mi stupirei del contrario. È la storia della mia vita, no?

2025, vita e morte

?

L’eternità frattale

Caro Leonardo, è tutto chiaro adesso? Tu non sei reale. Non lo sei più da un pezzo. Sei in un meandro del tuo cervello. Il tuo cervello è pieno di meandri infiniti, in cui Achille può correre in eterno senza mai raggiungere l’orrida tartaruga della morte. Questo è il più grande passo dell’umanità: un passo né avanti né indietro, un passo che si arrotola su sé stesso all’infinito. E ci sono arrivati insieme Tom, Arnold, un sociopatico della Miskatonic, Albert Einstein e molti altri anonimi eroi. Il lavoro di gruppo, non c’è niente come il lavoro di gruppo. Il lavoro di gruppo rende l’uomo superiore a Dio, perché anche se è vero che Dio è onnipotente, d’altronde è Unico, non è in concorrenza con nessuno, molto spesso si annoia e non ha mai fatto un brainstorming, da solo si sentirebbe ridicolo.

Devo spiegarmi meglio? Mediante proiezioni virtuali noi ritardiamo il tempo, o se preferisci: acceleriamo la percezione del tempo. Più la acceleriamo, più tempo abbiamo a disposizione per nuove proiezioni virtuali che lo accelerino ancora di più. Nel giro di qualche anno avremo già vissuto dei secoli. Quando poi avremo secoli a disposizione per ogni minuto secondo, il tempo inizierà ad accelerare iperbolicamente. E non è previsto che si fermi mai, a meno che il tempo non sia composto di singoli atomi indivisibili di tempo. Ma se anche fosse, in una manciata di secondi avremo milioni di anni a disposizione per studiare il problema, vuoi che non troviamo una soluzione?

A questo punto ti chiederai: ma mentre noi ci avvitiamo in una serie infinita di PP, che ne sarà dei nostri corpi su U? Ecco, questo è un problema di cui abbiamo smesso di preoccuparci. È possibile che i nostri corpi continuino a pedalare per qualche decennio; non è improbabile che una carestia spinga i gialli a paracadutarsi sull’America e a mangiare i nostri corpi fritti. Tutto questo è sempre più lontano dal nostro orizzonte. Se la nostra eternità è da qui al tramonto, l’alba di domani è un problema non nostro.

Tutto questo renderà tra breve inutili le pedalate: difatti, quando in un giorno di U ne vivremo dieci o venti in PP(N), basterà qualche centrale nucleare su U a fornirci tutti i kilowatt virtuali di cui abbiamo bisogno in PP(N). Di lì a poco, basterà una duracell su U a scaldare focolari virtuali per millenni. Noi non pedaliamo più all’infinito senza una meta: noi pedaliamo verso la libertà!

È anche vero che pedaliamo su un’infinità di universi: lo richiede la logica frattale della nostra fuga. Ogni PP dev’essere infatti una copia più piccola, ma perfetta, del PP precedente. Per capirci: tuttora il tuo corpo sta pedalando su U. La tua mente, dopo avere per qualche tempo indugiato su PP1 credendo di essere la totalità di Leonardo, si è scissa a sua volta in due: una parte si è messa a pedalare su PP1, e un’altra parte si è ritrovata proiettata su PP2, dove credeva ancora di essere la totalità di Leonardo, mentre invece era solo un quarto. Ma anche il quarto di Leonardo su PP2 si è presto diviso in due: un ottavo è rimasto a pedalare, l’altro ottavo a sognare in PP3, dove si è scisso in sedicesimi, e via, e via. Attualmente c’è una parte di te che sta pedalando in PP1078. È una parte minuscola: un due-alla-millesettantottesima frazione di Leonardo – zero virgola parecchi zero, eppure: ti senti meno vivo del solito? No, questo è il bello.
Mi rendo conto che preferiresti essere la due-alla-millesettantottesima parte che vive ignara nella proiezione successiva, il PP1079. Voglio tranquillizzarti in questo senso: sto per mandarti appunto là, nel luogo da dove provieni. Nella città in cui credi di vivere, con le mogli che credi di aver sposato e i progetti a cui credi di lavorare. Tutte proiezioni – se ci fai caso – vagamente noiose e spiacevoli. E già. Un po’ di tedio e dispiacere è fondamentale per accelerare il PP. È il prezzo da pagare per vivere nell’eternità frattale.

Ti starai ora chiedendo chi sono io, e perché dovevo metterti al corrente di tutto questo.
Te lo chiedi?

2025, vita e morte

– ?

Teoria della Relatività con la Ragazza

Lascia ora (caro Leonardo) che ti introduca a uno dei più grandi benefattori dell’umanità: Albert Einstein.
Anche se nell’unità di tempo ha venduto meno magliette di Che Guevara, Albert ha senz’altro lasciato una più cospicua eredità ai posteri, e non parlo della bomba atomica. No, mi riferisco alle tre teorie della relatività: ristretta, generale, e con le ragazza.
La teoria ristretta (magari ne hai sentito parlare) mette spazio e tempo sullo stesso piano, e assume come costante la velocità della luce.
La teoria generale (questa l’hai sentita di sicuro) dice tra l’altro che energia e massa sono due modi di indicare la stessa cosa: in particolare, l’energia è uguale alla massa per la velocità della luce al quadrato. Ma la più conosciuta – e la più gravida di conseguenze – resta la teoria detta “con la ragazza”. Te la recito testualmente, come fu pubblicata sul “Journal of Exothermic Science and Technology”, Vol. 1, N° 9 – 1938:

Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività.

La teoria, come vedi, stabilisce che la piacevolezza di un’esperienza (P) e la sua durata (T) sono inversamente proporzionali: T=k/P, insomma, dove k è un valore costante che Albert non si prese la briga di calcolare. Non solo, ma siccome non scrisse mai questa banalissima equazione su una lavagna, per tutto il Secolo Breve gli scienziati pensarono che la Teoria Con la Ragazza fosse solo la boutade di un fisico esasperato di fronte all’ennesimo intervistatore che pretendeva di farsi spiegare in cinque minuti perché E=mc2.
I primi a prendere sul serio la Teoria con la Ragazza furono i fisici scritturati da Tom per trovare l’eternità definitiva – come ti dicevo, Tom non sopportava di dover cedere il suo scettro all’entropia, e accarezzava ormai l’idea di fermare il tempo una volta per tutte. Una parola.

L’idea di fermare il tempo (o comunque di rallentarlo molto) non era nuova. Ne aveva parlato per primo un fisico usastro, Freeman Dyson, addirittura nel 1979. Ma a quel tempo l’immortalità sembrava un problema lontano, e le ipotesi di Dyson non avevano avuto molto seguito. La teoria della relatività ristretta sembrava offrire un appiglio: essa sostiene che il tempo rallenta man mano che ci si avvicina alla velocità della luce. Già, peccato che anche la massa aumenti, proporzionalmente: fino a raggiungere il punto di vista della luce, per cui il tempo è uguale a zero (quindi è fermo? mah), e la massa è uguale a infinito.

“Lasciamo perdere”, disse a questo punto Tom. “Io voglio fermare il tempo, non prendere peso. Trovatemi un sistema per bloccarmi il tempo senza aumentarmi la massa”.

Che modi, eh? Già, ma ormai era abituato a ottenere tutto quello che chiedeva. E anche stavolta i fatti gli diedero ragione, la sera che un membro del comitato scientifico, in seguito a un mix sballato di alcaloidi e anfetamine, iniziò a riflettere sulla Teoria Con la Ragazza. E se Albert non avesse scherzato? Se la Teoria fosse verificabile sperimentalmente?
“Allora avremmo trovato un sistema per rallentare il tempo: rendendolo spiacevole”.
Un’ipotesi di questo tipo, lo capisci da te, non poteva andare a genio a Tom. Tanto più che se la teoria funzionava l’immortalità (T=infinito) sarebbe venuta a coincidere con la massima spiacevolezza (P=0). Un bel guaio. Però valeva la pena di lavorarci su.

Passò qualche mese di frenetica attività di laboratorio, finché alle teste d’uovo di Tom non sembrò di aver calcolato il valore della costante k – un valore molto alto, purtroppo. La percezione soggettiva del tempo poteva davvero rallentare, come aveva previsto Einstein: ma di poco (qualche minuto all’ora), e comunque il prezzo da pagare era una lunga serie di esperienze avvilenti e spiacevoli. A Tom sembrava di aver buttato via il suo tempo prezioso, coi pochi millenni che gli restavano ancora da vivere!

E poi ci fu un altro fantastico UdC, Uovo di Colombo. Qualcuno si accorse che le regole fisiche potevano essere eluse nell’ambiente inventato da Tom: il paradiso a pedali. Qui era possibile trasformare un semplice ‘rallentamento’ in uno stop definitivo del tempo, attraverso una fuga di proiezioni infinite. Cerco di spiegarmi.

Chiamo U l’universo in cui viviamo, dove le regole della fisica sono (più o meno) vere, e PP il paradiso a pedali inventato da Tom. Mettiamo che, con l’inserimento di esperienze spiacevoli e noiose, il tempo di PP inizi a rallentare di un minuto all’ora: sicché al termine di un giorno PP è indietro di 24 minuti rispetto a U. È molto poco. Ma è già qualcosa.

A questo punto io, che sono in PP, scopro che questo universo virtuale non mi soddisfa, e decido dunque di creare un nuovo universo virtuale all’interno di PP, con esperienze altrettanto spiacevoli e noiose (lo chiameremo PP2). Possiamo paragonare PP e PP2 a due tapis roulant che vanno alla stessa velocità: però, se un tapis è sopra all’altro, la persona che sta su PP2 va al doppio della velocità di quello che sta su PP. In realtà PP e PP2 non sono tapis roulant che vanno avanti nello spazio, ma universi virtuali che restano un po’ indietro nel tempo: PP (al termine della giornata) è 24 minuti indietro; PP2 è già 48 minuti indietro rispetto a U. Ma una volta che io mi sono ambientato in PP2, nulla mi proibisce di inventarmi al suo interno un PP3: e siamo a 72.

Ora mi chiederai: quanti universi posso creare, l’uno dentro l’altro? Beh, su questo i fisici divergono, ma sembra proprio che siano un insieme non finito di universi: il che significa, in altre parole, che il tempo si può graduamente rallentare fino a fermarlo del tutto… perlomeno, all’interno di una teoria infinita di universi virtuali. Che è più o meno dove siamo adesso – anche se mi rendo contro che la cosa può farti girare la testa.

Sì, hai capito bene: non siamo in U, ora, e nemmeno in PP o in PP2. Quelle che vedi pedalare non sono le tue gambe. Quelle le hai lasciate più di un migliaio di rivoluzioni fa. Ora siamo in PP1078 – un universo che è in ritardo di circa 18 giorni rispetto a U. C’è ancora molta strada da fare, come vedi.

2025, crisi energetica, sogni, vita e morte

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Il Paradiso non è un modello di sviluppo economicamente sostenibile

Bene, Leonardo
A questo punto stai iniziando a chiederti seriamente se è un sogno, il tuo, o non piuttosto un’allucinazione guidata, un’ipnosi, ecc.. T’interessa il mio parere?
È da un tempo indefinito che stai ascoltando le mia storia che, per quanto sconnessa, conserva una certa dose di consequenzialità. Questo tenderebbe a escludere i sogni, che non sono sequenziali. I sogni sono straordinarie divagazioni: se in un sogno inciampi in qualcosa d’interessante, improvvisamente l’obiettivo del sogno si sposta su questo oggetto. Non mi sembra che sia il nostro caso.
D’altro canto, se io stessi cercando di plagiarti, facendoti credere a qualcosa di non vero, sarei venuto probabilmente a te con una storia più semplice e credibile. Invece questa storia è molto complicata e vagamente surreale. Che senso ha cercare di circuire un individuo intelligente con una storia complicata? Nessun senso. (Ad esempio, perché proprio 19 piramidi? Perché non un bel numero tondo?)
Non ti resta che una terza possibilità: la storia che ti sto raccontando è autentica. È complicata ma in qualche modo consequenziale, proprio come la Realtà. Nessuna simulazione è altrettanto pasticciona della Realtà, come ben sai.
Considera questo: Tom, l’Anticristo, aveva centrato l’obiettivo a cui tendeva l’umanità da migliaia di anni (la felicità, l’immortalità, ecc.) per un puro accidente. Ci era inciampato mentre stava cercando di evitare una banale crisi economica e la conseguente Guerra Mondiale. Serendipità. E per qualche tempo, non si rese conto dell’effettiva portata della sua scoperta. Nemmeno quando si sentì chiedere da molti personaggi potenti di tutto il mondo, nei circoli in cui le informazioni filtrano, ehi, senti, perché non ci porti con te nel tuo Paradiso?
“Ma non è il Paradiso. È solo una pietosa menzogna”.
“La vita è una menzogna. La tua, almeno, è pietosa”.
“Ma non è vita la mia, è solo un sogno”.
“La vita è sogno”.
“Oggi non riesco proprio a spiegarmi. Voglio dire, non è un Paradiso. È solo una buona simulazione. Abbiamo preso lo staff di The Sims, gli abbiamo dato tutti i terabyte che gli servivano e…”
“Tom, Tom, tutta la vita è una simulazione. Ma tu solo ci prometti una buona simulazione”.
“Beh”.
“Solo tu hai il Codice Sorgente di vita eterna”.

Il successo della sua invenzione impensieriva Tom. 144.000 persone in animazione sospesa da qui all’eternità sono già un bel po’ di Kilowatt; ma se la voce iniziava a spargersi e la gente si metteva in fila per andare in coma, dove l’avrebbe trovata, l’energia? Ne parlò col Presidente.
“Arnold, sono molto in pensiero”.
“Problemi di budget?”
“Alla grande. E soprattutto: questa cosa è potenzialmente eterna. Non rientrerò mai nei costi”.
“Perché non metti l’accesso a pagamento? La gente ha sempre pagato per salvarsi l’anima. Nella mia vecchia Europa, sai, nel Medioevo…”
“Arnold, io non metto in dubbio la tua cultura e la tua conoscenza, ma le mie teste d’uovo mi hanno già avvertito che il modello ticket-per-eternità non può funzionare. Per quanto sia alto il ticket, l’utente lo paga una volta sola. E poi io devo mantenerlo nei secoli dei secoli. Dopo un paio di millenni vado in rosso. È matematico”.
“Ma se reinvesti i fondi con un tasso d’interesse…”
“Ma cosa sono i fondi davanti ai millenni? Tra l’altro, se la voce inizia a spargersi davvero tutti vorranno entrare, l’economia occidentale andrà a rotoli e i titoli di borsa saranno carta straccia”.
“Vuoi dire che tutti preferirebbero vivere in una simulazione, piuttosto che nella Realtà?”
“Pare proprio di sì. Ho fatto dei sondaggi”.
“Ma come. La vita è così bella”.
“Arnold, tu sei Presidente degli USA, ex campione del mondo di culturismo, hai recitato a Hollywood e intrattenuto relazioni sessuali con centinaia di partner. Ti sei fatto anche tutto l’umanamente fattibile. Può darsi che la tua esperienza di vita non sia quella dell’umano medio”.
“Dici?”
“E comunq stai perdendo i capelli anche tu, non credere”.
“Sì, già, beh, sai che ti dico? Ti aiuterò, Tom. Il tuo progetto tutto sommato mi piace. Mi fa risparmiare un sacco, sai?”
“Risparmiare?”
“Ha ha, sì, non lo avevi capito? Tu spendi, ma io risparmio. Hai fatto piazza pulita di 144.000 consumatori, e sai cos’è successo?”
“Hai perso forza lavoro”.
“Macché, erano lavori inutili. Ho risparmiato energia. Non usano più il frigo, il PC, il microonde. Non vanno più a prendere i bambini a scuola con la 4×4. Niente più riscaldamento d’inverno e condizionamento d’estate. Tutto quello che gli serve è…”
“Una flebo di alimenti e una nicchia calda nei sotterranei del Mars Project, New Mexico”.
“E non si riproducono più, non creano ulteriori consumatori. Perciò, se altri miei cittadini venissero da te, a chiederti il Codice Sorgente di vita eterna, tu non preoccuparti della spesa, Tom. Anzi, sai che ti dico. Di’ agli ingegneri di preparare qualche nicchia in più, cento o duecento milioni. È l’occasione per trasformarci finalm in una nazione economa e virtuosa”.
“Arnold, hai intenzione di dare la vita eterna a tutti i cittadini americani?”
“Perché no? Io sono democratico, dopotutto. E comporterebbe un taglio alla spesa pubblica, quindi…”
“Ma ci vorrà pure qualcuno al piano terra, a produrre alimenti ed energia!”
“Non lo possono fare le macchine?”
“No, non sono abbastanza affidabili! E se s’inceppano? E se si ribellano?”
“Ha ha ha, Tom, sai una cosa? Sei sempre uno spasso. Le macchine che si ribellano, roba da matti. Hai visto troppi film, amico”.
“Certo che ho visto troppi film. Ho visto anche i tuoi. E tu hai visto i miei. Siamo di Hollywood, i film erano il nostro mestiere! Com’è che dei guitti come noi si ritrovano affibbiato il destino dell’uomo?”
“Bella domanda. Non lo so. Forse è uno stadio dell’evoluzione”.
“Tu credi all’evoluzione?”
“Sì, perché?”
“Ma ti sei visto in faccia?”

2025, religioni, universiade, vita e morte

– 2025

Come sapete

Caro Leonardo,

ogni docente ha il suo intercalare preferito, che sarà senza dubbio rivelatore di qlcosa. Chi dice “è vero” ogni tre frasi ha paura di mentire (o di farsi scoprire?); chi dice: “se non vi dispiace” ha un gran bisogno di piacere a qlcuno.
Io credo di aver capito ql è il mio intercalare: “Come sapete”. Simpatico modo di esorcizzare il fatto che i miei studenti non sanno un c.

“Come sapete, questo trimestre è dedicato a una delle opere di narrativa scritta più importanti del secolo scorso, Left Behind di Tim LaHaye e Jerry B. Jenkins. Solo di recente l’opera è entrata nei programmi didattici del Teopop, in parte a causa del lungo periodo di ostilità tra il nostro Sistema e gli usastri. Perdurava inoltre la secolare, cattiva abitudine di studiare soltanto le opere narrative lette e divulgate dalle élites culturali, con qualche concessione ai generi che le élites stesse amavano consumare nel dopocena divertimento: il pulp, la space opera di Lucas… Oggi il nostro approccio è molto cambiato, come sapete”.

(Due sbadigliano, uno già dorme. La coppia sul fondo è interdetta, pensava che si proiettasse un video. Adesso non sanno se uscire o limonarmi davanti).

“Oggi, dopo le varie rivoluzioni perlopiù religiose che hanno profondam mutato le società sulle due sponde dell’atlantico, il ruolo di qste famose élites è stato molto ridimensionato, e gli studiosi preferiscono occuparsi delle opere che hanno maggiorm segnato l’immaginario popolare: il codice Da Vinci, la profezia di Celestino, l’Alchimista, eccetera. E Left Behind ovviam. Non per il loro intrinseco valore letterario (che in certi casi, come il nostro, è irrisorio), ma per l’importanza che hanno avuto nel modificare il comportamento di vaste moltitudini di persone. Un libro può essere bello o no: ma quando riesce a riformare una religione, provocare una rivoluzione e svariate guerre, è senza dubbio importante, e meritevole di essere studiato. Siete d’accordo?”

Silenzio-assenso. “Left Behind descrive – e in parte provoca – il radicale mutam religioso della fede protestante usastra a cavallo tra i sec. XX e XXI. Sapete come in quel periodo molte vecchie comunità protestanti chiudano i battenti, sostituite da chiese di concezione nuova. Ora, se voi due in fondo mi date una mano ad abbassare le tende, proietterò il mio visore a pag. 104:

Per anni aveva sopportato la chiesa. Ne frequentavano una che chiedeva poco e offriva molto. Avevano allacciato diverse amicizie; avevano trovato il loro medico, il loro dentista, il loro assicuratore e persino avuto accesso al circolo sportivo grazie a quella chiesa. Rayford era riverito, presentato con orgoglio come il comandante di un 747 ai neofiti e agli ospiti; aveva prestato persino servizio nel consigli pastorale per diversi anni.

Ecco, direi che qui si descrive in sintesi il senso di un’appartenenza religiosa di fine secolo. La parrocchia come mini-lobby: in una società che sta smantellando il welfare, la Chiesa consente ai nuovi arrivati in un quartiere di inserirsi in un proficuo circuito di conoscenze e di scambio dei saperi. Una chiesa di qsto tipo “chiede poco e offre molto”: non in termini di vita ultraterrena, ma di benessere quotidiano. A un certo punto, però qsto modello entra in crisi ed è soppiantato da qlcosa di nuovo, che all’inizio è solo “una stazione radio”.

Dopo la scoperta della stazione radio cristiana e di ciò che definiva “la vera predicazione, la vera dottrina, Irene si era definitivam disillusa nei riguardi della loro chiesa e aveva preso a cercarne un’altra. Rayford allora aveva colto l’opportunità per abbandonare del tutto le sue frequentazioni, assicurando la moglie che quando lei avrebbe trovaro una nuova chiesa che davvero le piacesse, lui l’avrebbe seguita. Irene ne trovò una e Rayford occasionalm si provò a seguirla; ma prendevano le cose troppo alla lettera da qlle parti, scendevano troppo sul piano personale; il che era troppo gravoso per lui. Non era riverito, aveva come la sensazione d’essere parte di un progetto e quindi prese a tenersene più o meno alla larga.

Si tratta evidentem di una chiesa born again. La prima reazione di Ray è tipica: alla larga, quelli fanno sul serio. Dopo qualche tempo inizia a temere per le “manie religiose” della moglie. Pag. 9:

La più grande paura di Rayford era che le manie religiose di Irene non si sarebbero dissolte nel nulla come il suo entusiasmo di venditrice porta a porta per la Amway o di propagandista per la Tupperware, e come la sua passione per la ginnastica aerobica. Se l’immaginava tutta intenta a suonare campanelli e a chiedere alla gente se poteva leggere un paio di versetti.

Amway, tupperware, aerobica: il triangolo usastro delle Casalinghe. È questo il primitivo brodo di coltura delle chiese Born Again. Il libro insiste su qsto punto: è la Casalinga che deve pregare per il Marito, e tentare di evangelizzarlo. Anche se c’è il concreto rischio di allontanarlo da sé, come succede nel caso di Ray. Domande?

“Che vuol dire born again?”
“Significa «rinati». Per i born again occorre rinascere alla fede, buttar via la vecchia religione e rinascere alla nuova. Non a caso in qsto periodo viene esaltato il bambino appena nato, come individuo perfetto perché senza peccato”.
“E il peccato originale?”
“Non è più così importante. Tanto che, come sapete, si arriva all’esaltazione del super-bambino: l’embrione, il feto. Sono senza dubbio meritevoli della vita eterna. Durante la Rapture spariscono bambini appena nati, come a pag. 41:

La CNN ritrasmise il video al ralenti mostrando il ventre ingrossato della donna che diventava quasi piatto, come se avesse partorito in quello stesso istante. […] La sequenza si bloccà nel momento in cui il ventre della donna si afflosciava. «Il camice dell’infermiera sembra ancora gonfio, come se lo indossasse una persona invisibile. È sparita! Lì, lo vedete?

“Altre domande?”
“Cos’è Amway?”

2025, Berlusconi, Teopop, vita e morte

– 2025

Nei secoli dei secoli

Caro Leonardo,
Bella giornata. Festa nazionale. Il tempo promette bene, e Supernet comunq trasmetterà tutto il giorno la diretta da San Pietro, così tanto vale farsi un giro al mare. Ripasserò a San Lazzaro a vedere se ci sono novità.
Nel frattempo, Il Papa cappellone benedirà i compagni e i fratelli, invocherà sui libici qualche flagello biblico, incoronerà il Gran Camerlengo, e poi rievocherà il giorno della sua investitura. Diciotto aprile 2012: il Grande Scisma.
È una cosa che tuttora mi fa pensare. Voglio dire, io non ho ancora capito in tutta la faccenda chi avesse torto o chi no. Ci ho ragionato da laico, poi mi sono convertito e ci ho ragionato da convertito, e ancora non mi sono deciso. Insomma, quel povero Papa è in visita apostolica in Sudamerica, quando rimane fulminato da un ictus, lo attaccano a un macchinario di una clinica privata, e non si rialza più. Encefalogramma piatto, ma di staccare la spina a un Papa, non se ne parla, vorrei anche vedere. Giornalisti di tutto il mondo si precipitano in loco, in attesa del Decesso dell’Anno. Ma passa un anno, passa un anno e mezzo, e il Papa è ancora là. Non muore. Lentamente le redazioni di tutto il mondo richiamano alle basi coccodrilli e avvoltoi. Per ultimo rimane un oscuro vaticanista del Resto del Carlino, che la sera prima di ripartire offre un negroni a un componente dello staff medico della clinica. Si vede che li fanno molto forti, i negroni, a Buenos Aires, perché una settimana dopo i giornali italiani escono tutti con lo stesso titolo: IL PAPA È IMMORTALE. Non che ci fossero molti altri modi di dirlo.

Sotto il titolo, i cronisti spiegavano come negli ultimi anni i progressi della medicina nel campo della conservazione della vita avessero raggiunto il limite dell’Immortalità. Ma l’Immortalità della medicina occidentale presentava ancora due enormi limiti: era molto costosa (gli organi vanno sostituiti periodicam con altri freschi), e praticabile soltanto su soggetti in coma profondo. Ciò non aveva impedito alle cliniche più prestigiose del mondo di attrezzarsi per accogliere pazienti ricchi in coma eterno, e proprio in una di queste era stato soccorso il Papa.
Naturalm, nessuno è tanto ricco da potersi permettere di trapiantarsi organi in eterno… nessuno, salvo appunto un’Istituzione millenaria come la Chiesa, forte dei contributi di un miliardo di fedeli. E certo, non tutti sarebbero stati d’accordo a versare parte delle loro offerte nel sostentamento di un uomo in coma profondo da qui all’eternità: alcuni, anzi, avrebbero trovato l’idea perfino blasfema: ma l’unica alternativa possibile era staccare la spina, cioè un omicidio, e questo i cattolici non lo possono fare.
Poi si capisce, “Immortale” è solo un bel titolo per i quotidiani, ma nulla è veram immortale a lungo termine: prima o poi il genere umano si sarebbe evoluto o estinto, oppure l’impatto di un meteorite avrebbe posto fine alla vita sulla Terra; al limite, in capo ad alcuni miliardi di anni, il Sole avrebbe collassato. A quel punto anche il Papa sarebbe salito alla casa del Padre: ma i Cardinali non avevano tutta qsta pazienza. La Chiesa aveva bisogno di un capo, uno che nominasse Santi e prelati, benedisse i fedeli urbi et orbi e facesse tutte qlle cose che fanno i Papi, quando il loro encefalogramma è ok. Allo stesso tempo, nessuno di loro poteva assumersi la responsabilità di staccare la spina. L’unico che forse aveva l’autorità morale per risolvere il diabolico dilemma era appunto immerso in un coma profondo e potenzialm eterno.
Ufficialm, la Curia continuò ad aspettare un miracolo per altri sei mesi: in realtà oltretevere i Cardinali stavano venendo ai ferri corti, e in certi casi anche alle mani. Immaginarsi la frustrazione dei porporati che da mesi attendevano di chiudersi a conclave e avevano scoperto improvvisam che conclavi non ce ne sarebbero mai stati, mai più. A un certo punto sembrò prevalere il partito dei vicaristi, secondo i quali non c’era niente di male nel nominare almeno un vicario del vicario di Cristo. Ma dal Sudamerica i Vescovi del primo continente cattolico fecero sapere che il loro unico e vero Vicario restava a Buenos Aires, dove evidentem la Divina Provvidenza aveva voluto trasferirlo per i secoli dei secoli, amen. E fu il primo Scisma, qllo atlantico. Poi ci fu una lunga contesa tra polacchi e nigeriani, sulla nomina del Vice-Papa, finché i Cardinali esausti decisero che potevano benissimo nominarne due. Ma a quel punto ormai la Curia era screditata. A quel punto entrò in scena il Teopop.
Il Teopop, in quel momento, era una miscela troppo omogenea di due movimenti (i teocon e l’indiepop) ancora fortem distinti tra loro, malgrado i tanti trimoni misti incentivati dal governo. Nello specifico, i Teocon pensavano che servisse un Vice-Papa forte, mentre i secondi accarezzavano subdolam l’idea di un Vice-Papa ridicolo. Eppure, anche in qsto caso, riuscirono a trovare il candidato ideale per entrambi.

A quel tempo il futuro pontefice del Teopop viveva in un esilio dorato nel suo monastero privato in Sardegna, dove si era ritirato dopo aver preso i voti, novello Carlo V, in segno di disprezzo per la classe politica che l’aveva spremuto come un limone e sbattuto via come la buccia. Ma aveva ancora una sua popolarità, e c’era sempre il rischio che tornasse, nei panni di Berlusconi III, l’angelo sterminatore. Molto meglio confinarlo nei giardini Vaticani, opportunam pattugliati da un robusto cordone di guardie e infermieri svizzeri. Solo Defarge era contrario. “E se va in coma pure lui, Dio non volesse, che succede? Ce lo teniamo nei secula seculorum?” Col senno del poi si trattò di un’incredibile sottovalutazione. La maggior parte di noi lo considerava un vecchietto megalomane e bollito, e si spellò le mani quel diciotto aprile del 2012 in cui si affacciò dal sacro cornicione:

“Fratelli, compagni, ricordate chi vi disse Se Sbaglio Correggetemi. Beh, vi dico subito che con me il problema non si pone, perché fratelli, ditelo, diciamocelo: quando mai ho sbagliato, io? Quando? Eh? E allora complimenti a voi, ma soprattutto allo Spirito Santo, che per una volta ne ha fatta una buona, nominando una persona che era Infallibile già da prima. E viva il Teopop!”
“Viva il Teopop!”
Io dirigevo il traffico.

2025, Pasque, vita e morte

– 2025

2 Pasque (il pezzo vecchio stile)

Caro Leonardo,

Ho preso le ferie arretrate, ho preso le anticipate, ho preso anche un po’ di quelle di Assunta, ma prima o poi dovevo tornare anche al Progetto Duemila.
“Ciao Loreto
“Toh, a volte ritorna”.
“Come andiamo con l’Abate?”
“Andiamo di merda. Odio la quaresima. Niente primi piani femminili per 40 giorni”.
“Addirittura?”
“Direttive dall’alto. Hanno scoperto che vent’anni fa le donne in tv erano tutte troppo scollacciate”.
“Ma dai “.
“Siccome però la direttiva non era del tutto chiara, per sicurezza Pioquinto ha proposto di toglierle tutte. Stop. Da 40 giorni in qua la storia la fanno solo gli uomini. A parte l’usastra immortale”.
“Chi?”
“Una per niente scollacciata. Un’usastra in coma, un caso di bio-etica di vent’anni fa. Mai sentito parlare?”
“Forse sì. E perché l’avete tirata fuori?”
“Perché, perché, perché. Perché non c’è venuto in mente niente. Tu non c’eri e avevamo finito i ricordi. Sai cosa penso del 2005, collega Immacolato?”
“Dimmi, collega Loreto”.
“Che è stato un anno inutile e insulso, non succedeva niente che valesse la pena. L’altro giorno abbiamo fatto il servizio d’apertura su una bimba rapita dagli zingari. E un cane che mordeva la padrona”.
“Non so che dirti”
“Ma mica ti devi scusare, non è colpa tua se hai vissuto anni insulsi”.
“In effetti non erano un granché, c’era la guerra…”
“…come sempre”
“…e una campagna elettorale”.
“Come sempre. Senti, Abate mi ha detto di chiederti un pezzo vecchio stile”..
“Che vuol dire vecchio stile”.
“E che ne so. M’ha detto: appena lo vedi, qllo, chiedigli un pezzo vecchio stile per la Settimana Santa’”
“Settimana Santa? Siamo in Settimana Santa?”
“Sì, collega miscredente. Lunedì, a Dio piacendo, ci ributtiamo sulle donne. È da un mese che sto lavorando a un montaggio di spot telefonici. Taglio tutti i cellulari e lascio la gnocca. Voglio proprio vedere se…”
“Ciao Loreto”.

Pasqua è una strana festa, ondivaga, che da sempre ci coglie di sorpresa. Difficile da vivere e difficile da interpretare. Se il Natale è la celebrazione puntuale della Nascita, la Pasqua celebra qualcosa di più ambiguo e inafferrabile: vita e morte, resurrezione e mortalità. Sta ai fedeli decidere quale aspetto celebrare. E se mettessimo in fila le Pasque degli ultimi venti, trent’anni, scopriremmo che la vita e la morte si è alternata nelle nostre celebrazioni, puntuale come un pendolo.
Così, non c’è dubbio che la Pasqua 2004 celebrasse la Morte: in piena Grande Guerra Mediorientale, a un mese dall’attentato di Madrid, compariva nei cinematografi del Bel Paese la Passione di Mel Gibson: i supplizi di Nostro Signore diventavano spettacolo cruento, a cui assistere con occhi sbarrati, per dare prova di zelo nella fede. La prova generale in attesa delle videodecapitazioni mediorientali che avrebbero inondato i palinsesti tv nell’autunno successivo. Il buon cristiano del 2004 è l’uomo che contempla i sacrifici, senza staccare l’occhio, e si rende testimone dell’orrore. Ma già verso la fine dell’anno il modello comincia a dare i primi segni di stanchezza. Il più grande spettacolo del 2004 è il maremoto dell’Oceano Indiano: un supplizio immenso di cui l’uomo, per quanto si sforzi, non riesce a trovarsi colpevole. Il 2005 nasce su una nota diversa.

È l’anno della vita. I media insistono sulle malattie del Pontefice, sottolineano l’aspetto eroico della sua caparbia sopravivenza. L’accanimento terapeutico autoinflitto al corpo di Giovanni Paolo II è un segno del consolidarsi della nuova alleanza tra Scienza e Fede. La morente civiltà dello spettacolo reagisce producendo pellicole inneggianti all’eutanasia, premiate dalle giurie internazionali, che destano l’ira dei nuovi credenti. Nel Bel Paese il dibattito sull’embrione, rimasto in sordina negli anni precedenti, scoppia in occasione del referendum. E a Pasqua, sui media di tutto il mondo, tiene banco il caso giudiziario di una cittadina usastra in coma, a cui il marito vorrebbe interrompere l’alimentazione. Il buon cristiano del 2005 è uno zelante difensore del diritto alla vita: un uomo che si sarebbe rifiutato di spezzare le gambe ai ladroni crocefissi (Giovanni 19,31).
C’è contraddizione? Assolutamente no. C’è solo una sensibile oscillazione. Contemplazione della morte e lotta per la vita sono due aspetti complementari della nuova fede cristiana che prende forma nella prima decade del nuovo millennio. Un Cristianesimo rinnovato, adeguato alle innovazioni tecniche che stanno rendendo la vita sempre più lunga e dolorosa. Terri Schiavo, come Nick Berg, come il Gesù di Gibson, è l’agnello che deve soffrire ogni suo ultimo respiro, ogni stilla del suo sangue, ogni vertebra spezzata del suo corpo, perché così ha deciso lo spettatore credente.

Ironicam, in quello stesso marzo 2005 in una valle tibetana il Gruppo Fiume Perpetuo maturava le prime formulazioni che avrebbero portato anni dopo al brevetto dell’Immortalità: un’invenzione che, pur prevedibile, avrebbe messo in crisi i movimenti di lotta per la vita d’ispirazione cristiana.

“E qsto sarebbe il pezzo vecchio stile “.
“Sì, Loreto mi ha detto che toccava me”.
“E bravo il piccolo scaricabarile”.
“Non è un problema. Qsta roba mi viene facile, lo sai”.
“Lo so, lo so. Infatti non è male. Vita, morte, Mel Gibson, Terri Schiavo, i tibetani… Ma come ti vengono certe idee?”
“È un periodo un po’ così, sai, mi capita di pensare alla vita, alla morte, al fatto che invecchio e…”
“Sì, sì, ho capito. È il cambio di stagione. Comunq adesso fammi una cosa”.
“Ehi, cosa fai col foglio?”
“Lo sto strappando, vedi. Così puoi andare a scriverne un altro sui successi delle squadre italiane in Champions League, contro i decadenti bizantini “.
“Che squadre?”
“Juve, Milan, Inter”.
“Ancora?”
“Cosa vuoi farci. Era il 2005”:
“Che anno insulso”.
“Vabbè, non è mica colpa nostra”.
No?