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Prima vennero per i novax

Prima vennero per i novax,

però come vennero se ne andarono, e alla fine lasciarono i novax più o meno dov’erano (ok, alcuni persero mesi di stipendio, per carità, è un problema, ma non esattamente il confino a Ventotene, ecco).

Poi vennero per i ravers,

e a quel punto i novax ci dissero eh, cazzi vostri, dovevate difenderci quando erano venuti per noi; non lo avete fatto e adesso è troppo tardi. 

E noi: ma come, scusate, non avete capito come funziona la storiella? È da quarant’anni che ce la raccontiamo, lo sapete benissimo che prima i fascisti vengono per x e poi per y e alla fine non resta nessuno… Loro alzano le spalle, perché dopotutto per loro i fascisti erano già passati, e senza troppi danni. 

Ovvero, pensate all’ironia: ai novax la repressione fascista non preoccupava perché… l’avevano già avuta in forma benigna! insomma si erano vaccinati dal fascismo! 

E mentre rifletti su questo brillante paradosso qualcuno suona il campanello: sono venuti pe te. 

Tu dici, proprio per me? potevate almeno venire venerdì scorso.

Perché venerdì scorso?

Perché non mi ero ancora fatto la quarta dose, così diventavo un novax e almeno un novax ve lo portavate via davvero. 

Loro scuotono la testa, guardi che la storiella non funziona così, eh? Non la conosce? Non l’ha letto Brecht?

No, guardate vi sbagliate, non l’ha scritta Brecht, comunque a chi tocca oggi? L’altro ieri i novax, ieri i ravers, oggi me ma io chi sarei?

Ecco dunque sì, oggi siamo venuti per i cagacazzo.

Ah ok, vado a fare le valigie. Posso?

Contento lei.

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Ma se tutto invece andasse bene (che incubo)

Si diceva che non abbiamo la minima idea di cosa succederà quest’autunno, e quindi mi è venuta in mente questa eventualità: metti che tutto vada bene.

Non sarebbe incredibile?

Eh.

Il covid, ad esempio: ha continuato a colpire, nel suo piccolo, per tutta l’estate (e le vittime, a contarle, non sono poi così poche), però la curva è in declino. Certo, ora comincia la scuola. Da me sono bastate le riunioni preliminari dei docenti per contare i primi tamponi positivi, ma magari è una coincidenza. Ma… mettiamo invece che tutto vada bene; mettiamo che il covid non colpisca più. Sarebbe bello, vero? Già.

E la guerra? Per quel che sembra di capire, l’esercito russo ha preso una bella batosta. Questo a dire il vero non significa che la guerra stia per finire, anzi potrebbe succedere esattamente il contrario; che i russi si irrigidiscano, intensificando i bombardamenti di ritorsione e che gli ucraini non siano interessati a scendere a compromessi. Ma… mettiamo invece che tutto vada bene; mettiamo che la guerra finisca all’improvviso con un cambio di regime a Mosca, con i successori di Putin ansiosi di venderci il loro gas a prezzi di sconto. Sarebbe bello, vero? Già.

Ma non solo. Sentite che altro potrebbe succedere. Potremmo avere un autunno eccezionalmente mite, e quindi nemmeno tutta questa necessità di bruciare gas. Potremmo avere a questo punto una ripresa economica, galvanizzata dai provvedimenti già presi dai governi Conte e Draghi. Non sarebbe fantastico? 

Sì, in teoria sarebbe fantastico, sì, senonché…

…tutto questo succederebbe proprio all’indomani di una vittoria elettorale di Giorgia Meloni, sulla carta l’oggetto più a destra della storia d’Italia dopo il 1945. Cioè se tutto andasse così bene, la più miracolata sarebbe lei (già fin qui favorita da fin troppe circostanze, e dall’insipienza di avversari e alleati concorrenti). 

Per cui succede questa cosa terribile: non solo non credo che tutto andrà bene (è mai successo che tutto sia andato bene? Sarebbe la prima volta), ma nemmeno riesco ad augurarmelo. Cioè tre anni di pandemia e poi arriva aa Meloni proprio quando finisce la pandemia? Una guerra che rischiava di diventare mondiale e poi arriva aa Meloni e all’improvviso si sgonfia? Sarebbe… immeritato, ecco. E soprattutto non credo che ci converrebbe, nel medio-lungo termine. 

Così, se proprio volete sapere come mi sento in questi giorni: odio la guerra, e ho persino paura che finisca. Ho orrore per la pandemia, che però se finisce proprio adesso mi fa incazzare. E mi detesto per i discorsi che mi ascolto fare. 

(Certo, se proprio volessi sperare che tutto vada bene, dovrei ipotizzare anche una sconfitta daa Meloni; ma razionalmente non ci riesco: mi sembra più facile una resa di Putin. Tanto vantaggiosa risulta la legge elettorale che i suoi avversari le hanno regalato).

(Che poi in effetti, anche se per assurdo vincessero i suoi avversari, dopo una simile prova di ottusità strategica, siamo onesti: se lo meriterebbero? Probabilmente comincerebbero a discutere una legge elettorale ancor più demenziale affinché almeno vinca le prossime elezioni: e sappiamo che ne sarebbero capaci).

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Il lacerante dilemma del pacifista occidentale (come se a qualcun altro interessasse)

Tra le tante opinioni che ho letto disordinatamente in questi giorni, il concetto che mi è rimasto più attaccato alla coscienza è quello di “westplaning” – il solito neologismo americano, sì, ma l’idea mi è abbastanza familiare e risuona sulle stesse corde del mio pacifismo (vedi per esempio qui). La sensazione che la responsabilità della guerra in Ucraina sia da attribuire all’espansionismo Nato e Ue non sarebbe soltanto quella che più piace raccontarci a Putin e al suo ufficio stampa, ma anche “westplaining”, ovvero una spiegazione che serve soprattutto a noi occidentali e ci conforta sul fatto che qualsiasi cosa succeda in Europa o altrove sia comunque causata da noi (qui un’invettiva molto più sanguigna). Il mondo, com’è noto, pesa sulle nostre spalle: non solo su quelle dei nostri governanti, che in effetti partecipano ai summit della più grande alleanza militare della storia dell’umanità; il mondo ricade anche sulle spalle di noi pacifisti, che allo scoppiare di ogni guerra ci scopriamo lacerati da dilemmi dolorosi: sostenere l’Ucraina o chiedere la cessazione illimitata delle ostilità? Zelensky eroico difensore del suo popolo o pazzo scriteriato che sta portando l’Ucraina alla rovina? Come se all’atto pratico a Zelensky interessasse la nostra opinione: come se davvero dipendesse da noi se all’Ucraina arriveranno armi o solo belle parole. In questo non siamo poi molto diversi, noi pacifisti occidentali, dai nostri acerrimi nemici sin dai tempi della prima guerra in Iraq: gli interventisti casco-in-testa, i neocon sempre con un po’ di democrazia in tasca che vorrebbero esportare da qualche parte dove abbia ancora un valore, gli appassionati di scontro delle civiltà. Per loro non siamo intervenuti abbastanza, non siamo intervenuti in tempo; noi invece magari temiamo di essere intervenuti troppo, ma insomma il dibattito rimane una cosa tra noi. Agli ucraini e ai russi è inutile chiedere, anche perché sappiamo tutti che razza di propaganda c’è laggiù, ogni fazione tira acqua al suo mulino eccetera.  

E però la guerra dura da due settimane ormai (ed è credo la più grande alla quale ho assistito in vita mia, questo va detto: sì, ci sono state molte altre guerre e alcune si combattono tuttora, ma l’invasione di un Paese grande e popoloso come l’Ucraina è un fatto nuovo, non solo per la vicinanza, ma per la mera quantità: milioni di profughi sono qualcosa che non prevedevamo e non sappiamo come gestire). Dicevo: la guerra dura da due settimane ormai, e se mi è concesso trarne una conclusione provvisoria, direi che gli ucraini non vogliono arrendersi. Può darsi che convenga a loro e sicuramente converrebbe a noi: se non sta succedendo, non è per la tigna di un presidente guitto (chi siamo noi, tra l’altro, per giudicare i guitti presidenti). È probabile che la Nato avrebbe dovuto accostarsi col piede più cauto alla frontiera russa, ma indipendentemente da tutto ciò, se c’è una costante nella storia del popolo ucraino dall’indipendenza in poi, è che loro coi russi non ci vogliono più stare. Magari da un punto di vista geopolitico hanno torto – lo aveva anche Mazzini nel 1830, l’Italia della Restaurazione era davvero un’espressione geografica e mancava dei requisiti minimi per diventare una repubblica unitaria. Non sono un fanatico dell’autodeterminazione dei popoli, ma insomma direi che la volontà complessiva del popolo ucraino a questo punto mi risulta abbastanza evidente: se persino molti russofoni preferiscono combattere sotto le insegne gialle e azzurre, questa cosa devo accettarla. Forse anche ammirarla.  

Questa è la mia opinione provvisoria che non intendo imporre a nessuno. Non è la prima volta che una guerra mi crea problemi di coscienza, anzi mi sembra di ricordare che questo succeda in tutte le guerre: solo quella in Iraq mi sembrò assurda sin dall’inizio, magari ci ho azzeccato per caso. Il modo in cui di solito reagisco alla mia personale confusione è rimarcare che intorno a me c’è gente che opinioni persino più confuse: potrei farlo anche stavolta, si legge roba talmente assurda in giro. Ma è un trucchetto, in realtà la maggior parte delle opinioni che vedo sono ragionevoli e ragionate: il dilemma ognuno cerca di risolverlo come può. Mi manca, questo sì, un dibattito che forse non c’è mai stato, ma una volta almeno si fingeva che fosse possibile: ora è tutto molto più polarizzato. Una cosa che forse si è un po’ persa, dal 2020 in poi, è che chi ha opinioni diverse dalle nostre non è necessariamente un nemico del popolo – cioè dipende: diciamo che se continui a sostenere che il covid non esiste, che le bare di Bergamo sono una montatura, che la mascherina fa male al naso e che i vaccini sono un complotto di Bill Gates a un certo punto varchi un confine oltre il quale sei pericoloso per la mia salute. Anche in questo caso in un Paese relativamente libero non sarai perseguitato per le tue idee: al massimo allontanato per qualche tempo dai luoghi in cui metti a rischio la salute tua e degli altri, attraverso una serie di provvedimenti che lasciano perplessi anche molte persone che il covid sanno cos’è e il vaccino lo hanno fatto. Perché siamo relativamente liberi, appunto, perché crediamo che si possano coltivare idee anche molto diverse, perlomeno finché non mandano chi hai vicino a te in terapia intensiva. Dal 2020 ci siamo abituati a questa cosa.

Ora invece di covid si parla di Ucraina, e siccome siamo in un Paese relativamente libero, c’è chi non la pensa come noi: ebbene, non succede niente. Le sue idee, anche se ci sembrano demenziali, non ci passeranno nessuna malattia. Un pacifista tout court che chiede il disarmo mentre un dittatore rade al suolo città intere ci può sembrare un utopista fuori dal mondo: glielo diremo, sei un utopista fuori dal mondo, ma possiamo stare calmi: non ci contagerà con la sua utopia. (Magari le utopie fossero contagiose).

Invece un tizio serenamente convinto che la Nato possa esportare armi a un Paese non Nato e che questo non verrà interpretato dalla Russia come un atto di belligeranza, per cui avremo una guerra mondiale o perlomeno europea senza neanche avere portato truppe nostre in prossimità del confine, solo tonnellate di armi messe in mano a ragazzini irregimentati in un esercito che tecnicamente non è nostro alleato (e se passa alla Russia?), un tizio del genere potrà sembrarci un atlantista della domenica: ebbene glielo diremo, sei un atlantista della domenica, ma è tutto qui, non ci contagerà col suo atlantismo domenicale.

Un tizio, infine, convinto di essere fuori dal coro perché in sostanza sta mangiando pane e Sputnik News da dieci anni: uno che esercita il suo fuoricorismo scrivendo esattamente quello che Putin desidera che egli scriva, ebbene un tizio così lo spernacchieremo; gli affibbieremo nomignoli come bimba di Putin che turberanno la sua orgogliosa e rivendicata eterosessualità, e questo è quanto: lo debunkeremo per quanto possibile. Ma non è un infetto, non ci passa la putinite: è solo un tizio che ha opinioni russofile mentre la Russia schiaccia una nazione indipendente. Questo è fastidioso ma siamo in un Paese relativamente libero, si può relativamente fare. Quando non si potrà più, io sarò preoccupato, non relativamente.

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Questa è una frana, ministro

C’è qualcosa che non va in tante cose che sento e che leggo. Duemila presidi – sono tantissimi – hanno firmato un appello al governo per scongiurare l’apertura delle scuole durante un picco pandemico. Fanno notare quello che dovrebbe essere noto a tutti da tempo, ovvero che le scuole non sono sicure, che l’età media dei contagiati sta diminuendo e che è sempre più alto il rischio di focolai. Qualcuno obietta che non hanno voglia di lavorare, e vabbe’. Qualcuno si domanda perché non hanno messo le scuole in sicurezza. La prima risposta che mi sale spontanea è: con quali risorse? Se il governo non ci ha dato niente o poco più di niente, inutili banchi a rotelle e non un budget decente per coprire gli insegnanti assenti, cosa avrebbero dovuto fare i presidi? Una colletta? Ma non è la risposta giusta. Del resto neanche la domanda è quella giusta. L’unica domanda giusta, in questo momento, è: ma avete capito dove siamo?

Siamo qui

Non abbiamo mai avuto così tanti positivi – certo, non abbiamo neanche mai fatto così tanti tamponi, ma dal grafico sotto (per il quale ringrazio il buon Gaspar Torrero) si vede come anche negli ospedali la curva stia tornando esponenziale. 

Siamo onesti: lo si poteva capire anche una settimana fa. Dieci giorni fa. Quindici. Perché il ministro credo che abbia detto questo: che se il contagio è aumentato durante le vacanze, significa che la scuola è sicura. No ministro, no, i contagi si misurano a quindici giorni, l’effetto delle vacanze di Natale al massimo comincia adesso. Ma è chiaro cosa significa una curva esponenziale? Dopo cinque ondate dovrebbe pure essere chiaro.

La curva esponenziale è una frana. 

E mentre una frana ti sta per venire addosso, anche le obiezioni più sensate cominciano a suonare pretestuose – voglio dire, sì, senz’altro le scuole avrebbero potuto essere messe in sicurezza, senz’altro bisognava pensarci prima e meglio, indubbiamente, sì, ma, che senso ha discuterne adesso? Di sicuro non usciamo a ristrutturarle adesso. Adesso c’è una frana: l’unica cosa sensata sarebbe restare a casa. Se i tetti reggeranno, poi discuteremo di tutte le cose che si potevano fare per evitarla. Poi. Adesso è ridicolo. 

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Mario Draghi è un novax. Siamo tutti novax.

Buon anno a tutti. Negli scorsi mesi mi è capitato su questo sito di prendere di mira i novax, e non credo che smetterò, perché per tanti motivi il confronto con i loro argomenti e i loro comportamenti mi sembra istruttivo: nella miniera di questi anni Venti, loro sono il nostro canarino. Non vorrei però che la mia insistenza fosse scambiata per accanimento: quest’epidemia non l’hanno causata loro e per quanto non ci stiano sempre aiutando a superarla, la loro responsabilità è infima se confrontata con quella di chi ci amministra. I novax, ci diciamo sempre, non si comportano in modo razionale, ma in base a strane superstizioni che assecondano la loro visione ideologica. Ok, ma a questo punto dobbiamo chiederci se non succeda la stessa cosa a chi gestisce la cosa pubblica. E all’alba di oggi, sei gennaio, possiamo anche risponderci: beh, no. Non troppo. Non sempre. E non oggi – nel bel mezzo di una curva di contagi di nuovo esponenziale, con quattrocento morti al giorno. Oggi no. 

Venerdì tornerò a scuola, e ne sarò contento, perché insegnare a scuola mi piace più che farlo da casa. Alcuni studenti non ci saranno perché durante queste vacanze senza lockdown hanno contratto il virus. Non faranno, come ho sentito dire “didattica a distanza”: semplicemente assisteranno da casa a quello che facciamo in classe, il che non è neanche più didattica, diciamo che è un modo di tenersi compagnia. Nei prossimi giorni qualche classe chiuderà, poi riaprirà, e così via. Tutto questo ha un senso? Secondo me no. Così come non ha senso mandare in telelavoro chiunque possa svolgere efficientemente la propria mansione da casa. Tenere scuole e attività aperte nel bel mezzo di un’epidemia non è razionale: abbiamo già visto che l’alternativa c’è, che non è indolore, ma che funziona. E invece riapriremo, per salvare l'”economia” o l'”educazione”. Chi lo ha deciso non sta prendendo decisioni in base alla razionalità, ma in base a strane superstizioni che assecondano la propria visione ideologica. Proprio come i novax, ma molto più responsabili dei morti e dei feriti che ne deriveranno. Morti e feriti che avremmo potuto risparmiarci con qualche accorgimento, ma non lo faremo perché ci governa l’irrazionale, e all’irrazionale noi obbediremo. Siamo tutti novax ormai.

Certo, Draghi Brunetta e Bianchi non sono pittoreschi come Puzzer o Montesano. Non li trovi sui social a spargere bufale immaginose, a pronosticare l’apocalisse zombie e cose del genere. In effetti le bufale che stanno alla base delle loro decisioni non sono così immaginose. L’idea che la scuola non possa sopportare due o tre settimane di didattica a distanza, o che il sistema produttivo crolli per due o tre settimane di lockdown, è altrettanto assurda, ma bisogna ammettere che è meno buffa, che i novax originali col loro avanspettacolo ci divertono di più. Poi sfotterli è davvero meno pericoloso, e quindi continueremo. Ma da nessun piedistallo, ormai giochiamo alla pari: e nell’attesa che l’epidemia dia ragione a noi o a loro, dobbiamo presumere che da una certa distanza risultiamo tutti ugualmente stupidi.

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Auguri di stagione

Buone feste a tutti! Non sono scomparso, sto abbastanza bene, mi sono ri-vaccinato e dopo 12 ore ero a posto, vaccinatevi tutti. Avrei persino tante cose da scrivere ma non riesco a metterle in fila – fino a ieri la priorità era mettere in fila nove insegnanti in nove classi per trenta ore a settimana, pescando tra quelli che non erano a casa malati o in quarantena o in coda per vaccinarsi. 

Non credo di dover ripetere che le scuole non sono un ambiente sicuro, riguardo a un virus aereo: non lo erano l’anno scorso e senz’altro non lo sono diventate quest’anno, visto che non è stato speso un solo euro in più per renderle tali. In compenso da qualche parte tra Governo e Regioni si è stabilito che il vero pericolo per i nostri studenti è la Didattica a Distanza: non so spiegarmi altrimenti il mistero di classi intere che, messe in quarantena qualche giorno fa, sono state riammesse a scuola ieri, ultimo giorno prima delle vacanze: giusto il tempo di abbracciare i compagni nei corridoi e scambiarsi saluti e saliva. L’ultimo giorno, ripeto, con un terzo del personale ormai assente, in una fase in cui in qualsiasi altro mese la curva dei contagi ci avrebbe fatto chiudere da una settimana. A quanto pare salvare il Natale è una necessità sociale che viene molto prima di altre – il diritto alla salute, la butto lì. 

Tanto più mi riesce difficile suonare sincero mentre auguro buone feste a tutti voi: anche quest’anno il Grinch è stato sconfitto, i giornali di destra ci hanno messo un po’ a trovarlo ma alla fine sono riusciti a recuperare una direttiva della Commissione europea che consigliava di usare un linguaggio più inclusivo e sconsigliava di definire il nome di battesimo come “Christian Name”, e tanto è bastato per rispolverare la minaccia del Presepe assediato dai senzadio. È tutto così rodato, ormai, così automatico, che anche quando provo a intervenire non mi sembra di interagire più con esseri umani: piuttosto giocattoli a molla. Facciamo che me ne sto col caldo buono e le quattro capriole di fumo, e ci risentiamo più in là. 

(Ah, nel frattempo su Facebook ho messo in piedi quel torneo di canzoni dei Beatles, un’idea scema che mi ossessionava da tre anni: per chi vuole si trova qui).

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Nel cervello di un novax, 2: niente spazio per i lupi

(Per chi si fosse perso la puntata precedente: i novax non sono alieni; gran parte dei loro ragionamenti sono coerenti e conseguenti. Studiare quello che pensano è un modo di verificare anche quello che pensiamo noi. Non è che dobbiamo andare d’accordo, ma almeno capire cosa ci divide sul serio).

FALLACIA DEL LUPO (conosciuta anche come paradosso del runner)

We few, we happy few, we band of brothers…

Di questa abbiamo già parlato, perché la trovo la più interessante e anche la più diabolica. Io, devo confessarlo, ho un debole per i vaccini, che il covid mi ha permesso di esprimere senza più pudori: ma li adoravo già prima perché mettono la società davanti alla sua natura comunitaria. Un vaccino, da solo, non serve a niente: il vaccino ci protegge soltanto in quanto gregge, e quindi ci costringe a ragionare da gregge. Al novax questo non va: lui si ritiene un lupo – ma cos’è un lupo? Dal punto di vista del gregge, è un parassita. Il lupo campa finché ci sono greggi. Molti lupi lo sanno benissimo e non hanno obiezioni reali contro i vaccini, finché li fanno gli altri. Lui però non vuole farlo: il gregge lo dovrebbe tutelare in quanto minoranza. Il gregge non ne vuole sapere, e questo lo scandalizza, al punto di portarlo talvolta a invocare un processo di Norimberga contro questo gregge che non ha più rispetto per i legittimi istinti di un lupo. 

Questa fallacia si esprime di solito in forme ormai riconoscibili a distanza: non solo perché la maggior parte dei novax (e dei loro interlocutori) non fa che scambiarsi argomenti già prefabbricati, meme quasi intercambiabili, ma anche perché, con tutta la più buona volontà di essere originali, dopo un anno che milioni di persone parlano della stessa cosa è chiaro che ormai l’artigianato argomentativo ha ceduto il passo alla produzione industriale in serie. 

a) Selezione mirata delle informazioni: il novax/lupo da mesi continua a ripetere che il vaccino protegge dai sintomi ma non riduce il contagio. Questa nozione così controintuitiva (la gente dovrebbe continuare a essere contagiosa come prima anche se contrae il virus in forma asintomatica e guarisce più rapidamente) è in parte causata dalla fallacia del bicchiere, ovvero se anche provi a spiegargli che il vaccino ha una copertura del 60/80% nei confronti del contagio, lui non capisce o finge di non capire, per lui 80%=0%. Ma la sua testardaggine in tal senso deriva anche dal fatto che ragiona per individui, e quindi anche quando si immagina il vaccino, ne ha una concezione per così dire corpuscolare: si tratta di un rimedio che risolve un problema a tutti gli individui che lo assumono: quindi perché non se ne stanno contenti e ci lasciano vivere la nostra vita? Il fatto che questo rimedio abbia anche un’efficacia complessiva, comunitaria, di gregge, è una cosa che gli sfugge o che non vuole accettare. 

b) Rivendicazione orgogliosa della propria esistenza controcorrente: ed è qui che molto presto è nato il meme del lupo (a tal proposito, sarei sinceramente curioso di conoscere la percentuale di motociclisti novax: secondo me è altissima, ma può darsi che io sia vittima di un pregiudizio).

c) Incapacità di immaginare i propri comportamenti moltiplicati per l’umanità circostante: da cui il famoso lamento del runner, o del tizio che non capisce perché non può entrare in un parco vuoto. Ecco, qui mi pare che non si replichi mai abbastanza, come se anche molti oppositori dei novax condividessero la stessa difficoltà. Se a me salta agli occhi forse è per deformazione professionale: non posso aprire il parco a te, lo posso aprire soltanto a tutti: i diritti e gli spazi pubblici sono di tutti e (quel che è più difficile affermare e accettare), se non possono essere aperti a tutti, è meglio chiuderli a tutti che aprirli soltanto per qualcuno

d) Rivendicazione rancorosa di uno status di minoranza perseguitata: in un mondo in cui le comunità minoritarie reclamano sempre più i propri diritti, il novax si ritrova il sentiero già tracciato ed è quasi inevitabile che paragoni il suo status di oppresso a quello degli ebrei, degli omosessuali, ecc. A questo punto l’interlocutore ribatterà che questi paragoni sono fuori luogo, già: ma perché sono fuori luogo?

    d1) se l’interlocutore li ritiene fuori luogo perché eccessivi, sta comunque ammettendo che abbiano un senso; a quel punto il novax obietterà che ogni tipo di oppressione totalitaria si installa per gradi – insomma oggi mi togli la possibilità di recarmi sul luogo di lavoro, domani mi manderai al forno. E in questo caso il punto è suo, perché non si può negare che la pressione in questi mesi stia salendo: ieri il green pass, oggi il super green pass, domani l’obbligo vaccinale, ecc.

    d2) l’interlocutore può obiettare che ebrei e omosessuali non possono smettere di essere ebrei e omosessuali – o perlomeno nella concezione razziale dei nazisti l’ebraismo era una condizione di natura, e secondo la nostra idea dell’omosessualità, gay si nasce (decenni fa la pensavamo in modo diverso e chissà come la penseranno tra qualche decennio, ma adesso insomma la pensiamo così). Il novax invece può in qualsiasi momento smettere di essere novax: già, ma è appunto quello che non vuole fare. Credo che visto da fuori un sistema che ti convince a ritrattare le tue posizioni sia persino più minaccioso di un sistema che ti elimina e basta. In sostanza staremmo replicando al novax: guarda che ti sbagli, noi non siamo il nazismo, al massimo siamo l’Inquisizione…

    d3) l’interlocutore può osservare che il novax non è una minoranza oppressa come le altre perché, a differenza dell’ebreo o del gay (chiedo scusa per usare sempre questi due esempi spicci), la sua esistenza è una reale minaccia per la comunità. Il gregge non può avere rispetto per il lupo perché il lupo danneggia oggettivamente il gregge. Qui però si scopre un punto cruciale, perché anche i nazisti erano convinti che gli ebrei fossero una minaccia per il popolo ariano, e a tutt’oggi un sacco di gente è convinta che l’omosessualità sia una piaga che rammollisce la nostra gioventù. Il novax si sente perseguitato e l’interlocutore gli deve concedere che sì, entro certi limiti lo sta davvero perseguitando, per gli ottimi motivi che nei secoli il persecutore ha sempre esibito a chi perseguitava. Chi a questo punto invoca una Norimberga ci sta semplicemente ricordando che tutto passa e anche le nostre ragioni, prima o poi, saranno soppesate da giurie che le vedranno in prospettiva.

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Il cervello di un novax (è più o meno il nostro)

Se a questo punto della pandemia non avete ancora litigato con un novax, siete evidentemente un novax, e in questo caso ti saluto: ciao, vengo in pace. So che probabilmente mi ritieni un emissario di una dittatura sanitaria che forse anche tu paragoni al nazismo; io al contrario sono incline a considerarti un irresponsabile, disinformato ed egoista, in certi casi anche un po’ untore – anche se magari ti tamponi ogni 48 ore e a questo punto il tuo green pass è più attendibile del mio che ancora aspetto la terza dose. Queste cose ce le siamo dette, andiamo avanti. In questi mesi il novax è diventato l’obiettivo polemico più facile: non importa che si tratti di un fenomeno relativamente contenuto, i media ci tenevano a mostrarli, ovviamente nelle forme più grottesche possibili. Persino qualche intellettuale si è prestato al gioco, per vanità e per convinzione. Per quanto grotteschi, confesso che preferivo leggere loro che i loro avversari: questi ultimi li ho trovati troppo spesso moralisti e ridondanti (nel senso che mi sento già abbastanza moralista io mentre mi parlo addosso). A un certo punto però c’è un intervento che ha lasciato il segno, pensate che me lo ricordo a quasi un mese di distanza. È questo paragrafo di Emanuele Trevi, sul Corriere della Sera:

Dovessi campare mille anni, leggendo e analizzando una per una le argomentazioni contro i vaccini e contro quel loro necessario complemento che sono i green pass, non riuscirei ad assimilare nemmeno un minimo frammento di quella maniera di pensare e di comportarsi. Come alla stragrande maggioranza dei miei simili, più di ogni singola polemica, più di ogni manipolazione dei dati, più di ogni infantile enormità stile «dittatura sanitaria» e «grande reset» è il tono di questa gente, capace di negare anche i numeri dei morti pur di godersi un posticino nel sole del dibattito, che mi infastidisce profondamente…

Ho citato fin troppo. Trevi si dice disgustato da un certo “tono”, ed è buffo perché la sua eloquenza qui mi ricorda proprio quello di alcuni novax. Ma le righe che mi hanno lasciato il segno sono le prime tre. Trevi è sicuro che non potrebbe assimilare la mentalità novax, campasse mill’anni. Questo mi sorprende perché per me è l’inverso. Mi basta leggere poche righe di un novax per riconoscermi nella sua mentalità. Questo è il motivo per cui tra i miei perversi passatempi in questi mesi c’è stato quello di confrontarmi con loro: mi succede soltanto con persone in cui intravedo una profonda affinità di pensiero, anche se le nostre scelte di fede (o di ideologia, se preferite) ci hanno portato lontano. In tanti anni di antiberlusconismo non mi è mai capitato davvero di dialogare con un berlusconiano – con radicali e liberali sì. Coi sionisti sì, coi fascisti mai: non sono più coincidenze, ormai anche su internet di fascisti disposti a discutere delle loro idee c’è abbondanza, ma manca un terreno comune. Ormai ho capito che le persone con cui litigo davvero sono persone che in un altro secolo avrebbero preso la tessera del mio stesso partito, o si sarebbero affiliati alla mia stessa setta segreta, o avrebbero frequentato la mia stessa confraternita religiosa – fino alla dolorosa secessione che ci avrebbe portato a inseguirci pugnale in mano in qualche vicolo, o a scomunicarci a vicenda. I novax mi solleticano perché, al contrario di Trevi, la pensano in modo sinistramente simile a me – eppure ho deciso che sbagliano completamente. Il che significa che gli errori che commettono avrei potuto commetterli anch’io, e magari li commetto anch’io in tante altre discussioni senza accorgermene: la lotta contro l’eresia comincia in casa, comincia nella propria coscienza. Il cervello di un novax è il mio cervello, anche se il suo è più pratico da sezionare. Vediamo quali errori commette più frequentemente.

FALLACIA DEL BICCHIERE: Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno…

Il novax sembra aver rinunciato a ogni logica fuzzy. In un mondo in cui siamo abituati sin da piccoli a ragionare in termini di probabilità e percentuali, lui ha deciso che una cosa può solo essere Vera o Non Vera. Il vaccino non protegge dal contagio, dice. È così. Lo dicono anche gli esperti. Gli esperti veramente dicono che il vaccino può avere una copertura variabile dal 50% all’80%, numeri che ci costringono a mantenere alta la guardia, ma senz’altro superiori allo 0%… ecco, il novax non ha intenzione di seguirci su questa china statistica. I suoi circuiti sono molto più basici: possono essere soltanto chiusi aut aperti. Forse che un bicchiere può essere contemporaneamente vuoto e pieno? No, al massimo sarà un po’ pieno, ma il novax misconosce il concetto di “un po’”: non vede più mezze misure, un bicchiere è completamente vuoto finché non è pieno, o viceversa. Il vaccino copre o non copre? Evidentemente non copre, perché i vaccinati possono ammalarsi. Quindi i vaccini non funzionano. Non solo, ma si può morire di vaccino? Su milioni di vaccinati al mondo qualcuno potrebbe davvero essere morto di vaccino. È una percentuale ragionevole ma… no, stop, non esistono le percentuali. È morto qualcuno, quindi il vaccino è un veleno. La stessa fallacia determina le deformazioni grottesche che ormai conosciamo bene: il green pass è discriminatorio? In una certa misura sì, ma… no, non esiste una “certa misura”: qualsiasi azione discriminatoria è il nazismo, e quindi il greenpass è nazismo. 

Alcuni – i più sofisticati del mazzo – sanno benissimo che per arrivare a conclusioni così nitide occorre rinunciare a parecchie sfumature, e lo rivendicano: le percentuali, ci spiegano, sono roba buona per gli scienziati, ma questa è Etica, e l’Etica non può scendere a compromessi. Magari è Kant, o qualche analogo parruccone. Non lo so. Alla fine un novax è semplicemente una persona che ha deciso che non cede a un determinato compromesso. Non è l’alieno che Trevi non potrebbe capire in mille anni: siamo tutti abbastanza allergici ai compromessi (non sarebbero compromessi, altrimenti). Quantomeno dovremmo ricordare che non si dà compromesso senza contrattazione, e che si tratta di una misura delicata che richiede una continua vigilanza. Il novax ha deciso che non ci sta, probabilmente intuisce che non riuscirebbe a vigilare così bene e ha calcolato che gli conviene chiamarsi subito fuori. Noi invece che ci riteniamo più furbi e smaliziati, siamo sicuri di aver controllato quanta acqua nel bicchiere era rimasta l’ultima volta che l’abbiamo dichiarato mezzo pieno? 

(Continua)

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Il tampone costa troppo, tutto qui

Il guaio è che si tratta di un problema sostanzialmente economico, ma di economia non si può più parlare. A un certo punto si è deciso che la gente non voleva sentir parlare di economia, forse si sarebbe sentita fregata a sentirsi parlare di economia, e quindi insomma niente: bisogna parlare di diritti, di doveri, di scienza e di etica e di privacy e di controllo e di rava e di fava, e nessuno vuole parlarti di economia. Per cui prima o poi c’è sempre qualcuno che fa una proposta assurda – raddoppiamo gli autobus? O gli edifici scolastici? Saniamo il debito pubblico tagliando 300 parlamentari e un po’ di auto blu? Oppure sentite questa, potremmo pagare un tampone ogni 48 ore a chiunque volesse farlo, perché no? Non è una domanda retorica, se lo chiedono davvero: perché no.

Ora la risposta più semplice, ma anche la più rispettosa dell’interlocutore, dovrebbe essere una e una sola: perché non abbiamo le risorse – 600 milioni al mese, vuoi scherzare. Non possiamo raddoppiare gli autobus, non possiamo gonfiare le scuole così occupano più cubatura: e non possiamo pagare un tampone a tutti quelli che non vogliono vaccinarsi, perché dovremmo farlo ogni 48 ore e quindi lo capisci benissimo che sono veramente troppi tamponi. Anche perché, riflettici: magari adesso ti sembrano pochi, questi irriducibili no-vax, e quindi magari per quel po’ di pace sociale tu qualche miliardino in tamponi lo bruceresti. Ma se sono pochi è proprio perché i tamponi se li devono pagare. Se li avessimo messi gratis, avremmo avuto milioni di vaccinati in meno e centinaia di milioni di tamponi in più da pagare, perché questa cosa l’hai capita, vero?

Che chi chiede il tampone “gratis”, sottointende: me lo pagate voi?

E che questi tamponi, se tutto sommato sono ancora disponibili e non troppo costosi, lo si deve al fatto che il 75% delle popolazione ha preferito vaccinarsi?

Quindi sì, dall’economia è facile discendere all’etica. Il tamponista commette lo stesso errore di valutazione del famoso runner che l’anno scorso si domandava: che male faccio a correre da solo, chi posso infettare? Non puoi infettare nessuno, stellina, se corri da solo: ma solo finché sei solo perché tutti gli altri restano a casa. La tua libertà si fonda sul fatto che tutti gli altri rispettino la norma che tu non vuoi rispettare: a te sembra un diritto, a noi risulta un privilegio. Un anno dopo, c’è questa studentessa di Bologna che va in giro senza green pass a disturbare le lezioni, e può farlo abbastanza sicura di non ammalarsi, perché? Perché tutti gli altri in quelle aule il green pass ce l’hanno, il vaccino se lo sono fatto, o al limite un tampone. Pagandolo. Lo so che ti senti un lupo, ma puoi farlo proprio perché intorno hai un gregge che tu deridi mentre ti difende. Ecco, vedete quanto poco ci ho messo a passare dall’economia alla morale – almeno ci ho messo un po’, almeno sono partito da lì.

Ma davvero c’è qualcuno in questi giorni sui giornali che invece di parlare di diritti, e doveri, e la privacy, e il controllo, e i portuali, e i fascisti e i sindacati e il Nuovo Ordine Mondiale – c’è qualcuno che la mette giù dura e pura in termini di costi e benefici? Quanto costa un vaccino? Quanto costa un tampone? Da quel che ho capito, e potrei sbagliarmi, con cinque o sei tamponi ci paghi mediamente una dose di vaccino. Con cinque o sei tamponi sei a posto per due settimane lavorative. Col vaccino sei a posto per sei mesi. E a quel punto, ne staremmo ancora a parlare? 

Per esperienza, se provate a metterla in questi termini con una persona contraria al green pass, vedrete che il dibattito si blocca subito: anche l’interlocutore più addestrato a contrapporre a ogni argomento vaccinista un argomento antivaccinista, rimane perplesso davanti a una brutale analisi dei costi e dei benefici. Sembra davvero che nessuno gliene abbia parlato prima. Poi certo, qualche cosa replicherà. Cercherà, come è tipico del complottismo italiano dal Ventennio in giù, qualche tesoro nascosto. Potremmo prenderli ai politici, o alle banche. Tassare le rendite (per carità, ottima idea), non comprare quei famosi cacciabombardieri. E la caccia all’evasione fiscale, attività sacrosanta che però fa un po’ strano sentire dalla bocca di qualcuno che pochi minuti fa voleva tamponarsi coi soldi delle tue tasse. Ma insomma l’economia è il terreno in cui le ipocrisie si svelano. Dovremmo avere meno paura di tirarla fuori – perché non lo facciamo? Ovviamente il pensiero corre subito al ritardo culturale italiano, alla scuola gentiliana, ecc. 

Poi pensi a quello che hanno combinato gli inglesi con la Brexit e ti viene il dubbio che sia un problema più storico che geografico – abbiamo sempre più paura dei numeri, come dei messaggeri di sventura. Tipico di chi eredita debiti, e interessi sui medesimi. 

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La sinistra nel vicolo cieco dell’emergenza

Ci vorrebbero i giacobini
Se avessi il tempo credo che vorrei scrivere un pezzo su come la pandemia ha infilato la sinistra radicale in un vicolo cieco. Se avessi il tempo e la diplomazia; se fossi capace di scriverlo senza concedere nulla al mio gusto per la polemica perché davvero, non ce l’ho con nessuno. Non è colpa di nessuno. Oddio qualcuno avrebbe potuto comportarsi meglio, ma saremmo comunque nello stesso vicolo cieco. La nave è salpata molto prima che il virus saltasse di specie (ammesso sia successo), quel che è accaduto in questi mesi è poco comprensibile come qualsiasi immagine a pochi istanti da un impatto. I posteri ci troveranno poco lucidi, ecco però posteri non crediate che al nostro posto avreste combinato chissà che. 

Se avessi il tempo, dopo un meditato preambolo, affronterei il convitato di pietra, quel busto di Michael Foucault a centrotavola che ci impedisce di vederci bene tra noi e ci intimorisce con la sua gravitas glabra. Su tante cose aveva non aveva torto; c’è tutto un discorso su come il Potere usa l’Emergenza che è ancora perfettamente valido; ma anche nel peggiore dei casi, davvero assumiamo per un istante l’ipotesi che questo virus sia stato liberato da un laboratorio per provocare un globale riassestamento totalitario della società, bene, adesso che si fa? Si nega che l’emergenza esista, che non provochi tot morti al giorno anche tra un’ondata epidemica e l’altra, si denunciano mascherine e green pass come marchi della Bestia? Alcuni si sono ridotti a questo. La maggior parte, voglio credere, no: e però le opzioni a disposizione non sono molte di più. 

Siamo all’incrocio di due strade che conosciamo, e quindi potevamo immaginare che ci conducessero qui, davanti a un muro troppo alto. Da cinquant’anni abbiamo imparato a diffidare di chi proclama stati di emergenza, carestie guerre e pestilenze; ma è persino da più tempo che sappiamo che gli stili di vita imposti dall’industrializzazione e dalla globalizzazione non sono sostenibili a livello planetario, che insomma prima o poi emergenze ce ne saranno per forza, e saranno vere guerre carestie e pestilenze. Il potere le avrà provocate? Probabilmente. Cercherà di cavalcarle? Sicuramente. Questo le rende meno vere? No: e quindi eccoci qui, come doveva sentirsi il lettore sbigottito dell’Apocalisse di Giovanni mentre leggeva che al momento della Rivelazione ci saranno in giro tanti falsi profeti. Forse il Covid è un segno della fine, forse no ma la fine è comunque qui nei pressi, ha veramente molto senso domandarselo? Ammettiamo di nuovo per un attimo che si tratti di un falso allarme, niente più che un’influenza stagionale un po’ più forte: lo sappiamo che stanno già arrivando allarmi autentici, rincari dell’energia e tutto quanto, e quando li recepiremo, reagiremo in un modo diverso? O ci saremo talmente incattiviti da rifiutare qualsiasi misura emergenziale come ora rifiutiamo il Green Pass? Stiamo semplicemente esprimendo la nostra diffidenza per il Potere (qualsiasi potere) o non siamo semplicemente nostalgici del vecchio mondo pre-lockdown? Perché la sinistra può permettersi tanti difetti, ma non la nostalgia per il passato: quello ci dispiace tanto ma è competenza della destra. D’accordo, è storicamente assodato che il potere crea problemi e poi si accredita come l’unico che riesce a risolverli. Preso atto che si comporta così, noi invece come ci comportiamo? 

Pestiamo i piedi?

Ho in mente esempi – tutti antipatici – se volessi scrivere un pezzo equilibrato vorrei riuscire a prenderli con le pinze, a spiegare nel modo più equanime possibile che non ci siamo, capisco l’intenzione, capisco tutto, ma non ci siamo, insomma c’è tutta una frangia importante della sinistra che si opponeva al Green Pass – e posso capirlo – chiedendo l’Obbligo Vaccinale – e non ci siamo. Si reagisce a un provvedimento di eccezione chiedendo un provvedimento ancora più eccezionale (e di quasi impossibile realizzazione pratica), insomma la si butta in caciara senza avere una minima idea di quello che si sta chiedendo, come le rane di quella vecchia favola. Dopodiché Zeus-Draghi cala dall’alto il Green Pass obbligatorio, e a questo punto qualcuno avrà capito che fosse una richiesta dei sindacati. 

La sinistra dovrebbe raccogliere con coraggio le sfide della tecnologia e avrebbe potuto dare un’occhiata più da vicino al più grande esperimento didattico collettivo mai tentato in Italia, la didattica a distanza: tanto più interessante quanto completamente improvvisato dagli insegnanti, nel silenzio attonito di quasi tutta la filiera di consulenti didattici che per anni si erano accreditati presso il ministero come latori di chissaquali innovazioni: per lo più chiacchiere sulle competenze e test a crocette che nel momento del bisogno non ci sono serviti a nulla. La sinistra radicale invece ha deciso per lo più che la DaD era il male, che avrebbe senz’altro portato a suicidi e disperazione, e si è precipitata ad abbracciare qualsiasi ricerca la confortasse su questa opinione: non importa se i numeri erano un po’ falsi o se il Corriere e il Ministero la pensavano esattamente allo stesso modo; c’è solo una scuola e dev’essere al 100% in presenza, perché noi l’abbiamo fatta così e ciò ci ha resi le persone perfette che siamo. Ma questa è esattamente nostalgia, e con la nostalgia la sinistra non dovrebbe avere molto a che fare.

La sinistra dovrebbe sorprendere gli avversari con una competenza tecnica superiore e un’abitudine inveterata a ragionare in termini di strutture, sovrastrutture e infrastrutture, perché è questo che ha sconfitto il nazismo, la capacità di smontare intere città industriali e ricostruirle in in Siberia: e invece continuo a leggere gente che si lamenta che non si sta usando la bacchetta magica per raddoppiare gli autobus e i treni, oh, niente da fare. Il giorno che per caso qualcuno vi facesse entrare nella stanza dei bottoni, provereste subito a raddoppiare i treni. Quando vi convincessero che tecnicamente non si può, cerchereste di raddoppiare gli autobus. Quando vi mostrassero il preventivo vi ridurreste a raddoppiare i banchi di scuola, magari con le rotelle, ecco, tutto questo è già successo: qualcuno come voi o comunque con un idealismo simile e la stessa carenza di senso pratico è già entrato nella stanza dei bottoni, e ora abbiamo spazi già limitati occupati da scorte di banchi inutili sia per il distanziamento sia per la DaD, e i comuni continuano a tagliare i servizi di trasporto perché nessuno ha pensato che i veri fondi dovessero arrivare a loro, nessuno sa più chi fa le cose quando e dove. 

La sinistra dovrebbe essere fieramente operaista e riconoscere nel lavoro la trave portante su cui si fonda la società: e invece è successa questa cosa, per carità inevitabile, per cui la maggior parte degli esponenti della sinistra radicale sono rimasti ai margini delle filiere produttive, confinati in ghetti professionali meno confortevoli di quanto potrebbero apparire, insomma fanno lavori creativi ed è ormai da due anni che li sentiamo lamentarsi perché ad es. la gente non va più a teatro e ora pure alle presentazioni dei libri bisogna controllare il green pass – se avessi il tempo riuscirei ad articolare la cosa senza risultare offensivo ma insomma, secondo voi in una situazione del genere è davvero così strano che il potere ci tenga a tenere le fabbriche un po’ più aperte dei teatri? Sì, secondo loro è strano, se ne lamentano, maledetta Confindustria. Se avessimo il contrario, chiuse le fabbriche e aperti i teatri, chissà quanti cassintegrati in fila ai botteghino. E lo capisco che per i lavoratori dello spettacolo è dura, sono solidale con le vostre rivendicazioni così come voi senz’altro sapete che mangiare, dormire sotto un tetto, mandare i figli a scuola sono attività che per forza vengono prima dello spettacolo, senza le quali comunque gli spettatori non avrebbero la possibilità di assistere a nessuno spettacolo. Questa cosa la capisce persino Confindustria – non può permettersi di non capirla. Noi possiamo permettercelo?

La sinistra dovrebbe essere all’avanguardia nella competenza scientifica (avrebbe dovuto accorgersi del rischio pandemia quand’era ancora un rischio) e nell’elaborazione di scenari alternativi: dovrebbe continuamente chiedersi Che fare? e non dovrebbe vergognarsi di produrre risposte drastiche. Questo nella teoria. Nella pratica continua a intonare lamentazioni per il Povero Runner, un tic retorico che ti fa riconoscere la prosa di sinistra tanto quanto “Bill Gates”, ” idrossiclorochina” o “stella di David” ti fanno riconoscere da lontano il delirio complottardo. Il Runner che malgrado nella vita reale si sia già rimesso a correre in scarpette da un anno e mezzo, nei dibattiti in rete continua a scappare da folle inferocite affamate di capri espiatori, è ormai il personaggio di una Colonna Infame completamente immaginaria. Dato per scontato che il potere è alla costante ricerca di capri espiatori da additare, forse la reazione migliore non è inventarsi agnelli sacrificali per olocausti che per ora non si sono visti.

La sinistra dovrebbe cambiare il mondo, ma il mondo forse cambia troppo veloce e la sinistra potrebbe essersi accontentata di rappresentare questo cambiamento, di metterlo in scena in un determinato spazio temporaneamente liberato. Questo lo potrei capire: rappresentare è pur sempre meglio di niente. Ma attenzione a non rappresentare soltanto un 40-50enne che si strugge perché non può sfoggiare la sua tuta di lycra nel parco. Siamo tutti meglio di così. Tutti, anche il 40-50 enne in lycra è meglio di così, bisognerà illuminarlo in un modo diverso ma garantisco che è meglio di così. 

La sinistra dovrebbe qua, la sinistra dovrebbe là. Quando l’Assemblea Nazionale votò la guerra contro l’Austria, i giacobini si opposero: per loro era relativamente facile indovinare che si trattava di un’emergenza ad hoc creata dalla corona di Francia per inceppare l’inesorabile ruota della rivoluzione. Quando i fatti diedero loro ragione, e si ritrovarono al potere, i giacobini non finsero che la guerra non esisteva: era stata una pessima idea, non l’avevano voluta, ma ormai si stava combattendo e andava combattuta e vinta con tutti i mezzi possibili. Non importa quanto un’emergenza sia autoindotta da un sistema per perpetuarsi: una volta appurato che l’emergenza c’è, la sinistra non ha nessun diritto di nascondersi o fuggire nel privato o a teatro. Se avessi tempo cercherei di motivare tutto questo con serenità ed equilibrio. Evidentemente non ne ho. 

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Corpo e anima all’Organizzazione

Settembre è sempre più duro e ormai mi manca anche il tempo di spiegare il perché – per fortuna che ho trovato questo sfogo anonimo su facebook in cui mi riconosco un poco: 

“Come tutti gli stalinisti anch’io di formazione avrei dovuto fare tutt’altro, mi sentivo incline alla speculazione e forse all’insegnamento, invece i casi della vita mi hanno portato a occuparmi sempre più di organizzazione, cose per le quali (credo non ci sia bisogno di dirlo), non ho nessuna inclinazione e/o attitudine. È un po’ il paradosso di alcuni dislessici che per imparare a scrivere devono fare una tale fatica di rielaborazione che poi diventano scrittori, io più banalmente non riuscivo a tenere un’agenda per cui ho dovuto imparare a usare i fogli elettronici e adesso eccomi qui a smacchinare con ‘sti fogli tutto il tempo e un codice orrendo, perché per fare andare avanti le cose bisogna pure che qualcuno le organizzi, e organizzare è noioso e complicato”. 

“(No, ok, se ci sei davvero dentro lo sai che a un certo punto diventa divertente, è il nostro piccolo segreto, ma anche se lo diciamo in giro non ci crede nessuno)”.

“L’organizzazione è essenziale per far funzionare le cose. La gente non vuole sentirselo dire, ma le guerre si vincono con l’organizzazione, non con l’eroismo, con quello convinci soltanto i grulli ad arruolarsi che è comunque parte dell’organizzazione. E le rivoluzioni, quelle pure all’inizio sembrano 90% entusiasmo ma se non c’è nessuno a organizzare finisce come il Grande Balzo in Avanti, con la gente che muore di fame. L’organizzazione è una cosa sporca, devi continuamente nascondere polvere sotto un tappeto che si solleva sempre nel momento meno adatto”. 

“Essendomi venduto corpo e anima all’Organizzazione, io non riesco più a capire i discorsi assoluti. Sento dire: bisogna fare questo! E penso: ok, ma come? Questo con tutto, dalla meritocrazia all’obbligo vaccinale. Siccome sono abituato a pormi i problemi da un punto di vista organizzativo, a volte mi guarderai scrollare la testa e penserai che sto dicendo Non È Giusto, ma non è vero: sto solo pensando Non Si Può Fare. E mi fai un torto se pensi che io non abbia ideali anche nobili, il problema è che l’Organizzazione te li prende e te li sbatte contro questo muro chiamato realtà, da cui staccarli a volte diventa complicato. Ho visto gente, non potrei dirlo, ma ho visto gente entrare nel mio lavoro con l’idea di combattere per l’Uguaglianza e la Multiculturalità, e dopo un po’ li ho visti diventare belve che si attaccano al telefono col centro territoriale e trattano per scambiare cinque bambini bengalesi contro tre pugliesi che neanche al mercato del bestiame, e vuoi sapere una cosa? Stanno ancora combattendo per l’uguaglianza e per la libertà, però lo fanno col telefono in mano, lo fanno con un budget preciso, non lo fanno più nel beato territorio delle idee ma nello schifoso mondo reale dove i soldi non si stampano a piacere, qualsiasi favore deve essere ricambiato con gli interessi e così via”. 

“L’Organizzazione è sporca. Se pensi di poterci saltare fuori pulito sei un illuso, c’è gente la fuori che soffre per scelte che hai fatto tu davanti a uno stupido foglio a quadretti, e le hai fatte per motivi che a volte nemmeno condividi, ma comunque dovrai dormirci la notte e domani si ricomincia, ma forse non è questa la cosa peggiore”.

“La cosa peggiore è che devi rapportarti con persone che lavorano con te che l’Organizzazione nemmeno la vedono – non esiste. Non sentendosi portati, non si sono mai preoccupati di come funziona. Nessuno ha provato a spiegarglielo, dal momento che nessuno faceva affidamento su di loro per questa genere di faccende. Loro semplicemente vengono al lavoro ogni giorno come se fosse una cosa naturale, e non il complicato risultato di una serie di eventi che hanno permesso che loro potessero entrare alla data ora facendo un dato percorso per offrire quella data prestazione a un dato gruppo di utenti. Per loro i casi sono due: o tutto sta andando male, e allora la colpa sarà di Qualcun Altro che non ha fatto il suo dovere (un collega, anzi tutti, la segreteria, la direzione, il ministero, il governo, Bill Gates), o tutto sta andando diciamo in maniera passabile: ma in questo secondo caso non passa l’idea che le cose stiano funzionando perché c’è gente che si sbatte per organizzarle, noooo: tutto questo complicato congegno, il collega lo scambia per un dato di natura. E ne deduce che non c’è tutto questo bisogno di organizzarsi, che bisogna Lasciar Fare, lasciar spazio all’iniziativa del singolo, perché tutto in natura si regola nel migliore dei mondi possibili. Appena qualcuno gli dice guarda che devi spostarti un attimo qui perché dobbiamo far passare questa cosa, il tizio reagisce come se qualcuno volesse scacciarlo dal giardino dell’Eden. Come osano? Cos’è che stanno organizzando? Ma cos’è tutta questa mania di organizzare? Io non organizzo niente e sto bene, siete voi con la vostra mania di organizzare ad aver fatto del mondo una valle di lacrime”. 

“Questa gente ormai è così, non è puoi ridarla indietro in cambio di modelli funzionanti: ci devi lavorare, li devi mettere in posti dove possano svolgere la loro mansione (a volte in modo brillante), devi ungerli oliarli e montarli nella macchina come se funzionassero anche se sai che ogni tanto gripperà e qualcuno darà la colpa a te. Hai voluto la bicicletta? No, in realtà non l’hai mai voluta, ma moto da cross non te ne ha mai offerte nessuno, quindi pedali”.

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I NoVax ci fanno comodo

Non è la prima volta che succede: abbiamo visto una minoranza protestare (gli antivaccinisti, in questo caso), li abbiamo visti fomentarsi a vicenda sui social; a volte abbiamo anche notato come tendessero a scambiarsi contenuti un po’ prefabbricati, veri e propri meme, messi in giro da professionisti della disinformazione che non possiamo credere in buona fede. Li abbiamo visti scendere nelle piazze vere, insomma prendere forma nella vita reale, e lì ci siamo preoccupati: ma oltre alla preoccupazione c’era una frustrazione più sorda, perché noi non siamo quel tipo di persone che dovrebbe inquietarsi per un corteo e invocare la repressione, insomma scoprirci dal lato sbagliato delle barricate ci deprime, stiamo proprio invecchiando, ma loro nel frattempo cominciavano a diventare violenti – per chi continuava a leggerli su internet non era affatto una sorpresa, insomma, c’è gente che da mesi vive in una dimensione allucinata in cui Bill Gates sta controllando il mondo e vuole decimare la popolazione, io se credessi veramente in cose del genere mi starei già facendo le bombe in casa – loro invece dicevano che avrebbero fermato i treni, il primo settembre, buffo, come il Mussolini socialista ai tempi della guerra di Libia (e come noi stessi ai tempi della seconda guerra del Golfo), ovviamente non ci riusciranno, ma cosa succederà poi? E poi? E poi…

L’immunità di gregge, in un raro scatto

E poi erano in quattro gatti, anzi in due. Due sfigati con la bandiera hanno avuto il loro giorno da leone, grazie soprattutto alla disciplina di tutte le pecorelle intorno, regolarmente vaccinate. Chi se lo poteva aspettare? Oddio sarebbe bastato chiedere a chi ha esperienza: un conto è manifestare il weekend, un conto presentarsi un martedì mattina. 

Ma insomma li avevamo sopravvalutati, questi NoVax? Certamente. Come tutti i movimenti prima di loro (tutti tranne il M5S, buffo). È un fenomeno abbastanza classico, il modo in cui ogni volta che fissiamo l’obiettivo su una minoranza, dopo un po’ ci dimentichiamo che l’obiettivo è una lente d’ingrandimento. Io ho meno scuse di tutti perché vent’anni fa ero un blogger, in un periodo in cui i blogger erano forse in tutto un centinaio ma a furia di parlarsi tra loro e di far parlare un po’ i media tutt’intorno si erano convinti di essere il futuro della comunicazione politica, del giornalismo e perché no, della letteratura. Era un po’ esagerato? Era molto esagerato: dopodiché in quel centinaio se vai a vedere c’è gente che oggi sta in parlamento, dirige giornali e ha scritto bei libri, insomma su internet cerchi sempre di trovare le cose prima che esplodano, e per farlo ti serve la lente d’ingrandimento, e dopo aver ingrandito tutto ti sembra tutto molto enorme. Questo non esclude che tu possa aver trovato qualcosa. I NoVax non fermeranno i treni. Forse alcuni di loro combineranno guai, ma in linea di massima non è che possiamo aspettarci una svolta terroristica da un gruppo di gente che ha paura di farsi una puntura. Possiamo dunque liquidarli come un gruppetto di sfigati? Non del tutto: nel gruppetto ribolle qualcosa che un giorno esploderà, spero solo metaforicamente. Quel giorno rimpiangeremo di non averli studiati meglio prima, cioè adesso. Adesso io però ho davvero poco tempo, butto giù solo due appunti.

Libero Quotidiano

I NoVax duri e puri sono ormai un fantoccio polemico. Li si inquadra quanto basta a mostrarli brutti, cattivi, fanatici. Si stigmatizza il loro egoismo antisociale; si sussurra che dovrebbero essere esclusi dal sistema sanitario nazionale – ovviamente è solo una provocazione, ma intanto qualcuno la mette per iscritto. Quando poi qualcuno di loro si ammala davvero, la notizia viene condivisa con malcelata soddisfazione. Tutto questo anche su quegli organi di stampa che fino a qualche settimana e mese fa li hanno irradiati di contenuti che mettevano in dubbio i vaccini – il caso più eclatante credo sia quello di Libero Quotidiano, passato nel giro di poche settimane dai deliri di Montagnier agli insulti allo stesso Montagnier. Ma alla fine anche alla stampa cosiddetta seria non dispiaceva affatto vendere qualche copia in più, in primavera, con un po’ di sano allarmismo su Astrazeneca. I NoVax insomma sono una creaturina allevata e vezzeggiata dal giornalismo, che in prima pagina qualche mostriciattolo deve pure esibirlo; e l’altro padrino senza scrupoli è la politica, e in particolare i partiti di destra fuori e dentro il governo, che ai NoVax continuano a fare l’occhiolino ma al primo fatto grave chiederanno leggi speciali per ristabilire l’ordine e la disciplina. 

Allarghiamo un po’ il quadro adesso che è il quarto paragrafo, tanto chi vuoi che legga fin qui. Su Repubblica c’è un pezzo che spiega in quali regioni italiane conviene trasferirsi in vista dei cambiamenti climatici; ci hanno messo un po’ ma ormai ci sono arrivati anche gli agenti immobiliari; insomma la civiltà liberaldemocratica è finita. Ha garantito per più di mezzo secolo un benessere crescente a centinaia di milioni di cittadini occidentali; per funzionare però doveva continuare a crescere e questo è fisicamente impossibile; ci abbiamo provato ma le risorse non si moltiplicano con la fantasia e il desiderio. Dobbiamo cambiare sistema ma le alternative sulla piazza sono per lo più totalitarismi. Ma soprattutto dobbiamo modificare il nostro stile di vita e questo è impossibile sul piano esistenziale: è peggio che toglierci il nostro dio, le nostre abitudini sono molto più sacre. I NoVax questa cosa l’hanno capita molto meglio di tanti liberali e democratici: alla fine il loro complottismo è una lente più nitida di tante altre ideologie più rispettabili. I NoVax rivogliono il mondo di prima, ma chi avrebbe il coraggio di dir loro apertamente che indietro non si torna, che la crisi è irreversibile e che se ne usciremo vivi, ne usciremo in un mondo molto diverso, sacrificando molto di quello che credevamo ci spettasse di diritto in quanto occidentali? Meglio imbottirli di minchiate, tenerli d’occhio, aspettare che i più facinorosi si agglutinino e poi quando scoppia la bolla additarli al pubblico ludibrio. Non penso che ci sia una regia occulta, è un meccanismo che si sta montando da solo. 

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I falsi e i veri lemming

Non so quanto c’entri con quanto detto fin qui, ma invecchiando mi scopro sempre più determinista genetico. Si tratta a dire il vero di una tendenza con cui combatto sin da quando sono cosciente (credo di averlo scritto all’inizio di questo sito web): io tra gene e ambiente sono uno che ha deciso di tifare ambiente non perché sia convinto che il gene sia meno importante, anzi il contrario; è solo che sul gene mi rifiuto di intervenire, il Novecento mi sembra un monito significativo in tal senso, e quindi se voglio modificare la società non mi resta che intervenire sull’ambiente – ma con gli anni si ingrossa il dubbio che più che una scelta sia un ripiego. Anche la paternità avrà avuto il suo peso: a un certo punto non ci puoi fare niente, vedi i tuoi geni che se ne vanno in giro e per quanto cerchi di evitar loro tutta una serie di guai che a questo punto indovini benissimo, ti rendi conto che non ci puoi far niente, è come aver caricato un giocattolo a molla, ma sto divagando.

Invecchiando divento sempre più darwiniano, come gli “scienziati” dei giornali di quando ero bambino che ogni settimana scoprivano il gene di qualcosa di diverso (il che mi innervosiva immensamente): il gene della fantasia, il gene dell’originalità, a un certo punto scoprirono pure il gene dell’omosessualità, il che mi perplesse molto perché non capivo come potesse diventare dominante (in seguito forse ho capito). Adesso che queste cose mi sembra vadano molto meno di moda, sono io che invece continuo a osservare i miei simili e fantasticare continuamente di vantaggi evolutivi. Vedo un falò: come quando ero bambino, il fuoco mi ipnotizza, potrei passare ore a guardarlo. Penso a quanto fu fantastico a un certo punto trovarsi un camino in casa, imparare ad accenderlo, rischiare la vita centinaia di volte, puzzare di fumo, scottarsi la lingua con le caldarroste, ora so che nel frattempo inquinavamo l’ambiente più che con il turbodiesel, ma poi crescendo vedevo i miei compagni di scoutismo che non avevano un camino in casa restare ipnotizzati davanti allo stesso sortilegio nel quale io ormai mi destreggiavo, mentre loro rischiavano di bruciarsi le ali come insetti intorno a una lampadina. Ma non faccio in tempo a formulare il ricordo che sto già pensando al vantaggio evolutivo che premiò i miei antenati che invece di scappare davanti a un tronco colpito da un fulmine ebbero la pazza idea di restare nei pressi e cercare di capire come funzionava, folli! chissà quanti ne morirono, e malissimo! ma poi venne qualche glaciazione e alla fine chi sopravvisse furono proprio i folli piromani, che poi siamo noi, chi più chi meno. E così via. Una volta penso al fuoco, un altra volta al rumore, in generale a qualsiasi cosa apparentemente fastidiosa e pericolosa ma in sostanza vitale, che risvegli in noi sia la paura, sia il desiderio di sopraffarla. 

A volte penso ai lemming: e anch’io non penso a quelli veri, ma a quelli che a un certo punto l’uomo si è inventato, quelli che decidono di sterminarsi. Chiunque abbia formulato la leggenda, è chiaro che aveva in mente più i suoi simili che qualche roditore dei ghiacci. Stava cercando un modo per descrivere le psicosi collettive, crociate dei fanciulli, le guerre inutili (cioè tutte, viste dalla debita distanza), tutte quelle situazioni in cui una massa di persone sembra volersi annientare e c’è sempre un metodo, nella loro follia: c’è sempre la convinzione di rendere al resto dell’umanità qualcosa di utile. Tra le tante leggende che serpeggiano nel sottobosco dei noVax, una delle più rivelatrici mi sembra quella che vede nel vaccino un espediente creato da Bill Gates, il quale, dopo aver calcolato che l’umanità deve ridursi del 10%, ha prima introdotto il virus per spaventarci, e poi il finto vaccino che opererà questa demoniaca riduzione. (Prevedo l’obiezione: ma Bill non poteva semplicemente ammazzarci con un virus, invece di tutta questa manfrina? Probabilmente all’inizio la leggenda non prevedeva il vaccino, e poi si è adattata alla situazione). 

La leggenda suona simile a quelle fiorite in ambito sciachimista (le scie chimiche sarebbero parte di un piano per ridurre la fertilità). Sono tutti spettri malthusiani e c’è da domandarsi se non siano persino ottimisti: magari bastasse ridurre la popolazione del 10%, magari bastasse spargere un po’ di bromuro per risolvere la sovrappopolazione e il surriscaldamento. Ma quel che mi ipnotizza di queste fantasie, come il fuoco quand’ero bambino, è l’inferno interiore che rivelano: non è Bill Gates che vuole ridurre la popolazione, sono loro che inconsapevolmente ci stanno provando. Sono gli apostoli del Covid, che molti ancora non hanno preso ma non vedono l’ora e faranno tutto quello che possono per passarlo ai loro cari, ai colleghi, agli studenti. Quando ci fu il lockdown non sopportavano il lockdown, il che è comprensibile perché durò mesi: ma loro erano già a spasso a starnutire fuori dalla mascherina dopo due settimane. Quando arrivarono i vaccini, decisero immediatamente che erano sieri sperimentali non sperimentati abbastanza, e ora eccoli in piazza a intervalli regolari, inconsapevolmente decisi a creare almeno un focolaio in ogni città. Se davvero Bill Gates fosse il Thanos della leggenda, è loro che finanzierebbe e ispirerebbe: e qualcuno del resto li ispira davvero, lo si intravede nel modo in cui a raggiera condividono i loro slogan. Ma potrebbe anche non esserci nessun grande vecchio dietro, potrebbe essere l’istinto a guidarli verso i crepacci; la follia che apparentemente li contagia potrebbe essere un vantaggio evolutivo. 

Forse sopravviviamo come specie perché ogni tanto una parte di noi oscuramente avverte di aver saturato il proprio ambiente naturale e si autodistrugge. Forse il diluvio l’abbiamo causato noi, disboscando qualche altura di troppo; di certo la crisi del Trecento l’abbiamo causata noi (anche in quel caso sovrappopolazione e disboscamento, ancora prima che arrivasse la peste). Quando si può fare una guerra, la facciamo; ma in molti posti non si può fare più, causerebbe la mutua distruzione, e allora ritorniamo ad altri sistemi già testati e attestati, come la pestilenza. Ma se è quello che sta succedendo, che senso ha provare a ragionare coi noVax? Non solo il loro comportamento è istintivo, ma cosa ci sarebbe poi di sbagliato nel loro istinto? La scienza e la politica stanno cercando di salvare più umanità possibile, nel solito goffo modo, con le goffe equazioni utilitariste per cui la vita di due uomini dovrebbe essere meglio della vita di uno solo eccetera. I lemming inconsapevolmente intuiscono che l’umanità si salva in un altro modo: potando molti rami per salvare il fusto. La politica non saprebbe che rami potare, i regimi totalitaristi forse possono abbozzare un piano ma le democrazie non sono in grado di sostenere calcoli di questo genere, sono intelligenze fragili che vanno in crash al primo trolley problem. I lemming non fanno calcoli, non cercano di salvare sé stessi o i loro congiunti (ovvero, proprio mentre credono di salvare sé stessi, si proiettano più direttamente nei crepacci). Il loro unico piano è scritto nei loro geni, come una bomba a tempo. Sì, qualcuno di loro è convinto di essere intelligente, alcuni sono intelligenti addirittura di mestiere e sono convinti di avere un sacco di argomenti per mandare i simili al massacro. Hanno studiato il Novecento e quindi si aspettano che si ripeta prima o poi, non necessariamente in farsa. Ma non sono i capibranco, raramente li vedi in testa a una colonna di roditori, insomma è inutile prendersela con loro. Sono meno intelligenti di quel che credono? In un certo senso sì. Non capiscono quello che stanno facendo? Non del tutto. Hanno torto a fare quello che stanno facendo? Non lo so, vedremo.

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Filosofi e altri roditori, 1

Non che sia molto importante, non che possa cambiare più di tanto il senso del discorso, però nel suo ultimo comunicato Giorgio Agamben ha commesso un curioso lapsus: ci ha paragonato ai lemming (lui veramente scrive lemmings). Siccome siamo in tanti a leggere ormai (non siamo mai stati così tanti, e provenienti da milieu culturali tanto diversi) è stato tanto generoso da includere la definizione. “I lemmings (scrive) sono dei piccoli roditori, lunghi circa 15 centimetri, che vivono nelle tundre dell’Europa e dell’Asia settentrionali. Questa specie ha la particolarità di intraprendere improvvisamente senza alcun motivo apparente delle migrazioni collettive che terminano con un suicidio in massa nelle acque del mare”. Agamben aggiunge che “l’enigma che questo comportamento ha posto agli zoologi è così singolare che essi, dopo aver tentato di fornire spiegazioni che si sono rivelate insufficienti, hanno preferito rimuoverlo”.

Lemming, votati all’autosterminio, forse guidati da una pulsione di morte; zoologi che si pongono un enigma e poi lo rimuovono. Materiale potente per chi ha bisogno di metafore. C’è il piccolo problema, ecco, veramente piccolo, mi vergogno quasi di farlo notare, che è quasi tutto falso: i lemming non intraprendano “improvvisamente senza alcun motivo apparente delle migrazioni collettive che terminano con un suicidio di massa”. Si tratta di una leggenda urbana così vecchia e così confutata che quando l’ho letta mi sono sentito in pena. E poi mi sono chiesto: ma come fa Agamben, persona di straordinaria cultura, a credere a una cosa del genere? 

Domanda mal posta; al massimo avrei dovuto chiedermi: come faccio io, persona dalla cultura molto meno straordinaria, a sapere che è una leggenda urbana? Di sicuro non sono in grado di confutarla di persona, di certo non sono andato nelle tundre a controllare: quindi da cosa deriva tutta questa mia sicumera? Bella domanda, in effetti non ne ho idea, non ricordo. So solo che da trent’anni ogni volta che sento parlare di lemming che si suicidano (non spesso), subito sento soggiungere che non è proprio così, che è una vecchia credenza che nasce da un comportamento dei lemming solo apparentemente irrazionale: essendo mammiferi infestanti, in un habitat poco generoso di risorse, ogni tanto si risolvono a migrare all’improvviso, attraversando luoghi che non conoscono, gettandosi in crepacci che non vedono e cercando di attraversare corsi d’acqua di cui fraintendono la larghezza. Non lo fanno per ammazzarsi, ma per sopravvivere: arte in cui magari non eccellono (ma chi siamo noi per giudicare?) Se per un pezzo abbiamo creduto il contrario è soprattutto grazie a un documentario tv della Disney – uno di quelli pioneristici che per ottenere scene apparentemente realistiche si prendeva molte licenze. La puntata dei lemming in questo senso fu proverbiale: gli esemplari di lemming furono letteralmente spinti nei crepacci per fornire ai telespettatori e a noi ancora più di mezzo secolo dopo una metafora tanto seducente quanto artefatta. Potenza dello Zeitgeist, quando in piena Guerra Fredda l’idea che una specie animale corresse volontariamente all’autosterminio doveva risultare irresistibile alle fantasie di chi viveva in attesa di un terzo e definitivo conflitto mondiale. 

E tuttavia i lemming veri non corrono al suicidio, c’è scritto persino in una delle più fondamentali pagine di Wikipedia (List of common misconceptions): e rieccoci alla contrapposizione già descritta con una brutale allegoria nel pezzo precedente: da una parte un miliardo di primati non molto intelligenti ma cocciuti che si costruisce un sapere collettivo che fa acqua da tutte le parti, ma un po’ di conoscenza la trattiene (Wikipedia è forse il caso più esemplare); dall’altra il savio filosofo, discendente da tutta una schiatta di savi filosofi che ha una cultura settoriale imbattibile ma poi ci scivola su una delle most common misconceptions. 

A parte questo la cosa non avrebbe molta importanza: Agamben ha preso una cantonata su una curiosità zoologica, ma non è questo il lapsus di cui volevo parlare all’inizio. Non è nemmeno una gran cantonata, in fondo; senz’altro la mancata propensione suicidiaria dei lemming non inficia la riflessione di Agamben: i lemming non gli fornivano una prova e nemmeno un indizio, bensì… già, cosa? Nella retorica antica e medievale si chiamavano exempla, servivano a vivacizzare il discorso (non a puntellarlo su dati reali), e non infrequentemente si basavano sul mondo animale, perché chi ascolta la predica è sempre un bambino dentro: i paroloni dopo un po’ lo addormentano, gli animali invece gli danno una sveglia e gli fanno correre la fantasia. Agamben usa i lemming come i predicatori medievali usavano gli unicorni, probabilmente già sospettando che i leggendari equini non fossero così fessi da farsi catturare nel momento in cui posavano il capo sul grembo di una vergine: sono favolette, exempla, non dati naturali, ma luoghi comuni letterari. Del resto lo scrive pure Agamben, che i lemming di cui sta parlando sono quelli descritti da uno scrittore e non uno qualsiasi: Primo Levi, che ai roditori dedicò un breve racconto del 1971, Verso Occidente. 

Il racconto di Levi è un esperimento mentale, tipico esempio di quell’hard science fiction che in Italia purtroppo ebbe pochi esponenti, e nessuno probabilmente del suo livello: immaginiamo che esista una specie vivente che vuole morire. Da cosa potrebbe dipendere una simile pulsione? Chimico di formazione, Levi ipotizza che al sangue dei roditori manchi un composto organico (un alcol), e immagina che la stessa carenza alcolica sia condivisa da un popolo amazzonico in via di estinzione. Questo popolo non solo prevede una forma molto codificata di suicidio tribale, ma si distingue per un’altra fondamentale caratteristica: non ha sviluppato credenze religiose. Da qui forse si capisce meglio cosa abbia solleticato la fantasia di Agamben: la specie suicida e soprattutto il popolo amazzonico sembrano evocare l’idea che tanto gli sta a cuore della “nuda vita”:

Gli esseri umani non possono vivere se non si danno per la loro vita delle ragioni e delle giustificazioni, che in ogni tempo hanno preso la forma di religioni, di miti, di fedi politiche, di filosofie e di ideali di ogni specie. Queste giustificazioni sembrano oggi – almeno nella parte dell’umanità più ricca e tecnologizzata – cadute e gli uomini si trovano forse per la prima volta ridotti alla loro pura sopravvivenza biologica, che, a quanto pare, si rivelano incapaci di accettare. Solo questo può spiegare perché, invece di assumere il semplice, amabile fatto di vivere gli uni accanto agli altri, si sia sentito il bisogno di istaurare [sic] un implacabile terrore sanitario, in cui la vita senza più giustificazioni ideali è minacciata e punita a ogni istante da malattie e morte.

Qui c’è in nuce tutto il pensiero di Agamben sull’epidemia. Pensiero come si vede basato su un’ipotesi apocalittica: la “parte dell’umanità più ricca e tecnologizzata” avrebbe perso qualcosa che tutto il resto dell’umanità ha sempre avuto. Questo qualcosa non è l’alcol immaginato da Levi, ma è comunque alla base di tutto ciò che ispira “religioni, miti, fedi politiche, filosofie e ideali”. Tutto questo non c’è più e quindi non abbiamo più voglia di vivere. 

Una cosa interessante di questo pensiero è come contraddica praticamente tutto quello che possiamo vedere intorno a noi, su internet ma anche solo alla finestra; religioni, miti, fedi politiche, ve n’è ovunque e benché sia vero che sembrano sempre declinare, di solito è per lasciare lo spazio a nuove religioni, miti, fedi politiche: insomma una grande vivacità che si può anche definire come “crisi”, ma con cautela perché lo storico lo sa, che se una civiltà in media dura 500 anni, di solito si comincia a parlare di crisi già verso il cinquantesimo. Per Agamben invece tutto sta finendo: ci stiamo riducendo a una pura sopravvivenza biologica che però non accettiamo – e anche qui, basta dare un’occhiata fuori per restare perplessi: lo stesso modo in cui abbiamo affrontato la pandemia ci potrebbe mostrare quanto siamo tutti attaccati alla vita. Chi ha sperato sin dall’inizio in tutte le misure adottate, dal distanziamento ai vaccini, lo ha fatto perché voleva vivere: ma anche chi ha osteggiato sin dall’inizio lockdown, e vaccini, anche chi ha completamente negato l’emergenza, lo ha fatto in nome della sua esigenza di vivere una vita più piena possibile. Perlomeno è questa la sensazione complessiva che nel mio piccolo mi sembra di poter trarre da questi venti mesi in cui tutti intorno a me mi sono sembrati molto attaccati a qualsiasi vita gli capitasse di vivere: alcuni sacrificando la propria libertà e barricandosi in casa, altri viceversa mettendo a repentaglio la sicurezza altrui in nome del proprio benessere. Di fronte a un quadro del genere, se proprio volessi cercare un significato unitario, io vi leggerei un collettiva, commovente ostinazione a vivere malgrado tutto; il filosofo il contrario: non ne abbiamo più voglia, al punto che l’unico sistema è terrorizzarci con malattie che evidentemente sono più politiche che reali. 

Buffo, anche se avessimo davanti un’orda di lemming, vedremmo esattamente l’opposto: lui una colonna di roditori diretta verso lo sterminio, io una massa di animaletti che in una situazione che non conosce cerca di destreggiarsi come può, combina ovvi disastri che scarica sugli individui, ed errore dopo errore traccia la sua strada verso una salvezza non predestinata, ma nemmeno impossibile… (continua)

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Il monastero e la palestra

Proveremo a immaginarci la filosofia continentale come un dipartimento kafkiano, un monastero dove si fa carriera dopo aver lungamente finto di apprendere una lingua misteriosa che (qualcuno sospetta) non ha nessun significato o ne ha troppi, ogni vocabolario fallisce nel tentativo di spiegare il significato cangiante che assume la stessa parola da Maestro a Maestro e quindi (qualcuno sospetta) forse la carriera la fai pigliandotene uno e servendolo e riverendolo finché non muore e dopo averlo pianto per giorni e giorni spetta a te staccarlo dalla cattedra. 

Secondo altre teorie all’inizio questo monastero era un dipartimento come un altro. Quando però, secoli fa, è subentrata questa moda di fare esperimenti e verificare ipotesi, gli altri monasteri ci si sono tutti buttati con un entusiasmo molto sospetto; e mentre scoprivano aberrazioni come il calcolo infinitesimale, si sono sempre più allontanati dall’unica via che il monastero continentale si è dedicato a difendere, anche se la maggior parte dei monaci non ti saprebbe dire in cosa consista – e se anche lo sapesse non te lo direbbe, il loro avanzamento di carriera dipende direttamente da questo gap tra le cose che loro dovrebbero sapere e tu no, anche l’eventuale capra non ha altra scelta che inventarsi un sapere qualsiasi e un non-linguaggio in cui non riesce ad esprimertelo. Questo per quanto riguarda la filosofia continentale. 

L’internet invece dobbiamo figurarcela come un’enorme palestra di scimmie, ma quando dico enorme dico proprio che ormai siamo in miliardi, e abbiamo una tastiera a disposizione per quasi tutte le ore del giorno, il che significa che le possibilità di scrivere qualcosa di sensato non sono poi così basse e in particolare non sono più da qualche anno così inferiori a quelle del monastero continentale. Le scimmie sono animali sociali, con tutti i loro limiti; dopo anni di intense interazioni on line non potevano che arrivare a codificare una serie di comportamenti abbastanza interessanti, per quanto discutibili. Le dispute si sono ritualizzate al punto che vi sono argomentazioni che vengono rifiutate in quanto “fallacie”, una specie di fallo retorico (che come il fallo sportivo è sempre un po’ arbitrario, a volte vale la pena di fischiarlo a volte no). Uno degli esempi più noti è la reductio ad Hitlerum: dopo che alle scimmie era stato insegnato che Hitler era il male assoluto, nel giro di pochi anni avevano iniziato a paragonare a Hitler qualsiasi atteggiamento intendessero stigmatizzare. Ma persino le scimmie si rendono conto, evidentemente, che un paragone inflazionato perde il suo valore, e prima di arrivare al punto in cui chi apriva una banana dal punto sbagliato era Hitler, hanno stabilito collettivamente che la reductio ad Hitlerum era un tabù. Il che magari è altrettanto assurdo, ma almeno evitava loro di doversi difendere da accuse di nazismo ogni volta che pelavano una banana. La decisione non fu presa ufficialmente da nessuna intelligenza superiore: fu il punto di arrivo di una serie di atteggiamenti collettivi, presi da numerosissime intelligenze inferiori.  

Va bene, ma in questi giorni cos’è successo? Niente di così nuovo: ogni tanto un monaco continentale sente la necessità di recarsi nella palestra del miliardo di scimmie a dispensare la sua necessaria Verità. Le scimmie lo sbertucciano, non che lui si aspetti qualcosa di diverso. Quel che forse non si aspettava è l’incredibile boato nel momento in cui il monaco sceglie di pronunciare la fatidica parola, “Hitler”: le scimmie se l’aspettavano e reagiscono ormai come se fosse un tormentone comico. Non c’entra più il nazismo, ormai: la parola “Hitler” per loro è diventata l’etichetta che segnala la presenza di un argomentatore non all’altezza. Per assurdo anche se fosse una delle rare volte in cui la parola “Hitler” aveva un senso, ormai è troppo tardi: lo aveva in un’altra lingua che le scimmie hanno smesso di capire. Il monaco comunque sapeva che le scimmie avrebbero preferito riferimenti ad articoli scientifici, statistiche e cose così, e ha fatto anche il possibile per procurarseli, ma sono scritti in un’altra lingua ancora, un’altra lingua che il monaco non ha mai appreso e non capisce davvero; le scimmie per contro qualche statistica la sanno leggere, la loro abitudine a discutere di tutto 24 ore al giorno ha selezionato tra loro dei veri campioni in grado di procurarsi qualsiasi numero adatto a qualsiasi ragionamento in pochi minuti, per cui nel momento in cui smette di leggere la sua predica il monaco è già stato debunkato da quattro o cinque scimmie in competizione tra loro.

Tutto qui. Il monaco scuote i calzari e se ne torna orgoglioso al suo monastero, confortato nell’idea di essere l’ultimo depositario di una Verità inaccessibile alle scimmie. Le scimmie ne ridacchiano ancora per un po’, poi si mettono a chiacchierar d’altro. La palestra non chiude e senz’altro non chiude il monastero, per il solito motivo per cui da millenni ne teniamo aperti: troppi figli da parcheggiare.

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Due filosofi contro il green pass (vince il green pass).

Quando ho saputo che Massimo Cacciari e Giorgio Agamben avevano pubblicato un intervento a proposito del decreto del Green Pass, mi sono detto: finalmente si ragiona. Perché devo ammettere che questa cosa di avere aderito incondizionatamente a una misura che limita le libertà di movimento non è che mi va del tutto giù. Vedo gente manifestare e sento me stesso lamentarsi che erano manifestazioni non autorizzate, sarò mica passato al lato oscuro? Il mio buon senso mi dice che il governo ha ottimi motivi per fare quello che fa: motivi che ho vagliato, per quanto le mie esigue competenze me lo consentissero. Ma intanto il mio demone mi punzecchia: che ne sai? Se fosse tutta un’illusione che un regime totalitario ti stesse squadernando davanti, e dietro, e tutt’intorno? Credi davvero di saper distinguere tra informazione e propaganda, tra effetti di un virus ed effetti di un vaccino, tra responsabilità e asservimento? La differenza tra te e il novax è che tu ti fidi di qualcuno, lui di qualcun altro: nessuno dei due se ne intende veramente, state semplicemente facendo una scommessa e la tua ragionevolezza si riduce al fatto che hai scelto il banco, la quota minore, il rischio minimo. Va bene, caro demone, andiamo un po’ su facebook a vedere cosa pensano i novax e poi dimmi tu se dovevo giocarmi la salute sulle idee di questi scalmanati. Eh no, dice lui, troppo facile usare i matti di facebook per liquidare una qualsiasi idea – giudicheresti il cristianesimo dal calendario di Frate Indovino? – alle fonti del pensiero, devi andare, all’elaborazione degli intellettuali, loro sì che avranno idee in grado di mettere in crisi le tue false certezze. E quindi viva Cacciari, viva Agamben, questo è ragionare, andiamo subito a vedere cos’hanno scritto di interessante su un tema tanto controverso.

Hanno scritto un temino imbarazzante.

Giuro, una cosa talmente sciatta che non vale nemmeno la pena di rispondere, e sapete perché? Perché ha già risposto Massimo Gramellini. E ha risposto bene, sul pezzo, dimostrandosi meglio informato e più competente, cioè questi due sono riusciti a far salire in cattedra Massimo Gramellini, proprio lui, non è un omonimo chiuso in una spelonca che improvvisamente è saltato fuori a dare lezioni di dialettica ed epistemologia ai due grandi filosofi viventi. Filosofi che tutto sommato non sono stati in grado di produrre un testo distinguibile dai deliri dei famosi scalmanati su facebook. Segue una disamina pedante. 

La discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica.

Tautologia. Una cosa [che se fosse vera sarebbe] gravissima è una cosa gravissima, e ci mancherebbe altro che non avesse conseguenze drammatiche. La tautologia regge come un pilastro di cemento tutto il discorso successivo, e nasconde nella sua armatura l’unico dubbio che valeva la pena di affrontare: il green pass discrimina davvero le persone? Che differenza c’è tra il green pass e le altre limitazioni che in teoria non discriminano (patente di guida, porto d’armi)? Non si sa, non è interessante.

Quando poi un esponente politico giunge a rivolgersi a chi non si vaccina usando un gergo fascista come “li purgheremo con il green pass” c’è davvero da temere di essere già oltre ogni garanzia costituzionale. 

La frase a quanto pare sarebbe sfuggita ad Emanuele Maria Lanfranchi, giornalista, capo ufficio stampa della presidenza della Regione Lazio, portavoce di Nicola Zingaretti, in un post o un tweet poi cancellato. Su Google è possibile trovarla in più interventi di Agamben, che vi ritorna in modo ossessivo perché, evidentemente, altri esempi di “gergo fascista” non ne ha trovati. Insomma quando un portavoce di un presidente di regione si lascia sfuggire un termine squadrista, Agamben e Cacciari davvero temono di essere già “oltre ogni garanzia costituzionale”. Uno si domanda come abbiano fatto a non esplodere quando un grillino in parlamento disse “boia chi molla”, ma vabbe’. 

Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso.

Cioè esattamente quello che avete fatto fin qui, trasformando un lasciapassare nel Marchio della Bestia.

Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica. 

Tautologia.

Nessuno invita a non vaccinarsi! 

Ma veramente sì, un sacco di gente nelle piazze, sull’internet, ecc. Cioè può darsi che il problema dei novax sia un po’ sovradimensionato, ma negarlo, ecco –

Una cosa è sostenere l’utilità, comunque, del vaccino, altra, completamente diversa, tacere del fatto che ci troviamo tuttora in una fase di “sperimentazione di massa” e che su molti, fondamentali aspetti del problema il dibattito scientifico è del tutto aperto. 

Il dibattito sarà sempre aperto, la scienza funziona così. “Sperimentazione di massa” tra virgolette significa che qualcun altro lo ha detto, ma chi? O sono i doppi apici di timidezza, quelli che si usano per prendere le distanze da quello che si sta scrivendo? Perché tra persone adulte e responsabili non si dovrebbero usare. I novax insistono molto sul fatto che i vaccini non siano stati approvati con le procedure standard, che avrebbero richiesto tempi molto più lunghi. E ce ne sono di bravi ormai, anche perché a discutere su internet ci si esercita, ci si specializza, insomma sanno citarti la sigla dell’approvazione richiesta presso il tale ente europeo o americano. Alla fine a leggerli si impara pure qualcosa. Invece leggendo “sperimentazione di massa” tra virgolette io non imparo niente.

La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con chiarezza: 

No, aspetta, ho capito bene? Torna un po’ indietro.

su molti, fondamentali aspetti del problema il dibattito scientifico è del tutto aperto. La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con chiarezza: 

Queste due frasi sono finite accostate insieme per sbaglio, voglio sperare. Altrimenti io povero lettore rischio di dedurre che la Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo affermi con chiarezza che il dibattito scientifico è del tutto aperto, cioè avremmo un Parlamento europeo che legifera sulle aperture e le chiusure dei dibattiti scientifici. Poi volendo essere pedanti la Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo non esiste, al massimo esiste la Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, ma vabbe’, dettagli.

La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con chiarezza: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, anche di quelle che hanno scelto di non essere vaccinate». 

L’italiano incespicante del testo citato non è responsabilità dell’eurolegislatore, ma di chi ha ritagliato malamente la citazione, senza segnalare il taglio e rabberciandolo con quell’orribile “anche”. Ricopio il vero testo; in corsivo la parte tagliata senza segnalazioni da Agamben e Cacciari. “È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti COVID-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l’opportunità di essere vaccinate o hanno scelto di non essere vaccinate”.

E come potrebbe essere altrimenti? Il vaccinato non solo può contagiare, ma può ancora ammalarsi: in Inghilterra su 117 nuovi decessi 50 avevano ricevuto la doppia dose. 

Da Wikipedia: Il termine inglese cherry picking, adattabile in italiano come bias di selezione o selezione arbitraria, è utilizzato nella lingua italiana per riferirsi ad una fallacia logica, caratterizzata dall’attitudine da parte di un individuo volta ad ignorare tutte le prove che potrebbero confutare una propria tesi ed evidenziando solo quelle a suo favore. L’etimologia dell’espressione deriva dalla lingua inglese. Il significato è metaforico e rappresenta l’idea di prendere, per sé stessi, solo le migliori ciliegie da una ciotola piena, ignorando appositamente, magari, quelle poco mature o peggiori.

Nel frattempo proprio ieri scoprivamo che da febbraio in poi il 99% dei deceduti in Italia non aveva completato la somministrazione del vaccino: la mia ciliegia è più bella della vostra, ho vinto io. 

In Israele si calcola che il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto. 

Una cosa che si fa su facebook per vincere una discussione è appunto mettersi affannosamente a cercare dati a supporto della nostra tesi, ed è lì che molti si spezzano le corna, non perché non sappiano ragionare ma perché non reggono il ritmo e prima o poi fraintendono un dato e scrivono una castroneria. In Israele non “si calcola che il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto”. Quel che è successo è che un vaccino tra tanti, il Pfizer, la cui efficacia in Israele nel prevenire il covid19 era stimata intorno 94%, sembra avere nei confronti delle altre varianti un’efficacia molto più bassa, intorno al 64%. Fammi un attimo contare quante cose hanno voluto capire male qui Cacciari e Agamben:

1. Non hanno capito che non si parla “del vaccino”, ma di un vaccino specifico. 

2. Non hanno capito che non si parla di efficacia in generale, ma di efficacia contro le varianti. 

3. Hanno ignorato il resto della notizia, ad esempio dove diceva  “Il calo della protezione riguarda i contagi e non le forme gravi della malattie. Inoltre, pare non influire sui ricoveri né tanto meno sui decessi osservati finora”.

4. L’efficacia al 64% è diventata “il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto”, un’espressione che in italiano sfiora il comico involontario: il vaccino mi copre al 64%, quindi diciamo fino all’ombelico? Sempre ammesso che mi copra dall’alto verso il basso, cosa che non so se augurarmi. 

Le stesse case farmaceutiche hanno ufficialmente dichiarato che non è possibile prevedere i danni a lungo periodo del vaccino, non avendo avuto il tempo di effettuare tutti i test di genotossicità  e di cancerogenicità. 

Sarebbe anche un tema interessante, senonché dispiace che ai due filosofi venga in mente questa preoccupazione e non quella complementare, riguardante i danni da long covid: una sindrome di cui ignoriamo ancora i danni a lungo periodo. E torniamo al punto di partenza, ovvero la scommessa. Nessuno è sicuro in assoluto della bontà della propria scelta. Può darsi che qualche vaccino approvato molto in fretta alla lunga faccia davvero male. È un rischio. Anche la deriva totalitaria innescata dal green pass è un rischio. Il mio buon senso dice che sono rischi accettabili. Agamben e Cacciari dovrebbero farmi venire dei dubbi. Per ora non ci siamo. Tutto quello che dicono, davvero, posso trovarlo formulato con più riferimenti e più convinzione da un anonimo novax su un social network. 

“Nature” ha calcolato che sarà comunque fisiologico che un 15% della popolazione non assuma il vaccino. Dovremo dunque stare col pass fino a quando? 

Azzardo: finché il covid continuerà a uccidere la gente? Poi, ok, capisco che qui si insiste sul rischio di una degenerazione totalitaria, ma cosa c’entra il fisiologico 15% della popolazione? Chi scrive sembra convinto che il fine del green pass sia estendere l’uso del green pass, un po’ come il fine della prevaricazione per Orwell era la prevaricazione. E non che senta l’esigenza di perdere tempo ad articolare questa cosa: la dà per scontata, come spesso i paranoici fanno.
Tutti sono minacciati da pratiche discriminatorie. Paradossalmente, quelli “abilitati” dal green pass più ancora dei non vaccinati (che una propaganda di regime vorrebbe far passare per “nemici della scienza” e magari fautori di pratiche magiche), dal momento che tutti i loro movimenti verrebbero controllati e mai si potrebbe venire a sapere come e da chi. 
Propaganda di regime. Quindi c’è un regime che controllerà se andremo al bar e al lavoro. Chi non ci andrà “paradossalmente” non sarà controllato, sarà invisibile, ma sarà anche presumibilmente tappato in casa o espulso dal consorzio sociale. La propaganda di regime vuole far passare per ciarlatani e “nemici della scienza” i non vaccinati, e capisco che è una cosa odiosa, ma non siete stati capaci di citare correttamente un solo dato a favore delle vostre asserzioni. Anche la vostra è propaganda, e se non siete “nemici della scienza” non siete nemmeno molto amici, neanche semplici conoscenti, diciamo che passate molto alla svelta, rubacchiate qualche ciliegia e chi s’è visto s’è visto. 
Il bisogno di discriminare è antico come la società, e certamente era già presente anche nella nostra, ma il renderlo oggi legge è qualcosa che la coscienza  democratica non può accettare e contro cui deve subito reagire.

Stanno scrivendo davvero che c’è un regime, inaccettabile, contro cui si deve subito reagire, ma reagire come? Per esempio, manifestare nelle piazze senza autorizzazione è ok? Perché qualcuno lo farà, qualcuno si sentirà autorizzato anche da questo autorevole intervento. Stanno davvero chiedendo di protestare con ogni mezzo possibile? Non è chiaro, non lo dicono, insomma armiamoci e partite. 

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La spia e il provocatore

Secondo te è una dittatura, non è da oggi che ci pensi. Sono mesi che ti prepari, mesi che ti lasci permeare da tutte le notizie che confermano quello che pensi tu – e respingi le altre. Quando la gente cominciava a morire, a te risultava che i decessi fossero stabili; quando siamo rimasti a casa, a te risultava che aumentassero i suicidi; quando è cominciata la vaccinazione, a te risultava che uccidesse la gente; quando tutte queste evidenze sono state sbugiardate, a te non risultava. Poi ognuno è libero di leggere quel che vuole e scriverlo pure, ma da un po’ di tempo questa libertà ce la gestiscono i dipendenti di Zuckerberg, e i dipendenti di Zuckerberg hanno deciso che le cose che scrivi le devo leggere pure io. 

(Magari non sono i dipendenti, ma un algoritmo; in questo caso però se fossi uno che compra spazio pubblicitario mi incazzerei, perché a occhio sembra un algoritmo molto più sofisticato di quello che ha deciso che mi piacciono i manga romantici e i manuali di meditazione). 

Ma insomma la Zuckerberg Spa ha deciso che io e te dobbiamo litigare e io ci provo anche, ma ho questo problema che dopo un po’ mi affeziono, non ho il killer instinct, e nel frattempo tu spieghi che siamo sull’orlo di una guerra, che sta per cominciare anzi è cominciata, e che bisognerà lottare con tutte le proprie forze e servirà tanta abnegazione contro il nemico e intanto io penso: ma il nemico sarei io? E contro uno come me, cosa pensi di fare?

Nel frattempo i dipendenti di Zuckerberg mi fanno l’occhiolino, mi hanno già scritto per avvisarmi di segnalare se vedo gente che si radicalizza, forse è il motivo per cui ci hanno accoppiato, forse vogliono un motivo serio per farti fuori e… glielo devo dare io? E glielo devo dare gratis? Ma non penso proprio, guarda. Manco tu fossi un nazista e si vede che non lo sei. E però ormai da qualche giorno sei convinto che lo sia io. Finisce che la spiata a Zuck la farai tu? Devo farla prima io per prevenirti? Che brutto mondo.   

E intanto tu vai avanti e un po’ di gente ti scrive bravo, ti mette i pollicioni, ti propone di aderire al loro gruppo che va in piazza senza mascherina e vaccino contro la dittatura sanitaria che toccherà istituire seriamente a settembre se continuate così… ma tu imperterrito, ormai hai deciso che è tutta una montatura e non si torna indietro, tu non stamperai il green pass e inviti gli altri a non farsi tracciare da Bill Gates e a segnarsi i nemici perché prima o poi verrà il momento della riscossa libertaria, e io ho questo vizio che empatizzo, che mi affeziono, io se per un attimo spengo la razionalità e distolgo la fantasia da Bill Gates che controlla i tabulati per sapere se andate al bar, lo posso capire come ti senti. Io sono cresciuto a pane e Orwell, ricordo un estate che diedero tutti i film di fantascienza sociologica e avrò avuto dieci undici anni, roba da farsela in mano, la Fuga di Logan, L’uomo che fuggì dal futuro, 2022 i sopravvissuti… io lo capisco l’incubo di vivere in un mondo dove per circolare è necessario il Marchio della Bestia. È assurdo crederci, ma una volta che ci credi deve essere agghiacciante, guardarsi attorno e vedere la maggioranza supina accettare la marchiatura, è un incubo… e però tu questo incubo continui a denunciarlo su Facebook.  

Cioè. 

Tu pensi che Bill Gates ti spii col green pass e intanto Zuckerberg coi tuoi status pubblici cosa ci fa, è un tuo amico?

Pensi di essere in una dittatura sanitaria e conseguentemente vai in giro a scrivere Siamo In Una Dittatura Sanitaria e ti firmi pure, il pensiero di passare in clandestinità non ti sfiora? Cioè se una dittatura del genere esistesse davvero, com’è che si contenta di farvi prendere il caffè al banco, com’è che vi lascia i canali aperti… io fossi in te il dubbio che lo faccia apposta per monitorarvi, e al momento giusto bloccarvi (e falciarvi) me lo farei. 

E starei molto attento a chi mi mette like, a chi mi manda i suoi contenuti da condividere, perché in una dittatura sanitaria come minimo ci sono agenti provocatori dappertutto, c’è anche una crisi dell’impiego, figurati se in mezzo a centinaia di contatti non c’è qualcuno che sta gestendo un dossier.

E siccome ogni tanto provo anche a dirtela questa cosa, ma tu niente, e continui tranquillo a scrivere i tuoi proclami e raccogliere i tuoi like, il dubbio me lo faccio venire io: forse questa è davvero una dittatura sanitaria; forse l’agente provocatore sei tu.

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Perché perdiamo tempo con l’Invalsi, nel 2021?

Che anno è, che giorno è? È il momento di discutere dei risultati Invalsi, come se fossero una cosa seria. Malgrado l’interruzione dell’anno scorso, la liturgia ormai si è consolidata: a metà luglio, quando ormai la scuola è un ricordo lontano, l’Invalsi si fa vivo e pubblica quelli che chiama “i risultati“, e che in realtà poi non dicono un granché. Il momento è cruciale: se c’è un torneo internazionale di calcio, è appena finito; un’eventuale Olimpiade non sarà ancora cominciata. Sui giornali insomma potrebbe esserci un po’ di spazio da riempire: peccato che i “risultati” Invalsi siano mortalmente noiosi: le primarie tengono, nelle secondarie inglese è stabile e matematica e italiano sono un po’ in calo… non c’è sugo, non c’è spezia, per cui si fa intervenire il titolista apocalittico, quello che di mestiere, quando il meteo dice che piove, titola SENTENZA FINALE, SPAVENTOSA BOMBA D’ACQUA.

Tu dici: vabbe’, esagera. La tale Testata Prestigiosa ci informa che “Crollano le competenze degli studenti” – il che in sostanza significherebbe che non solo non hanno imparato niente, ma non sanno nemmeno più fare quel che sapevano fare un paio d’anni fa. (L’Invalsi però è un banale test a scelta perlopiù multipla: che sia uno strumento efficace per certificare le cosiddette competenze è discusso e discutibile). Il collega di un’Altra Testata Prestigiosa ci terrorizza: “Alla Maturità competenze da Terza Media“. Per fortuna questa spaventosa lacuna per cui cinque anni di istruzione superiore sarebbero spariti nel nulla non risulta dai dati Invalsi: è solo un titolo acchiappaclic, ma è anche l’unica cosa che la maggior parte dei lettori leggerà. Dai titoli partiranno poi per tutta una serie di osservazioni sulla scuola, sulle sue criticità, ecc. – anche in buona fede, vedo commentatori già pronti a spiegare perché secondo loro la scuola sta funzionando male, cosa bisogna fare per intervenire. Sono discorsi in parte condivisibili, ma io vorrei fermarmi un po’ più a monte.

Non voglio discutere dell’Invalsi come insegnante, stavolta. Non voglio discutere dell’Invalsi come l’esperto di didattica che tra l’altro non sono. Rivendico un punto di vista molto più limitato, ma a fuoco: voglio parlare delle prove Invalsi da tecnico di laboratorio, visto che è quello che faccio nella mia scuola media da quando le prove sono diventate computer based. E da tecnico di laboratorio dico: non è il momento di discutere dei risultati Invalsi come di una cosa seria.

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Non discuto la bontà dei test, la didattica che sottendono, eccetera. Non discuto la professionalità degli esperti che li hanno messi a punto, o la serietà dei miei colleghi che li hanno somministrati. Per far funzionare una somministrazione non bastano gli esperti, i pedagoghi e gli insegnanti. La somministrazione funziona se gli studenti decidono di farla seriamente, e non credo che sia successo.

Parto dalla mia esperienza (ovviamente limitata, ma diversamente da tutti i commentatori io i test li ho visti fare): le prove Invalsi richiedono massimo 90 minuti. I miei studenti consegnavano mediamente dopo 60, molto prima del solito. O erano tutti geni, o le prove erano troppo facili, o non avevano nessun interesse a farla bene. Vi è mai capitato di fare un questionario al computer? Magari quando iniziate siete curiosi, poi vedete che è un po’ più difficile di quel che sembrava, pensate che tutto sommato avete di meglio da fare, e scrollate avanti. La mia supposizione è che molti studenti abbiano fatto la stessa cosa. Non credo che le prove Invalsi di quest’anno vadano prese sul serio, perché i ragazzi che dovevano farle non le hanno prese sul serio.

E perché mai avrebbero dovuto farlo? Tornavano tutti da un lockdown, chi di un mese (elementari e medie) chi di tre mesi o più (superiori). Avevano appena ricominciato a interagire dal vivo coi compagni e con gli insegnanti – certo, in aule distanziate, senza scaffali per tenere i banchi a dieci cm di distanza in più; senza laboratori; senza intervallo in aree comuni: però ce l’avevano fatta, erano tornati a scuola. A questo punto arriva il tecnico e spiega che bisogna recarsi tutti nell’aula computer per quel famoso test a crocette che comunque, nessuno si preoccupi, non influisce in nessun modo sulla loro valutazione finale. I ragazzi sbuffano e vanno. Magari alla spicciolata, perché anche lo spazio in laboratorio è contingentato. Un laboratorio che contiene 30 computer probabilmente può farne lavorare soltanto 15, per garantire il distanziamento. Quindi bisogna fare i turni. Quindi dopo mesi di didattica a distanza una volta tornati a scuola bisogna interrompere il lavoro di classe per andare un po’ alla volta in un laboratorio a fare un noioso test a crocette che dal loro punto di vista non ha la minima importanza.

Sì, proprio in quel laboratorio in cui abbiamo smesso di portare i ragazzi dall’anno scorso perché bisognava in tutti i modi mantenere il distanziamento, mantenere la bolla, evitare che i droplet della terza A fossero inalati dai ragazzi della terza C. È il motivo per cui i ragazzi non fanno più l’intervallo tutti assieme nei corridoi, e ciononostante (e malgrado il ministero spergiurasse che le scuole erano sicure) abbiamo dovuto comunque chiudere in marzo e a Pasqua abbiamo portato i ragazzi delle terze medie e delle seconde superiori in laboratorio per fare un noioso test a crocette. Ora: è così strano che l’abbiano fatto in fretta, rispondendo sbrigativamente alle domande che sembravano più facili e scrollando quelle che non capivano al volo? In tutta sincerità: al loro posto avreste fatto diversamente? Vi ricordo che la prova Invalsi non fa più media, i ragazzi sanno perfettamente che non saranno valutati per le risposte che danno. A volte sentono dire che saranno i loro insegnanti a essere valutati, e la scuola nel suo insieme: ecco, provate un attimo a figurarvi la cosa. Voi al loro posto vi sareste attardati su un computer forse non del tutto disinfettato, a compilare coscienziosamente un test per far fare bella figura ai vostri insegnanti? Chi ha immaginato una situazione di questo tipo sarà anche esperto di didattica, ma non di preadolescenti e adolescenti. O più facilmente la sua priorità non era ottenere buoni risultati. L’unico motivo per somministrare le prove Invalsi in un anno disastrato come questo era ottenere cattivi risultati. La cosa incredibile è che tutto sommato i risultati non sono nemmeno così cattivi. Prevedibili, ma non così pessimi.

La scuola ha dei problemi? Altroché se ne ha. L’Invalsi ce li mostra? L’Invalsi è un dito che mostra la luna. Ma la mostra davvero? Sta puntando davvero verso la luna o semplicemente la luna è l’unica cosa interessante che si trovi vagamente sulla traiettoria? E inoltre: quanto costa quel dito? Siccome non fa che indicare quello che indicano tutti, siccome non ha mai cambiato posizione in tanti anni, vale ancora la pena di mantenerlo? Mi pongo questo tipo di problemi perché io quel dito l’ho sorretto sin dall’inizio, non con le mie idee ma col mio lavoro. Da quando c’è l’Invalsi, io a scuola ho somministrato l’Invalsi. Quando qualche mese fa i miei dirigenti mi confermarono che le prove si sarebbero fatte, ero piuttosto incredulo. La scuola dell’obbligo era appena entrata nel suo secondo lockdown, che sarebbe durato più o meno un mese. In quel momento non sapevamo nemmeno se avremmo finito l’anno in presenza, e ciononostante il Ministero ci chiedeva di predisporre i laboratori informatici per la somministrazione della prova. Bisognava assolutamente capire se i ragazzi ne sapessero più o meno di quelli degli anni scorsi.

Ma bisognava davvero? Cioè, dopo un quadrimestre di DAD completamente improvvisata; dopo un altro quadrimestre in presenza in classi distanziate, con continui stop and go imposti ogni volta che in una classe scoppiava un focolaio, c’era davvero tutta questa esigenza di scoprire se i ragazzi avessero imparato più o meno? Non era una domanda retorica? Voglio dire, potevate chiederlo a me. Ve l’avrei detto io. Gratis? No, gratis no, ma sarei costato senz’altro un po’ meno. Oppure potevate chiedere a chiunque. Lo sappiamo tutti che la scuola non ha funzionato al meglio nel 2020-21 – come qualsiasi altra cosa del resto.

Invece abbiamo sentito l’esigenza di formulare questa domanda retorica a due milioni di studenti. Non sarebbe bastata, per una volta, un’indagine a campione? Anche perché questi studenti, dalle medie in poi, i test li fanno al computer. In quel momento non sapevamo nemmeno se avremmo finito l’anno in presenza, e ciononostante il Ministero ci chiedeva di predisporre i laboratori informatici per la somministrazione della prova. In tante scuole d’Italia, questo era complicato anche prima del Covid e delle procedure di distanziamento. Tre prove da 90 minuti sono 270 minuti per studente – se lo studente dovesse farli tutti assieme, ma ovviamente non è così: ogni 90 bisogna dargli il cambio, e questo significa altri minuti preziosi per aerare e igienizzare la postazione (per quanto si possa sanificare una tastiera, l’oggetto forse meno igienizzabile inventato dall’uomo). Comunque fingiamo che tutto si possa fare in 10 minuti, diciamo che ogni Invalsi ruba allo studente 300 preziosi minuti di presenza (senza restituirgli niente: le prove Invalsi servono un po’ al ministero, un po’ ai giornalisti, ma a lui a che servono? era meglio stare in classe a studiare l’assonometria cavaliera). Se una scuola media ha otto terze, e a ogni terza servono 300 minuti, abbiamo 40 ore da gestire: 40 ore in cui è previsto che l’insegnante sia coadiuvato da un assistente, qualcuno che in teoria la scuola paga: le prove Invalsi costano. Sempre che esista quel famoso laboratorio con 25-28 postazioni cablate e funzionanti. Magari nel 2019 esisteva, ma ora c’è il distanziamento, ricordate? Non è che si possa espandere la cubatura del laboratorio. Si potrebbe fare un altro laboratorio (altri soldi), o più facilmente raddoppiare i turni, per cui le 40 ore diventano 80. Questo è successo alle medie e alle superiori: alle primarie, dove la prova è ancora cartacea, i risultati sono stati migliori. Questo ovviamente può significare che le primarie funzionano meglio. Perlomeno sulla brochure dell’Invalsi c’è scritto così. Oppure che i bambini delle primarie davanti a un fascicolo cartaceo hanno più motivazioni a fare bene che i preadolescenti davanti a un computer – preadolescenti plasmati da anni di videogioco domestico, per cui se sbagli puoi sempre ricominciare e fare meglio.

(A volte davvero alla fine della prova ti chiedono se potrebbero ripeterla ed è un piccolo choc per loro scoprire che no, per la prima volta della vita non si può imparare dai propri errori. Che tra l’altro sarebbe l’unica cosa didatticamente interessante, per loro).

Che anno è, che giorno è? Nessuno in particolare. Le prove Invalsi non ci dicono niente che non sapessimo già. Come al solito sono in linea con le rilevazioni Ocse-Pisa. Le scuole delle regioni più ricche funzionano meglio delle scuole delle regioni più povere, chi l’avrebbe detto. Per farci dire quel che sappiamo benissimo, abbiamo disturbato due milioni di studenti che erano appena tornati in classe. Li abbiamo portati in un laboratorio benché fino al giorno prima sostenessimo che il laboratorio fosse un luogo a rischio. Non abbiamo fornito loro nessuna motivazione particolare: dovevano soltanto finire quei maledetti test. Li hanno finiti al volo, sono tornati in classe, e ora i giornali possono dire che le scuole italiane fanno schifo e la DaD non funziona.

Perché prima non potevano?

Beh, in luglio è più difficile, le scuole sono chiuse, manca un gancio con l’attualità. Insomma non ci dirà mai niente di interessante o nuovo, ma almeno questo gancio ai giornalisti l’Invalsi ogni anno lo offre. E probabilmente è tutto: anche perché io in tanti anni tutti questi interventi mirati per risolvere le criticità individuate dall’Invalsi sinceramente non li ho visti. Ecco perché abbiamo organizzato 80 ore di laboratorio in aprile, sottraendoli alla didattica, e io mi sono pure preso un virus (per fortuna non era il Covid): per sentirmi dire anche in luglio che faccio schifo, che è tutto da rifare. Grazie, e arrivederci al prossimo anno.

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Dovrà morire un po’ di gente, e lo sappiamo

Ora sappiamo tutti quello che sta per succedere; i contagi dopo mesi hanno smesso di calare – che è un altro modo per dire che hanno ricominciato ad aumentare. Ormai lo sappiamo che va così, e un’altra cosa che sappiamo è che ogni volta che aumentano, lo fanno con una curva esponenziale. Quindi per un po’ sembreranno numeri irrisori, e ci ostineremo a obiettare che aumentano soltanto i contagi, non le vittime. Questo di solito funziona per quindici giorni: sarebbe bello che stavolta andasse diversamente, ma dopo quindici giorni di solito riparte anche la curva delle vittime. E di lì a poco quella dei contagi comincia a schizzare, perché le curve esponenziali – ormai lo sappiamo – funzionano così. L’anno scorso è successa la stessa cosa, con la sensibile differenza che era fine agosto. Stavolta non è nemmeno metà luglio, abbiamo appena festeggiato una vittoria sportiva e organizzato le vacanze al mare. Reintrodurre misure preventive anticovid all’improvviso non è praticabile: c’è il rischio che molti semplicemente non le accettino. Non è nemmeno un rischio: molti hanno già smesso di accettarle, da settimane o da mesi. Il relativo successo della campagna vaccinale ci ha in un qualche modo convinti di essere fuori pericolo. Le varianti non ci spaventano ancora: per forza, non ci hanno ancora messi in ginocchio. Ormai lo sappiamo come va, no? Non possiamo convincere la gente a stare in casa, a rinunciare alle vacanze, come se tutti gli sforzi reali e apparenti di questo anno e mezzo non fossero serviti a niente. Dobbiamo aspettare. Che cosa? 

Che le varianti ci mettano in ginocchio. 

Allora sì. Quando la gente comincerà a morire un po’, si potrà riprendere il discorso. Lo ha capito bene Boris Johnson, senz’altro non il governante più illuminato, ma comunque l’esponente di un governo che le ha provate tutte, e dopo qualche molti errori qualche cosa l’ha azzeccata, e che tra una settimana riaprirà tutto, perché? Perché deve morire un po’ più gente, lo ha persino ammesso. Può sembrare mostruoso ma probabilmente faremo la stessa cosa, con qualche settimana di ritardo e qualche ipocrisia in più. Prima apriamo tutto, prima la gente comincia a morire, prima scatta l’allarme sociale e le rinunce collettive tornano a essere praticabili. A occhio questo accadrà a settembre, e le scuole saranno di nuovo l’argomento della contesa. Si scoprirà che non sono stati previsti spazi in più, e addirittura l’organico è stato diminuito; però se vogliamo dirla tutta, a scuola l’abbiamo sempre saputo che il Covid non ci avrebbe lasciato. Le norme sul distanziamento sono rimaste quelle dell’anno scorso, e come l’anno scorso risulteranno probabilmente insufficienti. Ma il solo fatto che non si sia mai discusso se ritirarle o no la dice lunga: nessuno al ministero si è mai illuso su cosa sarebbe successo nel settembre del 2021. Servono morti da gettare sul tavolo delle trattative. Se fossero anche un po’ più giovani del solito – ci dispiacerebbe, ovviamente – ma forse sarebbe un modo per accelerare.  

Poteva andare diversamente? E chi lo sa. Se fossimo stati tutti un po’ più consapevoli e tranquilli – e se la nazionale di calcio si fosse fatta eliminare subito… Certo, mi dico, dopo un anno cosa si può pretendere dalla gente? Poteva andare peggio, in altri posti è andata peggio. In teoria prevenire costerebbe meno che curare; in teoria. In pratica non si può prevenire qualsiasi cosa, chi ci prova non fa che estendere la follia del genitore che vorrebbe evitare al figlio qualsiasi dolore. È giusto che il figlio evada dalla prigione dorata: è giusto che sperimenti la malattia e il dolore. In una certa percentuale pare sia giusto che muoia. Io individualmente non sono d’accordo, ma non conto niente e sarei contento più del solito di sbagliarmi. Nel caso, festeggerò con voi a settembre. 

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Perché facciamo le vacanze di Pasqua? Non ha senso.

Di tante prevedibili polemiche, ecco una che pensavo scattasse inesorabile e invece quest’anno non s’è presentata: le vacanze di Pasqua. Forse avete sentito che in Francia Macron le ha un po’ allargate (e già non erano brevi), probabilmente per frenare i contagi. Nella parte del mondo in cui non si legge il Corriere, in effetti, c’è ampio consenso sul fatto che le scuole aperte influiscano sensibilmente sull’aumento del contagio (c’è anche una ricerca sul Lancet) (una ricerca che a differenza di quella di Sara Gandini tiene conto dei numeri degli ultimi mesi). 

Sempre quando uno non se l’aspetta.

L’assenza di polemica mi ha sinceramente stupito: è da mesi che si va suggerendo di recuperare didattica in luglio, e intanto nessuno fa presente che c’è un buco inutile ad aprile? Inoltre: dopo settimane in cui la vita domestica con gli adolescenti in casa è stata descritta mediamente come un inferno in terra (e non faccio nessuna fatica a crederci) le vacanze di Pasqua dovrebbero rappresentare il punto di massimo disagio. Già quelle italiane non sono mai state molto utili, ma quest’anno risultano particolarmente assurde. Siamo tutti a casa a sciabattare, chi da settimane chi da mesi: potremmo benissimo continuare con un po’ di lezioni a distanza e in molti casi ci farebbe bene, ci terrebbe occupati, ci aiuterebbe a dare un senso al tempo che ci cola dal cavo delle mani. E invece no, dobbiamo fare “vacanza” – senza poter andarcene da nessuna parte, ma nella circolare all’inizio dell’anno c’era scritto “vacanza” e a nessuno è venuto in mente di discutere la cosa. L’anno scorso sì, qualche genitore protestò. Quest’anno niente: è curioso.

Dunque qui sotto cerco di rispondere a una domanda che nessuno sta facendo (ma la risposta me l’ero comunque preparata). Perché facciamo le vacanze di Pasqua, quest’anno?

Per riposarci? Non saranno particolarmente riposanti.

Per santificare le feste? Non saranno particolarmente santificate.

Per ricordare ai genitori e a tutte le altre categorie di lavoratori i nostri odiosi privilegi? Non ce n’era bisogno (se li ricordano già).

Perché i diabolici sindacati non possono rinunciare al periodo dell’anno più propenso ai sabba in cui le RSU si congiungono col demonio? Fuochino, ma no. 

Le vacanze di Pasqua le facciamo per un motivo più banale ma anche più significativo: non ci siamo organizzati per sospenderle. C’era questa possibilità? Credo di sì.

Certo, sarebbe servito un pronunciamento in questo senso da parte di una serie di autorità il cui potere si è con le recenti riforme aggrovigliato in un modo inestricabile – diciamo che se il ministro dell’istruzione avesse detto a gennaio: saremo ancora chiusi un po’, rivediamo le vacanze di Pasqua? e se i presidenti delle regioni fossero stati d’accordo, e gli Uffici Scolastici Regionali avessero recepito, e i dirigenti scolastici avessero cercato di spiegare la cosa nei Consigli d’Istituto, forse, dico forse, quei 4-5 giorni di inutile sospensione didattica li avremmo recuperati. Ma non è andata così, e perché non è andata così?

Beh, al ministero c’era un trasloco in atto, e vabbe’ (notate che uno degli argomenti particolarmente spesi sui media da chi voleva cambiare governo, è che quello nuovo sarebbe stato molto più decisionista e ci avrebbe fatto lavorare di più: ecco, fin qui proprio no).

Ma più in generale, né il ministero né i dirigenti né i consigli d’istituto potevano permettersi di dire a gennaio che le vacanze di Pasqua non si facevano, perché… perché sarebbe stato come ammettere l’ovvio, ovvero che le scuole superiori sarebbero  restate chiuse (e che forse avremmo chiuso anche le inferiori), e questo non si poteva assolutamente ammettere, questo era molto peggio di perdere cinque giorni di didattica ad aprile. Insomma queste vacanze le facciamo, siamo costretti a farle, perché non abbiamo mai voluto ammettere che si potevano togliere. Serviva un po’ di tempo, e invece una regola da un anno a questa parte è che tutto si decide al penultimo minuto e si comunica ai sottoposti all’ultimo. 

Quest’ultima cosa non è un’iperbole: nella mia provincia abbiamo scoperto un giovedì alle 18:30 che il giorno dopo passavamo in didattica a distanza. Per fortuna avevamo già un orario pronto (in realtà non è stata fortuna). 

A chi intendesse a questo punto lamentarsi baricchianamente delle rigidità dell’istituzione scolastica, faccio notare che il groviglio è diventato inestricabile proprio per risolvere l’apparente rigidità: ovvero in teoria le regioni potrebbero decidere (ma non volevano farlo) e anche il consiglio d’istituto avrebbe potuto pronunciarsi. Ho la sensazione che il punto debole sia il dirigente, quello che doveva diventare lo sceriffo della scuola ma in pratica si trova schiacciato tra le direttive ministeriali, quelle regionali, e i genitori che confrontano le scelte di scuole diverse sul territorio e a volte mandano lettere ai giornali. Questo è uno dei casi in cui una catena di comando più rigida avrebbe forse funzionato meglio; per dire, un eventuale Macron che dicesse in diretta: facciamo la Dad anche in settimana santa, alla fine avrebbe funzionato. Ma non ce l’abbiamo: abbiamo deciso di andare in ordine sparso e il risultato è che da giovedì ci ritroviamo tutti a casa senza videolezioni e senza un motivo sensato per non farle.

Più in generale: la Didattica a Distanza (o Didattica integrata, che dir si voglia) sarebbe stata molto meglio di com’è, se solo l’avessimo accettata come un’alternativa non preferibile ma praticabile in caso di emergenza. Ma non abbiamo fatto nessun passo in tal senso. Il ministero non si è nemmeno posto il problema di studiare, che so, una piattaforma, di mettere a disposizione un corpus di risorse – no, l’unica cosa che interessava era trovare un sistema per tenere aperte le scuole e l’unico modo per farlo era comprare banchi a rotelle. Al secondo anno di DaD, siamo ancora vivendo la situazione assurda in cui i registri elettronici non sono gestiti dal ministero o almeno dalle regioni, ma da ditte private che vincono appalti scuola per scuola – un insegnante su due scuole diverse lavorerà spesso con due sistemi diversi. Malgrado sia l’unica didattica praticabile per una larga fetta della popolazione scolastica, continua a essere affidata all’improvvisazione degli insegnanti: e tanto di cappello se nel frattempo sono riusciti a formarsi, perché ciò dipendeva unicamente dalla loro volontà e dalla loro serietà. Al ministero non interessava nulla, era troppo preoccupato a… a organizzare le prove Invalsi. 

Ma delle prove Invalsi toccherà parlare un’altra volta: buona Pasqua e buon ritorno a scuola, chi ci torna.

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400 vittime di covid al giorno e voi scrivete che il rischio zero non esiste, siete criminali.

Quando si parla di covid e chiusure, bisognerebbe restare calmi. Lo so che è difficile.

Ma ci si dovrebbe provare: tirare un grosso respiro e ricordare che si tratta di un’emergenza come non c’è mai stata da che siamo al mondo, qualcosa per cui nessuno era davvero preparato; che gran parte degli errori che si sono fatti erano inevitabili; e nondimeno è giusto segnalare chi li fa, specie se in cattiva fede. Alla maggior parte di chi incontriamo, che in cattiva fede non è. 

Per esempio, già da diversi mesi alcuni dei principali gruppi editoriali del Paese stanno esprimendo una forte voglia di riaprire, costi quel che costi (costerà vite umane). Per essere dei gruppi editoriali, bisogna dire che la esprimono male, con interventi mal editati e scomposti che finiscono per squalificare chi li produce e chi li cita sui social network. Al punto che io stesso, che non sarei quel granitico sostenitore del lockdown a oltranza che credete, alla fine non posso che radicalizzarmi nella convinzione che le scuole non siano affatto sicure: perché se ci fosse uno studio serio che dicesse il contrario, a questo punto ad esempio il Corriere lo avrebbe scovato, e pubblicato in prima pagina, e invece no; mese dopo mese continua a buttar fuori materiale di scarto. La ricerca che tutti citano in questi giorni, e che in un primo momento stavo prendendo seriamente anch’io, non è l’ennesima rifrittura di numeri che Sara Gandini credeva di aver trovato in novembre (e che scomposti per regione ci dicono tutt’altro); adesso è marzo, siamo alla terza ondata, le varianti si dimostrano più virulente anche tra i giovani, e il Corriere è ancora lì che s’affida alla Gandini. Questo come minimo significa che non riesce a trovare niente di meglio; in una situazione in cui davvero qualsiasi ricercatore che riuscisse a torturare i dati fino a dimostrare che le scuole sono sicure otterrebbe l’homepage nel giro di pochi minuti. Ma niente da fare. E però là fuori c’è fior di genitori che ci crede, in quel che dice la Gandini, perché sono ricerche peer-reviewed (ma veramente no), gente che crede alle pillole d’ottimismo, eccetera. 

In sostanza quel che fa il Corriere non è diverso da quello che facevano le Iene ai tempi di Vannoni, salvo che lo fanno in una situazione di emergenza nazionale: stanno apertamente fomentando con informazioni tendenziose una frustrazione sociale che è lì lì per diventare una rivolta civile: ve lo sareste aspettati anche solo un anno fa? che un governo a trazione M5S avrebbe tentato il possibile per proteggerci da una pandemia, mentre Repubblica e Corriere avrebbero diffuso fake news sulle scuole e sui vaccini?; che nel momento della crisi il partito della biowashball e dei chip sottopelle avrebbe mantenuto la barra un po’ meglio degli organi di stampa del ceto medio riflessivo? Pure è andata così, teniamocelo per detto. 

Non so se sia stato il gruppo della Gandini (un gruppo che neanche un anno fa negava la virulenza del virus) a coniare a un certo punto il nuovo slogan che vedo sempre più impugnato da chi vuole riaprire a ogni costo: “il rischio zero non esiste”. Che è insieme una banalità – chi ha mai preteso un rischio zero? – e un’enormità, nel momento in cui in Italia muoiono più di quattrocento persone al giorno. Un po’ come Baricco quando ravvedeva un “There Is No Alternative” quando l’alternativa si vede benissimo ed è: facciamo morire un po’ più gente, l’economia ne avrebbe bisogno. 

Qui vediamo invece Massimo Cacciari in una delle sue più riuscite interpretazioni dell’Uomo Anziano che Impreca al Cielo, mentre senza nessuna difficoltà si lascia mettere in bocca lo slogan da un operatore Mediaset: a riprova che si può essere tra i più brillanti intellettuali di una generazione e farsi suonare come trombette. Ai piani alti hanno fatto due conti e deciso che conviene che moriamo di più, e Cacciari è già in favore di videocamere pronto a spiegarci che morire per la patria bisogna, e sono abbastanza sicuro che nemmeno lo pagano, sarebbe volgare, lui un servizietto così te lo fa gratis, lo baratta con quella misera visibilità televisiva che alla sua età evidentemente lo solletica ancora, ma davvero ci si deve ritrovare così? A chiedere più morti pur di stare in favore di videocamera? Io davvero non

Quando si parla di covid e chiusure, bisognerebbe restare calmi. Lo so che è difficile.

Con un piccolo sforzo possiamo capire che tutti i punti di vista sono ragionevoli. Io stesso, che qui sopra assumo il ruolo di difensore del lockdown e delle chiusure scolastiche, appena metto il piede fuori da questa stanza comincio ad avere qualche tentennamento; percorro il corridoio, e vengo invaso dai dubbi; arrivo alla camera dei bambini, e ho già abbracciato un’opinione completamente opposta. Questo per ribadire che trovo l’angoscia dei genitori perfettamente comprensibile; conosco la loro sofferenza, e anche il disagio degli studenti non mi è così alieno. Più in generale, lo so benissimo che l’economia sta affondando; casa mia non è un’isola, anzi. E tuttavia, in coscienza: se mi chiedete se la scuola dell’obbligo sia sicura, non posso rispondere che no; se mi chiedete se è vero che il contagio non passa dalla scuola o si limita a costeggiare la sala insegnanti, scrive il Corriere, la mia risposta per quel che mi è stato dato di osservare è no; se mi chiedete se davvero gli studenti siano bravissimi a mantenere mascherine sul naso, disciplinatissimi nel distanziamento, e tendenzialmente suicidi dopo un mese di didattica a distanza, anche qui la mia limitata risposta è: no, no, no. 
Questa è la mia coscienza; invece il mio mestiere è quello dell’insegnante e in quanto insegnante faccio parte di una catena di comando. Sono andato a scuola ininterrottamente da settembre a tutto febbraio; ho distribuito mascherine scrause (ho dovuto dar due carichi anche oggi, con la macchina, la mia); non ho fatto un giorno di ferie o malattie; appena mi ordineranno di tornare a scuola, ci tornerò – mi piacerebbe che l’ordine partisse da un ponderato studio dei dati a disposizione e non da una campagna mediatica cialtrona e assassina, ma ci tornerò lo stesso, perché è il mio mestiere e mi sono anche vaccinato. Anche per questo motivo, se proprio volete replicare a questo intervento cercate di non darmi del parassita o del fifone, perché per quanto possa capire il vostro punto di vista – quante altre volte vi capita di trovare un interlocutore pacifico come me, che tutta la violenza la sublima in parole e non verrà mai a trovarvi sotto casa per prendervi a ceffoni? – ciò non toglie che quei ceffoni su un piano teorico sarebbero assolutamente meritati. Invece io vi voglio bene (e non voglio che vi contagino), vostro L.

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Cavati le putrelle dagli occhi, Baricco: poi parliamo di scuola

Più o meno un anno fa, quando la mia scuola era già in lockdown da un paio di settimane, preparai un tutorial per i colleghi di istituto (primarie e secondarie di primo grado) che volevano sottoporre rapidi test on line ai loro studenti. Già che c’ero lo misi anche qui. Non che fosse un gran tutorial, e mi sono ben guardato dal reclamizzarlo in giro; ciononostante in un anno è stato letto più di 35mila volte, diventando il contenuto in assoluto più letto su questo vecchissimo sito. 

Questo potrebbe anche non significare nulla; al limite che esiste un insegnante particolarmente rintronato che ha letto lo stesso tutorial trentamila volte e continua a tornarci perché non è ancora proprio sicuro; ipotizziamo invece che chiunque lo legga ci torni due o tre volte in media ed ecco, abbiamo diecimila insegnanti che in un anno hanno cercato di usare uno strumento on line che prima non conoscevano assolutamente. 

Questo è un po’ più di nulla, specie se lo associo a tante altre esperienze cui ho assistito nell’ultimo anno; insegnanti che non avevano mai acceso una webcam che sono diventati di punto in bianco esperti intrattenitori video; maestre che non sapevano accendere il tablet e dopo un mese montavano contenuti multimediali; non che sia tutto filato liscio, anzi, ma chi si poteva immaginare una cosa del genere, anche solo una settimana prima? La Didattica a Distanza nel marzo 2020 non esisteva, nell’aprile dello stesso anno era già una serie di pratiche condivise; e tutto questo era successo, attenzione, senza nessun supporto dall’alto. Il ministero non aveva nessuna idea di cosa farci fare (né mi pare che se la sia fatta venire nel frattempo); se in giro c’erano esperti di didattica e di digitale ansiosi di condividere le loro esperienze io ammetto di non averli visti, ero troppo preoccupato a spiegare come usare Classroom mentre imparavo a usarlo anch’io. 

Del resto la scuola è così, no? Quanto tempo ci abbiamo messo ad abituarci al registro digitale? Nessun tempo, un anno era fantascienza e l’anno dopo lo usavamo tutti. Insomma per essere un pachiderma – e non c’è dubbio che lo sia – la scuola italiana ha dimostrato una certa elasticità, e dei riflessi notevoli: del resto anche gli elefanti, quand’è ora di scattare lo fanno, e in quei casi è meglio non trovarseli davanti. È successo qualcosa di eccezionale in questi mesi, che non ha paragoni con nessun altro settore: persino il personale sanitario, il cui sforzo è stato senz’altro superiore a quello dei docenti, non ha dovuto imparare di punto in bianco un nuovo modo di fare il proprio mestiere. Noi insegnanti sì, e sarebbe stata una notizia se ci fossimo riusciti senza incidenti – ma aspetta, tutto sommato di incidenti ce ne sono stati abbastanza pochi. Quindi il bilancio è positivo, dai. 

Non resta che avvisare Baricco. 

Secondo Baricco infatti la scuola ha dimostrato, nell’occasione della pandemia, i suoi tragici limiti novecenteschi. Bisogna premettere che da qualche libro a questa parte Bar ha deciso che lui è già nel secolo successivo (del resto già abbondantemente iniziato), e quindi lui la scuola non la critica come un Galli Della Loggia qualunque, no, no, lui ha una visione contemporanea, lui critica i fenomeni statici in nome di un perenne divenire che pare faccia molto Secolo Vigesimoprimo, e quindi… e quindi quando critica la scuola non ha in mente quella che in dodici mesi ha fatto un pazzesco balzo in avanti tecnico e organizzativo senza che nessuno lo sollecitasse tranne studenti e genitori, no: lui quella non l’ha neanche vista. Lui ha in mente la fottuta scuola gentiliana di Galli Della Loggia, quella che ha frequentato lui con le declinazioni e le equazioni che negli anni ’60 lo annoiavano e quella noia ancora se la ricorda. 

Per dimostrare questa cosa basta usare la solita cartina al tornasole, sempre la stessa: Baricco ha un’idea di scuola così aggiornata che se la prende coi programmi ministeriali, signore dio, Baricco è l’ennesimo intellettuale che prima di pubblicare il suo fervorino sulla scuola non si preoccupa di controllare se putacaso questi programmi esistano o no, e per l’ennesima volta tocca rispondere a vuoto che no, signori, in questa cosa che voi vorreste riformare sistematicamente da vent’anni ci lavoro da altrettanti venti e i programmi ministeriali non li ho mai visti, dal momento che sono stati aboliti ancora prima; tutto il perenne divenire che Baricco si immagina ancora da realizzare (e quindi fighissimo) esiste da più di trent’anni e si chiama autonomia scolastica, per un po’ si è chiamato POF, adesso invece si chiama PTOF e in effetti non suona affatto fighissimo, come capita del resto a qualsiasi rivoluzione quando si realizza.

Se poi Baricco ci voleva dire che il latino del liceo ha un po’ stancato, per carità: sfonda una porta aperta (non perché il latino non sia una degna materia, ma perché al liceo non lo insegnano un granché). Ma il motivo per cui si fanno determinati argomenti in determinati mesi dell’anno non sta scritto in nessun documento ministeriale. È semplicemente una prassi, che deriva dall’abitudine dell’insegnante che ogni anno si misura con le difficoltà degli studenti, le attese dei genitori e le proposte dei libri di testo (i quali non fanno che rielaborare le stesse prassi consolidate). Ovvero nella maggior parte dei casi il motivo per cui si insegna la tal cosa piuttosto che un’altra è che funziona, e che se a un certo punto funzionasse qualcosa di diverso i primi a farlo notare sarebbero gli studenti, non Galli Della Loggia; i primi ad accorgersene sarebbero gli insegnanti, non Baricco; e anche i libri di testo arriverebbero molto più svelti perché c’è una certa concorrenza nell’ambiente (non è mica quella intellettualosfera sonnacchiosa dove prosperano Galli Della Loggia o Baricco). 

Se per un attimo qualche eroico XXIriformatore della scuola si abbassasse a orecchiare i discorsi che effettivamente nelle scuole si fanno, scoprirebbe che è tutto molto meno cementato di come se lo immagina lui; che il cemento e le putrelle sono più negli occhi di chi guarda. Ad esempio negli ultimi anni tra primarie e secondarie non si fa che parlare di coding, tutti vogliono insegnare e imparare il coding. Vent’anni fa non è che non ci fosse la stessa esigenza (anche se si chiamava forse “programmazione”). E probabilmente la maggior parte del coding che si insegna in questo momento a scuola, scopriremo tra qualche anno, non è nemmeno utile: è quel che succede con le mode. Il che però significa che le mode ci sono, che a scuola si cerca continuamente di adattarsi al nuovo, commettendo milioni di errori che se fossimo davvero così cementati almeno non commetteremmo. Se ne potrebbe parlare all’infinito, di quanto sia volubile la sostanza dei dibattiti sulla didattica: se quella per competenze costruisca davvero competenze, eccetera. Questo dibattito al massimo ce lo facciamo tra noi insegnanti, perché appena arriva un’onda lunga all’opinionista lui si mette sempre a travisare tutto; togliamo i voti alle elementari, lui capisce che abbiamo messo le faccine; adoperiamo un test per la valutazione nazionale, lui capisce che stiamo valutando gli insegnanti; capitasse mai una volta sola un tizio sul giornale con delle idee sulla scuola che non risalgano al massimo al 1988, cioè quando la frequentavo io e probabilmente anche lui.

Noi nel frattempo siamo qui che ci industriamo con la più grande emergenza mai vissuta da quando è nato il sistema educativo nazionale: abbiamo tenuto aperto le scuole dell’obbligo per cinque mesi malgrado non fossero sicure, e ora che abbiamo dovuto chiuderle stiamo letteralmente smontando i computer dalla aule per prestarle ad alunni che non hanno hardware in casa; continuiamo a cambiare gli orari per adattarli alle esigenze di studenti e genitori; continuiamo a far lezione malgrado tutto. Per Baricco siamo in agonia strutturale, ma per favore. Lui non capisce come mai si faccia educazione fisica a distanza. Probabilmente ai suoi tempi educazione fisica era la partita a calcetto; vagli a spiegare che da anni alle medie il prof di educazione fisica ti interroga sui regimi alimentari. Se solo avesse gli occhi sgombri da putrelle potrebbe contemplare lo spettacolo di un’istituzione di dimensioni nazionali che si sforza con ogni sua energia ad adattarsi a una società che cambia, ma siccome non è fighissima come nei suoi sogni… non va bene. Ok Baricco, fattene una tutta tua, falla supercool e vendila ai tuoi lettori benestanti. Sono onestamente curioso di vedere cosa insegneranno di più elastico ed efficace della matematica. Ora scusa mi scrivono su Classroom.

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Il giornalista italiano è lo scemo sull’aereo che grida: Moriremo tutti

Due giorni fa ho ricevuto una telefonata della mia medica di base, che con molta serenità e molto tatto mi avvisava di essere uno dei centomila e più vaccinati a cui era stata inoculata una dose di Astrazeneca del lotto sotto indagine in seguito ad alcuni decessi. Mi chiedeva se avessi avuto qualche sintomo: io in effetti avevo patito un mal di testa il mattino dopo, ma bisogna anche dire che era la settimana di Sanremo. 

Preso da qui. La “paura in Europa” che nei principali quotidiani europei non esiste.

Mi spiegava che a dispetto dell’allarmismo suscitato dai media, non c’era molto di cui aver paura, e mi ha fatto piacere, perché un po’ di paura ne avevo. Non per una trombosi che a quel punto sicuramente non avevo avuto (mi ero vaccinato una settimana prima), ma che il vaccino fosse difettoso e che quindi dovessi rifarlo; 

e dell’umore di mia madre che già da qualche giorno era in pensiero per me a causa dell’allarmismo sprigionato dalla tv; 

e per le migliaia di italiani (tra cui molti miei colleghi) vittima della stessa preoccupazione, che nel frattempo stavano decidendo di non vaccinarsi. 

Ancora più in generale, ero preoccupato di vivere in una nazione in cui giornali e telegiornali non conoscono più altro modello che non sia quello dei peggiori tabloid, e che in un’emergenza del genere insistono a recitare il ruolo del tizio sull’aereo che urla: moriremo tutti. 

(Particolarmente avvilente il destino del quotidiano che era Repubblica). 

Prima o poi finirà questa epidemia, perché le epidemie prima o poi finiscono – se la gente fosse incoraggiata a vaccinarsi finirebbe prima, e in altri Paesi moderni sarà così. Prima o poi finirà anche da noi: ma i giornalisti, quelli li avremo sempre. In teoria ne avremmo persino bisogno. Forse è ozioso continuare a domandarsi di chi è la colpa: un po’ di tutti, forse di Berlusconi più che di altri, ma non sarà il caso di cominciare a porsi il problema: cosa ce ne facciamo di una mediasfera così? Una cosa che ci dà più emozioni che informazioni, e anche le emozioni sono tutte cattive? Esiste una cura, un vaccino da somministrare a persone convinte di essere giornalisti e non pubblicitari alla giornata – oggi paga Johnson & Johnson, domani si vedrà? Con chi le sostituiamo? Eccetera. È un problema enorme, ma se non lo risolveremo staremo più male e moriremo di più.

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Di un pezzo sbagliato che ho scritto un anno fa

È buffo come invecchino i pezzi che uno scrive. Alcuni funzionano ancora dopo vent’anni, altri dopo pochi mesi sembra che li abbia scritti un altro. Presto o tardi tutti scadono, ma quello che ho pubblicato appena un anno fa ci ha messo davvero pochi giorni. È commovente pensare quanto io sia cambiato, in un periodo di tempo che alla mia età si percepisce come brevissimo: oggi non scriverei mai un pezzo del genere, e se lo leggessi in giro magari mi incazzerei con chi lo scrive. Non mi sembra giusto cancellarlo, ma preferirei corredarlo di una specie di spiegazione, come quelle che le piattaforme di streaming allestiscono per i film del passato che rischiano di scandalizzare gli spettatori che non sono abituati (né obbligati) a contestualizzare. 

Dunque, caro pubblico immaginario: è vero, un anno fa consideravo il lockdown una misura inadeguata, che avrebbe causato più danno (economico) che utile (epidemiologico): più che una misura di prevenzione, lo ritenevo il risultato di una particolare circostanza politica, una specie di rivincita di un’autonominatasi élite meritocratica contro il populismo che aveva propulso il M5S al potere. Siffatto fenomeno lo definivo “burionismo” e rileggendomi sembra che mi preoccupasse più del virus. Almeno questa è la sensazione che davo. Una cosa che non traspare affatto dal pezzo è che avevo in realtà fatto già in tempo a spaventarmi: due giorni prima (lunedì 24) mi era già capitato di contattare il mio medico di base e di confessare alcuni sintomi vaghissimamente influenzali – quello che mi preoccupava davvero era che avevo appena scoperto che il genitore di un mio alunno era stato ricoverato. Pochi giorni prima era entrato lui stesso nella mia scuola, per ritirare la pagella; l’indomani, per motivi di lavoro, era transitato nella zona tra Pavia e Lodi in cui era stato localizzato il primo focolaio lombardo. Se la consegna della pagella fosse stata programmata nella settimana successiva, anche la mia scuola sarebbe probabilmente diventata un focolaio. A Carpi fu il paziente zero, ma non il primo a morire, qualche settimana dopo; la tempestività con cui comunicò alle autorità sanitarie i suoi sintomi evitò probabilmente un disastro peggiore. 

Insomma il covid, che in quei giorni era vissuto ancora in gran parte d’Italia come uno spettro lontano (e tale sarebbe rimasto, in molte province fino all’autunno), per me era già una realtà quotidiana: da quel lunedì avevo smesso di andare a scuola, ma non avrei mai immaginato che la scuola non avrebbe più riaperto fino a settembre; che gran parte dei miei ragazzi di terza li avevo già visti dal vivo per l’ultima volta. Il lockdown che immaginavo mentre scrivevo quel pezzo era una banale sospensione didattica di una o due settimane, e dall’alto delle mie improvvisate competenze epidemiologiche lo consideravo un banale palliativo, una specie di scotto da pagare a Burioni e compagnia. Non avrei neanche avuto tutti i torti, se davvero tutto dopo dieci giorni fosse stato riaperto (e di questo ero sicuro). L’eventualità di un lockdown esteso a tutte le regioni d’Italia, e protratto fino all’estate, era per me plausibile tanto quanto quella di una guerra civile: sul serio, per credere che negozianti e ristoratori avrebbero accettato misure così draconiane senza alzare barricate ho dovuto verificarlo coi miei occhi: e tuttora mi chiedo come sia stato possibile. Se potessi prendere una macchina del tempo e avvisare il mio io di un anno fa, sarei il primo a non credermi. Dopo un decennio buono passato a preoccuparsi dei NoVax e di qualsiasi banda di disperati che riuscisse a conquistare una piazza (i forconi!) chi se lo sarebbe aspettato tutto questo? Io non me lo aspettavo. Eravamo veramente all’inizio: si cercava ancora il paziente zero, si parlava di cinesi e pipistrelli. 

Già ai primi di marzo tutto era cambiato. Ripensando a quel che mi è successo dopo, mi sembra di avere scalato una montagna. In febbraio la vedevo da lontano, e pensavo di aver capito che forma avesse. Appena mi sono avvicinato, non ho più visto nient’altro se non il pezzo di sentiero che avevo davanti: non ho avevo abbastanza energia per preoccuparmi d’altro. C’era da inventare una didattica a distanza, riallacciare i contatti coi colleghi e gli studenti, organizzare gli esami, eccetera. Nel frattempo Burioni spariva all’orizzonte, eclissato da altri specialisti più disponibili a confrontarsi sui media. Oggi, quando lo incrocio su un social, mi sembra sempre un po’ più ottimista di me. I numeri (soprattutto quelli della vicina Lombardia) ci suggeriscono che siamo ai prodromi della terza ondata, di tutte la più stupida perché sarebbe bastata un po’ di prudenza per contenerla; ma bisognava per forza festeggiare il Natale in compagnia e riaprire le scuole superiori, dato che sono “sicure”. 

Oggi mi sembra di vedere tutto chiaramente, ma ecco, la montagna non la vedo più: è tutto intorno a me, in gran parte sotto di me, e non posso escludere che il mio io di un anno fa tutto sommato una certa dimensione del problema, da lontano, l’avesse azzeccata: quanta economia possiamo permetterci di sacrificare per la nostra salute? Non che io pretenda di conoscere la risposta, ma appunto: chi avrebbe oggi la super-competenza necessaria per risolvere un dilemma del genere? Non si poteva pretendere che fosse Conte, un tizio che era stato messo al suo posto proprio da un partito di programmatici incompetenti. 

Oggi è un problema che non mi pongo più – non perché non mi riguardi, ma perché ci sono troppo dentro, appunto: riguarda la salute mia e dei miei cari, alcuni dei quali non ho più abbracciato da allora, alcuni dei quali non abbraccerò più. Sono troppo interessato alla questione per poter formulare un parere equanime, e soprattutto non riesco a non supporre un interesse simile in chi formula un parere diverso dal mio. Su un piano razionale posso capire che abbia senso tenere aperte le scuole – la gente non può restare a casa coi figli – e allo stesso tempo non posso non constatare quanti disastri stia facendo quel falso senso di sicurezza che abbiamo inoculato nelle famiglie, aprendo tutte le mattine degli edifici scolastici dove l’unica barriera tra i bambini e il virus è la mascherina che si portano da casa (quelle della Fiat sono troppo scomode). Un anno fa diffidavo dei Burioni, temevo che capissero più dei virus che delle persone; oggi ho paura dei Bonaccini e dei Salvini che per una manciata di voti in più sono ben disposti a riaprire impianti sciistici o ristoranti quanto prima. Il virus prima o poi lo prenderò, oppure riuscirò a vaccinarmi (la segretaria del mio medico ha detto di citofonare giovedì). Prima o poi insomma il covid passerà, ma i Salvini e i Bonaccini resteranno lì, con la stessa indifferenza per la mia salute. Non so a che punto sono della montagna: la vetta da qui non la vedo, in compenso il paesaggio a valle mi risulta più chiaro. Confesso una certa pietà per quel ragazzo che un anno fa si trovava alle pendici. Tra un anno chissà cosa penserò, e in generale cosa sarà di noi. 

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Simpatia per Giuseppe

Nessuno sa, e io meno di tutti, cosa riserva il destino a Giuseppe Conte. Il suo ufficio stampa si affanna a divulgare un dato pittoresco – il suo messaggio d’addio ha avuto una quantità di condivisioni straordinaria e questo magari ci convincerebbe di qualcosa, se non avessimo già visto negli ultimi anni personaggi assai più popolari di lui cadere nella polvere: Beppe Grillo, Matteo Renzi, Matteo Salvini hanno tutti illuso gli italiani per almeno sei mesi di essere i nuovi catalizzatori delle attese e degli odi degli italiani, in breve i successori di Berlusconi; tutti e tre presto o tardi sono tornati coi piedi sulla terra e ora si arrabattano come possono, come tutti. Conte rispetto a loro partiva svantaggiato; era meno divisivo, il che fino a quel momento era sembrato un handicap. Per due anni ci è sembrato poco più che un prestanome. Poi è arrivato il lockdown ed è successo qualcosa di cui dobbiamo ancora prendere le misure. 

Dire che ha dimostrato il suo valore nel momento più difficile sembra retorico: non ha perso la testa nel momento in cui nessun altro avrebbe voluto averla al suo posto, questo sì. Può darsi che semplicemente molti italiani si siano identificati in lui, nel bene, nel male e soprattutto in quel che sta in mezzo. È vero, non era l’uomo giusto al posto giusto, ebbene: nessuno di noi lo è stato. Conte non poteva prometterci rivoluzioni o rottamazioni, non aveva un passato da cui liberarci, né facili nemici da additarci; tutto quello che poteva fare era restare calmo e cercar di far funzionare qualcosa, e in questo ha probabilmente intercettato l’ansia e e la simpatia di milioni di smarriti padri e madri di famiglia, milioni di professionisti mal qualificati con qualche scheletro nel curriculum. Tutti noi che un mattino mentre ci vestivamo per andare al lavoro abbiamo sentito come una specie di boato nell’aria, un lampo improvviso e ci siamo chiesti: cos’era? E presto lo abbiamo imparato: avevamo appena varcato la soglia di Dunning-Kruger, avevamo rotto il muro della nostra competenza. Da allora ci troviamo in ruoli di responsabilità che richiederebbero persone più capaci, più sveglie, più adatte, e non è che non le stiamo cercando, ma nel frattempo la campana suona per noi, che improvvisiamo e malediciamo quella volta in cui ci hanno proposto una specie di promozione e abbiamo sussurrato una specie di sì. Era impossibile crederci davvero, in Giuseppe Conte, e allo stesso tempo era impossibile non tifare un po’ per lui, festeggiare ogni suo (relativo) successo, auspicare un lieto fine in cui il tizio imbarcato dalla ciurma per fare da zavorra si rivela il comandante ideale. E poi?

E poi è successo che – forse anche grazie a lui, ma soprattutto a causa della peggiore pandemia da un secolo a questa parte – questa zattera malgalleggiante che da anni navigava alla deriva, snobbata da tutti i cosiddetti poteri forti, è tornata a essere un asset strategico, qualcosa in cui l’Europa ha deciso di investire i suoi soldi, e per qualche mese Conte probabilmente si è illuso che questi investimenti avrebbe potuto gestirli lui. E invece no: nell’esatto momento in cui siamo tornati a essere interessanti, il destino politico di Giuseppe Conte era probabilmente segnato. E ora? Può anche darsi che la sua popolarità sopravviva al suo governo, ma non bastano senz’altro i like e gli share. Probabilmente non basta neanche il Fatto Quotidiano. (Se Cairo si interessasse al prodotto, chissà). Ormai di questi fenomeni conosciamo i tempi di dimezzamento e forse qualcuno può già calcolare quanto ci metterà l’ex presidente del Consiglio dei Ministri a diventare un ospite di talk show, magari col suo partitino di rappresentanza. Se poi il nuovo governo penta-partisan dovesse fare peggio del suo… ma è oggettivamente improbabile. Qualcuno gli vorrà comunque sempre bene: una generazione di studenti lo ricorderà sempre come l’uomo che ha chiuso le scuole per sei-otto mesi. 

Un’altra ipotesi, meno probabile ma più epica, è che Giuseppe Conte se ne torni alla sua università, come Coriolano ai suoi campi, in attesa di una chiamata che forse non verrà mai. Dopodiché chissà cosa ci riserva il futuro – magari tra vent’anni da qualche parte in un mondo completamente diverso, qualcuno se lo troverà dall’altra parte di una scrivania e gli chiederà: che hai fatto nella vita che possa esserci utile? E lui: ho governato una popolosa nazione nel bel mezzo di una crisi pandemica. Che cosa? Vi giuro, è andata proprio così, nessuno voleva provarci e allora ho fatto io, finché – nonno, insomma, alla tua età stai ancora a truccarti il curriculum?

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Eccone un altro che ci vuole a scuola in luglio

Può darsi che Mario Draghi riesca davvero, come ha anticipato, ad allungare l’anno scolastico a tutto giugno. Un provvedimento del genere, come tutti quelli che si prendono in un’emergenza, ha i suoi pro e i suoi contro. Se pensiamo al virus, ormai abbiamo capito che il contagio avviene per lo più per via aerea in luoghi frequentati (meglio se chiusi); d’estate ci dà tregua perché la gente vive all’aperto. Affollare le classi un altro mese significa prolungare la terza ondata ancora un po’ – e se l’anticiclone non ci grazia, non sarà nemmeno il problema principale d’ordine igienico-sanitario: le scuole italiane non sono progettate per essere frequentate in un giugno caldo. Quanto agli insegnanti, non è che di solito in giugno non lavorino: non fanno lezioni, ma per esempio fanno esami, corsi di recupero, preparano le classi dell’anno successivo, eccetera. Tutte cose che andrebbero spostate in luglio. Tecnicamente insomma non è che non si possa fare; e allora perché ho il sospetto che non si farà?

Probabilmente è il ricordo del Mario precedente. Ve lo ricordate Mario Monti? Lo salutammo tutti come un necessario ritorno alla serietà, dopo le mattane del tardo Berlusconi. Con lui finalmente arrivarono a palazzo Chigi ministri competenti, selezionatissimi, ad esempio il ministro della pubblica istruzione veniva dal CNR e… appena insediato si mise a spararne di grossissime. Cominciò suggerendo che l’orario delle lezioni frontali di tutti gli insegnanti si poteva aumentare di un terzo, da 18 ore settimanali a 24, ma senza contrattazione, per carità: gli insegnanti semplicemente avrebbero dovuto entrare in qualche classe in più e lavorare un po’ di più. Questa cosa avrebbe portato all’assunzione di più giovani, in un qualche modo non chiaro che forse prevedeva la consunzione fisica degli insegnanti sul luogo di lavoro; altrimenti davvero non si capiva in che modo spostare un terzo del lavoro sugli insegnanti già in organico avrebbe portato a un aumento dell’organico. La logica, il buon senso, ci dicevano il contrario, ma questo era un tecnico, qualche settimana dopo buttò anche lì che sarebbe stato bello abolire l’ora di religione, insomma venir meno al concordato tra Stato e Chiesa: mica male per un ministro tecnico appena arrivato. 

Il risultato pratico di tutte queste boutades fu zero. Come avrete notato il concordato è ancora in piedi e il contratto nazionale prevede ancora 18 ore di lezione che, non stanchiamoci mai di ricordarlo, significano diverse ore in più di gestione del lavoro (riunioni coi colleghi, correzione compiti, dialogo coi genitori: tutte cose che sarebbero aumentate in proporzione con un passaggio da 18 ore a 24). Come mai non se ne fece niente? Furono forse i temibili sindacati? No, perché due su tre nemmeno aderirono a uno sciopero. Comunque in effetti un piccolo risultato pratico ci fu. Mario I smise di essere un tecnico e diventò un politico, ovvero una persona che va in tv a raccontare bugie per farsi eleggere. Piagnucolò da Fazio che era un vero peccato che gli insegnanti non volessero lavorare due ore in più alla settimana. Disse proprio due ore in più, me lo segnai, bisogna essere precisi quando si afferma che la tal persona mente. 

Magari invece Mario II è sincero. Però capite che uno parte prevenuto. Il vento è un po’ cambiato, la retorica sovranista non si porta più bene, anche i populisti segnano il passo, e di conseguenza torna a farsi sentire la retorica liberale. Quella italiana è particolarmente insopportabile, dal momento che in Italia un vero movimento liberale non c’è veramente stato: se escludi i padroni, i cani da guardia, le pulci dei cani e chi brama di sostituirle, non ti rimane fuori un solo cantore della libera impresa. I cosiddetti liberali italiani vivono i lockdown scolastico come una vera sofferenza, per loro in fondo la formazione consiste in un’enorme gara mondiale con l’Ocse Pisa che tiene il punteggio, e questa cosa che gli studenti italiani siano rimasti fermi al box un mese più di altri è insopportabile, rischiamo probabilmente di essere doppiati dalla monoposto di Singapore. Non resta che fare straordinari, sì, ovviamente senza pagarli agli insegnanti che poi si sa sono mangiapane a tradimento. Mario II non è senz’altro un imbecille, ma deve parlare a questa gente qui, alla loro pancia: alla fine basta che passi anche solo un’immagine, l’idea di uno statale a posto fisso che si scioglie nel sudore mentre intrattiene il pubblico sulla perifrastica passiva, ecco, questo per i liberaloidi italiani è meglio del porno. Che poi all’atto pratico tutto questo sia o meno fattibile, è un dettaglio, anche perché con calma si può sempre tornare in tv e raccontare che sono stati gli insegnanti a impuntarsi, coi loro perfidi sindacati eccetera. Insomma, ci siamo già passati. Dove Mario I ha fallito, Mario II potrebbe farcela.  

Soltanto, per favore, non dite che tutto questo è la fine del populismo o del sovranismo. È l’esatto contrario, populismo e sovranismo hanno vinto. Chi sostiene che le difficoltà del lockdown si possano risolvere tenendo due o tre settimane in più gli studenti e gli insegnanti in un luogo caldo e affollato vi sta facendo un discorso populista: sa che ce l’avete con i prof e il loro posto fisso e propone di punirveli; sa che siete in pensiero per la sorte della gioventù italiana che l’anno scorso è andata a scuola un mese in meno di quella tedesca, e propone di rimediare con una spedizione punitiva. È una mentalità sovranista. Certo, suona tutto un po’ più raffinato di quanto era prima. Ma è un po’ l’effetto che fanno le macchine nuove. Poi si vedrà. Probabilmente Mario II è davvero un po’ più bravo del precedente. Ma noi purtroppo siamo gli stessi scemi di ieri: prova ne è che abbocchiamo agli stessi ami. 

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Non resta che sperare in Di Maio (rendetevi conto)

Questa crisi politica mi trova dell’umore meno adatto a interessarmene. In teoria non sono di quelli autorizzati a sentirsi nauseati da una conta parlamentare. Prima dell’emergenza ero un fiero parlamentarista; lo sarò anche quando e se l’emergenza finirà: invece uno che parlamentarista non era è Matteo Renzi. Anch’io trovo beffardo che si sia messo a giocare all’ago della bilancia con un partitino, come qualsiasi democristiano post-diaspora che ha sempre finto di non essere; la beffa però mi sembra la stia facendo lui a me. Certo, lui è sempre lo stesso narciso che scalpita per l’attenzione (e per amministrare qualche fondo europeo), ma io? Lui è inquieto, lo sarà sempre finché non tornerà sotto il riflettore più importante (quindi lo sarà sempre), ma io invece perché sono così tranquillo? Davvero credo che il Conte 2 sia il migliore dei governi possibili? Davvero sono così stanco e sfibrato da non notare l’incompetenza generalizzata, i disastri, l’irresponsabilità?

Probabilmente sì.

Uno sguardo ardito e fiero che rincorre l’Aldilà

Non so neanche per chi voterò – no, stavolta è peggio: stavolta non m’interessa. Parto da una constatazione: il partito in cui bene o male mi riconosco (più male che bene) è sempre stato il PD. L’ho votato da quando esiste – 2008 – e non ha mai vinto le elezioni. Anzi, ha sempre perso. Nonostante questo ha governato il Paese quasi per un decennio. Sul serio. 

È rientrato nelle stanze dei bottoni col governo Monti (2011), il che ha portato la segreteria Bersani al disastro delle elezioni del 2013. Disastro che non gli ha impedito di mantenere il ruolo di primo partito nella maggioranza che ha sostenuto il governo Letta, il governo Renzi (2014) e il governo Gentiloni (2016). Al termine della legislatura, intaccato da una scissione a sinistra e consegnato dalle primarie a un leader ormai percepito come fallimentare, è sceso alle elezioni del ’17 per la prima volta sotto il 20%, una batosta insopportabile per il partito che deteneva l’eredità morale dei due grandi partiti di massa del secondo Novecento. Ciononostante, e malgrado una seconda scissione, non gli è riuscito di stare lontano dal governo che per quindici mesi, gli unici quindici mesi in tutto il decennio 2011-2020 in cui il PD non ha dato alcun contributo al governo del Paese. Sono stati anche i quindici mesi più inquietanti della nostra storia recente, e il solo spettro di un secondo avvento di Salvini dovrebbe terrorizzarmi e spingermi a sostenere qualsiasi alternativa, un monocolore Di Maio, un governo tecnico Pippo Baudo. Ma ecco, ci credo davvero? A Salvini interessa così tanto governare? Mi pare che quanto gli interessi lo dimostrò ampiamente nell’estate del ’19. E per quanto si sia attribuita la sua scelta alla tipica ebrezza del Papeete, è abbastanza plausibile che in quel caso Salvini abbia fatto una delle scelte più lucide e razionali della sua vita, ovvero mollare ogni responsabilità quando era ancora giovane e credibile, e in grado di riprendere l’unico mestiere che ha fatto in tutta la sua vita: l’oppositore da fiera, da agitarmi davanti ogni volta che non ho tanta voglia di votare l’ordine e la responsabilità.

Rispettoso, lusinghiero, il giudizio che si dà

Con questo non voglio dire che il sovranismo non sia ancora un pericolo concreto, ma tutti gli avvenimenti importanti del 2020 lo hanno oggettivamente ridimensionato: la Brexit non è un paradiso in terra, la pandemia non è che la prima emergenza planetaria che dimostrerà nei prossimi anni quanto siano anacronistiche e scomode le frontiere europee. Forse siamo in quella fase della partita in cui il pezzo più importante è già stato mangiato (magari era Trump) e il resto del gioco è un dettaglio. Anzi è possibile che i sovranisti in Italia e in Europa abbiano appena iniziato a formare quel partito di massa che nei prossimi anni si opporrà al partito della responsabilità e della pianificazione emergenziale; la massa c’è e non chiede ai suoi leader che parole di speranza, o al limite teorie del complotto immaginose e interessanti. 

Questa cosa Salvini la sa, Meloni la sa, e forse entrambi nel loro segreto tremano di fronte all’enorme responsabilità di guidare un popolo nel deserto. Perché di questo si tratta: di governare no, governare nei prossimi anni sarà complicato e faticoso. Il massimo contributo che possono dare è impugnare la fiaccola del sovranismo, tener buona la loro gente al calore di una speranza di rivoluzione che non si realizzerà mai – più o meno quel che fecero i quadri del PCI nel secondo dopoguerra, con qualche regione in più da gestire, che poi son carriere, affari, butta via. Governare però no: poi bisognerebbe una volta buona spiegare agli elettori se si esce dall’Euro o si resta dentro, se si è con Putin o con Biden, coi novax o coi nocovid, tutte partite ormai decise anche se i tavoli sono ancora ufficialmente aperti. Governare si è già capito che non vogliono e non possono. Quindi governeranno gli altri. Cioè?

Il PD?

Ma cos’è il PD ormai?

Pensate a quanti pezzi ha perso lungo il percorso – era il partito dell’area Prodi, per prima cosa mandò all’aria l’ultimo governo Prodi. Lo fondò Veltroni, uno dei risultati più concreti che raggiunse fu la fine politica di Veltroni (un risultato molto importante, sottolineo, anche dal punto di vista letterario, cinematografico, musicale). Era il partito di Bersani, che ci ha messo anche un po’ ad andarsene; poi è stato il partito di Renzi, schizzato fuori pure lui. Al termine di tutte queste scremature, quel che rimane è un partito tranquillo, senza personalità di spicco; verrebbe da dire senza personalità e basta. Lo dirige un amministratore di regione, nel suo tempo libero: in questo periodo non deve averne molto. Si dà per scontato che sia composto da personaggi responsabili, e si chiude un occhio quando si mostrano non molto più avveduti degli altri. È insomma il partito adatto a quel tipo di maggioranza silenziosa che si forma alla fine della crisi, quando la gente è stanca di avventure: come gli elettori della Democrazia Cristiana dal 1948 al 1988. Può darsi che la situazione sia simile: che dopo aver provato Berlusconi, e Renzi, e Grillo, cominci a subentrare una certa stanchezza, una voglia di affidarsi non tanto all’uomo forte e neanche all’uomo competente, ma almeno tranquillo, in grado di dimostrare un minimo di serietà o almeno di simularla. Cosa che riesce più semplice se all’opposizione si rinchiudono in quel castello telematico di illusioni che Facebook, Amazon e Google stanno cominciando a smantellare, non un attimo prima di vedere come andava a finire Trump. Insomma i giochi sono abbastanza fatti, ognuno ha il suo ruolo, chi rimane fuori? Ah giusto.

I Cinque Stelle.

Ecco, vorrei dire che i Cinque Stelle sono la mia unica vera speranza, ma senza essere frainteso. Come amministratori sono stati disastrosi (ho in mente il mio ministro in particolare), né ci si poteva aspettare qualcosa di diverso da un partito che dell’incompetenza si faceva bandiera. Bisogna dire che la pandemia ha messo in crisi molto più la loro piattaforma che quella dei sovranisti. Erano il rifugio dei NoVax, ora la gente fa carte false per vaccinarsi: ma non è solo quello. Dovevano mandare a casa i politici (e l’hanno fatto), e ora si trovano al loro posto, costretti loro malgrado a fare politica. Non si può dire che ci stiano riuscendo: sinceramente, non si può. Ma alcuni a questo punto potrebbero farcela, e questa è l’unico margine di speranza che in questo momento riesco a intravedere. Da Salvini e Meloni so cosa aspettarmi: tanto fumo sovranista e postfascista che gli adepti inaleranno voluttuosamente, nella speranza che dia più torpore che nervosismo; dal gruppo Mediaset so cosa aspettarmi, anche oltre l’estinzione fisica del suo fondatore (un supporto mediatico ai sovranisti fin tanto che si tratta di tenerli incollati al televisore durante le pubblicità di dentiere e pannoloni, che si eclisserà parzialmente nei momenti di crisi, proprio come la Fox è mancata a Trump nel vero momento del bisogno). Dal PD so cosa aspettarmi: tanta pacata affettazione di competenza, sostenuta da quotidiani autorevoli che non legge più nessuno, stampati da industriali che in Italia non producono più quasi niente, ormai se ci spiegano come stare al mondo è davvero per uno stimolo disinteressato, un capriccio. Da Renzi so cosa aspettarmi: cercherà di attirare l’attenzione su di sé, prestandosi a maneggi vari senza nemmeno accorgersene, insomma era partito Kennedy ed è finito Pannella. Dalla sinistra extraparlamentare, in cui ideologicamente pure mi riconosco, so cosa aspettarmi: tante velleità, e mi dispiace. 

Da Di Maio, ecco, no. Non so veramente cosa farà, non so chi lo voterà e che motivi troverà per farlo. Di Maio (e i suoi compari) sono l’unica variabile che può cambiare davvero la situazione. Possono tentare di ricorrere Salvini sui terreni del sovranismo e perfezionare qualche nuova variante complottista: ma non è soltanto una strada perdente, è l’imitazione di una strada perdente. Oppure possono restare dove non avrebbero dovuto e voluto trovarsi: al governo, e crescere, alla ricerca di una via credibile tra populismo e democrazia. Questa via credibile, prima della pandemia non esisteva: ora la situazione è parecchio cambiata e nei prossimi anni cambierà ancora di più. Insomma dipende quasi tutto da loro, sono il vero ago della bilancia e sono dei maledetti incapaci – ma non sarebbero arrivati lì se non lo fossero stati – e proprio perché maledettamente incapaci, hanno enormi margini di miglioramento. Dopotutto it can’t get much worse.

Mi accorgo che questo discorso – tirato in lungo apposta per allontanare il più possibile dei lettori dalla avvilente conclusione – sembra il tentativo disperato di vedere un bicchiere mezzo vuoto dove da un pezzo non c’è più non dico l’acqua, ma il bicchiere stesso; oppure il gesto disperato di chi trovandosi in un tunnel completamente buio, si strizzasse gli occhi per procurarsi qualche fotopsia e dirsi ecco, lo sapevo che c’è una luce in fondo. Scusate, questa crisi mi trova davvero nell’umore meno adatto.

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Una cosa imbarazzante sul mio vaccinismo

Ovviamente si parla molto di vaccini, ovviamente ognuno ha opinioni molto nette e le squadre a questo punto sono fatte già da un po’, ad esempio io non posso che essere un vaccinista. E in effetti da che io mi ricordi mi sono sempre vaccinato, e ho sempre ostentato con fierezza la cicatrice dell’antivaiolo (sì, sono così vecchio). Appena ho avuto prole sono subito corso a vaccinarla, non contentandomi delle dosi obbligatorie ma aggiungendo anche le facoltative perché alla fine una meningite non è uno scherzo.

Negli anni nulla sembra avere scalfito la mia fede nei vaccini: nemmeno un ciclo di sottocutanee che da ragazzino mi gonfiavano l’avambraccio in stile Popeye e che evidentemente non mi hanno protetto dalle crisi allergiche (o se l’hanno fatto beh, evidentemente ero molto allergico prima). Avendo avuto l’opportunità, nella vita, di studiacchiare un po’, so che l’obbligo vaccinale è sempre stato un problema eminentente politico, sin dai tempi in cui i rivoluzionari lo introducevano e i restauratori lo abolivano. So persino che la diffidenza nei confronti del vaccino non è una novità postmoderna, ma ha una lunga storia (qui dettagliata mirabilmente da Erik Boni). 

Sono abbastanza sicuro che i vaccini oggi funzionino, ma anche se non ne fossi sicuro sarei vaccinista lo stesso, tanto l’opzione vaccinista si adatta alle mie idee politiche. Quel che mi piace veramente dei vaccini non è nemmeno che siano un’alternativa a basso costo ai farmaci, ma il modo in cui mettono spalle al muro i liberali libertari e tutto il loro supposto libertinismo. Il fatto che il vaccino funzioni soltanto se lo fanno tutti costringe la massa a farsi gregge e getta onta su chi non vuole starci. Niente salvezza individuale: o ce la facciamo tutti, o non ce la fa nessuno. Oltre a debellare il Covid, abbiamo l’opportunità di stroncare finalmente il calvinismo, che tanti più danni ha fatto all’umanità e all’ambiente. Il fatto che l’obbligo vaccinale incontri le resistenze di molti supposti populisti non mi scandalizza affatto, anzi mi dà l’opportunità di riconoscere in controluce l’individualismo che coprono con le patacche dell’ideologia del momento. Le fake news che si inventano (i microchip, il 5G, la trasformazione dell’individuo in un automa) non sono che rigurgiti del loro inconscio e li osservo da distanza con un certo piacere mentre sussurro verrete assimilati. La resistenza è inutile. Insomma sono un vaccinista, ben fiero d’esserlo, e lo sono sempre stato, da che io mi ricordi.

Perché mi ricordo male.

Potrei dire che a questo serve avere un blog, ma a chi? Ce l’ho soltanto io un blog da vent’anni, un album in cui invece di fotoritratti imbarazzanti ci sono tutte le idee che ho avuto, talvolta un po’ più imbarazzanti. Ed ecco, se vado a cercare cosa pensavo dell’obbligo vaccinale nel mio lungo passato, tutta questa foga vaccinista non risulta. Di vaccini non ho quasi mai scritto – del resto non è mica obbligatorio avere un’opinione su tutto, nevvero? Evidentemente sui vaccini non l’avevo. Poi a un certo punto è successo qualcosa, non soltanto a me – è stato come se il dibattito pubblico si fosse all’improvviso polarizzato, costringendomi a scegliere tra due sole opzioni: proVax o noVax. Il blog mi consente anche di capire più o meno quand’è successa questa cosa: nel 2014. Pochissimo tempo fa, tutto sommato. L’evento scatenante: la procura di Trani stava indagando su due casi in cui l’antimorbillo aveva causato autismo e diabete, almeno secondo i genitori denuncianti. Ma in controluce, nel 2014 ciò che mi spaventava veramente era il grillismo. Per quanto io possa raccontarmi una storia più lunga e complessa, il momento in cui sono diventato vaccinista è il momento in cui ho visto un partito noVax vincere le elezioni. Mi domando a quanti sia successa la stessa cosa, e se in tanti casi come questi la nostra legittima curiosità per le idee più estreme (il complottismo a base di microchip e 5G) non ci faccia perdere la bussola: è persino probabile che Grillo e il suo movimento abbiano contribuito a ingrandire molto più le fila dei vaccinisti che quelle dei noVax, semplicemente polarizzando un grande centro moderato che fino a quel momento sulla questione non aveva idee precise, e forse senza Grillo non le avrebbe mai avute (lo stesso Grillo in seguito mostrò di aver capito questa cosa, mantenendo sull’argomento una posizione abbastanza moderata). 

Che prima del 2013/14 io facessi parte di un centro moderato senza idee precise lo dimostra almeno un pezzo del 2008 in cui dei vaccini si parla soltanto soltanto di striscio: l’obiettivo polemico era il sensazionalismo dei telegiornali, che al tempo mi sembrava sempre più schizofrenico, diviso com’era dalle necessità di allertare lo spettatore e di offrirgli una rassicurazione immediata. Non so nemmeno di che virus si parlasse ai tempi: forse l’aviaria. Chissà come avrei reagito se fosse diventata pandemica davvero. Chissà come l’avremmo presa tutti, al tempo, senza servizi streaming e coi social network ancora in stato embrionale. Suppongo che avrei bloggato un sacco. Meglio così.


Veniamo alle buone notizie. E’ da un po’ che vi parliamo della nuova influenza, ebbene, pare che non ci sia nulla da temere, infatti l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che si tratterà di un’ORRIBILE PANDEMIA. Moriranno appena MIGLIAIA DI PERSONE VACCINIAMOCI TUTTI SUBITO, VACCINIAMOCI PRESTO COSA FAI LI’ VECCHIETTO, CORRI A VACCINARTI. Insomma, l’allarme è praticamente PANDEMIA! rientrato. PANDEMIA! Basta così, i nostri 40 secondi di pilloline ve li abbiamo fatti vedere, speriamo sia passato un PANDEMIA! messaggio rassicurante.

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A scuola il virus c’è, non rompete

La scorsa settimana mi è capitato di aprire un portone della mia scuola e di ritrovarmi all’improvviso investito da un flusso di studenti che aspettava di uscire – evidentemente nell’imminenza della campanella si erano premuti contro l’ingresso, come bollicine di uno spumante molto agitato. Il giorno dopo uno studente di quella classe è risultato positivo: due giorni dopo la classe è rimasta a casa, in attesa di tampone. Quando dico “classe” intendo ovviamente il gruppo degli studenti: gli insegnanti non sono rimasti a casa, e stanno tuttora facendo lezioni in altre classi (tra cui una che due giorni dopo è stata chiusa per lo stesso motivo). Però la scuola è sicura, eh? Si saranno senz’altro contagiati a casa, al limite nel parchetto.

Dopo tre mesi di scuola in presenza con la mascherina, credo di avere il diritto di esprimere una certa stanchezza: non certo delle lezioni – valgono comunque la pena – ma del sovrappiù di stress che la situazione comporta. Io e i miei colleghi della scuola media lavoriamo con ragazzi potenzialmente contagiosi come gli adulti e i ragazzi più grandi, quelli che a scuola non ci vanno più. Noi continuiamo ad andarci e a chiedere ai nostri studenti, ogni giorno, di mantenere un distanziamento e una serie di precauzioni che anche i più ragionevoli non riescono più a capire (figuriamoci quelli che sputano sulla lavagna per cancellare): che senso avrebbe tenere un metro di distanza in corridoio, se poi fuori ormai la gente si abbraccia? Non siamo ormai fuori pericolo, non stanno diminuendo i morti – che poi tanto si sa sono soltanto vecchi e improduttivi? Tutto questo proprio nel momento in cui il virus colpisce esattamente le nostre scuole: la consegna è affermare che il contagio deve essere avvenuto fuori, perché la scuola è sicura. 

Io posso anche capire che ci siano motivi sociali ed economici per cui è meglio che la scuola media resti aperta – anche se questo significa maggiori rischi per me e per i miei famigliari. Capisco questi motivi, li rispetto: credo che la scuola sia il luogo educativo per eccellenza, indispensabile a una società che voglia veramente dirsi equa e democratica, e allo stesso tempo so benissimo che si tratta anche di un indispensabile parcheggio per i minorenni e non mi ha mai dato fastidio concepirla in questo modo (ho anch’io minorenni da parcheggiare). Posso persino capire l’ipocrisia, è tutta una vita che capisco l’ipocrisia, per cui non solo ci tocca tenere aperto tutte le mattine un hub del virus, ma dobbiamo anche cercare di non spaventare genitori e colleghi, dobbiamo anche raccontare e raccontarci che la scuola non è un luogo così rischioso, mica come gli autobus. Quel che mi domando è fino a che punto questa ipocrisia sia necessaria e oltre quale livello non diventi controproducente: perché se dici alla gente che la scuola è un luogo sicuro, poi non puoi lamentarti che la gente ti creda e abbassi le mascherine sotto la punta del naso – tanto è un luogo sicuro, no? No, maledizione, quella è una storia che raccontiamo a tua madre per farla dormire tranquilla, e anche lei probabilmente ci crede giusto quanto basta a prender sonno, non un grammo di più, onde per cui sii bravo e indossa quella maschera come è giusto indossarla in un luogo chiuso in cui i virus si comportano esattamente come in ogni altro luogo chiuso al mondo. 

Non c’è nessun campo di forze antivirus a scuola, anche se in un qualche modo abbiamo deciso di fingere che c’è. Magari lo avete letto sul giornale, ecco, appunto: il solo fatto che lo abbiate letto su un giornale italiano ormai dovrebbe farvi rizzare le antenne. L’altro giorno sull’homepage del Corriere c’erano ben due titoli che dicevano che la scuola è sicura – si vede che un titolo solo non ci avrebbe confortato abbastanza. Ne ho cliccato uno soltanto, portava a un breve intervento di un esperto che è una delle cose più contorte che ho letto in vita mia: sia per i dati portati a sostegno della sua tesi, sia per il modo in cui ha scelto di esprimersi.

Il dubbio è venuto a molti. La riapertura delle scuole ha contribuito a diffondere il virus? Naturalmente il dubbio non va inteso nel senso che l’ambiente scolastico sia particolarmente adatto al contagio, nonostante la media di oltre 20 studenti per classe e nonostante le promiscuità, le scarse difese, le disattenzioni, le inadeguatezze strutturali dei plessi scolastici.
Si può anzi ritenere, dopo gli sforzi fatti la scorsa estate dal ministero, dai direttori didattici e da tutto il personale, che l’ambiente scolastico resti non più rischioso di altri.

Io la persona che ha scritto questa cosa me lo immagino con la pistola puntata alla tempia, come lo speaker russo dell’Aereo più pazzo del mondo sempre più pazzo. Grazie agli sforzi fatti dal ministero, l’ambiente scolastico non è diventato persino più rischioso… Ci sta sfottendo, è così? Non escludo che la sintassi involuta non celi un messaggio in codice, e che leggendo soltanto alcune iniziali sia possibile ricostruire le coordinate della cella in cui lo hanno rinchiuso, nutrendolo con dati statistici a caso. Lo “studio” che riporta è risibile, per quel poco che è dato di capire: si trattava di dimostrare che non c’è correlazione tra incidenza di studenti sulla popolazione regionale e numero di contagi. Una sciocchezza del genere, di fronte a un virus che ha colpito le regioni in modo molto diseguale, e che nella maggior parte dei contagiati in età scolare non lascia tracce (il che non significa, ripetiamolo per l’ennesima volta, che non possano avere contagiato altre persone). Una cosa così imbarazzante sull’homepage di quello che dovrebbe essere il più prestigioso organo d’informazione italiano, per fortuna che basta scrollare un po’ sotto e si arriva alle foto di Beatrice Borromeo e Carolina coi capelli bianchi! Nel frattempo escono paper, niente che possa interessare ai giornalisti italiani: qui per esempio c’è uno studio sulle scuole di Reggio Emilia, vi traduco le conclusioni: La trasmissione del virus all’interno delle scuole è avvenuta in un numero non irrilevante di casi, in particolare nella fascia di età dai 10 ai 18 anni, ovvero alle scuole medie inferiori e superiori. Il che tra l’altro non stupisce: lo sappiamo già da un po’ che dai 10-12 anni poi i ragazzi sono potenzialmente contagiosi tanto quanto gli adulti. 

Questo invece è stato pubblicato su Science, ma cosa vuoi poi che ne sappiano.

Lo sanno benissimo anche ministri e presidenti di regione, che le scuole superiori le hanno chiuse abbastanza presto: e che anche nelle medie inferiori, appena si registra uno studente positivo, chiudono la classe intera in attesa di tampone – se davvero la scuola fosse protetta da questo misterioso campo di forza, non ce ne sarebbe bisogno. Il motivo per cui le medie restano aperte ha più a vedere con l’ordine pubblico che con le evidenze epidemiologiche. È lo stesso motivo per cui ci è stato consentito di rilassarci un po’ quest’estate (il che ha consentito a tanta gente di mantenere una tenuta psicologica) e addirittura di andare per negozi a Natale, benché questo comporti un aumento sicuro dei contagi e dei morti. 

Questa cosa io l’ho capita: mi piacerebbe però che la capisse più gente. Che gli insegnanti, che in questa fase stanno rischiando un po’ di più di altri professionisti, si potessero almeno risparmiare il consueto tiro al piccione, gli strali di chi non si capacita del fatto che quest’anno si facciano i ponti come in qualsiasi altro anno scolastico, di chi sta già proponendo di tenerci a scuola fino a luglio e tutte le altre sciocchezze che a fine 2020 sono persino meno divertenti del solito. Per cinque-sei mattine a settimana vi teniamo i figli, li costringiamo a tenere una mascherina e cerchiamo di evitare che si ammucchino e si azzuffino, il che risulta difficile persino alla maggior parte di voi genitori. Almeno non rompete i coglioni, grazie, e buone Feste. 

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L’incredibile storia di un piccolo film (in acque internazionali)

Quasi all’inizio dell’Incredibile storia dell’isola delle rose Giorgio e Gabriella, due ragazzi freschi di laurea a un tavolo di osteria si scambiano pareri e informazioni, saltando da un argomento all’altro senza perdere il filo. Lui è determinato ma irrequieto, lei più pratica e nervosa. Chissà se gli sceneggiatori si rendevano conto, mentre lo scrivevano, di avere in mente l’inarrivabile sequenza iniziale di The Social Network – un pezzo di cinema parlato che da dieci anni credo tormenti le coscienze di chiunque cerchi di fare lo stesso mestiere. Nel film di Fincher il dialogo serrato tra i due giovani studenti a un tavolino è il preludio alla catastrofe sociale che porterà la matricola Mark Zuckerberg a ideare Facebook; nel film italiano il dialogo prosegue su una buffa automobile-prototipo e conduce comunque il personaggio maschile di gaffe in gaffe verso un’analoga catastrofe: di fronte al rifiuto della ragazza, che oltre a essere giovane e bella rappresenta il principio di Realtà, il neoingegnere Giorgio promette solennemente che si costruirà un mondo su misura. 
Potremmo anche finirla così: l’Incredibile storia è un film un po’ deludente perché non è The Social Network, grazie tante. Bologna non è Harvard, Fincher e Sorkin avevano a disposizione un personaggio che ha plasmato la realtà in cui viviamo, e se è azzardato immaginare che gli sia successo proprio perché una ragazza al bar lo aveva mollato male, è comunque probabile che lo abbia plasmato a misura delle sue ossessioni, delle sue angosce sociali. Sydney Sibilia e i suoi collaboratori invece avevano a disposizione Giorgio Rosa, un brillante ingegnere che più che plasmare la realtà voleva farsene una per i fatti suoi. Ovvero? Una piattaforma di 100 mq fuori dalle acque territoriali italiane, dove non pagare le tasse. Tutto qui. Per dire che voleva cambiare il mondo – che voleva anche solo provarci – serve una faccia tosta che i personaggi del film cercano più volte di abbozzare, ma ecco: fanno fatica pure loro. Toccherà proprio alla dottoressa-Realtà, più tardi nel film, far notare una cosa già evidente agli spettatori: questa non è un’utopia, è una discoteca. 

Chiunque da studente abbia provato a costruirsi una piccola realtà, un circolo o un centro sociale, conosce bene l’obiezione e la sensazione. L’utopia ti porta a condividere idee ed emozioni, a incontrare un gruppetto di sodali con i quali magari si riesce anche a combinare qualcosa, qualcosa che da un inavvertibile momento in poi diventa sempre più simile a un bar. La cultura, la libertà, senz’altro, ma alla fine tutto si traduce fatalmente in consumo. Chi critica Sibilia per aver trasformato un quarantenne con trascorsi repubblichini nel solito sessantottino copre soltanto una metà del fenomeno: il Sessantotto di Sibilia è un oggetto di scena, ormai depauperato da qualsiasi nostalgia, ripreso da altri prodotti che hanno avuto successo internazionale (La meglio gioventù) e rimesso a nuovo perché da un punto di vista narrativo funziona sempre, come una volta funzionava il far west o il proibizionismo dei gangster: lo spettatore sa già cosa aspettarsi, democristiani oscurantisti e impomatati e giovani coi blue jeans che ballano il geke ge’. Il fatto che più che di parlare di rivoluzione abbiano voglia di ballare e bere drink discutibili graffia lo spettatore come il pizzicotto di qualcuno che cerca di svegliarti: altro che ’68, è di noi che si parla. 

Il Giorgio Rosa del film non è un libertario quarantenne e nemmeno un sognatore in blue jeans: è il solito laureato frustrato su cui Sibilia ha già imbastito la trilogia di Smetto quando voglio. Il protagonista dei suoi film è un personaggio maschile, un po’ disadattato ma irresistibilmente simpatico: non tutto quello che fa ha un senso, ma Sibilia vuole farci tifare per lui, e in generale per i suoi film, per le sue bande scalcagnate che tentano l’impossibile impresa di mimare il cinema d’azione in un contesto che non lo consente. C’è sempre nel suo cinema una tentazione di buttarla sul cartone animato, che ispira sequenze esilaranti: la sua migliore continua a essere l’inseguimento al treno in Smetto 2: una parodia di action movie che in realtà vorrebbe fare sul serio, e un po’ ci riesce, ma col treno prudentemente rallentato ai cinquanta km orari, e tante gag comiche a scongiurare che qualcuno prenda troppo la cosa sul serio.

Il tempo però passa per tutti – tranne per il Giorgio Rosa del film – e il pubblico di laureati e cervelli in fuga che si riconosceva nei film di Sibilia ormai ne ha 40, quel momento nella vita in cui ti rendi conto che non puoi più cavartela facendo il simpatico. Non sei più simpatico, non puoi più limitarti a fare il verso agli adulti: l’adulto sei tu, e neanche da ieri. L’Incredibile storia arriva su Netflix proprio nel momento in cui questo quarantenne collettivo è macerato da un dissidio interiore: attaccare l’ordine costituito perché costringe i cittadini a stare in casa, o criticarlo perché non fa abbastanza per salvarli dal virus? Irridere le ordinanze che ti impongono la mascherina anche all’aperto, o prendertela con chi quell’ordinanza non la sta facendo rispettare? A un quarantenne medio sospeso in quest’angoscia, Netflix somministra la parabola di un anarcoide che non capisce a cosa servano le targhe, i documenti, le tasse, i governi – no, non assomiglia a un sessantottino più che a un novax o a un redneck devoto a Trump; la sua incapacità di scendere a patti con la realtà è tale che lo spettatore rischia veramente non dico di simpatizzare coi cattivi democristiani, ma di capire il loro punto di vista, che poi è quello ragionevole che avremmo noi se un evasore decidesse di piantare una piattaforma nelle acque internazionali a scopo contrabbando. Se prenderla a cannonate sembra davvero un gesto eccessivo, dettato più dall’esigenza di sfoggiare un budget insolito per un film italiano, comunque non si capisce alla fine perché dovremmo tifare per Giorgio e la sua banda di scalcagnati impresari abusivi e negrieri alcolizzati. 
Altri modelli inconfessati
e inarrivabili.

Forse la chiave è questa: non dovremmo tifare per loro, così come quando guardiamo The Social Network non tifiamo per Zuckerberg. Giorgio è un disadattato, i suoi sodali maschi sono confusi e moralmente inani. Si salvano le donne, proprio come in Smetto quando voglio ambasciatrici del Pianeta Realtà, il che le costringe quasi sempre ad atteggiamenti antipatici, riscattati dal fatto che alla fine ai loro pazzi uomini non smettono di voler bene – ovvero tutto questo senso pratico alla fine è solo una manfrina, ma se un ragazzo costruisce una piattaforma per te sotto sotto sai che il suo cuore gli appartiene di diritto. Ovviamente The Social Network non finisce così. Forse all’inizio anche Giorgio doveva essere un personaggio più ambiguo, sospinto all’utopia da motivazioni e ossessioni più complesse: ma il tono per raccontare una storia più ambigua e meno simpatica, Sibilia non lo ha trovato. Gli è restato un finale di film per dirci che comunque dobbiamo volergli bene, perché anche se non ha ancora capito come fare un film alla Fincher (o anche solo alla Richard Curtis), almeno lui ci sta provando, e in Italia questo deve bastarci: chi altri ci sta provando? Mica in tanti. Non c’è riuscito? Era quasi impossibile riuscirci; magari sarà per la prossima volta. Glielo auguro, perché alla fine continuo a tifare per lui. Ma ecco, io di solito tifo per le squadre simpatiche e scalcagnate che ce la mettono tutta. Non per quelle che vincono.  

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