25. In silenzio soffro i danni del tempo

[Questa è la Gara delle canzoni di Battiato, oggi con un mostro sacro e tre contendenti molto più insidiosi di quanto può sembrare].

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1969: Occhi d’or (testo di Paolo Farnetti; musica di Federico Mompellio e Giorgio Logiri, #252)

Laggiù, tra deserti d’or, ho lasciato il cuor. La canzone più folle del Battiato anni ’60 – l’unica che lascia presagire le follie dei decenni successivi. Per contro, nulla di quanto aveva fatto fino a quel momento poteva preparare l’incauto ascoltatore a Occhi d’or, infida già dal titolo – chi sospetterebbe mai voltando il 45 giri di una canzoncina orecchiabile come Bella ragazza di incappare sul lato B in una deriva psichedelica del genere, un kolossal in technicolor? È incredibile pensare che Battiato non ne abbia scritto né testo né musica – ma per metterci la faccia e la voce ci voleva comunque un certo coraggio. A questo punto della sua traiettoria, FB è un cantante di medio successo (unicamente grazie al singolo È l’amore) ma soprattutto un onesto artigiano della canzonetta: le scrive, riesce a piazzarle anche all’estero (Bella ragazza avrà una traduzione in inglese, in francese e fiammingo), collabora con Gaber, Maurizio Arcieri, Daniela Ghibli. È il momento in cui forse puoi cominciare ad allargarti un po’, a mostrare quello che saresti in grado di fare se non fossi incatenato al formato dei tre minuti. Questo tipo di sperimentazioni erano ammesse soltanto sui lati B, e in Occhi d’or Battiato e il compare Logiri sembrano voler condensare in un solo lato B decine di esperimenti. C’è una varietà di strumenti mai sentita prima (un gong?), un orientalismo che è ancora posticcio ma col senno di poi sappiamo quanto sia anticipatore; il coraggio già progressive di cambiare completamente ritmo a due minuti dall’inizio; e poi, due minuti dopo, cambiare tutto di nuovo con una coda che è copiata di pacca da Hey Jude. Che viaggio. 

1988: E ti vengo a cercare (#5)

“A Battia’, te vole er Papa” (il funzionario EMI). 

E ti vengo a cercare è il brano che ha messo d’accordo Giovanni Lindo Ferretti e Karol Wojtyla (che poi avrebbero scoperto tante altre affinità). Non so se mi sono spiegato: è il brano di Battiato che fu scelto dal rappresentante di un movimento oscurantista che cercava affannosamente un rilancio, una credibilità pop: e inoltre piaceva anche a Wojtyla, che convocò Battiato e orchestra per un concerto in Sala Nervi. Ben 12 anni prima del Giubileo, di Dylan e di Bocelli, Battiato forse fu il primo cantante a suonare per il Santo Padre e a trarne un’incredibile impressione (“le mie parole della canzone dedicata a Dio acquistarono una dimensione nuova, inaspettata… Fu come uno squarcio del cielo”). 

La fondamentale tripartizione descritta da Alberto Arbasino nella traiettoria degli italiani contemporanei illustri (brillante promessa / solito stronzo / venerato maestro) andrebbe applicata con molta parsimonia: anche nel caso di Battiato, che pure sembra così esemplare. Battiato era stato una promessa davvero brillante, almeno coi suoi primi dischi alla Ricordi: poi si era eclissato in un universo sonoro completamente alieno e ne era riemerso intorno al 1980, come un Solito Stronzo determinato a spremere le tasche di tutti i consumatori di dischi. Portava occhiali scuri, cantava di magici orienti e fini del mondo e non c’era da credere a una parola. Questo secondo periodo si trascina almeno fino al 1985, quando Battiato mette in giro la voce che vuole concentrarsi sulla musica colta. Come un eremita che rinuncia a sé. Non è vero, non riesce a concentrarsi, la sua Genesi la scrive ma un rapimento mistico e sensuale lo riporta a comporre canzonette e ad arrangiarle come si conviene perché si sentano in radio. A un certo punto decide di accettarsi per quello che è, un autore di canzonette seppur di prestigio, ed è la mutazione finale: sin dal primo ascolto di Fisiognomica, è chiaro a tutti che Battiato ha buttato via gli occhiali scuri e ci guarda negli occhi, ci parla col suo cuore, delle cose che gli premono: è diventato un Maestro, e la venerazione può cominciare. È andata così? Meglio diffidare. In fondo erano ancora gli anni Ottanta. Si può smettere di essere stronzi in così poco tempo? E se Ti vengo a cercare fosse invece il capolavoro di uno straordinario paraculo, un tizio che senza neanche credere in Gesù Cristo riesce a imbucarsi con un pezzo pop in Sala Nervi? E in un disco dei CSI? E in Palombella rossa?

Lui stesso in seguito ha ammesso che si trattava di una canzone “volutamente ambigua”, dove la tensione religiosa è descritta con parole che possono adattarsi anche a un amore più profano. Del resto “per chi ama sono divini anche una donna e un uomo, a seconda dei casi”. Questo magari avrebbe funzionato con molti acquirenti: ma per conquistare un Wojtyla ci voleva qualcosa di più, e quel qualcosa è la citazione finale dalla Passione secondo Giovanni di Bach – sono passati appena tre anni da quando Battiato profanava Mozart e Beethoven a scopo divertimento: se adesso cita ‘seriamente’ Bach, dobbiamo crederci? Non è la profanazione definitiva, ben più sottile e subdola: usare Bach per travestirsi da prete? Persino il videoclip ribadiva il concetto, fermando la camera proprio davanti all’ingresso di una chiesa: E ti vengo a cercare nel 1988 poteva benissimo essere presa per la storia di una conversione al cristianesimo che col senno del poi non c’è mai stata, Battiato probabilmente l’aveva scritta pensando al solito Gurdjieff o qualche altro maestro sufi o vattelapesca, ma voleva venderla ai cattolici, ed è riuscito a infinocchiarne il capo, altro che Venerato Maestro, questo è ancora lo Stronzo, e Ti vengo a cercare è il suo capolavoro. Anche perché non è riuscito a piazzarla solo in Vaticano, ma perfino nel film di Nanni Moretti, ovvero nella coscienza di tutto il ceto-medio-boomer-riflessivo-di-sinistra che negli anni a venire gli avrebbe comprato più dischi dei cattolici. Anche se per farlo serviva una strategia completamente diversa: ebbene FB la scoprì in quell’occasione, forse fortuitamente, alludendo a non meglio precisati “parassiti senza dignità” che lo spingevano solo “a essere migliore con più volontà”, il manifesto dell’antiberlusconismo quando Berlusconi era ancora un simpatico proprietario di canali tv. Sullo scorcio del decennio che l’aveva incoronato profeta postmoderno, Battiato fiuta l’aria e molto prima di chiunque altro capisce che davvero stavolta non è più tempo di scherzare, la gente non vuole più ironie ma preghiere, vuole essere migliore, vuole maestri: e lui è già pronto. Con una canzone sola mette d’accordo Moretti, Ferretti e Wojtyla, davvero tutti, chi mancava? (io, per esempio, ma è un dettaglio). 

2004: Le aquile non volano a stormi (testo di Manlio Sgalambro, musica di Yashima Kinimori, #133) 

Salta su un cavallo alato prima che l’incostanza offuschi lo splendore. L’ascoltatore che avesse appena giudicato Le aquile non volano a stormi come una delle canzoni più orecchiabili di Dieci stratagemmi potrebbe rimanere deluso scoprendo che qui Battiato si è limitato a cantare il testo di Sgalambro su un brano di un duo giapponese di world music, gli Yoshida Kyōdai (吉田兄弟, conosciuti in occidente come Yoshida Brothers). Ma è proprio ascoltando il brano originale che risalta l’abilità di Battiato nel manipolarlo – son tutti bravi a remixare pezzi techno e persino rock, ma qui ha veramente preso un brano da BuddaBar, lo ha campionato, ci ha messo la drum machine e persino la chitarra elettrica, insomma lo ha stravolto e allo stesso tempo è riuscito a portarne alla luce l’ossatura sacra sotto tutta la patina new age. E se non è stato Battiato, bravo Pinaxa, bravi tutti. Il match lo vincerà E ti vengo a cercare, ma io oggi il mio voto lo do alle Aquile non votano a stormi, perché mi sento un po’ aquila anch’io evidentemente. Certo, mi dispiace un po’ per la pazza Occhi d’or, e forse persino per… 

2008: Et maintenant (musica di Gilbert Bécaud, testo di Pierre Delanoë, #124) 

Toutes ces nuits, pour quoi, pour qui? In teoria il principio di Fleurs2 è lo stesso del primo volume, di quasi dieci anni prima: prendere una canzone, anche molto importante, e spogliarla degli elementi più contingenti, per trovarne l’anima immortale. E però forse non funziona con tutte le canzoni. In particolare non sembra funzionare con canzoni che Battiato magari ama molto, ma che non ha vissuto in prima persona. È il caso di Il avait 18 ans: se la canta Dalida, sta confessando di avere avuto una storia con un ragazzo che aveva la metà dei suoi anni; se la canta Battiato… non sta confessando niente in particolare. Da questo punto di vista Et maintenant dovrebbe scorrere più liscia: è una canzone che parla di come ci si sente quando si è stati lasciati – chi non è stato mai lasciato una volta nella vita? E dunque Battiato decide che il bolero ha fatto il suo tempo; che il crescendo furioso dell’originale non gli interessa, che Et maintenant può dire quello che ha da dire anche in punta di piedi, fino alla fine. Il che forse risponde alla nostra domanda: ecco chi non è mai stato lasciato una volta nella vita, ecco chi è che non si è mai visto davanti a un abisso di disperazione appena spalancato senza possibilità di aggirarlo: Franco Battiato, ecco chi. E hai fatto anche bene, guarda: hai risparmiato un sacco di tempo e di lacrime e sangue, il che ti ha consentito di scrivere e cantare tante canzoni in più, ma forse Et maintenant la dovevi lasciar stare. Non parla di te. Ci può pure essere una canzone al mondo che non parla di te, no? Tu hai un sacco di cose di cui parlare, i sufi, l’universo, la respirazione, davvero un sacco di cose. Lascia Et maintenant a questa valle di lacrime. 

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