Alemanno ha rrrrrrr

Cattivi maestri

Mi secca molto, specie dopo aver fatto il leghista lunedì, ma devo anche dare qualche ragione ad Alemanno. Non tutta, ma qualche.
Per chi se lo fosse perso: la settimana scorsa il sindaco di Roma è andato a visitare una scuola media romana dove un ragazzo aveva accoltellato un compagno; e intanto che c’era si è lasciato sfuggire che “alcune operazioni culturali come la serie tv “Romanzo criminale” o altre simili non aiutano, perché lanciano mode e atteggiamenti sbagliati”.

Da qui un polverone, non molto intenso in verità (era la settimana di Noemi) ma concentrato in alcuni ambienti, come i blog. Più di un blog ha preso le difese di una delle poche serie di qualità che si fa in Italia, che non aggiunge nulla alla realtà già violenta che ritrae. Tutto molto ragionevole, ma io pensandoci bene sto con Alemanno: alcune operazioni culturali lanciano mode e atteggiamenti sbagliati.

Ed è una questione di coerenza. Uno non può sostenere che Maria De Filippi sia la responsabile di un involgarimento dei rapporti umani (al punto che non si dà più tra ragazzini una discussione che non sia urlata) e poi fare spallucce quando un altro programma provoca fenomeni di emulazione. Se sono convinto che la tv sia un potentissimo strumento formativo (e ne sono convinto) devo crederci sempre, anche quando c’è il rischio di confermare Alemanno.

Dice il produttore: “la tv riflette quello che c’è in giro”. In realtà non è proprio così: Romanzo criminale rimette in scena un passato prossimo che è tornato di moda per motivi non troppo limpidi. Un vecchio west de noantri, quando tutti i delinquenti erano bianchi (e neri nel cuore), la cui nostalgia è fortemente sospetta. Ma fingiamo che sia veramente uno specchio imparziale di “quello che c’è in giro”: bisognerà pur ammettere che troppi specchi possono far male. Non a noi, che abbiamo l’età per relativizzare e apprezzare la profondità storica eccetera. No: ai ragazzini.

A volte sui blog ci si dimentica un po’ di loro. È che qui non vengono: stanno su msn o facebook; appaiono in frotta solo qualora si parli male di un loro idolo o di un loro stile, e di solito si difendono male. Perché non sono equipaggiati, i ragazzini, e questo è il punto. Non possiedono tutti i diaframmi culturali necessari a capire che le vicende del Freddo e di Dandi vanno calate in un preciso contesto storico eccetera. Le cose si pongono in termini molto più chiari: Freddo e Dandi sono dei modelli di comportamento. S’impongono e si fanno rispettare. Non saranno certo loro a portare nelle classi una morale tribale che sta guadagnando sempre più spazio nella società: la violenza di certi ambienti è qualcosa che pre-esiste la tv e che ha ragioni sociali più profonde, siamo d’accordo. Ma dobbiamo anche ammettere che la tv, come minimo, è una straordinaria cassa di risonanza. Che mantiene ancora (meno che in passato, quando non c’erano i decoder) una vocazione interclassista: e infatti ora i coltelli in classe li portano anche i ragazzi delle famiglie perbene. È un progresso?

E allora cosa proponi. Niente di concreto, per ora. Auspico soltanto un lieve cambiamento di mentalità. Non dico di non smettere di apprezzare, in modo adulto, le serie fatte bene. Chiedo però di metterci più spesso da un punto di vista di genitori: e visto che scrivo a trentenni, non mi sembra di chiedere di molto. Chiedo di fare ogni tanto un salto fuori dalla nostra cultura, che per inciso non è più la cultura giovanile, e dare un’occhiata a quello che vedono e credono i giovani veri: per scoprire che non sanno cosa sia Star Trek, che i supereroi in costume li fanno un po’ sbadigliare, e che tra i pochi prodotti audiovisivi in grado negli ultimi anni di forare un’attenzione capitalizzata dalle consolle video, c’è il Capo dei Capi; tra Fast and Furious e High School Musical (e a proposito: quest’anno nella mia scuola hanno aperto le elezioni per la ragazza e il ragazzo “più popolare”: possibile che la tv non c’entri per niente?)

Chiedo di rilevare che dietro a profili facebook che inneggiano a Riina o soci c’è più di una mentalità goliardica; c’è la stessa volontà di disgustare il mondo dei grandi che trent’anni fa faceva appuntare le svastiche sulle giacche dei punk. I punk non erano nazisti, i ragazzini oggi non sono mafiosi, ma quando certi simboli riaffiorano nell’immaginario giovanile, non te ne liberi più.

Chiedo di accettare la banalità un po’ passée per cui esistono sostanze che noi possiamo degustare senza soffrire di effetti collaterali, e che per loro sono ancora tossiche: l’alcol è uno, la mafia in tv è un’altra. Pazienza se tutto questo ci porta dalle parti di Alemanno (ma non di Andreotti quando denunciava i danni all’immagine del nostro Paese inferti dalla Piovra: perché la Piovra dei tempi di Placido non conteneva nemmeno in dosi omeopatiche quella fascinazione del male che trasuda da Romanzo Criminale o dal Capo dei Capi).

E chiedo soprattutto di rizzare le orecchie. C’è gente in giro pronta a raccontare qualsiasi cosa, pur di difendere il diritto di trasformare la camorra nel nuovo pittoresco far west dei vostri ragazzini. Anche se alla fine gli argomenti sono sempre gli stessi.

La gente non è mica stupida, capisce la differenza tra fiction e realtà (la gente, mediamente, dopo otto ore di lavoro è un po’ stupida. Ha persino diritto di esserlo. La gente piccola, poi, è stupida di default. Ci si mette più di quindici anni a capire certe spigolose differenza tra fiction e realtà. Pensate ogni tanto a quanto eravate stupidi a 15 anni, per favore).

Non facciamo che mostrare la realtà (quello lo fanno anche i film porno: non per questo li faresti vedere a tuo figlio minorenne, o no?)

La tv non dovrebbe educare (la tv è un formidabile mezzo educativo, è stata usata sin dall’inizio a scopi propagandistici, e provoca emulazione in tutti gli utenti: pensa alla mascherina di zorro che ti mettevi da bambino).

Sono la scuola e la famiglia che dovrebbero educare. (Scuola: 5 ore faticose al giorno. Tempo con la famiglia: 2 ore al giorno. Tempo di irradiazione televisiva quotidiana: 3-6 ore in media di ipnosi. Non prendiamoci in giro).

78 Comments

  1. Lo so che tu non hai dato la colpa alla società.
    Ma Kubrick – per lo meno nel tuo riassunto – lo ha fatto.
    Ed è questa la pigrizia, secondo me: pensare che la morale e l’educazione siano cose a cui devono pensare gli altri. No, ci devono pensare tutti: i registi quando fanno i film, gli insegnanti quando insegnano, i genitori quando passano un po’ di tempo coi figli (non molto, e non a causa della loro pigrizia).

    Invece il tuo concetto di pigrizia non l’ho capito.

    Però Alemanno è cattivo cattivo, eh, perché c’ha la croce celtica. Ah, ok.

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  2. Tra tutte le corrette considerazioni di tipo antropologico sul comportamento imitativo ci metterei anche un bel po’ di genetica e di neuroni-specchio. Poi ragionerei sul fatto del perché nessuno crei più letteratura e fiction per ragazzi (non bambini, ragazzi): dopo le fiabe tutti vogliono scrivere romanzi impegnati per il “grande” pubblico. Anche i fumettisti vogliono creare Graphic Novel impegnate così non c’è più nessuno che scriva o crei spettacoli per i ragazzi (non bambini, ragazzi). Dopo l’infanzia sono già uomini senza quel senso del meraviglioso che qualche generazione fa creava grandi esploratori e gente che voleva conquistare la luna. Adesso nella realtà (metti uno sport a caso: il calcio) e nella fiction vedono solo esempi da emulare per gareggiare in una società conflittuale di competitori. O si rifugiano in incubi fantasy dove si può trasformare il diverso-altro-straniero-ultrà avversario in un orchetto da ammazzare con una spada luccicante.

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  3. mah secondo me la gente a roma s’e’ sempre presa a coltellate.
    solo che al momento i giornalisti era a corto di sturpi e hanno cominciato ad abusare delle risse.
    tralasciando ovviamente di denunciare bombe incendiarie contro i centri sociali.
    leo i ragazzini hanno dei genitori.
    se vanno in giro cor coRtello la colpa non e’ della tivvu’. ma a 15 anni secondo te e’ normale che un ragazzino vada in discoteca fino alle 4 del mattino?
    capisco che i tempi cambiano ma a me sembra proprio un’esagerazione.
    e se poi per dare l’immagine della gioventu’romana i media intervistano solo le bande di torbellamonaca che certo cercano i loro idoli nella storia piu’ cruenta (e anche si affascinante per come viene narrata) di questa citta’, a me sembra proprio che diano una visione parziale.
    alemanno sta sbagliando tutto, roma e’ ancora di piu’ un cesso e lui si para incolpando sky (concorrente di berlusconi).
    ma lui pensa al gran premio cittadino…
    stiamo sempre allo stesso punto comunque, la tivvu’/internet e’ il sostituto del genitore e’ chiaro che vengano su disturbati. su sky come su internet puoi vedere di tutto. c’e’ bvisogno di un adulto che faccia da filtro. se non c’e’ la colpa pero’ e’ solo sua.

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  4. scusa leonardo, ma io non sono proprio d’accordo con il tuo assunto di base, ovvero che un regista quando fa un film debba preoccuparsi del’educazione e della morale.

    un regista quando fa un film deve preoccuparsi solo di trasmettere il messaggio che intende trasmettere, esattamente come fanno un pittore, uno scultore e un musicista. un regista mette in scena una storia, non è affatto suo il compito di fare da filtro fra la sua storia e il mondo. a mio avviso la facoltà di espressione è libera e tale deve rimanere. un regista può benissimo decideredi fare un film sui neonazisti che picchiano i barboni; starà alla critica, all’opinione pubblica e agli spettatori valutare e giudicare il film, non certo all’autore.

    se un tizio emula il film e picchia un barbone la colpa non è affatto del regista, tantomeno della società. la colpa è esclusivamente del tizio in questione, e se proprio si vuole chiamare in causa qualcuno si deve guardare alle vicende personali e alla vita di quel tizio.

    mi sembra incredibile che nel 2009 stiamo ancora qui a discutere sull’opportunità o meno di mettere in scena ciò che si vuole. credevo che fossero conquiste ormai raggiunte.

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  5. ” scusa leonardo, ma io non sono proprio d’accordo con il tuo assunto di base, ovvero che un regista quando fa un film debba preoccuparsi del’educazione e della morale.

    un regista quando fa un film deve preoccuparsi solo di trasmettere il messaggio che intende trasmettere”

    Sono daccordo con una sola eccezione.
    L’artista (quello vero, e non il suo surrogato crociano che qui spesso si invoca), in generale, di solito si occupa esclusivamente di mettere in scena le sue nevrosi (o talvolta psicosi). Queste “risuonano” con quello del pubbilco e da li’ scaturisce l’opera.

    Poi possiamo domandarci se una fiction rientra nell’arte in genere. O se dobbiamo inglobare l’educazione nella fiction.

    L’unica cosa di cui sono sicuro e’ che non dobbiamo conglobare l’educazione nell’arte, quindi delle due l’una: o la fiction e’ educazione (cosa che mi spaventa, perche’ inizia a confinare con la propaganda, ma ci puo’ pure stare), oppure e’ arte, e allora non si censura, ma si mette in una fascia oraria protetta.

    Vi lascio con una citazione famosa:
    “There is no such thing as a moral or an immoral book. Books are well written, or badly written.”
    Oscar Wilde

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  6. “There is no such thing as a moral or an immoral book. Books are well written, or badly written.”

    mi sembrano parole definitive. sostituite pure “book”, con “play”, “film”, “comedy”, ecc, e la frase di oscar wilde funzionerà lo stesso.

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  7. Strano che dopo l’intervento di Rob, che sembra ben documentato e frutto di esperienza diretta, si sia ritornati a Kubrik: proprio non lo capisco.
    Quello che diceva Rob, io l’ho così interpretato: la censura è inevitabile. Finchè la TV ha degli scopi precisi, tra cui quello di beccare soldi, la censura ci sarà sempre, solo che oggi usano l’accortezza di renderla a noi trasparente.
    Quindi, è come nel cibo: se come la violenza in “Arancia Meccanica”, metto tanto peperoncino in una pietanza pronta, basta scriverlo. Avviso che questa pietanza è estremamente piccante, chi la compra, lo sappia.
    Il problema sorge piuttosto con le brioscine, che vengono selezionate proprio perchè prive di un gusto definito, solo basate su un assecondamento della tendenza a privilegiare il dolciastro. Questo gusto smette di essere “uno specifico gusto”, per diventare “IL GUSTO” per antonomasia, per appiattire le capacità gustative dei soggetti che se ne nutrono.
    Io rimango dell’idea che bisognerebbe proibire le brioscine, non il cibo piccante che è esplicitamente etichettato e, se viene scelto, viene scelto consapevolmente.

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  8. Forse il punto non sta nel proibire quanto nell’offrire. In questo penso che Leonardo abbia ragione nel sottolineare l’importanza delle famiglie (e anche dei servizi pubblici che rendono una città un posto vivibile oppure un deserto attorno al centro commerciale). Ma quanti familiari (inclusi nonni, zii ecc.) offrono realmente passatempi alternativi alla tv ai loro figli e nipoti, per pigrizia, per stanchezza, perché lavorano, perché è comodo godersi due ore di “pace” mentre i pargoli sono davanti allo schermo, perché han voglia di far altro, perché, soprattutto, piace pure a loro e ci sono cresciuti insieme e ci mangiano pure? Tanti di quelli che scrivono qui conoscono benissimo, sembra, una serie di programmi-spazzatura, magari se li guardano anche spesso. Con quanta energia e fantasia e constanza propongono/proporranno alternative ai loro figli? Magari giustificandosi con il terribile mantra del genitore moderno “per non farli sentire diversi”, con cui si fanno passare, appunto, consumi di ogni genere uniti a pigrizia mentale e scarso coraggio di sostenere e definire chiaramente le proprie opinioni, magari andando controcorrente. Che non vuol dire votare opposizione (a trovarla!) ma costruire giorno per giorno comportamenti e stili di vita meno imposti e più individuati a propria misura. Ci vuole un sacco di cultura e autonomia per pensare e agire con la propria testa, e anche audacia davanti alla solitudine che certe scelte comportano. Restare nel branco è sempre più facile, anche se è un branco più “coltivato” della media…
    Kubrik: mah io proprio non ci riesco a vedere un’esaltazione della violenza in Arancia meccanica. Ci vedo una descrizione della violenza o meglio delle violenze: quella del disoccupato povero e ignorante (il protagonista), quella delle istituzioni (carcere, manicomio), quella della chiesa (il prete del carcere). Le scene violente sono finalizzate a descrivere una situazione in cui i singoli sono perdenti (il protagonista come le sue vittime nella villa) mentre si perpetua un sistema repressivo che, appunto, produce violenza e povertà. Visto oggi poi non mi sembra certo il film più violento in cui può imbattersi un adolescente, talmente straniato e poco passionale com’è. Conclusione: non lo metterei mai al bando, gli manterrei un divieto ai minori di sedici anni ma non lo demonizzerei certo, almeno è un film che potrebbe far riflettere su un meccanismo sociale, non sui casi di singoli “cattivi”, come fanno in genere le fiction “violente” in questo ben più americanizzanti. Sarà mica per questo che Arancia viene ancora maneggiato con cura dalla programmazione televisiva mentre passa roba che certo non è più leggera?
    La dama del lago

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  9. Qui saltano fuori certi nomi come ipse dixit: prima Kubrick, poi Wilde…

    Se siete d’accordo con quella frasetta di Wilde, pensate evidentemente che il giudizio estetico sia indipendente da quello etico; in linea di massima potreste anche ragione.

    Il problema è che l’etica esiste, e volenti o nolenti ci stanno dentro anche i libri (i film) e chi li scrive. Soprattutto quando li si propone ai minori.

    Vedo ancora molti di voi attaccati a una concezione molto novecentesca dell’artista come un bambino a cui tutto deve essere permesso, proprio in virtù di un’autonomia dell’arte che non si discute, ma si postula a priori, citando un’autorità (e che autorità, Oscar Wilde: scrittore brillante, per carità, ma passato non del tutto indenne dalla sua riduzione a incarto da cioccolato Perugina).

    Secondo voi l’arte dev’essere praticata e trasmessa senza nessuna preoccupazione morale o educativa: ma sapreste spiegarmi il perché senza citarmi Kubrick (che si contraddiceva ed era molto più bravo a farsi domande che risposte) o Wilde?

    Io nel frattempo rimango della mia idea: l’arte non deve essere necessariamente etica o educativa, ma sarebbe meglio che lo fosse; quasi sempre lo è, nel senso che tutti i prodotti audiovisivi di cui stiamo parlando hanno una morale. Persino l’unico romanzo di Wilde; ed è una morale molto tradizionale.

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  10. leonardo, punti di vista per carità, ma secondo me sei fuori strada.

    sì, sono pronto a sottoscrivere ogni singola parola della domanda che hai fatto, da qui all’eternità: “l’arte dev’essere praticata e trasmessa senza nessuna preoccupazione morale o educativa”. a mio parere non c’è proprio null’altro da aggiungere.

    dell’educazione e della morale si devono occupare gli enti creati per questo compito, il sistema educativo in primis. guarda, io ho addirittura dei dubbi che la famiglia possa essere il luogo dell’educazione e della morale, perché ci sono famiglie di camorristi, di evasori fiscali, di gente che fa fare la cacca al cane per strada e getta il pacchetto di sigarette vuoto dal finestrino, nei quali casi sarebbe meglio togliere il più possibile i figli alle rispettive famiglie e spedirli a scuola a tempo pieno.

    l’artista non può avere nessuna responsabilità educativa, né morale; nell’ottocento, come nel novecento, come nel duemila.
    in ogni ambito dell’espressione l’autore deve seguire la sua vena espressiva; tutto il resto è conseguenza.

    poi possiamo discutere se “romanzo criminale” raggiunga o meno lo status di opera d’arte, ma questo è tutto un altro discorso.

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  11. Non c’è niente altro da aggiungere? Direi che ce n’è parecchio.

    Per prima cosa mi piacerebbe che tu spiegassi perché l’artista non deve avere preoccupazioni morali né educative. Sia tu sia Wilde avete l’aria di darlo per scontato, e invece tanto scontato non è. Poi, ribadisco, faccio molta fatica a leggere The Picture of Dorian Grey senza riflettere sul messaggio morale che c’è (ce l’avrà messo per errore).

    Poi dovresti spiegare cosa “raggiunga o meno lo status d’opera d’arte”: ho come il sospetto che stiamo per addentrarci in una discussione crociana su poesia e non poesia, e non mi viene in mente nulla di meno interessante. Ovvero, può anche darsi che esista questa oasi di Arte Pura Senza Preoccupazioni Morali, con l’A maiuscola di Arcadia: ma se non c’entra con le cose che guardano i ragazzini, non c’interessa più di tanto. Anzi, probabilmente interessa solo qualche appassionato, come le poesie preraffaelite di Wilde che non interessano più a nessuno (invece Dante, che aveva preoccupazioni educative e morali, tira ancora da matti).

    Mi sembra che tu pensi alla morale come a qualcosa a cui devono pensare gli “enti preposti”: vale a dire chi? La scuola? Ma a scuola usano libri, film, audiovisivi. E poi molti insegnanti potrebbero dire che loro insegnano una materia, non l’arte di stare al mondo. Perché l’insegnante deve avere preoccupazioni morali e l’artista no?

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  12. Leonardo, altroche’ se l’etica esiste! Ci mancherebbe 🙂
    Il discorso e’ molteplice
    a) l’etica dev’essere insegnata dalla televisione? (la domanda non e’ banale, perche’ vuol dire che chi controlla la TV controlla l’etica. Il risultato e’ sotto gli occhi di tutti)
    b) l’etica dev’essere o puo’ essere un metro di giudizio dell’arte?
    c) L’etica puo’ o dev’essere considerata nella fruizione minorile delle opere. Ma prima di parlarne non e’ il caso di stabilire se la fiction va valutata come arte o come sistema didattico? Se no si fa solo confusione

    “Secondo voi l’arte dev’essere praticata e trasmessa senza nessuna preoccupazione morale o educativa”
    praticata di certo. Sulla trasmissione si puo’ discutere. Non e’ certo di un artista-bambino che si discute qui. Ma c’e’ poco da fare, l’arte migliore e’ sempre figlia della nevrosi, spesso della psicosi. L’artista fa non perche’ vuole educare (quello e’ l’educatore, o il propagandista, non necessariamente inteso nella sua accezione piu’ deteriore), ma perche’ non puo’ o non sa far altro. Se poi nell’opera c’e’ la morale, oh beh, non e’ che a me dispiace “in se'”. Penso solo che le due cose sono (e dovrebbero restare) scindibili.

    Anche il nichilismo ha una sua morale, non credi Leonardo? E’ una morale che non ti/ci piace, ma c’e’. Anche “amici” ce l’ha (ed e’ basata sul rispecchiare la realta’). Purtroppo credo che il discorso dell’arte morale abbia ben piu’ spine di quante rose possa mai offrire.

    Andrea

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  13. mi sembra che andrea abbia completato e corretto bene il discorso. in particolare trovo molto appropriati il principio della scindibilità di arte e morale e la distinzione fra “pratica” dell’arte e sua “trasmissione”.

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  14. “Un regista quando fa un film deve preoccuparsi solo di trasmettere il messaggio che intende trasmettere”: ditelo a Theo Van Gogh o a Salman Rushdie o ai vignettisti danesi. Va be’, sono casi estremi e magari poco calzanti, ma non è che sia saggio poter dire tutto solo perché ti passa nella testa e non pensare che possa avere delle conseguenze. Su di te ma anche sugli altri. Positive e negative.
    Non so se la “full disclosure”, che chiude un occhio su chi pubblica i manuali per farsi un’atomica Ikea, sia una gran figata applicabile su tutto. Se in TV non trasmettono un pornazzo all’ora di pranzo, o un’operazione di ernia, una ragione c’è. E’ che la nostra morale non li ritiene accettabili. Invece, pare che ormai la nostra morale ritenga accettabili un sacco di altre cose, in primis che il diritto dell’Artista è di dire e fare quello che gli pare. Un po’ come un politico del PDL, via: all’insegna del Me ne frego.

    Ogni regista che si rispetti sa come infondere ripugnanza o fascino in quello che mostra, e il discrimine è proprio lì. Giocare provocatoriamente con la propria arte (?) sulla pelle della società è un po’ da narcisisti vigliacchetti, anzi, un po’ come sparare per divertimento la notte di capodanno senza pensare chi o cosa si colpisce. Il tutto per scopi non sempre molto nobili: in fondo quando si parla di certi exploit artistici si parla anche di: egocentrismo, fama, soldi, potere contrattuale, bollette da pagare e gnocca.
    Insomma, si può impiegare intuizione e traspirazione per inventare la lampadina o le bombe a frammentazione. Ci si può fare eleggere per contribuire al bene della collettività, oppure per una minoranza asociale. E si può dipingere una patetica crosta o esprimersi artisticamente facendo far morire di fame un povero cane. Io sto dalla parte del cane, non so voi.
    Ora, siccome siamo un paese in cui i ragazzi si accoltellano, le ragazzine si rifanno le tette a 15 anni, le madri si menano allo stadio, i padri si sentono un po’ tutti Papi, quasi nessuno legge più un libro o (per fortuna, forse) un giornale, asserire che questo orribile Paese dei Balocchi sia stato cambiato dalla televisione non poi è così peregrino. Dico Paese dei Balocchi non perché ci si diverta dalla mattina alla sera, capirai, ma perché anche qui sono spariti senso di responsabilità, della collettività, coscienza di classe ecc.., e la vita pare degna di essere vissuta solo nella realizzazione dei bisogni personali. Se ci riesci, tutto ok. Mi sembra un paese Ad Personam.
    Poi, visto che alla fine non di Arte stiamo parlando, ma di una serie televisiva, per quanto ben fatta, faccio notare che negli USA (una volta, non so adesso) in ogni serie o sitcom erano individuabili episodi su temi sociali: solitudine, alcolismo, razzismo ecc. proprio perchè, al di là dei problemi di share, si era consapevoli della portata didattica del mezzo.

    Forse “Romanzo criminale” non ha alcuna colpa, ma sicuramente accarezza nel verso del pelo una certa flessione etica preesistente di cui l’intero mezzo televisivo in Italia è più che complice. Già il libro di Bianconi più di quello di De Cataldo aveva una grande popolarità tra i giovani di borgata affascinati, in genere non proprio affamati di letture.

    Scusate la lunghezza del commento, non so se qualcuno lo leggerà.

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  15. ciao Rob, io l’ho letto tutto.
    Secondo me su un paio di cose non ci si capisce perchè il mezzo non consente di articolare per bene le proprie idee. Sono certo che su tante cose ti darei ragione in una vera discussione.
    La cosa su cui non finisco per darti ragione, invece, è nel nocciolo, quando scrivi
    “Ora, siccome siamo un paese in cui i ragazzi si accoltellano, le ragazzine si rifanno le tette a 15 anni, le madri si menano allo stadio, i padri si sentono un po’ tutti Papi, quasi nessuno legge più un libro o (per fortuna, forse) un giornale, asserire che questo orribile Paese dei Balocchi sia stato cambiato dalla televisione non poi è così peregrino.”

    Ecco, io sta cosa l’ho sentita dire per il roccheroll, per i fumetti di Dylan Dog, per i Pink Floyd, per Celentano quando era il suo tempo d’essere giovane, e viene detta sempre, costantemente, e inizio a credere che sia la unica vera costante della storia umana. L’ho sentita dire sempre accompagnata dal preconcetto che i tempi precedenti fossero migliori.

    Avremmo dovuto censurare “Ragazzi di Vita” di Pasolini, se fosse diventato un libro di massa? Di certo un ragazzino leggendolo, potrebbe subirne la fascinazione.

    Eppure, come ho detto all’inizio, forse non ci sono stati abbastanza emuli d cowboy e indiani negli anni 60, per indicare che i modelli della tele vengano imitati così “senza filtro” come qui si sottintende.

    Andrea

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  16. Per Scudy: hai ragione. Tuttavia oggi c’è una sproporzione tra la TV e gli altri media che fa preoccupare molto di più perché il filtro che oggi viene applicato è cambiato. Quarant’anni fa il Papa telefonava scandalizzato a Bernabei per le gambe scoperte delle Kessler. Oggi il padrone unico delle TV si preoccupa solo che Mediaset incassi e che la Rai sia il suo cane fedele. Se c’è una sola voce a parlare, è ovvio che ad ascoltarla saranno molti di più ed i suoi effetti saranno più ampi.
    Resto dell’opinione che fare cultura o anche solo spettacolo (figuriamoci giornalismo) è una faccenda di grande responsabilità. E che si debba fare con libertà, anche scuotendo la società dai suoi periodici sonnellini della ragione. Per me lo scopo è informare, divertire, favorire il risveglio delle coscienze e l’autonomia di pensiero, la comprensione di altri punti di vista, offrire lampi di supposta verità che possano essere condivisi e tantissimo altro. Per il resto è un lavoro come un altro, che può essere soggetto a regole e ad opportunità. Si buttano giù gli ecomostri, finalmente, e forse si dovrebbe fare lo stesso con certi programmi televisivi che per la loro collocazione sono di fatto formativi del costume giovanile. Trovo ipocrita che le sole cose da cui si debba essere protetti in “fascia protetta” siano legate al sesso e alla violenza e non al rincoglionimento, al conformismo, al clericalismo, al padrepiismo al fascismo, al razzismo, al leghismo, e via così.

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  17. “Trovo ipocrita che le sole cose da cui si debba essere protetti in “fascia protetta” siano legate al sesso e alla violenza e non al rincoglionimento, al conformismo, al clericalismo, al padrepiismo al fascismo, al razzismo, al leghismo, e via così.”

    Era quello che tentavo prima di argomentare con la metafora della brioscina. Io direi soprattutto: è la ripetizione continua che aggrava la forza del messaggio.
    In ogni caso, continuo a credere che vedere meno TV sia un comportamento da consigliabile a tutti, adulti inclusi.

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  18. Una postilla per Elo’ : è vero che i ragazzi si accoltellavano già nei bei tempi andati immortalati da Pinelli ma non mi sembra un grande progresso sociale che lo facciano di nuovo nel XXI secolo. Se anche usassero il Taser, sarebbe comunque un brutto sintomo. Se siamo tornati al bullo di periferia e ai personaggi Pasoliniani, vuol dire che abbiamo fatto dei bei passi indietro e purtroppo non c’è neanche Pasolini a spiegarci che al sintomo corrisponde un disagio, e al disagio una serie di cause precise.

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  19. allora, facciamo un esempio: louis-ferdinand céline, uno dei più importanti e influenti scrittori del novecento.

    nichilista, cinico, misantropo, collaborazionista; eppure ha scritto uno dei più bei romanzi della letteratura francese: “viaggio al termine della notte”. un tuffo senza speranza nelle miserie della vita, grondante di pessimismo e diffidenza verso il genere umano, la società e le sue istituzioni. poi ha scritto pure alcuni pamphlet messi al bando in francia (fra cui “bagatelles pour un massacre”) e accusati di antisemitismo.

    un grande artista, un grande romanziere, indiscutibilmente. eppure portatore di valori spesso controversi, discussi, negativi.

    ha fatto bene a scrivere ciò che ha scritto? ha fatto male? domande inutili. l’ha fatto e basta. quella ERA la sua arte. sta ai lettori, agli studiosi, agli educatori, all’opinione pubblica, alla società analizzare la sua opera e offrirne una lettura critica.

    questo vale per céline ma vale per qualsiasi scrittore, poeta, regista, compositore, autore di qualsiasi genere e valore, anche per il più scarso. perché l’arte è qualcosa che può nascere inconsapevolmente, e spesso solo il tempo è in grado di dire se un’opera è anche un’opera d’arte.

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  20. “ha fatto bene a scrivere ciò che ha scritto? ha fatto male? domande inutili.”

    Ma no, perché inutili? Sono anzi molto interessanti. Se l’è fatte lui stesso varie volte, e sono interessanti pure le risposte.

    “sta ai lettori, agli studiosi, agli educatori, all’opinione pubblica, alla società analizzare la sua opera”

    Infatti: nessuno pretende che Celine si autoanalizzi. Ma in quanto lettore, studioso, educatore, pubblico opinionista, ho il diritto e talvolta persino il dovere di analizzare e vedere se è il caso di farlo leggere a dei minori o no.

    Direi che nel suo caso il problema non si pone, visto che anche i maggiorenni non vanno molto oltre pag. 150. Né credo che un sedicenne possa tirare fuori dal Voyage motivi per ammazzar qualcuno (al massimo per scansare il servizio militare, che tanto non c’è più e poi l’ho scansato pure io). Ma non dirmi che Celine faceva art pour l’art senza preoccupazioni etiche: il Voyage a suo modo è molto morale, anche nel descrivere le morali altrui.

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  21. Riguardo alla censura, è cosa ben diversa da un v.m.a. 14 (o 18). Forse avete dimenticato che una ventina o poco più di anni fa un italiano per vedere “Ultimo tango a Parigi” doveva andare in Francia. Io no. Mi basta questo per detestare ogni forma di censura.
    Comunque sia, sul banco degli imputati oggi non ci sta “Romanzo criminale” (se non nella scarsa fantasia di un politico) ma i videogiochi e youtube, cioè internet. Loro sono indicati come i principali responsabili dei comportamenti devianti dei tuoi studenti, leonardo. Ma tu tieni un blog: ergo, lavori per la stessa fabbrica del male che distrugge le coscienze degli adolescenti.

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  22. leonardo mi spiego meglio, non sto dicendo che céline faceva “art pour l’art senza preoccupazioni etiche”. certamente hai ragione, céline a suo modo era morale, anzi il suo è un severo giudizio “morale” del mondo.

    ciò che dico è che céline scriveva ciò che scriveva perché – alla fine di ogni preoccupazione morale e di ogni domanda che poteva porsi – quella la sua visione dell’umanità, quelle erano le sue pulsioni espressive, e quello il suo modo di esporle. la sua dimensione artistica non poteva essere un’altra; era la sua arte nel senso che non era possibile per lui esprimersi in altro modo.

    per sdrammatizzare faccio un paragone prosaico e dico: sarebbe come chiedere a john mcenroe di giocare regolare da fondo campo.

    per carità, figurati se non si ha poi il dovere di analizzare e vedere se è il caso di farlo leggere a dei minori o no. d’accordissimo. ma “céline scrittore e autore” non può (anzi non poteva, visto che è morto da quasi 50 anni) essere chiamato a rispondere delle eventuali conseguenze delle sue opere.

    ps in ogni modo, discussione interessante

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  23. Il problema, forse, e’ solo che se accettiamo che si debba censurare qualcosa, potremmo scoprire con disappunto che la forbice non e’ nelle nostre mani, e che se si permette a qualcuno dim ettere le mani sul principio che “quello di puo’ diffondere e quello no” potremmo ottenere l’effetto opposto, se chi e’ a decidere queste cose ha idee e morale diverse dalla nostra.

    Tutto qui
    Andrea

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  24. Andrea, il punto è che la censura è inevitabile. Chi stabilisce il palinsesto, scegliendo questo specifico programma invece di tanti altri alternativi, questi di fatto risultano censurati. Rob, nel suo primo intervento, aveva anche dettagliato sui meccanismi di censura effettiva (poi mi sembra abbia cambiato taglio).
    L’unica discussione lecita è quindi sul tipo di censura, non se ci debba essere o no. Che poi la censura vada esercitata da soggetto diverso da chi gestisce, è un altro punto con aspetti controversi.
    L’importante è capire che la De Filippi, che uso ovviamente come emblema di una TV diseducativa, ma certo assieme a molti altri programmi simili, va in onda perchè qualunque programma culturale è stato preliminarmente censurato, in funzione di criteri economici o politici conta ben poco.

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