Simpatia per Giuseppe

Nessuno sa, e io meno di tutti, cosa riserva il destino a Giuseppe Conte. Il suo ufficio stampa si affanna a divulgare un dato pittoresco – il suo messaggio d’addio ha avuto una quantità di condivisioni straordinaria e questo magari ci convincerebbe di qualcosa, se non avessimo già visto negli ultimi anni personaggi assai più popolari di lui cadere nella polvere: Beppe Grillo, Matteo Renzi, Matteo Salvini hanno tutti illuso gli italiani per almeno sei mesi di essere i nuovi catalizzatori delle attese e degli odi degli italiani, in breve i successori di Berlusconi; tutti e tre presto o tardi sono tornati coi piedi sulla terra e ora si arrabattano come possono, come tutti. Conte rispetto a loro partiva svantaggiato; era meno divisivo, il che fino a quel momento era sembrato un handicap. Per due anni ci è sembrato poco più che un prestanome. Poi è arrivato il lockdown ed è successo qualcosa di cui dobbiamo ancora prendere le misure. 

Dire che ha dimostrato il suo valore nel momento più difficile sembra retorico: non ha perso la testa nel momento in cui nessun altro avrebbe voluto averla al suo posto, questo sì. Può darsi che semplicemente molti italiani si siano identificati in lui, nel bene, nel male e soprattutto in quel che sta in mezzo. È vero, non era l’uomo giusto al posto giusto, ebbene: nessuno di noi lo è stato. Conte non poteva prometterci rivoluzioni o rottamazioni, non aveva un passato da cui liberarci, né facili nemici da additarci; tutto quello che poteva fare era restare calmo e cercar di far funzionare qualcosa, e in questo ha probabilmente intercettato l’ansia e e la simpatia di milioni di smarriti padri e madri di famiglia, milioni di professionisti mal qualificati con qualche scheletro nel curriculum. Tutti noi che un mattino mentre ci vestivamo per andare al lavoro abbiamo sentito come una specie di boato nell’aria, un lampo improvviso e ci siamo chiesti: cos’era? E presto lo abbiamo imparato: avevamo appena varcato la soglia di Dunning-Kruger, avevamo rotto il muro della nostra competenza. Da allora ci troviamo in ruoli di responsabilità che richiederebbero persone più capaci, più sveglie, più adatte, e non è che non le stiamo cercando, ma nel frattempo la campana suona per noi, che improvvisiamo e malediciamo quella volta in cui ci hanno proposto una specie di promozione e abbiamo sussurrato una specie di sì. Era impossibile crederci davvero, in Giuseppe Conte, e allo stesso tempo era impossibile non tifare un po’ per lui, festeggiare ogni suo (relativo) successo, auspicare un lieto fine in cui il tizio imbarcato dalla ciurma per fare da zavorra si rivela il comandante ideale. E poi?

E poi è successo che – forse anche grazie a lui, ma soprattutto a causa della peggiore pandemia da un secolo a questa parte – questa zattera malgalleggiante che da anni navigava alla deriva, snobbata da tutti i cosiddetti poteri forti, è tornata a essere un asset strategico, qualcosa in cui l’Europa ha deciso di investire i suoi soldi, e per qualche mese Conte probabilmente si è illuso che questi investimenti avrebbe potuto gestirli lui. E invece no: nell’esatto momento in cui siamo tornati a essere interessanti, il destino politico di Giuseppe Conte era probabilmente segnato. E ora? Può anche darsi che la sua popolarità sopravviva al suo governo, ma non bastano senz’altro i like e gli share. Probabilmente non basta neanche il Fatto Quotidiano. (Se Cairo si interessasse al prodotto, chissà). Ormai di questi fenomeni conosciamo i tempi di dimezzamento e forse qualcuno può già calcolare quanto ci metterà l’ex presidente del Consiglio dei Ministri a diventare un ospite di talk show, magari col suo partitino di rappresentanza. Se poi il nuovo governo penta-partisan dovesse fare peggio del suo… ma è oggettivamente improbabile. Qualcuno gli vorrà comunque sempre bene: una generazione di studenti lo ricorderà sempre come l’uomo che ha chiuso le scuole per sei-otto mesi. 

Un’altra ipotesi, meno probabile ma più epica, è che Giuseppe Conte se ne torni alla sua università, come Coriolano ai suoi campi, in attesa di una chiamata che forse non verrà mai. Dopodiché chissà cosa ci riserva il futuro – magari tra vent’anni da qualche parte in un mondo completamente diverso, qualcuno se lo troverà dall’altra parte di una scrivania e gli chiederà: che hai fatto nella vita che possa esserci utile? E lui: ho governato una popolosa nazione nel bel mezzo di una crisi pandemica. Che cosa? Vi giuro, è andata proprio così, nessuno voleva provarci e allora ho fatto io, finché – nonno, insomma, alla tua età stai ancora a truccarti il curriculum?

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