cinema, Cosa vedere a Cuneo (e provincia) quando sei vivo, omofobie, razzismi

L’ultimo romantico (spaccia crack ad Atlanta)

Moonlight (Barry Jenkins, 2016).

Da Miami ad Atlanta (Georgia) sono mille chilometri; da Atlanta a Miami sono nove ore di autostrada, e non c’è nessuno al mondo per cui le faresti stasera, o no? Forse per quel ragazzo che al liceo ti ha messo al tappeto, non lo vedi da allora. Probabilmente è ormai un’altra persona, come te. Ti sei impegnato, hai mollato la scuola e hai trovato qualcuno che credesse in te (l’hai trovato in galera, ma sputaci sopra). Hai messo i muscoli dove avevi i lividi, ora non scappi più dai bulletti di quartiere; hai una bella macchina e un paradenti a 24 karati, la gente ti saluta non ti mette fretta. Li hai messi tutti in fila, non devi più niente a nessuno.

Ma se ti chiamasse quel ragazzo tu non ripartiresti in dieci minuti? Il cuore in gola come una scolaretta?

Se solo fosse uscito qualche giorno prima, Moonlight sarebbe stato il film più romantico nelle sale italiane per San Valentino. Altro che le 50 sfumature, col loro sadomasochismo omeopatico per coppie etero che non sanno più che sesso fare. Persino il Panavision di La La Land sbiadisce di fronte a un film di soli maschi afroamericani (le donne in scena fanno solo le madri, con risultati molto discutibili): qui c’è gente che si tocca una volta ogni dieci anni e poi vive nel ricordo. L’omosessualità è l’ultima frontiera del romanticismo, lo si era capito con Adele: certe situazioni, certi sentimenti sullo schermo grande e piccolo ormai li tolleriamo soltanto se riferiti a una minoranza da tutelare. Le uniche storie d’amore che riusciamo a guardare sono quelle insolite, per esempio qui ci sono due bambini / ragazzi / uomini che ogni dieci anni devono trovare una scusa per toccarsi. All’inizio si può giocare alla lotta, è cosa nota; ma poi diventa sempre più difficile, e purtroppo il film è quasi tutto lì: Chiron guarda Kevin, Kevin guarda Chiron, parlano del più e del meno col lessico molto impacciato di chi ha finito gli studi in galera (se inghiotti un popcorn ogni volta che nella versione originale dicono “man” ti ammazzi), cercano scuse per non salutarsi e andare via, e tu sei lì davanti, un po’ il terzo incomodo – che è quello che succede in tutti i film d’amore, no? Ma qui non finisce mai. Parlano, si guardano, si guardano, parlano – in Adele succedevano anche altre cose, per dire.

Il regista Barry Jenkins e il drammaturgo Tarell McCraney hanno avuto fortuna, o colto l’attimo: l’anno scorso, in pieno movimento Black lives matter, i giurati dell’Academy non sono riusciti a candidare un solo attore afroamericano. Ne è ovviamente seguita una polemica. Poi è arrivato Trump, l’America razzista – o come si dice adesso, alt-right – ha perso il voto popolare ma ha messo il suo ometto nella Casa Bianca. Aggiungi che per Hollywood non è stato un anno esaltante, e il risultato è che Moonlight, un film d’autore che in altre stagioni non sarebbe uscito dal circuito dei festival, ha fatto man bassa di nomination, e qualche statuetta facilmente la porterà a casa: anche perché i rivali principali sono La La Land, già accusato di speculare sulla musica nera e sbiancarla, e Mel Gibson coi suoi trascorsi indifendibili, ubriachezza molesta e antisemitismo. E va bene così, abbiamo visto film anche meno meritevoli, e se è stato un colpo di fortuna è bello pensare che ogni tanto baci pure gente come Barry Jenkins, che aveva fatto un solo film nove anni fa (apprezzato dai critici) e poi si era messo a fare il carpentiere (continua su +eventi!)

famiglie, omofobie, Renzi

Ma quindi, insomma, Renzi governa

Ieri è stato uno dei giorni più belli del governo Renzi, che in teoria di cose ne ha già cambiate tante, ma appunto: in teoria. Ci vorrà del tempo per capire se il Jobs Act ha creato posti di lavoro (per ora sembra di no), se la Buona Scuola ha migliorato la qualità delle scuole italiane (vasto programma), se le riforme elettorali e costituzionali renderanno l’Italia più governabile. Invece da oggi le unioni civili esistono: e portano una serie di diritti (comunione dei beni, reversibilità, assistenza in ospedale) che una volta estesi alle coppie omosessuali, difficilmente potranno essere cancellati.

È un passo più corto di quello che molti si aspettavano – anche tra i renziani – ma indietro non si torna. Da qui in poi sarà anche più facile, per queste famiglie, ottenere quella stepchild adoption che i tribunali concedono sempre più spesso (come previsto), con buona pace degli ultras cattolici, alcuni dei quali questa legge l’hanno pure dovuta votare. Ieri è stata una splendida giornata, la dimostrazione che non tutti i governi sono uguali e non tutti i compromessi catastrofici. È un peccato che molti renziani non abbiano potuto godersela.

Stanno già pensando all’autunno, il referendum sulle riforme. Già difendono affannosamente l’assoluta necessità di un senato eletto dai consiglieri regionali, così come difesero l’ineluttabilità di quel bizzarro proporzionale con ballottaggio e premio elettorale – senza tutto ciò, ci spiegano, l’Italia è fottuta, ingovernabile, preda del trasformismo, dell’inciucio contronatura.

E ci potrebbe anche stare – però, scusate. I giorni pari il renziano dice che è impossibile governare l’Italia senza Italicum e riforma. I giorni dispari si sta spellando le mani per i prodigiosi risultati del governo Renzi. Ma quindi, insomma, Renzi sta governando. Con una maggioranza raccogliticcia, con la collaborazione di personaggi discutibili e indigesti a molti elettori del Pd, Renzi è in sella da due anni e più e ha fatto il Jobs Act, la Buona Scuola, le unioni civili, l’Italicum, le riforme costituzionali. Tutte queste cose con la complicità di Alfano, a volte anche di Verdini: e magari gli sono uscite male, ma siamo sinceri: non è che si possa dare la colpa ad Alfano, o a Verdini. Il Jobs Act non è un provvedimento di sinistra inquinato dai centristi: era proprio quella roba che i fan di Ichino sognavano ai tempi della Leopolda. La Buona Scuola di Renzi è proprio la Buona Scuola di Renzi, non di Alfano. L’Italicum, la riforma del senato, non sono pastrocchi a causa di compromessi o larghe intese. Addirittura a un certo punto Renzi ha chiuso con Berlusconi, ma poi le riforme gli sono venute brutte lo stesso: si vede che a lui garbano così. Lo stesso dl Cirinnà arriva al traguardo senza stepchild adoption non solo per l’opposizione di Alfano: sul tema era diviso anche il Pd. Non posso dimostrarlo, ma ho la sensazione che se due anni fa Renzi avesse vinto le elezioni e fosse arrivato a Palazzo Chigi sostenuto da una maggioranza monocolore del Pd, in capo a due anni avremmo più o meno lo stesso Jobs Act, la stessa Buona Scuola, lo stesso Italicum, lo stesso dl Cirinnà. Insomma, Renzi governa. È una buona notizia per i renziani. Già.

Non gli toccasse ripetere, nei giorni pari, che senza riforme questo Paese non si può governare.

Forse non è così vero che le istituzioni italiane condannino la nazione all’inerzia o all’immobilità. Se Berlusconi non ha fatto molto, forse era semplicemente un incapace. Certo, un centrosinistra a dieci partiti aveva un problema strutturale – ma con una coalizione di due o tre partiti anche l’Italia si governa. Il paradosso è che lo sta dimostrando proprio il leader che sostiene il contrario, che la costituzione vada cambiata. Il premio di maggioranza è una rarità nel mondo libero, con precedenti storici inquietanti – il premio assegnato con un ballottaggio nazionale, una specie di referendum, è proprio una novità assoluta. Secondo Renzi è necessario: eppure lo stesso Renzi ne sta brillantemente facendo a meno. Ci ha già fatto sapere che è un prendere-o-lasciare: che in autunno non voteremo per il futuro assetto costituzionale, ma per tenerlo in sella o mandarlo a casa. È un ricatto abbastanza puerile. Quando sarà ora di eleggere i miei rappresentanti in parlamento, esprimerò il mio giudizio su Renzi e il suo partito. Ma quando si parla di costituzione, occorre guardare un po’ più in là. Un futuro monocolore Renzi non mi spaventa più di tanto, il tizio ha già dato del suo meglio e del suo peggio. Ma dopo? Qualcuno dovrà pur venire dopo.

coccodrilli, musica, omofobie, razzismi, scuola

Il principe della musica vinile

Lo so che è troppo significativo per essere vero, ma ricordo precisamente quando fui messo al corrente dell’esistenza dell’entità musicale chiamata Prince: fu nell’aula musicale della mia scuola media, perché alla parete c’era un cartellone di quelli di terza. Uno di quelli che sono il risultato del compromesso al ribasso tra un prof di educazione musicale e una classe vivace, composti completamente di titoli e foto di riviste musicali, da Ciao 2001 a Sorrisi e Canzoni; in particolare ricordo benissimo un titolo: È “PRINCE” IL NUOVO RE DEL VINILE. Me lo ricordo perché già in prima media mi sembrava curioso che un tizio chiamato Prince fosse acclamato re, e soprattutto perché io non avevo ancora un’idea precisissima di cosa fosse il vinile. Ancora per qualche anno continuai a pensare che poteva trattarsi di un genere musicale, come il twist o il rap.

Le foto, se ricordo bene, erano repertorio del periodo di Purple Rain, moto e chitarroni. E basta, probabilmente in giro avevo già sentito qualche pezzo di Prince ma non potevo saperlo. Però quell’estate su videomusic ruotò ossessivamente Paisley Park, un pezzo di cui non mi sono più liberato, con un video che faceva venire il mal di testa. Devo aver pensato che era quella, la musica vinile, e che andava contro molte delle mie abitudini, ma tutto sommato non mi dispiaceva. Non pensiate che oggi i ragazzini imparino le cose più facilmente. A monte di tutti i vostri ricordi, di tutte le nozioni che vi fanno sentire individui con una storia personale, c’è un magico momento che avete dimenticato, la soglia tra il Non conoscere e il Venire a conoscenza, tra il Non-averne-mai-sentito-parlare e l’Ah-ecco-cos’era. È quell’onda molto particolare che cavalchi nella scuola media. Se dici: prima guerra mondiale, per qualcuno che risponde già: uff, lo sappiamo, Sarajevo e il Piave, ce ne sono due che chiedono: quante guerre mondiali ci sono state? Tu glielo dici, e loro se lo scordano. Oppure gli resta in mente, ecco: quello è un momento magico. Sono importanti i cartelloni, anche quelli fatti male che non riescono a inquadrare un concetto (peraltro Prince chi mai lo è riuscito a inquadrare). Sono importanti i fraintendimenti, le cose assurde di cui ci convinciamo e che si scioglieranno al sole dell’esperienza – e poi chissà se a metà degli anni Ottanta qualche critico musicale ubriaco non l’avesse pure codificato, il genere vinile. Una musica di plastica, appiccicosa, bianca come il Vinavil, o nera come un 33giri, con riflessi oleosi, iridescenti, in effetti Prince non poteva che essere il re del vinile. Poi quando andavo in terza uscì Parade e venne giù il mondo. Non devi essere bella per farmi andare su di giri. Nessuno lo aveva mai scritto, ma in terza media era una grandissima verità.

Ci voleva poco per ritrovarsi dalla parte di Prince – bastava odiare Michael Jackson, ai tempi ci si divideva in squadre per qualsiasi cazzata, e poi ci si picchiava davvero, nessun compromesso, nessun sincretismo. Questo non significava naturalmente capirci qualcosa, tanto più Prince, che sembrava cambiare genere musicale a ogni pezzo nuovo. Una cosa che credevo di aver capito è che dei due duellanti, Prince era quello Brutto: il santo protettore di noi brutti. Per dire che enormi fette di prosciutto avevo davanti, cioè, ora che lo rivedo in foto la cosa non mi torna assolutamente, cioè Prince non era affatto Brutto – ai tempi era prestante addirittura.

Si potrebbe dire che oltre a un deficit culturale (per cui non riuscivo a capire che in pezzi pur diversissimi come Kiss o When Doves Cry, erano pur sempre evoluzioni di un universo musicale a me sconosciuto) soffrivo di un deficit estetico. Ma non era un problema solo mio. Ancora sul crepuscolo degli anni ’80, in un albo di Dylan Dog, Groucho per allontanare un mostro dalla casa appende alla porta un ritratto di Prince, l’entità pop più disgustosa che poteva venire in mente a uno sceneggiatore di fumetti italiano che, bisogna dirlo, non era Tiziano Sclavi. Per dire quanta strada avesse fatto, l’idea che Prince fosse un mostro. Se era l’89, in effetti, che album c’era nelle vetrine dei negozi? Lovesexy?

Potrebbe persino essere il mio disco di Prince preferito, ma non sarei mai riuscito a comprarlo, nel modo fisico e sociale in cui si compravano allora le cose. Sì che non ero un’educanda, e nello stesso periodo ricordo di non essermi fatto scrupolo a sfoggiare in stazione autocorriere album assai più morbosi, ad esempio un giorno un ragazzo che conoscevo mi chiese conto del fatto che avevo in mano The Madcap Laughs, con una ragazza nuda che potrebbe benissimo essere minorenne. Ma Lovesexy? Avrei potuto entrare al Discoclub, sollevare una copia di Lovesexy, mostrarla all’esercente, pagarla, uscire dal negozio e rientrare nella società con quella cosa? Non credo, no, la copertina di Lovesexy era troppo in là per me. L’androginia di Prince era molto più impegnativa di tutte le androginie che avevo recepito fino a quel momento (cioè, credo, David Bowie e poco più). Era un’androginia passiva. Bowie sembrava un viveur a cui non dispiaceva anche andare con gli uomini, ok, fin lì potevo arrivarci. Ma Prince dalla vetrina del Disco Club mi diceva: tu, anche tu potresti desiderarmi. E la reazione mia di adolescente credo sia stata: no, sei brutto. Sei un uomo. Peloso. E nero, quasi dimenticavo: nero. Ma era nero davvero? Era un uomo? Era brutto?

(Quando alzo la voce con qualcuno, mi chiedo se è il rumore dei cigni che piangono. Quando incontro una persona e le cose non vanno bene, penso: meet me in another world, space and joy. Se qualcuno mi chiedesse qual è il senso del nostro essere nel tempo, gli direi: sbrigatevi prima che sia tardi. Innamoratevi, sposatevi, fate un bambino, chiamatelo Nate (se è un maschio). Quando è lunedì mattina – c’è bisogno di ricordare che canzone uno ha in mente il lunedì mattina?)

Prince era sempre un po’ più in là. Era nero, ma anche bianco; chitarrista, ma anche ballerino; era maschio, ma incideva canzoni da femmina accelerando la voce. Il falsetto a metà anni Ottanta era un relitto polveroso, i Bee Gees si erano nascosti in una crepaccio, Jimmy Sommerville era precipitato da brava meteora, anche Sting era sceso di un’ottava per cautelarsi. Nel bel mezzo di questa fase di latenza, Prince canta Kiss, e sul finale sembra volersi strappare i caratteri sessuali coi denti. E quella canzone l’ho sentita cantare negli spogliatoi da personaggi che conoscevano solo le parole di Kiss e Bella Bionda Beato Chi Ti Sfonda. Prince prendeva la nostra provinciale omofobia di adolescenti italiani, le dava un passaggio su una Corvette rossa e la faceva sparire in un parcheggio sotterraneo.

Poi per carità, non voglio far finta di aver capito Prince, non è vero. Non ho neanche fatto i compiti, certi dischi non ho avuto il coraggio di comprarli quand’era il momento, e adesso su internet è difficile. Certe cose col tempo le ho capite, ad es. le giacche con le spalline militari ho scoperto che se le mettevano tutti, sembra banale ma per me Prince – oltre al re del vinile – era quello che si vestiva come il commodoro di staminchia e non ne capivo il motivo. Ho scoperto, nell’ordine: i Beatles, Jimi Hendrix, Sly Stone, Joni Mitchell, quel tizio che cantava Superfreak, e buon ultimo ho scoperto anche Michael Jackson, un grandissimo musicista e performer che infatti adorava Prince e credo anche viceversa. Tanti pezzi li ho messi assieme e anche Paisley Park non mi fa venire più quel mal di testa dei bei tempi in cui non capivo niente. Però onestamente non posso dire di aver capito Prince. Interi dischi continuano a suonarmi misteriosi, e dopo Lovesexy c’è il buio. Tante cose che al tempo non capivo, e non me ne preoccupavo, mi dicevo che sarebbe venuto il momento – no, il momento non è venuto mai. La pioggia di porpora, per esempio, che cos’è. Cosa vuol dire che mi vuoi soltanto vedere nella pioggia di porpora. Ecco, credevo che a un certo punto mi sarebbe venuto naturale. Magari quando comincerò a far sesso, pensavo – perché un giorno comincerò, capirò. E invece no.

Tanto che a volte mi domando se ho mai cominciato davvero.

famiglie, omofobie, satira

La lobby anticiccioni è furbissima

Next quotidiano

Ma parliamo di Mario Adinolfi. C’è chi lo trova buffo perché, beh, è obeso.

– Lunedì, mentre cominciavano ad apparire i primi articoli sul delitto Varani, Adinolfi già accusava la “lobby lgbt” di occultare i particolari fastidiosi, ovvero il fatto che almeno uno dei due assassini fosse gay. La stessa cosa secondo lui sarebbe avvenuta col delitto della professoressa Rosboch, “vittima di altri due gay impazziti. Anche lì, la morbosità si concentra sulla povera donna strangolata e poi gettata forse ancora viva in un pozzo di acqua gelida, niente titoli sul rapporto omosessuale tra i due assassini, che pure forse ha puntellato il delirio omicida della coppia di amanti con un dislivello d’età di 34 anni“. Non pago, il giorno dopo ci ha fatto dono di uno scoop: l’ultimo post sulla bacheca di Luca Varani era un meme contro il matrimonio gay. Insomma, abbiamo un tizio che è riuscito a inventarsi un movente politico per il delitto Varani – che sta raccontando la storia di un gay e un fiancheggiatore che attirano un etero contrario alle unioni civili e lo torturano a morte, mentre la lobby lgbt fa il possibile per depistare questo e altri assassinii gay – e voi gli date del ciccione. Perché in effetti, ahah, è ciccione. 
– La settimana scorsa, sempre sulla sua bacheca, ci aveva informato di una cosa orribile avvenuta in Norvegia: un preside avrebbe accusato due coniugi di essere “troppo cristiani”, e i servizi sociali non solo avrebbero sequestrato i cinque figli, disperdendoli in varie “casa-famiglia”, ma anche arrestato il padre e la madre – si vede che in Norvegia i servizi sociali arrestano la gente troppo cristiana. “L’obiettivo è l’assalto a Cristo, alla Chiesa, ai cristiani”. Naturalmente la storia è un po’ diversa, e non serve molto tempo per controllare: padre e madre non erano accusati di eccessiva cristianità, reato ancora sconosciuto al codice penale norvegese, ma di percosse: lo stesso padre – che oltre a essere norvegese, come diceva Adinolfi, era rumeno – aveva ammesso di aver distribuito qualche sberla. Il preside aveva raccolto le confidenze di uno o più figli e aveva fatto un esposto. Insomma Adinolfi si era fabbricato la sua notizia su misura, prendendo le cose che gli piacevano – la famiglia norvegese di cinque figli! – e dimenticando il resto (le percosse, il fatto che il padre fosse un immigrato). Che cosa dire di un tizio che violenta la realtà in questo modo? Cosa gli diciamo? Gli diciamo che è un panzone! ah ah ah! Scacco matto, proprio.
– Nello stesso periodo è riuscito ad andare in qualche trasmissione tv a spiegare che Spotlight, un film dove non si vede mai un solo prete toccare un bambino; un film così poco controverso che persino la diocesi di Boston, che fu devastata dallo scandalo, ne consiglia la visione ai suoi sacerdoti, Spotlight dicevo, ha vinto l’Oscar solo perché attacca la Chiesa. Davvero, cosa si può dire di tanta cattiva fede? Che ha la pancia grossa! Ahahahah.
Ecco qua, questi sono solo i tre momenti più incredibili dell’ultima settimana di Mario Adinolfi. Se davanti a un materiale del genere voi ancora vi concentrate sulla pancia, credo che abbiate un problema. Lasciatemi indovinare – siete quelli che sconfissero Berlusconi dandogli del nano, sì? Sul desktop avete quella foto in cui Renzi è accostato a Mr Bean? Ah ah ah, che sagome che siete. Ora Adinolfi si sta lamentando delle affissioni goliardiche a Torino: “devo passare le giornate a difendermi dagli assalti violenti di un segmento dell’associazionismo Lgbt. Si tratta di una intollerabile lesione della democrazia“. Insomma gli state facendo la campagna elettorale, senza chiedergli un soldo. Che dire? Siete furbissimi. E lui – non c’è dubbio – è un ciccione. 
famiglie, omofobie, preti parlanti

O con Vendola o con Adinolfi

Vorrei poter dire che le reazioni alla paternità di Nichi Vendola mi hanno sorpreso e un po’ scandalizzato – soprattutto quelle venute da sinistra – ma purtroppo non è così. Si tratta di reazioni prevedibilissime, quasi automatiche, che spiegano abbastanza bene perché l’Italia ha una legislazione molto arretrata su questi temi (no, non è colpa di Adinolfi o delle sentinelle in piedi: loro al massimo ne approfittano, come è giusto che la squadra di tiro alla fune scarsa ma costante approfitti di un avversario che non ha capito da che parte bisogna tirare).

Chiariamo subito la mia opinione: per me non si può e non si deve impedire a nessuna persona in possesso delle sue facoltà di avere un figlio, e quindi nemmeno a Vendola. Non lo chiamo esattamente diritto, non credo che la collettività debba adoperarsi perché chiunque possa avere un figlio; ma se qualcuno vuole averne uno, coi mezzi che la tecnologia oggi consente (maternità surrogata), non credo nemmeno che la collettività si debba mettere in mezzo.

Non ritengo peraltro che ne sia capace, nei tempi medio-lunghi: sul serio credete di poter impedire a chi porta un utero di disporne come vuole? Come intendete recintarli, esattamente, questi uteri? Non si era appena deciso che appartenevano alle portatrici? Io la penso così, e in seguito cercherò di difendere questa opinione senza insultare chi la pensa diversamente. Non sarà semplice, perché davvero, nulla mi infastidisce più di un prepotente: e quando arriva qualcuno a spiegarmi che la sua idea della genitorialità è l’unica giusta, e che gli altri dovrebbero essere genitori soltanto alle condizioni dettate da lui, ecco: a me questa sembra prepotenza. Io non vengo a dire a voi come dovreste essere genitori. Se non volete figli in provetta, non fateli.

Paradossalmente, mi arrabbio meno coi cattolici. Loro perlomeno sanno quello che vogliono e soprattutto quello che non vogliono. Le loro opinioni sono basate su assunti non dimostrabili, ma coerenti: per loro la libertà della donna di disporre del proprio corpo viene dopo il diritto del nascituro. Quest’ultimo, malgrado debba ancora nascere, secondo i cattolici ha idee molto chiare: desidera una famiglia naturale composta da almeno un padre e la madre. Loro la pensano così, e si comportano di conseguenza. Se vinceranno loro, l’utero sarà effettivamente recintato e riassegnato a un Ente morale che col pretesto di impedire “l’affitto” veglierà affinché nessuna portatrice ne disponga troppo liberamente. La stessa definizione di “utero in affitto” tradisce il disprezzo degli eredi degli antichi padroni, che possedendo tutto non avevano bisogno di affittare nulla. Ma insomma quella è la direzione in cui tirano la corda, e secondo me è quella sbagliata: quindi tiro dall’altra parte. A volte mi lamento perché barano (tutta l’offensiva sul “gender“), ma non li biasimo certo per il fatto che stiano tirando in direzione opposta alla mia. È lo scopo del gioco.

Nutro viceversa un’insofferenza crescente per chi ha deciso di stare dalla mia parte ma forse non ha capito dove stavamo tirando: e adesso sta lì, si guarda smarrita e impiccia i compagni di squadra. Davvero, se per voi il nascituro ha il diritto naturale di avere un padre e una madre, dovreste passare dall’altra parte. Non è niente di personale. Se appena scoprite che da qualche parte nel mondo una donna ha deciso di ospitare per nove mesi un nascituro dovete immaginare che ci sia stata una costrizione – se siete sicuri che Vendola e il suo partner abbiano pagato, e trovate che pagare in cambio del temporaneo e consensuale uso dell’utero equivalga alla mercificazione del corpo – evidentemente ritenete che esista nel corpo qualcosa di sacro che quel corpo non può gestire in autonomia.

E allora, scusate, cosa ci fate qui? Vi servirà un Ente morale che decida cosa si può vendere e cosa no, cosa si può affittare e cosa no: le braccia sì, altrimenti non avremmo agricoltura nemmeno nei nostri campi di pomodori; le corde vocali sì, altrimenti io non potrei sopportare di ricevere uno stipendio. I reni, forse? Ma perché non avete mai denunciato la mercificazione dei reni? non è un po’ sospetta questa cosa? L’utero, sicuramente. L’utero per voi è sacro, l’utero non può essere gestito dall’individuo, davanti all’utero si deve sospendere qualsiasi forma di economia? Ok, allora scusate, avete sbagliato squadra.

Quelli che credono nelle cose sacre sono dall’altra parte: quelli che pensano che l’economia non sia semplicemente il modo in cui gli uomini gestiscono gli scambi tra loro, ma una degenerazione di quel bello stato di natura in cui al limite si barattava un pesce per un pomo, sono di là. Sono anche ben organizzati, hanno una gerarchia che si difende bene, e tuttavia non preoccupatevi: sono molto ospitali con le pecorelle smarrite. Sedicenti comunisti che rinnegano l’economia, sedicenti femministe favorevoli a recintare l’utero e a regolarne i comportamenti: cosa state facendo ancora qui? Scusate, ma noi saremmo quelli progressisti: magari ci poniamo qualche problema su come andare avanti, ciò non toglie che è avanti che vogliamo andare. Voi invece avete in mente l’eden del matriarcato, magari con un po’ di baratto. Non ha neanche senso litigare. Diciamo che c’è stato un grosso equivoco, e ognuno proceda per i fatti suoi.

cattiva politica, omofobie

Davvero preferireste non esistere?

La schiavitù scomparve ufficialmente in tutto il territorio negli Stati Uniti il 6 dicembre 1865, dopo che l’assemblea legislativa della Georgia ebbe ratificato il XIII emendamento che la proibiva, promosso da Lincoln. Era il ventisettesimo Stato a ratificarlo, su 36: a quel punto, oltrepassata la soglia dei tre quarti, l’emendamento entrava a far parte della Costituzione. Lincoln era già stato assassinato, ultima vittima di una guerra che aveva fatto quasi un milione di morti. Malgrado tutto questo, i cittadini afroamericani di molti Stati del sud non avrebbero avuto il diritto di voto ancora per un secolo. Il XIII emendamento, liberandoli, contribuì a renderli in un qualche modo cittadini di serie B. In alcuni casi rese più dure le loro condizioni di vita, negli Stati in cui i legislatori bianchi repressero le loro aspirazioni varando leggi che sostanzialmente li criminalizzavano: in Mississippi chi non rinnovava ogni anno il contratto di lavoro col piantatore poteva essere subito arrestato per vagabondaggio. A 150 anni di distanza, i neri degli USA hanno ancora la netta sensazione che nel lungo, faticosissimo processo di acquisizione dei diritti civili, qualcosa sia andato storto subito e non sia stato ancora raddrizzato. Premesso questo: voi nel 1865 avreste preferito restare schiavi? Vi sareste tenuti le catene?

Chi in questi mesi ha seguito con crescente frustrazione l’iter del ddl Cirinnà ha tutti i motivi per dirsi insoddisfatto del risultato. È vero, oggi è stata riconosciuta l’esistenza di una categoria di cittadini di serie B, che può unirsi ma non può sposarsi; che può condividere i beni, ma non la genitorialità. Tutto questo è ingiusto e avvilente, anche perché è stato causato dall’imperizia dei legislatori e dai calcoli sbagliati di qualche avventuriero politico. Detto questo: preferivate davvero continuare a non esistere?

A questo punto della storia il dibattito sul disegno di legge lo possiamo dare per consumato: ognuno può aver arbitrato uno o più match pubblici tra grillini e renziani, e decretato il vincitore, il più convincente nel rimpallare le accuse, le controaccuse e le responsabilità. Archiviamo anche la manfrina sul regolamento, i canguri e i supercanguri, e tutti i ragguagli dei politici che hanno provato a spiegarci le cose per punti, o con la lavagnetta – tra cui brillano quei poveri renziani che per 48 ore hanno ripetuto che Renzi non poteva mettere la fiducia, no no, era tecnicamente impossibile – dopodiché Renzi ha annunciato che l’avrebbe messa, e vabbe’. Diamo per espressa la rabbia nei confronti del blocco trasversale cattolico-conservatore, l’ingenuità degli elettori del PD che scoprono un nido di reazionari nel loro partito, la frustrazione di chi anche stavolta resterà senza diritti fondamentali – perdonate la bruschezza, ma anche se mi fermassi a piangere e a indignarmi con voi non sposterei di un centimetro il problema.

A questo punto a mio parere l’unica discussione che abbia ancora un senso è quella che da sempre più mi preme: l’eterna lotta tra il male e il meno peggio. Ovvero: è davvero utile il compromesso? Per me sì. La Cirinnà mutilata della stepchild adoption potrà farvi senso, ma è comunque meglio di niente. In linea di massima qualcosa è sempre meglio di niente, quando si parla di estendere i diritti civili a minoranze non riconosciute. Grazie al cielo, anzi, a Montesquieu, non ci sono soltanto i legislatori: ci sono anche i giudici, che per forza di cose hanno le idee più chiare. Fino a oggi i gay, per la giustizia, non esistevano: un parlamento oggi li ha riconosciuti, ma allo stesso tempo li ha penalizzati; sulla Costituzione però c’è scritto che i cittadini sono tutti uguali e di questo prima o poi i giudici dovranno tener conto: non è che siano rapidissimi, eh? ma possono essere più veloci dei legislatori. Comprendo la rabbia di tutti quelli che credevano che fosse la volta buona (anche se i numeri non ci sono mai stati, e l’inaffidabilità del M5S non è una nozione così inedita). Però, davvero: se il vostro interesse è che le cose cambino, e non fargliela vedere a Giovanardi e Adinolfi, il compromesso al ribasso è sempre meglio di nessun compromesso.

O no? Io ho in mente almeno due o tre esempi in cui si è arrivati all’uguaglianza attraverso una lunga serie di successi parziali e compromissori (ad esempio la sentenza della Corte Suprema USA l’estate scorsa). Voi avete in mente almeno una situazione in cui dire di no a un compromesso abbia portato in tempi brevi a un miglioramento?

Se pensate che la Cirinnà mutilata sia una pessima legge, e che Renzi non merita di essere celebrato per una vittoria di Pirro, avete la vostra parte di ragione. Ha sbagliato a mandare avanti una legge senza avere una reale maggioranza? Son cose che a volte si fanno: chiedere trentuno per ottenere trenta (in questo caso facciamo anche venticinque). A questo punto, però, a parte i proclami di intransigenza che forse servono a farvi sentire meglio, si tratta come sempre di capire cosa succederà. Non credete più in Renzi? Si può lavorare a un partito che stia alla sua sinistra: lo spazio c’è – ce n’è di più da oggi, se ci riflettete. Credete ancora, malgrado tutto, che non ci sia speranza né vita fuori dal PD? Sta per arrivare la prova del nove. Quando si ricomincerà a parlare di elezioni, si potrà oggettivamente valutare quanto Renzi creda in questa battaglia. Basterà contare i teodem nelle liste. Se la percentuale risultasse invariata rispetto al ’13, saprete di essere stati ingenui a contare su di lui. Ma la percentuale potrebbe anche calare. E potrebbe calare proprio perché il ritardo italiano sui diritti civili costringerà Renzi a scegliere da che parte stare. Faccio presente che, per quanto sia giustamente desiderato, il matrimonio gay non è la vittoria finale che schiuderà i cancelli dell’Eden laico: all’orizzonte c’è il testamento biologico, e poi bisognerà rendere di nuovo effettivo il diritto all’aborto, ecc.

A chi ha la sensazione di vivere in tempi bui, e in un Paese sempre meno moderno, spero di non apparire troppo antipatico facendo presente che ci sono stati tempi ancora più bui e Paesi ancora meno moderni, e che non sempre – anzi, quasi mai – l’alba arriva in un istante: a volte bisogna procedere a tentoni, occupando ogni piccolo spazio che il nemico ti concede, e mantenendo un certo spirito anche quando ti accorgi che stai ripiegando che palle queste metafore guerresche. No, grazie al cielo, anzi, all’antifascismo, viviamo in una democrazia: un luogo molto imperfetto dove però dopo ogni sconfitta la palla torna al centro, e si riparte. Si può anche imparare dagli errori, volendo.

omofobie, Renzi

Questa stepchild non s’ha da fare? Né domani né mai?

Essere gay in Italia era già abbastanza complicato prima che il dibattito sulle unioni civili diventasse il campo di una battaglia molto più vasta. Già dieci anni fa, quando si parlava di Patti di Solidarietà, la sensazione era che più che ai diritti lgbt si mirasse alle fratture dell’Ulivo, una coalizione su certi argomenti molto più compatta, ma che di fronte al problema svelava tutti i limiti di una saldatura affrettata. Già allora la componente cattolica parlava di valori non negoziabili, e infatti non li sta negoziando; il pur leale Castagnetti ricordava la doppia appartenenza, “alla Chiesa e alla politica”, e identificava nel suo “vero capo” il Papa. In seguito è cambiato Papa, e quest’ultimo non sembra molto preoccupato dalle beghe romane, quindi forse il problema non è nemmeno il Vaticano. Il problema è che una parte del PD, nell’uguaglianza dei gay di fronte alla legge, non ci crede. Non ci ha mai creduto, non ci crederà.

Renzi forse sì, ma soprattutto Renzi vorrebbe dimostrare di essere un leader di centrosinistra, anche se non è col centrosinistra che governa. Per ottenere questo agognato successo di immagine ha individuato un campo di battaglia che gli sembrava promettente (la stepchild adoption), ha offerto qualche poltrona in più agli alfaniani e ha sperato nella coerenza dei grillini: soprattutto la seconda mossa svela una certa ingenuità, ma poteva fare altro? Cosa avreste fatto al suo posto?

Una cosa veramente c’era: minacciare i cattolici del suo partito. Signori, sulla stepchild adoption la maggioranza del Pd ha deciso. Vi chiamate fuori? Bene. Non chiederò la fiducia, è un salto nel buio che il Paese non si può permettere. Ma state pur sicuri che non vi ricandiderò mai più. Alle prossime elezioni il Pd sarà il mio partito, e voi in lista non ci sarete. Non credo che in molti noteranno la mancanza, o ne soffriranno. Ecco un’altra cosa che avrebbe potuto fare Matteo Renzi per vincere la battaglia – magari bluffando. L’ha fatta? Forse non siamo nella posizione per saperlo.

Ma a occhio no. Il che può significare che non vuole, o che non può: in entrambi i casi Renzi sta dimostrando che no, non è un leader di centrosinistra. Forse non può permetterselo, forse non vuole, ma soprattutto non lo sarà neanche dopodomani, quando grazie alla nuova legge elettorale e allo sfascio del Senato potrà contare su una maggioranza molto più solida. Anche allora, la stepchild adoption rischia di non passare, perché anche allora la vera opposizione non la faranno i grillini o i postfascisti o i leghisti, ma i cattolici di destra del Pd.

A questo punto forse non dovrei infierire sul povero Scalfarotto, che mesi fa domandava con una certa baldanza ai fuoriusciti di sinistra “che ci farete col vostro 15%, ammesso e non concesso che lo prendiate?” Caro Scalfarotto, arrivarci al 15. Un buon risultato sarebbe già la metà. Però se esisterà davvero un partito di sinistra con una posizione compatta sui diritti civili – e se arriverà con un po’ di fortuna ad un sei, un sette per cento da offrire in parlamento a chi i diritti li vuole davvero… forse i cattolici di destra non potranno più fare i giochini di adesso. Certi valori non negoziabili, finalmente, si negozieranno. Non ci sarà più bisogno di pretendere coerenza dai grillini, poveretti. E anche i gay finalmente saranno liberi di discutere dei fatti loro, senza che lo spazio del dibattito sia colonizzato da leader o aspiranti tali, con le loro bandierine da puntare, le loro conquiste da vantare.

1500 caratteri, Beppe Grillo, omofobie

Aspettarsi corerenza da Beppe Grillo

(L’hanno presa bene)

Non so se qualcuno ha già notato il paradosso: da una parte c’è un politico (Beppe Grillo) che ha sempre creduto nel vincolo di mandato, che ora chiede ai senatori del suo partito di “votare secondo coscienza”…

…e dall’altra ci sono i suoi detrattori, che invece nel vincolo di mandato non ci hanno mai creduto – e più volte hanno difeso il principio per cui i senatori del M5S non sono i pigiatasti del privato cittadino Beppe Grillo – e adesso se la prendono con lui. Che ha fatto? Ha chiesto ai parlamentari del suo partito di votare secondo coscienza.

E dunque come funziona questa cosa di rinfacciarsi la coerenza? Ok, Grillo è incoerente, ma chi lo critica non lo è in eguale misura? Forse alla fine ci appassioniamo di politica proprio perché è un gioco di specchi. Le questioni di principio diventano questioni di metodo, i metodi materia di compromesso, i compromessi petizioni di principio, e così via, all’infinito.

Cosa vorresti domani? Un’Italia un po’ più civile in cui gli omosessuali possono farsi una famiglia. Servirebbe una maggioranza di sinistra – non c’è. Possiamo offrire ai centristi un po’ di sottosegretariati e confidare nella coerenza di Beppe Grillo. Sulla seconda cosa spero nessuno facesse davvero affidamento.

famiglie, omofobie

E se i gay fossero pessimi genitori? (Come gli etero, del resto)

Forse ho capito cos’è che andato storto con me
sin dall’inizio: poche mamme. 

Io, come ho cercato di spiegare sommariamente in un pezzo qua sotto, non ho molta fiducia nella buona fede della Chiesa su alcuni temi etici. Mi insospettisce il modo in cui spesso procede – alzando steccati nottetempo. Ci svegliamo un giorno e l’embrione è un essere vivente, l’utero un bene concesso in usufrutto (e il subaffitto è peccato mortale). Ho la sensazione che si tratti di paraventi che celano qualcos’altro – banalmente, una concezione di sessualità che non è più la nostra. Da qui la diffidenza per ogni forma di controllo delle nascite, più o meno intrusiva: e per gli omosessuali, anche quelli che in realtà aspirano alla serenità famigliare.

Però.

Lo sapevate che c’era un però.

Quando qualcuno mi pone una domanda, non è che mi metto subito a questionare sulla buona fede di chi me la fa. Prima cerco di capire se ho una risposta. Non credo alla buona fede di chi antepone i diritti dei bambini ai diritti degli omosessuali, ma la domanda resta interessante: esiste il diritto a crescere con un padre o una madre? Se consentiamo a due genitori dello stesso sesso di sposarsi non stiamo in un qualche modo defraudando di qualcosa di fondamentale il bambino?

Di solito a questa domanda si risponde in due modi. I cattolici con una tautologia: la famiglia con due padri o due madri non è una famiglia perché la famiglia è quella con una madre e un padre. I più sottili aggiungono lo spettro del bullismo: il bambino sarà sicuramente preso in giro, in quanto si discosta dallo standard. (Come d’altronde gli orfani. E i figli dei separati. E degli stranieri. Ma anche se la loro esperienza di vita scolastica in sostanza si basa sullo standard di un collegio cattolico, rimane interessante il fatto che riconoscano ai bulli un prezioso ruolo sociale: i cagnolini da guardia dell’eterosessualità).

A tutto questo, i sostenitori della famiglia omo (me compreso) rispondono di solito con un argomento empirico: le statistiche ci dicono che i figli di gay e lesbiche crescono mediamente bene. In realtà di studi statistici se ne sono fatti diversi, alcuni più discussi di altri – però ormai i risultati sembrano andare nella nostra direzione. E così pare che i figli di genitori vadano relativamente bene a scuola, non soffrano di discriminazioni in modo più grave di altre minoranze, ecc.

A questo punto la battaglia sembra vinta. Tra la tautologia e le statistiche non c’è gara. Tu mi dici che crescere con due madri è sbagliato perché è sbagliato, io ti mostro che il loro benessere aumenta del 6%, fine del dibattito. Però.

(Lo sapevate che c’era un però).

Questo modo di argomentare mi ricorda i tempi in cui si discuteva della pena di morte. Per giustificare la mia contrarietà alla pena di morte io facevo sempre notare come la criminalità non fosse calata in diversi Stati che l’adottavano. Finché un giorno qualcuno non mi chiede: e se cambiasse la statistica?
E io gli risposi: “eh?”
“Se cambiasse la statistica?”, mi ripeté. “Se a un certo punto da qualche parte la criminalità cominciasse a diminuire perché impiccano a nastro, tu smetteresti di essere contro la pena di morte?”
“Ma cosa stai dicendo? Questo è senz’altro un argomento fallace. È come chiedermi se mia nonna avesse le ruote. Mia nonna non ha le ruote e le esecuzioni capitali non fanno calare la criminalità. È statistica”.
“Rispondi”.
“Ma…”
“Rispondi”.
“…No, non credo che cambierei idea”.
“Allora non è una questione di statistica. La statistica è solo una stampella che ti porti per sorreggerti – e darla in testa a chi ti contraddice. Ma tu non sei contro la pena di morte perché non ne vedi i risultati”.
“E allora perché sono contro la pena di morte?”
“Se non lo sai tu… forse, dico forse, potrebbe essere un elemento del tuo sistema di valori…”
“Ma se il mio sistema di valori non è basato su dati statistici, su cosa…”
“…della tua ideologia”.
“Un’ideologia? Io? Ho… un’ideologia?”
“Non è per forza una brutta parola”.
“Tienimi la mano”.

Le statistiche sui figli dei gay e delle lesbiche sono molto belle e incoraggianti. Le statistiche sui figli dei gay e delle lesbiche soffrono probabilmente di un errore di prospettiva. I gay che oggi si sposano, e decidono di avere i figli, sono un sottoinsieme particolarmente motivato. Molti di loro hanno lottato contro l’inerzia sociale che fino a dieci anni fa li considerava inetti alla vita famigliare. È facile immaginare che ci tengano a essere buoni genitori (e anche a partecipare a indagini statistiche, com’è il caso dello studio dell’università di Melbourne).

È anche abbastanza scontato ipotizzare che appartengano a una fascia di reddito media o medio-alta. Sotto alla quale probabilmente non diminuiscono soltanto i matrimoni, ma anche i coming out. Non sto dicendo che è giusto, anzi è esattamente quello che si dovrebbe combattere con politiche sociali più avanzate – nonché con campagne antiomofobia, certo – fatto sta che quando confrontiamo le famiglie omo con le famiglie etero, rischiamo di confrontare famiglie di ceto medio e medio-alto con famiglie di tutti i ceti – compreso il medio-basso e il bassissimo. Se scopriamo che i bambini tutto sommato stanno bene, come facciamo a essere sicuri che il reddito non c’entri per nulla?

È come la storia del liceo classico che sforna gli studenti migliori – come facciamo a essere sicuri che non c’entri per niente il reddito, se le famiglie più benestanti iscrivono i loro figli lì? Lo sapremo solo quando cominceranno a mandarli all’istituto tecnico. Allo stesso modo come facciamo a essere sicuri che i figli delle famiglie omo si trovino bene perché hanno i due papà o due mamme, e non perché comunque vivono in un bel quartiere, vanno in buone scuole, i genitori ci tengono particolarmente e hanno i mezzi per garantire un determinato benessere. Lo sapremo soltanto quando anche gli omosessuali poveri si potranno sposare.

Quindi sono davvero uguali a tutti gli altri!

A quel punto però temo che scopriremo che anche i figli degli omosessuali hanno i loro casini. Che possono andare male a scuola ed essere vittime di abusi dentro o fuori casa. Perché in fondo l’uguaglianza è un po’ questo – parafrasando Ben Gurion: i gay saranno finalmente persone normali solo quando anche loro falliranno come genitori. Quando i figli non saranno più il risultato di un’epica lotta politica contro l’oscurantismo, ma un diritto che si dà per scontato – e diventeranno anche per i nostri concittadini gay quei puzzolenti fagotti che ti svegliano alle tre del mattino e ti mettono in imbarazzo al ristorante.

Forse un giorno potremo davvero istituire un confronto statistico serio, e allora chissà cosa scopriremo. Magari salterà fuori che crescere con due genitori di un solo sesso non è effettivamente un handicap – del resto c’è chi cresce con tre fratelli maschi, chi cresce solo con la madre, ce n’è già di varietà a questo mondo, cosa vuoi che faccia differenza se in una casa nessuno fa la pipì in piedi.

Ma se scoprissimo il contrario? Che chi cresce in una casa dove nessuno lascia l’asse alzata ha poi difficoltà a interagire nella vita con gli individui di sesso maschile? Cambieremmo idea?

Potete rispondere di sì o di no, ma non potete spiegare il perché, temo. Non ci sono statistiche vere a cui appigliarsi. È ideologia, o se preferite una professione di fede. Voi non volete il matrimonio gay perché è stato dimostrato che non turba il minore. Voi lo volete perché in cuor vostro siete persuasi che sia giusto. E dall’altra parte c’è chi è ugualmente persuaso che sia sbagliato, e anche lui in teoria ha tutto un complesso sistema di credenze che lo portano a pensare così – ma è un’impalcatura fallace, un paravento. Come la nostra. Non siamo migliori di lui. Non possiamo convincerlo. Lo vogliamo battere e basta.

E non lo batteremo perché abbiamo ragione. Avremo ragione solo se lo batteremo.

Buon family day.

aborto, famiglie, omofobie

Il giorno che hanno fatto santo l’utero

Non so se è successo anche voi, di svegliarvi un mattino e scoprire che affittare un utero era diventato peccato mortale.

D’accordo, la pratica è relativamente moderna; di sicuro non potevano parlarne i padri della Chiesa o i cardinali al concilio di Trento; e nessuno nega di poter trovare discutibile, l’offerta di una facoltà del proprio corpo in cambio di denaro – ma allora, chi di mestiere usa le mani, i piedi, la testa? Non le sta in sostanza “affittando” a un utente in cambio di denaro? E chi si vende un rene? Quello non è affitto, non ti torna più indietro, perché nessun cardinale sembra aver notato lo scandalo della cosa? Perché nessun cattolico alza la voce contro trasfusioni o trapianti? Perché sempre solo in quella zona del corpo? Sono domande interessanti, ma io non le farei a voce troppo alta. C’è il rischio che qualcuno si ponga il problema davvero, e magari domani oltre ai manifestanti contro il mercimonio dell’utero avremmo quelli contro la compravendita dei reni. Perché è così che funziona.

Chi accusa la Chiesa di rimanere attaccata alle proprie tradizioni, non si accorge che la Chiesa le tradizioni le stravolge continuamente: per San Tommaso la vita non cominciava dal concepimento, per papa Francesco sì. Non c’è stata nessuna precisazione dello Spirito Santo, nel frattempo. Ma a un certo punto la modernità è arrivata, ha notato un problema – i costi sociali e umani degli aborti clandestini – ha proposto di risolverli depenalizzando gli aborti, e la Chiesa ha detto di no. Perché?

– Perché la vita comincia dal concepimento.
– Ma chi l’ha detto?
– Noi adesso.
– Funziona così?
– Funziona così.
– Comodo però.
– Vero?

In modo analogo, a un certo punto la modernità ha deciso che l’omosessualità non era una malattia, una tara. Bisogna dire che è stata convincente, se oggi persino molti uomini di Chiesa hanno imbarazzo a trattare i gay da handicappati. Quindi come si fa a negare loro il diritto a sposarsi? Se sono persone come gli altri… ma no, guarda, è facile. Basta ricordare che il matrimonio è finalizzato alla procreazione, e quella Dio l’ha donata soltanto alle coppie etero. Lo dice il Catechismo.

– Veramente il Catechismo dice che “I coniugi ai quali Dio non ha concesso di avere figli, possono nondimeno avere una vita coniugale piena di senso, umanamente e cristianamente. Il loro matrimonio può risplendere di una fecondità di carità, di accoglienza e di sacrificio” (1654). Cioè in pratica se sposo una persona del mio stesso sesso potrei persino adottare, “risplendere di una fecondità di carità, di accoglienza e di sacrificio”, c’è scritto così…
– No.
– Perché no?
– Perché se ti sposi con una persona del tuo sesso tu sai già benissimo che Dio non ti concederà di concepire figli.
– Quindi bisogna togliere il diritto di sposarsi a quelli che sanno già di essere sterili?
– Loro possono sperare in un miracolo.
– E un gay non può?
– No.
– Chi lo stabilisce?
– Io in questo momento.
– Non stai ponendo limiti alla misericordia di…
– Sii serio, su.
– Ma insomma, niente fecondazione niente matrimonio?
– Niente matrimonio.
– Senti, mettiamola su un altro piano. Se io fossi cieco, e volessi vedere, e la tecnologia mi consentisse di farlo, Dio si opporrebbe?
– In quel caso la tecnologia sarebbe un dono di Dio.
– Perfetto. Invece sono un gay che vuole avere bambini.
– Cioè smettere di essere gay.
– No. Sono un gay. Non c’è niente di male a essere gay. Ma Dio mi ha dato anche il desiderio di avere un bambino.
– Allora non è più un dono di Dio. È un capriccio.
– Ma la tecnologia mi consente di averlo.
– Allora la tecnologia è immorale.
– Cosa c’è di immorale nel desiderare di avere bambini?
– Ci devo pensare su, ma c’è senz’altro qualcosa… trovato. Devi usare un utero non tuo.
– Embè?
– Lo devi pagare.
– Non necessariamente, ma se anche fosse?
– È un orribile mercimonio.
– Lo hai deciso adesso, vero?
– Creerà un discrimine tra chi si può permettere un utero e chi no.
– Ma anche un sacco di opportunità di lavoro.
– Non è lavoro, è un orribile mercimonio.
– Perché metti a disposizione una parte del tuo corpo? E allora chi lavora con le mani? Con gli occhi? con le corde vocali?
– L’utero è su un altro piano.
– C’entra il sesso, vero?
– Che orribile gioco di parole.
– Alla fine è tutto lì. Non vi piace il controllo delle nascite, e vi inventate l’umanità dell’embrione – tra l’altro a quel punto vi tocca riempire l’inferno di embrioni non nati e quindi non battezzati.
– Abbiamo abolito il Limbo.
– Lo avete fatto l’altro ieri.
– È così che funziona.
– Poi ai gay vien voglia di avere una famiglia, e a quel punto scatta tutta una serie di proposizioni che ci conducono alla sacralità dell’utero. Non fate prima a dire che i gay sono orribili peccatori?
– Mi stai offendendo, io non discrimino nessuno. Ho a cuore gli uteri dei poveri e tutti gli embrioni del mondo. Che hanno il diritto di crescere con un padre e una madre.
– E gli orfani?
– Anche adottati. Ma da un padre e una madre.
– E i figli di separati?
– Eh, fosse stato per noi…
– Senti, non è scritto da nessuna parte che è un diritto.
– Lo scrivo io adesso.
– No. No. Non funziona così.
– E come funziona, sentiamo.
– Dovresti dimostrare che… senti, partiamo da un punto su cui siamo d’accordo. I bambini hanno diritto a crescere nel modo migliore.
– Cioè con una madre e un padre.
– Come fai a essere sicuro che sia il modo migliore?
– È quello naturale.
– Per favore, dai. La natura.
– La natura.
– Anche la peste bubbonica è naturale. I terremoti sono naturali. Non mi vorrai mica dire adori la natura. Che sotto lo zuccotto porti treccine da sciamano.
– Si è sempre fatto così.
– Lo dissero anche a Semmelweis quando si lamentava che le infermiere non si lavassero le mani tra obitorio e maternità. “Si è sempre fatto così”, e le donne morivano di parto. Le cose cambiano.
– Certe cose no.
– La famiglia naturale è quella che ha cresciuto miliardi di psicotici. Il luogo dove tuttora avvengono più abusi.
– Chi lascia la vecchia via per la nuova…
– Eh?
– È un proverbio.
– Lo so che è un proverbio, mi hai preso per scemo? Questo è un dibattito tra la Modernità e la Chiesa su temi di bioetica, potremmo citare filosofi e teologi e tu mi citi un proverbio scemo?
– È che alla fine tutto si riduce a questo. Io la vecchia via la conosco. So che produce tot psicotici, tot abusi, tot risultati accettabili. E mi sta bene. Tu invece, la tua via, lo sai a cosa porta?
– … (Continua) (Sul serio).

attivismo, omofobie, scioperi

Ivan non mangiare tranquillo

La settimana scorsa, mentre eravamo tutti un po’ distratti, Ivan Scalfarotto ha deciso di digiunare. Qualcuno lo ha chiamato sciopero della fame, espressione che a lui non piace (“sciopero”, in particolare, è un termine che gli ha sempre dato fastidio, persino quando era vicepresidente di un partito che vi aderiva). In un pezzo scritto ieri, ha spiegato più in dettaglio che il digiuno dovrebbe servire a costruire “una consapevolezza, l’inizio di un dibattito un po’ più approfondito di quello a cui abbiamo assistito in questi anni in tema di diritti civili“, e che durerà “fino a quando non avremo una certezza sulla data della cessazione di questa grave violazione dei diritti umani che si consuma nel nostro Paese“. Per “grave violazione” si intende ovviamente la mancanza, in Italia, di una legislazione sulle unioni civili. Se però a questo punto ci facciamo l’idea che Scalfarotto stia digiunando per ottenere una rapida calendarizzazione del ddl Cirinnà, ebbene, ci sbagliamo. “Il Calendario dei lavori delle Camere è prerogativa dei gruppi parlamentari, la cui autonomia rispetto in modo assoluto. Quello che chiedo è invece che ci sia una presa di coscienza della serietà del problema e del fatto che si tratta di un’assoluta priorità e che, su questa base, mi sia assicurata una data certa entro la quale avremo una legge all’altezza di quella degli altri paesi che hanno già legiferato.” C’è scritto così, ognuno si faccia l’idea che preferisce. Quel che ho capito io (e magari mi sbaglio) è che il ddl se la vede male. Non così male da causare le dimissioni del sottosegretario Scalfarotto, ma abbastanza male da portarlo a un gesto clamoroso – almeno nelle intenzioni avrebbe dovuto esserlo; purtroppo eravamo tutti voltati verso la Grecia e c’è da aggiungere che i digiuni sono un mezzo un po’ inflazionato, probabilmente per il modo un po’ allegro in cui li ha gestiti per troppi anni Pannella.

Questo pezzo era partito per intonare un affettuoso sfottò, “Ivan magna tranquillo”, qualcosa del genere. Poi mi è successo qualcosa – forse il caldo – più ci penso e più mi rendo conto che Scalfarotto sta facendo la mossa giusta, delle poche che gli restano a disposizione. Un po’ ridicola, e senz’altro la tempistica non lo aiuta, ma l’alternativa è buttarsi a terra e aspettare che l’arbitro conti fino a dieci. Scalfarotto ha già preso una botta abbastanza dura col ddl sull’aggravante omofoba, arenatosi in Senato; ma se lì non c’è la maggioranza per una cosa del genere, non c’è nemmeno per le unioni civili. Il resto – l’ostruzione, gli emendamenti fantasiosi, sono dettagli che Renzi potrebbe spazzar via in un mattino se dalla sua parte avesse i numeri sufficienti. Ce li aveva per la legge elettorale, ce li aveva per la Buona Scuola, ma per le unioni civili non le ha. Su questa cosa mi pare che Alfano e i suoi siano stati chiari sin dall’inizio, e della loro sincerità non c’è da dubitare; al loro elettorato di riferimento, che mal digerisce il loro sostegno a Renzi, cercheranno di rivendersi come i salvatori della famiglia tradizionale. Il ddl non soffre perché un gruppetto di bigotti va in piazza: il ddl soffre perché Renzi non ha una maggioranza senza NCD, e se cercasse la fiducia rischierebbe di perdere anche quella. Questo è tutto quel che importa: non le fiaccolate o le sentinelle, movimenti folkloristici organizzati da battitori liberi che cercano di parassitare la discussione per (ri)costruirsi una carriera politica.

Sull’altro versante è Scalfarotto a giocarsi la sua. Le possibilità di far passare il ddl sono appese a quella filiforme chimera che è il voto trasversale: da qualche parte tra i banchi di M5S e centrodestra dovrebbe trovarsi qualche senatore al passo coi tempi che invece di approfittare della situazione per mandare il governo sotto, dovrebbe vergognarsi perché non abbiamo “una legge all’altezza di quella degli altri paesi”. Qualcuno che di fronte al digiuno di Scalfarotto dovrebbe farsi un esame di coscienza. Probabilmente questi senatori non ci sono – non abbastanza – e probabilmente Scalfarotto lo sa meglio di me, ma tanto vale provarci. È una mossa ingenua? Può darsi, ma a questo punto se fossi in lui non me ne verrebbero altre.

Altrettanto ingenuo può sembrare il riferimento all’anomalia italiana – che poi anomalia non è: su questo argomento siamo più vicini ai russi e ai turchi che non ai francesi o agli irlandesi. Cambieremo? Ci evolveremo? È probabile, ma ora come ora siamo in spaventoso controtempo, nell’esatto momento in cui persino a sinistra si riscoprono le identità nazionali contro il moloch europeo. Pensare che l’Italia debba naturalmente seguire l’Irlanda è un’altra affettata ingenuità: là c’è stato un riconoscimento graduale dei diritti degli omosessuali – una gradualità che è ancora rifiutata da parte dell’associazionismo LGBT italiano (a costoro Scalfarotto ha poco da rimproverare: anche lui era molto più oltranzista prima di cominciare a scrivere disegni di legge). Ma soprattutto in Irlanda c’è stata una profonda crisi di credito dell’istituzione cattolica, anche a causa degli scandali enormi scoppiati negli ultimi 20 anni. Nel frattempo in Italia ci troviamo l’enciclica di papa Francesco a puntate sull’Unità – e stavolta non è nemmeno così colpa di Renzi, la fascinazione del centrosinistra per il Vaticano dura dai tempi di Veltroni se non da prima. In una situazione del genere, dopo aver promesso per anni una legge ai suoi, Scalfarotto che può fare? Per adesso digiuna. Ho molte riserve su di lui e soprattutto sul suo renzismo, ma se in politica credo che si debba sempre fare quel che si può con i mezzi a propria disposizione, mi pare che in questo caso Scalfarotto ci stia provando, e che si meriti il mio appoggio. Che purtroppo conta veramente pochissimo – ma anche in questo caso, è l’unica cosa che posso offrire.

omofobie, scuola, sesso

Il gender non esiste; la scuola privata non dovrebbe

Col tempo, se sei un uomo e l’umanità un po’ t’interessa, cominci ad apprezzare le bugie per la quantità di cose vere che ci dicono su chi le racconta, e soprattutto su chi se le beve. Il mito del Gender, per fare un esempio, non c’è dubbio che sia un’invenzione, in gran parte magari costruita a tavolino – e forse non sarebbe complicato nemmeno risalire al tavolino in questione. Ma la forza dei miti non sta in chi li inventa, bensì in chi decide di accoglierli: nelle migliaia (milioni?) di persone a cui puoi evidentemente raccontare che in un asilo pubblico si faccia lezione di masturbazione, senza che nessuno faccia un plissé. Come i genitori che a Rignano Flaminio (perdonatemi, mi tornano in mente sempre le stesse cose), nel 2006 si sentirono raccontare che le maestre della scuola d’infanzia aderivano a una setta pedofila e durante il giorno portavano i loro figli col pulmino in un castello dove venivano seviziati – e trovarono l’idea assolutamente plausibile. Cosa c’è nella testa di queste persone, che non ritengo meno capiente e complessa della mia?

Un’enorme diffidenza per l’istituzione scolastica, senz’altro. Ma non è che una faccia della medaglia. Proviamo a voltarla. Dall’altra parte c’è una mostruosa fede nella scuola, nel suo potere di plasmare il fanciullo e il giovinetto, addirittura di farne un maschio o una femmina o altro. Se tu pensi che la scuola possa fare di tuo figlio un gay, la prima cosa che mi viene in mente è che sei pazzo – ma la metto da parte. La seconda cosa è che tu hai già paura che tuo figlio lo sia, e vabbe’. La terza è che stai riconoscendo a me insegnante un potere enorme. Posso creare omosessuali dal niente. Basta decidere che alla terza ora, invece del solito trattato di Campoformio, ci mettiamo a discutere di “amicizia e amore con il partner dello stesso sesso”, ed ecco all’improvviso allignare la torbida perversione iridescente là dove fino a un momento prima c’era solo un po’ di curiosità per le imprese di Bonaparte – e nessuna pulsione, naturalmente, i ragazzi non avrebbero pulsioni finché non premiamo noi i pulsanti. È chiaro che se davvero fossimo così potenti, saremmo già riusciti a farci pagare un po’ di più, in fin dei conti abbiamo in ostaggio tutti i pre-puberi d’Italia cinque ore al giorno. Ecco, il punto è che ci credono. Migliaia, forse milioni di italiani ritengono che noi abbiamo in ostaggio i loro figli, e che possiamo in qualsiasi momento premere un pulsante e omosessualizzarli, transessualizzarli, trasformarli in consumatori seriali di contraccettivi e pillole abortive. Noi.

Che a pena riusciamo a insegnare l’italiano.

Questa per dire dirige un istituto comprensivo – scuole medie,
elementari, d’infanzia – chi le impedirà di selezionare insegnanti anti-gender?
Certo non Renzi.

A questo punto basta rovesciare il mito per trovarne la ratio: chi crede (o vuol credere) che all’asilo si insegna masturbazione precoce, crede o vuol credere altresì che all’asilo queste cose si potrebbero reprimere. Si dovrebbero reprimere. Non all’asilo pubblico, naturalmente: occorrerà procurarsene uno con personale opportunamente specializzato. Chi paventa moduli educativi sulla “scoperta del proprio corpo e dei propri genitali” da quattro a sei anni, considererà necessario che una scuola come si deve crei una barriera tra il seienne e il suo corpo, e soprattutto i suoi genitali. Chi trova scandalo in una lezione sul “diritto all’aborto” riterrà opportuno che una scuola insegni ai figli il contrario, cioè che l’aborto non è un diritto: e così via. Ecco: chi chiede sgravi fiscali o buoni scuola allo Stato invocando la “libertà di educazione”, la “libertà di scelta educativa delle famiglie”, a volte ha in mente questo. Magari non tutti. Ma alcuni sì. Vorrebbero un asilo che mettesse delle barriere tra i loro candidi bambini e i loro incontrollabili genitali; preferirebbero una scuola che creasse veri Maschi e vere Femmine, ancor prima che buoni cittadini – cittadini di che, poi? Prima viene la famiglia, e la famiglia sa cos’è bene per i propri bambini. Lo sa per definizione.

Qui devo confessare una cosa. Mi è capitato spesso di affermare polemicamente che la scuola privata mi va bene, purché sia privata davvero, vale a dire pagata da chi ci vuole mandare i propri bambini. Si tratta di una manovra retorica che è un classico di questo blog: usare il liberismo contro i liberali, il cattolicesimo contro i cattolici, il marxismo contro i marxisti ecc. Funziona sempre, ma resta una mossa insincera. Cioè alla fine non è vero che le scuole private mi vanno bene. Prendi l’imam che ha parlato al Family Day, beccandosi gli applausi dei buoni cattolici. Io non voglio che lui, con la scusa della “libertà di scelta” iscriva le sue eventuali figlie a una madrasa. Preferirei che le iscrivesse a una buona scuola pubblica, dove sentiranno magari parlare di contraccettivi e aborto, ma anche di Mirandolina e Gertrude. La stessa cosa vale per i genitori cattolici che l’hanno applaudito. Perché ci tengono tanto che i loro figli/figlie vadano a una scuola privata? Per l’ampio parcheggio, o perché il preside può licenziare un insegnante se anche solo sospetta che sia omosessuale? eccetera. Non credo che né la scuola né la famiglia possano trasformare un eterosessuale in un gay o viceversa – ma credo che possano causare un bel po’ di sofferenza, e rovinare un bel po’ di vite se ci provano. Una scuola che ci provasse, finanziata anche interamente da un gruppo di famiglie che ci credesse, per me andrebbe chiusa d’ufficio. Anzi aperta, nel senso in cui Lutero e Robespierre aprivano i conventi. Fuori tutti – non è che fuori sia il paradiso, anzi. C’è una società mediamente violente e omofoba, ma è l’unica che abbiamo, e sta a tutti migliorarla. Chi cerca di difendersi alzando una siepe intorno al proprio giardino (e magari chiedendoti pure un obolo per innaffiarla) non ci è di aiuto. E poi chi lo sa cosa succede davvero oltre quelle siepi, in quei giardini.

1500 caratteri, omofobie

L’Arcigay che si boicotta da sola

Oggi, mentre in Irlanda i gay festeggiano la vittoria del referendum sul matrimonio, l’Arcigay chiede a iscritti e simpatizzanti di evitare alcune località del lago di Garda, ree di ospitare i raduni delle Sentinelle in Piedi. È un gruppo di estrazione cattolica (ma anche qualche islamico pare sensibile al messaggio omofobo) che prega nelle piazze contro aborto e matrimonio gay.

La Minaccia Omofoba.

Non essendo numerosi né rumorosi, nessuno se ne accorgerebbe, se i loro avversari non cadessero ogni volta nello stesso trabocchetto, protestando contro di loro in modo più o meno molesto, e trasformandoli nelle vittime che essi pretendono di essere. L’invito dell’Arcigay al boicottaggio è un autogol esemplare: che avranno mai fatto di male ristoratori e commercianti di Desenzano o Salo; di quale reato omofobo si saranno macchiati, se non sono riusciti a impedire a qualche decina di tranquilli fanatici di trovarsi in piazza? Che dovrebbero fare da qui in poi per evitare ritorsioni: chiedere a sindaco o prefetto di impedire una libera manifestazione?

Nei libri si leggerà che in Italia il matrimonio gay arrivò in ritardo rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale. Gli storici spiegheranno il fatto con l’influenza del Vaticano. Con un po’ di fortuna passerà inosservata l’insipienza dall’Arcigay, che mentre i gay irlandesi vincevano un referendum, se la prendeva coi commercianti di località turistiche assai più gay friendly della media, perdendo tempo in zuffe da cortile con quattro bigotti.

1500 caratteri, omofobie

In Italia si chiacchiera, in Irlanda ci si sposa

La repubblica d’Irlanda ha legalizzato le “attività omosessuali” nel 1993: prima costituivano reato. Nel 2010 è stata varata una legge che introduceva le unioni civili anche tra coniugi dello stesso sesso; nel ‘15 queste unioni sono state quasi equiparate al matrimonio; da oggi i gay irlandesi possono sposarsi. È stata un’evoluzione rapida, ma graduale. Questa gradualità è un aspetto importante: la legge del ‘10 magari era insoddisfacente, ma ha consentito a tante coppie di uscire allo scoperto e mostrare la propria normalità. I cittadini, cattolici e no, hanno potuto osservare le coppie gay, si sono resi conto che non costituivano nessuna minaccia sociale, e in capo a cinque anni le hanno accettate e istituzionalizzate.

In Italia che abbiamo fatto per tutto questo tempo? Ne abbiamo discusso. Neanche molto in verità, visto che favorevoli e contrari alle unioni gay sembrano refrattari a qualsiasi compromesso. Eppure tre anni prima degli irlandesi, nel 2007, si discuteva alla Camera dei DiCo: una proposta che non piacque nemmeno a diversi esponenti gay: troppo tiepido, bisognava ottenere di più. Magari tutto. O niente. Non si ottenne niente. Sono passati 8 anni e le coppie gay, in Italia, continuano a non godere di nessun riconoscimento. Ora, con calma, arriverà in parlamento il ddl Cirinnà: e chi non voleva farsi riconoscere qualche diritto da Rosy Bindi, cercherà di ottenerli da Giovanardi. Spero che malgrado tutto ci riesca: è già molto tardi.

1500 caratteri, aborto, cristianesimo, giornalisti, omofobie

Un’altra #croce, un altro #bluff

Adinolfi non è mai riuscito a essermi antipatico come dovrebbe e vorrebbe. Anche a causa della stazza, l’ho sempre assimilato a quei personaggi che a scuola capiscono di non poter recitare altro ruolo che quello del bersaglio, e invece di interpretarlo con rassegnazione, vi si spendono con voluttà. Dopo tanto aver penato tra democristiani e democratici; dopo aver cavalcato la battaglia generazionale prima d’altri, ma con minor fortuna; dopo aver venduto i segreti di giocatore d’azzardo (i vincitori di solito se ne guardano bene), Adinolfi s’è ritrovato come al solito da solo: abbastanza solo da giocare la carta del bigottismo antigender, che a dispetto della pubblicità che gli fanno gli avversari, è una nicchia assai piccola: certo, a un passo c’è l’enorme bacino dei cattolici mediamente omofobi, che se prospetti lezioni di omosessualità a scuola, magari si spaventano e ti comprano il giornale… no. Ci ha provato, non ha funzionato. Ma probabilmente lo sapeva dall’inizio. Fu già Ferrara 7 anni fa con la sua lista pazza antiabortista a dimostrare quanto sia poco sensibile a queste novità il ventre molle del cattolicesimo italiano: La Croce era un progetto fallito in partenza, ma fallire è sempre meglio di non esistere. Avrebbe potuto aprire un blog, ma non glielo avrebbe pagato nessuno: lo ha stampato di carta per qualche mese, e adesso ha un argomento per vendervi un abbonamento on line. Contenti voi. D’altro canto, fidarsi di uno che vendeva consigli su come vincere a poker.

Beppe Grillo, famiglie, omofobie

I grillini e il "baronetto"

Stefano Dolce e Domenico Gabbana investono abbastanza denaro in inserzioni da poter dare per scontata la compiacenza dei gruppi editoriali italiani più importanti; tanto più interessante risulta l’appoggio totalmente gratuito e disinteressato dei parlamentari m5s, che per voce di Tiziana Ciprini accusano il “baronetto” Elton John di ricattare non solo D&G, ma l’Italia intera. (Elton John peraltro non è un baronetto, ma mica si può pretendere che i parlamentari controllino su google: e poi alla fine è tutta un’opinione, e chi siamo noi per non rispettare un’opinione?)

Se qualcuno avesse ancora voglia di spiegare quanto sia cambiato il Movimento 5 Stelle dal grillismo degli esordi, il discorsino della Ciprini potrebbe risultare utile: basti pensare a quanto si usava la parola “boicottaggio” tra i membri dei primi MeetUp. Si boicottava la Nestlè per un buon motivo, McDonald per un altro buon motivo, eccetera. Il Movimento nacque in quel brodo primordiale pre-www, di quando le informazioni sui boicottaggi viaggiavano ancora negli allegati mail. A quel tempo nessuno sarebbe morto per difendere le opinioni di D&G. Costoro a dire il vero fino all’anno scorso comparivano nelle liste grilline degli imprenditori che tradivano l’Italia, trasferendo sedi fiscali in “paesi a fiscalità privilegiata”. Oggi tutto è perdonato – anche perché nel frattempo la Cassazione li ha assolti – e chi minaccia di boicottarli è un nemico della patria, più o meno. Il finale dell’intervento è un piccolo capolavoro di strapaese involontario, perfino divertente per chi ancora ha lo stomaco di ridere dell’inadeguatezza di chi ha vinto a tombola un seggio in parlamento. C’è anche la proposta per un plurale di “fatwa”, e un “colonizzato” abbreviato in “colono” (sempre meglio di colon, dopotutto).

Ci mancava solo un multimilionario angloamericano annoiato a lanciare fatwe contro le nostre aziende.
Ricordo all’inglesino che 9 milioni di italiani di tutte le età sono in sofferenza lavorativa secondo gli ultimi dati Eurostat e che siamo sempre più un Paese colono dei poteri finanziari centrali del Nord Europa e statunitenzi che ci stanno riducendo in un popolo di schiavi. Pertanto chiedo all’illustre baronetto di chiedere scusa in primis ai lavoratori italiani del gruppo D&G, grazie. 

L’illustre baronetto è insomma il complice di un enorme complotto ai danno dell’Italia, ordito dagli americani coadiuvati dai tedeschi o viceversa. Deve pertanto chiedere scusa ai lavoratori, purché italiani, perché è l’Italia che si offende qui. Dove si capisce che alla fine D e G possono aver reagito un po’ istericamente, ma hanno toccato corde sensibili, non solo in zona Forza Nuova. Forse tutto questo è davvero il frutto di un riposizionamento: da brand globale a epitome di un certo tipo di italianità retrograda, che poi magari piacerà a livello globale proprio perché puzza un po’ di capra e di patriarcato. I nostri maschi in canottiera, le nostre donne col pancione, i nostri ragazzini discinti e disponibili, tutto molto pitoresco. Non giudicateci, amateci per quello che siamo, lasciateci mance cospicue e poi tornate a casa a fare le vostre cose moderne.

Anche al M5S insomma hanno deciso che devono essere gli altri a morire per le nostre opinioni. Noi no, noi abbiamo il diritto di manifestarle senza che nessuno osi offendersene. Chi si offende è un fascist, e se si attenta a non comprare più le nostre merci è un ricattatore e uno schiavista. Va bene, basta saperlo. 

cinema, Cosa vedere a Cuneo (e provincia) quando sei vivo, omofobie, sport

L’uomo che comprò la lotta libera

Foxcatcher (Bennett Miller, 2014)

Tutto quello che puoi vedere fino all’orizzonte è del signor Du Pont. Filantropo, filatelista, ornitologo. Al tempo in cui nostri antenati morivano per la loro libertà, i suoi antenati facevano affari coi cannoni, e ora tutto questa terra è sua, ed è suo tutto ciò che ci cammina sopra e che ci vola. Gli uccelli da catalogare, i cavalli della madre da detestare, i trenini giocattolo, i fucili automatici, i lottatori da allenare e le medaglie che vinceranno. Nessuno può dire di no al signor Du Pont. Finanzia la polizia di stato e il comitato olimpico. Ma quel che desidera davvero, nessuno lo ha ancora capito.

Foxcatcher arriva nelle sale qualche settimana dopo Whiplash. È difficile immaginare due film più diversi sugli stessi argomenti: eppure il Mark Schultz intepretato da Channing Tatum sembra animato dalla stessa ambizione divorante e fine a sé stessa del batterista di Chazelle. Anche sulla sua strada c’è il maestro sbagliato. Ma gli allievi e i maestri di Whiplash sono musicisti iperattivi e sopra le righe; i lottatori di Miller lottano per prima cosa contro un muro di impassibilità che li isola dal mondo. Mark guarda in basso, prende tempo, cerca la risposta giusta, ha sempre paura di sbagliare. Il suo sport consiste nell’afferrare a mani nude un altro uomo e tenerlo a terra finché un arbitro non fischia, eppure anche quegli avversari è come se Mark non li toccasse davvero. Non sono che un’estensione di sé stesso, la conseguenza tangibile dei suoi sforzi: se si è ben allenato vanno giù a comando, se ha sbagliato tutto lo afferrano e lo portano via con sé. Come il protagonista di Whipash, Mark non ha amici. Ha però un fratello lottatore e allenatore (Mark Ruffalo) dalla cui stretta non riesce a liberarsi, un mentore inquietante che pagherà la sua amicizia a peso d’oro, e un unico vero nemico, che prende a pugni allo specchio fino a infrangerlo.

Tra i ritmi sincopati di Chazelle e quelli rallentati di Miller ognuno sceglierà secondo il suo gusto… (continua su +eventi)

giornalisti, modi di dire, omofobie

Voltaire per D&G non muoverebbe un dito

Quest’anno il manuale di Storia adottato dai colleghi non mi convince tantissimo. Ogni tanto prende delle topiche inquietanti. Nella verifica sull’Illuminismo ho cancellato una “frase celebre” che doveva essere attribuita a un filosofo: indovinate quale.

Poi ho dovuto di nuovo spiegare ai ragazzi che quella frase Voltaire non l’ha mai scritta, e anzi, chiunque un po’ lo conosca davvero sa che nel Trattato sulla tolleranza si lanciava contro i suoi avversari al grido “Schiacciate l’infame”. Non proprio il tipo che avrebbe combattuto fino alla morte affinché gli infami potessero manifestare le loro opinioni.

Tre ore dopo, mentre esco da scuola, getto l’occhio nell’atrio su un bel cartellone prodotto da un’altra classe: c’è la stessa frase, attribuita a Voltaire. Come spalare l’acqua col forcone.

Perché insisto tanto su questa storia, sempre la solita? Perché ho la sensazione che la frasetta pseudovoltairiana ci abbia un po’ fregato tutti quanti. Prendi uno a caso…

…Stefano Gabbana. Magari anche lui da qualche parte (a scuola?) ha appreso erroneamente che Voltaire avrebbe difeso fino alla morte i gesuiti che non la pensavano come lui. È un’ipotesi come un’altra. Oppure pesca parole a caso dal dizionario inglese-italiano. Elton John se l’è presa perché Gabbana ha definito suo figlio “sintetico” e ha deciso che lo boicotterà. Scelta che puoi discutere finché vuoi, ma in che senso uno che ha deciso di boicottarti per le tue opinioni è “fascista”? Che ragionamento c’è dietro, se proprio ce ne deve essere uno?

Una pista ce la offre Giorgio Mulè, direttore di Panorama, che qualche ora dopo sente la necessità di intervenire per richiamare Elton John, ci credereste?, alle più elementari norme di tolleranza: ma come, Gabbana ha definito tuo figlio “sintetico” e tu ti sei offeso? Si vede proprio che non riesci a “accettare le idee” altrui.  Per fortuna non lo scrive in una lingua che Elton John possa comprendere.

Le immagini sono prese da http://twitter.com/lasoncini,
che magari non la pensa come me (nel qual caso son pronto a morire, va da sé).

Anche qui: di cosa parla Mulè quando parla di “democrazia”? Se Elton John smette di comprare prodotti Dolce & Gabbana diventa in qualche modo antidemocratico? In un’intervista Dolce e Gabbana hanno detto una stronzata, Elton John si è arrabbiato e ha annunciato che non comprerà più i loro prodotti. D&G hanno il diritto di scrivere stronzate (anche se il fatto di rappresentare un marchio che dà lavoro a così tante persone potrebbe suggerire maggiore prudenza), EJ ha diritto di boicottarli. Nessuna democrazia è stata violata fin qui. Nessuno sta impedendo a Elton John di avere figli, fuorché la legislazione italiana vigente. Nessuno sta impedendo a Gabbana di vendere vestiti, accessori, ecc.. Sembra così chiaro, eppure c’è qualcosa che non passa. Uno potrebbe anche pensare che Mulè in fin dei conti non si è ancora fatto le ossa nel mondo dell’opinionismo: che deve ancora farsi; che uno più esperto di lui non commetterebbe lo stesso errore.

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“Freedom of expression”, dice. Cioè per Severgnini se ti arrabbi con Gabbana; se annunci che non comprerai più i loro prodotti, tu non stai rispettando la “libertà di espressione” di Gabbana. Per dire, io è da anni che non compro più il Corriere: trovo che scriva veramente troppe sciocchezze. Ebbene, pare proprio che mi stia sbagliando. Sto minando la libertà di espressione di Panebianco, di Ostellino, di Sartori, e chissà di quanti altri produttori di opinioni. Dovrei morire per la loro libertà di esprimerle! E invece non gliele compro, è o non è oscurantismo il mio? Che direbbe di me coso, Voltaire?

[Alla fine di tutto sorge il sospetto che Gabbana e il suo socio abbiano capito il mondo meglio di chiunque altro, e che l’immagine di un’Italia intollerante e culturalmente sottosviluppata, incapace di elaborare una discussione decente (e di elaborarla in inglese corretto) sia proprio quella su cui hanno imbastito anni di campagne. Un bel posto del Terzo Mondo dove passare le vacanze].

italianistica, musica, omofobie, sintassi

Perché Aldo Busi scrive così cane?

È appena marzo, ma ho la sensazione di avere scovato il periodo sintattico più lungo del 2015. Lo ha scritto Aldo Busi su Dagospia, un sito che non ho abitudine di linkare, ma lo potrete trovare facilmente. Il pezzo è parte di una polemica con Travaglio cominciata sul Fatto a proposito di Lucio Dalla; in particolare del suo mancato coming out, che per Busi corrisponde a un tradimento della causa gay (causa che Dalla non ha mai dato la sensazione di voler difendere). Busi ne approfitta per spiegare che non trova tutto sommato molta differenza tra Lucio Dalla che convive con un ragazzo molto più giovane e Berlusconi che se la fa con Ruby.

Dice più o meno così.

Ma se la prende un po’ più larga.

Questo diritto alla privacy sessuale però “il Fatto” non l’ha mai rispettato verso la sessualità di Silvio Berlusconi, seppure parimenti devastante su altri piani ma infinitamente meno immorale di quella di Dalla perché manifesta, esibita sia al pubblico ludibrio dei bacchettoni sia alla segreta invidia dei più italioti, e però oziosamente perseguita e perseguitata nei tribunali per una faccenda, massimamente, di un paio di mesi in meno rispetto a una età del consenso saltata ormai da almeno trent’anni nella vita sociale e civile e sessuale in ogni parte del mondo e che nelle prostitute schiavizzate sotto gli occhi di tutti ai cigli delle strade nostrane arriva a malapena ai sedici senza che nessuno muova istituzionalmente una falange (basti vedere di che cosa sono capaci le baby gang di quattordicenni organizzate probabilmente dai genitori stessi molto più vampiri pedofili sfruttatori dei loro eventuali estimatori da ricattare, anche se a costoro ben gli sta e malgrado dovrebbe essere un reato da depenalizzare almeno oltre i quattordici anni ovvero da aggiornare nei suoi ipocriti, obsoleti e patetici paletti anagrafici portatori di criminalità indotta poi soggetta alla discrezionalità di giudici più o meno ammanicati con la classe sociale o di potere degli accusati, che alla fine della sonata giuridica e mediatica mi sembra la facciano spudoratamente fin troppo franca).

Aldo Busi è un grande scrittore italiano (stavo per scrivere “del secolo scorso”, che orribile gaffe). Quando vuole, i periodi li sa tornire con indiscutibile abilità. Se qui gli capita di scrivere cane, è perché ha deciso di suonare cane. Credo che sia l’equivalente letterario di alzare la voce in un talk show: le virgole sono pause e Busi non se le può permettere. Sarebbe come offrire al regista l’occasione per staccare, e invece lui vuole che la camera continui a girargli attorno. Anche il senso della frase gira su sé stesso: il Fatto non rispettava la sessualità di Berlusconi. Però la sessualità di B. era “parimenti devastante”. Sì, ma “infinitamente meno immorale di quella di Dalla”, per via che non era nascosta a tutti (beh, beh, fino a un certo punto; e anche Dalla non è che si nascondesse così tanto). Cioè ce l’hai con Dalla e lo paragoni a Berlusconi, però si deve capire che ce l’hai anche con Berlusconi, però con Dalla di più, ecc.

Dunque la sessualità di B. è “oziosamente perseguita” “per una faccenda, massimamente, di un paio di mesi”. Busi finge di non sapere che B. non è stato indagato (e assolto) per aver trescato con una minorenne, ma perché sospettato di aver fatto pressioni su pubblici ufficiali per farla liberare; di aver lasciato che la Minetti la consegnasse a una signora che forse si prostituiva; insomma Berlusconi era a processo perché accusato di aver favorito l’eventuale prostituzione di una minorenne; qualcosa di un tantino più grave di aver passato qualche lieta ora con lei. Busi finge di non saperlo ma lo sa benissimo: e allora alza ancora di più la voce, dice che tanto per strada le prostitute sono tutte 16enni (sul serio?) e che comunque ci sono un sacco di baby gang di 14enni che fanno di peggio (quante?) e tenetevi forte: queste baby gang sono organizzate da genitori “vampiri pedofili sfruttatori dei loro estimatori”. Qui Busi forse si accorge di essersi spinto un po’ troppo in là, perché ci sono cose che ancora non passano nemmeno tra i lettori di Dagospia, e tra queste probabilmente la compassione per i poveri estimatori di gangster 14enni che li ricattano. Quindi si corregge immediatamente: “ben gli sta” (a questi estimatori ricattati). Da lì in poi va avanti per inerzia, non si sa nemmeno più cosa stia scrivendo: “dovrebbe essere un reato da depenalizzare”: il ricatto? lo sfruttamento della prostituzione minorile? boh. Tanto poi decidono i giudici ammanicati coi politici è tutto un magnamagna. Aldo Busi, 2015.

Triste però.

C’è una cosa che succede ogni anno ai primi di marzo, di cui non vado tantissimo fiero. Tutti si ricordano Dalla, ascoltano pezzi di Dalla, e si mettono a cercare on line post che parlino di Lucio Dalla. E trovano il mio, che piano piano sta diventando uno dei contenuti più letti di sempre. Non è che sia un post particolarmente ispirato; però funziona, e ogni anno mi porta qualche contatto in più. Non è una questione di soldi. Non mi ci rifaccio nemmeno del caffè alla macchinetta. Però funziona: la gente cerca Dalla e trova qualcosa che ho scritto io.

Quest’anno Busi ha un romanzo da vendere, e così ai primi di marzo si mette a litigare su Dalla. “Uno zero come tanti, non isolato, però di panza, panza molto capiente in fatto di mercato e quindi di ogni specie di santi in paradiso, a destra, a sinistra, dove più fa comodo a entrambe le parti una e trina e, se occorre, doppia, sdoppiata, rasente e anche in absentia per accordi tra collusi al business del consenso”. Potrebbe anche avere qualche argomento, non scrivesse così cane. Lo scandalo di Busi è che Dalla – di cui si dà per scontata l’omosessualità – non abbia mai difeso i diritti dei gay. Gli sarebbe bastato fare un coming out al momento giusto, e se n’è guardato bene. D’altro canto, è giusto pretendere da una persona una condotta pubblica coerente con la propria sessualità privata? Non è l’ultima frontiera del perbenismo? Chi lo sa.

Io so solo che Busi scrive da cane, e lo fa apposta. Come se fosse il primo a crederci poco, e a coprire i dubbi coi guaiti.

Il Dalla, abile facitore e propalatore di marcette populiste, omosessuale rinnegatore di se stesso non certo a letto ma dove conta affermarsi se si ha il talento della libertà da diffondere dando il buon esempio, cioè sulla pubblica piazza, e menefreghista doc, non ha fatto niente per i diritti civili, quindi remandovi scientemente contro, dei più deboli, tra cui quei cittadini cosiddetti gay e lesbiche che tuttora in Italia sono visti come degli appestati dalla clericalissima e corrottissima classe politica dominante che premia i “diversi” se si attengono al ruolo di macchietta o di “discreto” e “insospettabile”, che della macchietta è la ridicola esaltazione piccolo borghese ovunque, televisione, parlamento, spettacolo, Chiesa, imprenditoria, sport e, ovviamente, nel giornalismo anche più impegnato (anche se, per quanto a schiena dritta, si direbbe impegnato a raddrizzare le zampe ai cani tanta è la paura dell’omosessuale occulto di venire azzoppato lui: perché chi parla di politica e di etica civile senza esprimersi sul motore stesso dell’economia, cioè sulla propria inconfessabile sessualità e sui suoi fantasmi desideranti o rimossi o frustrati o vissuti di nascosto anche da se stesso, non ha ancora detto nulla in tema di politica e di riforme e di cambiamento che valga la pena di ascoltare, tesi centrale del mio ultimo e imminente romanzo). […]
Spero almeno che tanta fatica sprecata serva a fare un bel po’ di pubblicità anche al mio romanzo: è proprio bello, divertente, sessuale, logico, compassionevole, avveniristico, anticlericale e di quella sana oscenità pagana di una volta, e non c’è niente di paragonabile in giro in libreria, figuriamoci sui giornali, uno si rifà proprio la bocca e i sensi tutti.  Bella forza, m’ha detto uno che ha avuto il privilegio di leggerlo in anteprima, l’hai scritto tu.

dialoghi, omofobie, racconti, scuola

La scuola dell’amore (non passerà!)

(Notate prego la pubblicità progresso in cima).

Sul sito di una rivista un tempo autorevole, Famiglia Cristiana, è comparso il “decalogo per difendersi” dal “gender a scuola”, di un Forum delle associazioni dell’Umbria. È un testo abbastanza esilarante, ma chi non è pratico di cose di scuola rischia di perdersi gli aspetti più buffi della cosa. Così ho pensato di fare cosa gradita pubblicandone ampli stralci, con le mie glosse.

(Racconti del mese, novembre)

Cosa fare prima di scegliere la scuola per i vostri figli  1. Prima dell’iscrizione verificate con cura i piani dell’offerta formativa (POF) e gli eventuali progetti educativi (PEI) della scuola, accertandovi che non siano previsti contenuti mutuati dalla teoria del gender. Le parole chiave a cui prestare attenzione sono: educazione alla effettività, educazione sessuale, omofobia, superamento degli stereotipi, relazione tra i generi o cose simili, tutti nomi sotto i quali spesso si nasconde l’indottrinamento del gender. Ricordatevi che i genitori sono gli unici legittimati a concordare e condividere i contenuti di una seria e serena educazione alla affettività dei per i loro figli , rispettandone la sensibilità nel contesto del valore della persona umana

Non ho ben chiara cosa sia la “teoria del gender”, ma l’educazione sessuale in scienze si fa alle medie; vorresti che la prof di scienze smettesse di parlare degli organi riproduttivi? Parlane con i genitori più islamici, potreste scoprire di avere molte cose in comune. Quanto all’educazione all'”effettività”… probabilmente intendevi “affettività”… mi spiace deluderti ma è praticamente in tutti i POF; se in qualche POF non c’è, è perché se la sono dimenticata o semplicemente la danno per scontata. Hai dato un’occhiata al libro di lettura di tuo/a figlio/a? C’è sempre una sezione sulle emozioni e l’affettività. In tutti i volumi. In tutti gli anni. La fanno anche nell’ora di religione cattolica (nella quale quasi sempre non si fa religione cattolica, il che è molto interessante). Secondo me la fanno persino nelle scuole cattoliche, anche se per farti piacere probabilmente si inventeranno un nome diverso. Ma sarà sempre affettività. L’unica tua chance è educare i vostri figli sanissimi in casa, probabilmente senza inutili lezioni sulle emozioni imparerà un sacco di cose in più.

2. Durante le elezioni dei rappresentati di classe esplicitate la problematica del gender e candidatevi ad essere rappresentanti oppure votate persone che condividano le vostre posizioni in materia . In ogni caso tenetevi informati con gli insegnanti, i rappresentanti di classe e di istituto per conoscere i n anticipo eventuali iniziative formative in materia di “gender”

Ti prego, fallo. Alla prima elezione dei rappresentanti di classe, quando sarete più o in meno in tre, prendi la parola e invece di fare domande e proposte sulla visita di istruzione, o sul calendario dei colloqui coi genitori, o sull’erogatore delle merendine o qualsiasi altro problema concreto, comincia a parlare di gender. Chiamalo proprio così: gender. “Se mi eleggete rappresentante prometto che mi preoccuperò di conoscere in anticipo eventuali iniziative formative in materia di gender“.
Il trenta per cento non capirà quello che stai dicendo.
Un altro trenta per cento concluderà che sei gay e ti interessano tanto le loro problematiche.
L’altro trenta per cento sei tu.
È assai probabile che tu vinca le elezioni, semplicemente perché hanno capito che hai voglia di fare il rappresentante e loro no. Ché poi se sei gay son fatti tuoi, basta che fai il rappresentante.

3. Controllate ogni giorno quale è stato il contenuto delle lezioni e almeno una volta a settimana i quaderni e i diari scolastici, parlandone con i vostri figli. Non siate in alcun modo pressanti verso i figli ma siate coinvolgenti e attenti al loro punto di vista, pronti a render ragione della vostra attenzione.

Come ben sapete, se c’è una cosa che i vostri figli sanissimi non vedono l’ora di fare una volta tornati a casa dopo cinque ore di scuola, è subire l’interrogatorio da un sollecito genitore che vuole sapere Cosa hai fatto Di cosa hai parlato In cosa ti hanno interrogato. È sempre così coinvolgente. Soprattutto se gli “rendete ragione della vostra attenzione”.
“Avete parlato di gender a scuola oggi?”
“No”.
“La prof di scienze non vi ha parlato di gender?”
“No”.
“Il prof di italiano non voleva discutere di gender?”
“No”.
“E di cosa avete discusso?”
“No”.
“Ma in cinque ore avrete ben…”
“Mamma NON ABBIAMO PARLATO DI GAY, OGGI, VA BENE?”
“Non parlarmi con quel tono”.
“QUANDO PARLIAMO DI GAY TI AVVERTO IO, OK?”
“Io lo faccio per il tuo bene”.
“CRISTO MAMMA DOMATTINA VADO DAL PROF E GLIELO CHIEDO. GLI CHIEDO SE CI PARLA DEI GAY. COSI’ SEI CONTENTA”.
“Non bestemmiare, non…”
“SE IL PROF NON NE SA UN CAZZO MI INFORMO IO, VADO ALL’ARCIGAY, CE L’AVRANNO BENE DEL MATERIALE INFORMATIVO. BASTA CHE LA PIANTI MAMMA”.
“Ma perché ti comporti così? Sempre il contrario di quello che ti chiedo. Non capisco”.
“PERCHE’ SONO UN FOTTUTO ADOLESCENTE, MAMMA! Ci comportiamo così, non lo sapevi?”
“No”.
“Ma non l’hai fatta educazione all’affettività alle medie?”

4. Visitate spesso il sito internet della scuola per verificare che il gender non passi attraverso ulteriori lezioni extracurricolari (es. Assemblee di istituto o altre attività straordinarie ).

“Beh, senti questa. Sai che gestisco il sito della scuola, no?”
“Dev’essere eccitante”.
“Meglio della vernice che si asciuga. Beh, c’è un IP che tutti i giorni entra nel sito della scuola. Tutti i giorni”.
“Un maniaco”.
“Ma non è tutto. Tutti i giorni fa le stesse query. Le stesse”.
“Ovvero?”
“GENDER”.
“Uhm…”
“SESSUALITA’. ADOLESCENTI. GAY. LESBICHE”.
“Sul sito della scuola”.
“Sul sito della scuola”.
“Hai l’IP?”
“Certo”.
“Perché forse una segnalazione alla polizia postale, hai visto mai…”
“Già fatta”.
“Bene”.

COSA FARE SE LA SCUOLA ORGANIZZA LEZIONI O INTERVENTI SUL GENDER PER GLI STUDENTI

6. Date l’allarme! Sentite tutti i genitori degli studenti coinvolti e convocate immediatamente una riunione informale, aperta anche agli insegnanti

L’ideale sarebbe installare in tutte le case dei compagni dei vostri sanissimi figli un allarme di quelli assordanti, collegato alla vostra abitazione: appena scoprite che la scuola organizza lezioni, GONG! ALLARME GENDER! Fino a quel momento dovrete rassegnarvi a usare uno strumento un po’ meno molesto (comunque il più invasivo a vostra disposizione): il telefono.
“Pronto”.
“Sono Xyx, il rappresentante di classe…”
“Ah, è per la gita di istruzione?”
“No…”
“Perché io già gliel’ho detto alla prof di francese, che novanta euro mi sembrano troppi francamente”.
“È che a scuola è successo un problema…”
“Già gli ho appena sborsato i venticinque del contributo volontario, che almeno la piantassero di chiamarlo volontario visto che non ti smollano finché te li han scuciti, e poi l’assicurazione per la palestra che è volontaria pure quella ma se non paghi tuo figlio non va in palestra.., ma voi rappresentanti ne avete parlato con il preside di questa roba?”
“Ma questa è un’altra cosa, un po’ più grave”.
“Sentiamo”.
“Ecco, la scuola sta organizzando una lezione sul gender”.
“Sul che?”

“Sulla sessualità, l’omosessualità, queste cose…”
“E quanto ci costa?”
“Niente”.
“Niente?”
“Sì, ma è comunque molto grave perché…”
“Signora scusi ma qui ogni volta che passo da quella scuola mi ficcano le mani nel borsello, e lei non l’ho mai sentita, e mi chiama a quest’ora per dirmi che finalmente sono riusciti a organizzare una lezione senza chiedermi un soldo?”
“Mi scusi lei, ma quando mi avete eletta lo sapevate quanto fosse importante per me la tematica del gender”.
“Ma l’hanno eletta in due ma che cazzo vuole da me, mo’ ce la deve far pagare a tutti se suo figlio è gay”.
“Mio figlio non è gay!”
“Guardi che non c’è niente di male”.
“Mio figlio non è gay!”
“A parte quella mania di chiedere tutti i giorni a qualsiasi insegnante quand’è che parliamo dei gay?, Diosanto, renderebbe omofobo anche Vladimir coso, lì, il Lussuria”.
“Non bestemmi”.
“Mi dispiace se l’ho chiamato nel modo sbagliato, non lo seguo molto”.

8. Dopo la riunione informale potrete chiedere la convocazione d’urgenza di un consiglio di classe straordinario per discutere della questione, eventualmente inviando una lettera raccomandata al dirigente scolastico e per conoscenza al dirigente dell’ufficio scolastico provinciale in cui chiedete le stesse informazioni e, qualora tale intervento non sia previsto dal piano dell’offerta formativa, chiedere che sia annullato. 

“Ah, e poi questa è arrivata stamattina”.
“Uhm. Alla cortese attenzione del dirigente scolastico blablà… lezione blablà… sessualità… gender… Ah”.
“Importante?”
“Ma niente, è quel genitore fulminato di terza K che vuole che sospendiamo la lezione sulla sessualità”.
“E perché?”
“Dice che non era nel POF”.
“Ah beh, allora sospendiamo pure il gemellaggio con la Bassa Sassonia”.
“Non c’è nel POF?”
“Lo abbiamo aperto un mese dopo”.
“No ma vabbe’ ma sul piano strettamente tecnico potrebbe anche aver ragione, e poi queste lezioni sulla sessualità, diciamola tutta…”
“La vuole sospendere?”
“Se la sospendo finiamo sul giornale”.
“Magari finiamo sul giornale anche se non la sospende”.
“Ora come ora è meno probabile. C’è un accenno all’affettività nel POF?”
“Altroché”.
“Allora da quella parte abbiamo il culo coperto. Le scrive per favore una rispostina in cui con molta diplomazia le dice picche?”
“Ricevuto”.
“Ma poi cos’ha questa, perché è così ossessionata dai gay?”
“Forse è per via di suo figlio”.
“Che ha suo figlio”.
“Sta venendo a scuola con un boa di piume di struzzo”.
“Ahah, ma è solo per incazzare i genitori, dai”.
“Oppure è il vecchio trucco”.
“Che vecchio trucco?”
“Ai miei tempi dopo sei mesi così li facevamo entrare nello spogliatoio delle ragazze”.
“E voi ci cascavate?”
“No. Era un gioco delle parti. L’idea era che uno disposto a subire le umiliazioni del caso per tutto quel tempo si meritasse comunque un premio”.
“E io mi sono perso tutto questo”.
“Non ha fatto educazione affettiva?”

10. Nel caso in cui la scuola rifiuti di ascoltare ogni vostra richiesta, inviate una raccomandata al dirigente scolastico e per conoscenza al dirigente provinciale in cui chiedete che l’iniziativa sia immediatamente sospesa e comunicate che in caso contrario eserciterete il vostro diritto di educare la prole come sancito dall’art. 30 della Costituzione e che pertanto, nelle sole ore in cui si svolgeranno tali lezioni terrete i vostri figli a casa.

“Cosa c’è scritto su questa giustificazione? Non capisco…”
“(Auff) Ma niente, prof, è mio padre”.
“È scritto piccolissimo… Nizzoli mi presti la lente? Dunque: “in base all’art. 30 della Costituzione…” tuo padre ti ha tenuto a casa in base all’articolo 30 della Costituzione?”
“Per favore, prof, non davanti a tutti…”
“Intendiamo esercitare il nostro diritto di educare… ma non poteva scriverci MOTIVI FAMIGLIARI come fanno tutti? Vedi Nizzoli per esempio… perché eri in ritardo stamattina?”
“Motivi famigliari”.
“Eri al bar, ti ho visto”.
“Mio cugino è cameriere”.

11. Fatevi aiutare dalle associazioni di genitori o dal Forum delle associazioni familiari per ogni azione più decisa quale, ad esempio, la segnalazione al ministero di eventuali abusi oppure eventuali ricorsi al TAR oppure per la redazione di formali diffide.


“Cos’hai detto che c’è scritto nella diffida?”
“C’è scritto che non escludono di ricorrere al TAR”.
“Al TAR? Contro quale atto amministrativo?”
“Non c’è scritto”.
“Cioè adesso il TAR è competente sull’omosessualità?”
“Si sono fatti aiutare dal forum delle associazioni familiari”.
“Apperò. E meno male che si sono fatti aiutare. Sennò ricorrevano all’Aja?”

12. Custodite i vostri figli, alleatevi con loro, fornite loro fin da ora un adeguato supporto formativo e scientifico in base alla loro età così da proteggerli e prepararli a fronteggiare la teoria del gender. Spiegate loro il perché di ogni vostra azione, coinvolgendoli nelle scelte della famiglia. Fate in modo che non si sentano mai soli in ogni vostra iniziativa, ma coinvolgete anche altri genitori e conseguentemente anche altri loro compagni di classe. L’unione fa la forza. Anche in questo caso.

Cara mamma, caro papà.
Ci è voluto molto coraggio per scrivervi questa lettera, che è un po’ il mio coming out.
È qualcosa che mi tengo dentro da anni – insomma, per farla breve, non sono gay. Non lo sono mai stato.
Ho cominciato a scuola soltanto per farvi incazzare – voi eravate impallinati con quelle storie sui gender, e io non vi sopportavo. Mi dispiace avervi fatto soffrire tanto.
Non ho mai avuto rapporti omosessuali in vita mia, per quel che conta. Invece ho avuto qualche ragazza, e soprattutto un anno fa ho incontrato Miriam. Credetemi se vi dico che l’ho amata dal primo momento. Con lei ho condiviso tutto, compresa la decisione di rispettare i nostri desideri e arrivare casti al matrimonio, al quale siete invitati anche voi – venerdì 25. 
Miriam, che vi ama già tantissimo, non vede l’ora di conoscervi, e così i suoi genitori.
A presto,

PS: è un matrimonio musulmano, mi sono circonciso venerdì scorso. Insciallah.

aborto, attivismo, manifestaiolismi, omofobie

Come dar ragione alle Sentinelle

Trentino – Corriere delle Alpi, 5 ottobre
È molto difficile immaginare ormai come sarebbe la mia vita senza social network – senz’altro più piena, più soddisfacente, e chissà quanti libri avrei letto in più eccetera – in particolare credo che questa settimana non avrei sentito parlare delle Sentinelle, un gruppo non particolarmente numeroso o interessante di attivisti pro-life e anti-gay, che a quanto pare si ritrova nelle piazze a legger libri. Svanito l’effetto novità, un tipo di manifestazione del genere è destinato a scivolare nelle pagine locali dei quotidiani, dove senz’altro non me lo sarei andato a cercare: e probabilmente a questo punto me le sarei anche dimenticate, le Sentinelle. 
Invece è da sabato che sento soltanto parlare di Sentinelle sui social network, il che è molto interessante dal momento che come tutti tendo a selezionare, più o meno consapevolmente, i contatti che condividono con me informazioni e sensazioni. Chi continua a farmi sapere quanto siano fasciste le Sentinelle, intolleranti le Sentinelle, stupide e ignoranti le Sentinelle, è una persona che più o meno la pensa come me su tante cose. Nello specifico, considera l’aborto un diritto, e il matrimonio pure, e ritiene che finché quest’ultimo non sarà esteso anche ai gay, essi saranno vittima di una grave discriminazione. Io perlomeno la penso così, e così più o meno la pensa la nuvola di contatti che mi circonda sui social. Ed è da tre giorni che gran parte di questi contatti mi sembrano scandalizzati, piccati, in alcuni casi persino arrabbiati, perché un gruppo di attivisti che non la pensa come loro sta manifestando in alcune piazze nel modo più pacifico possibile.
È come se l’abitudine di circondarsi di persone che la pensano come noi ci stesse in un qualche modo disabituando a convivere con un dato di fatto: là fuori c’è un mondo, che molto spesso (quasi sempre) non la pensa come noi. In particolare l’omofobia delle Sentinelle, per quanto penosa, si attesta probabilmente intorno alla media nazionale: che è poi il banale motivo per cui in altri Paesi i gay si sposano tranquillamente da anni, ormai, e da noi i politici fanno ancora un po’ di fatica a parlarne. Però con le Sentinelle avviene una curiosa inversione: quando sento parlarne sui social, mi sembra quasi che la minoranza siano loro. Insomma, tutti gli danno addosso. Tutti li prendono in giro. Li trovano ridicoli, irridono le loro fisionomie e i libri che leggono, li paragonano a nazisti o mullah, eccetera. Un’altra caratteristica dei social, proprio perché formano comunità più o meno lasche di individui, sono le dinamiche di branco; non importa quanto siamo in pochi, c’è da qualche parte in rete uno spazio in cui siamo la maggioranza, la pensiamo tutti uguale, e quindi possiamo infierire sulla pecora nera. Con le Sentinelle il meccanismo scatta fin troppo facilmente, anche perché pur muovendo da premesse fasciste e omofobe, ostentano in piazza l’atteggiamento più passivo possibile. Si mettono lì in piedi e leggono un libro (va bene uno qualsiasi). Troppo facile prenderli di mira, no? Appunto. Così facile che basta rifletterci appena un po’ per fiutare il trabocchetto. Il tizio che va in piazza, e nemmeno ha uno slogan da comunicare; nemmeno prova a convincerti; si mette lì impalato e sfoglia un libro, che altro sta facendo se non offrirsi proprio al tuo sdegno? E se ti sdegnerai, come in fondo è normale che sia se solo accetti di dargli un po’ della tua attenzione, non gli starai per caso facendo un favore?
Si fanno chiamare Sentinelle, ma funzionano da esche: si mettono in mostra affinché li odiamo, e in breve riescono a invertire il quadro. Non sono più espressione di una maggioranza silenziosa omofoba o antiabortista, ma eroici difensori di una minoranza perseguitata, vilipesa, e sbeffeggiata. Poi, sì, restano omofobi; ma con poca fatica sono riusciti a dimostrare che sono gli altri a odiarli: gli altri, la maggioranza succube dell'”egemonia omosex”. E per farlo è sufficiente passare una mezza giornata in piedi. Non male per un gruppo né particolarmente numeroso né molto interessante. A volte davvero basta avere l’idea giusta. 
Io credo che irridere i propri avversari non faccia avanzare di un passo la lotta per difendere o estendere i diritti civili, e che insomma la migliore risposta alle Sentinelle sia ignorarle. Non mi stupisce che a Bologna si sia fatto l’esatto opposto: nello stemma ideale dei movimenti bolognesi è ormai iscritto il motto “sbagliamo tutto dal ’77”. Reagire al loro silenzio con un silenzio incomparabilmente superiore: mi rendo conto quanto sia difficile, nel momento in cui pure io sto buttando giù 5000 battute sull’argomento. Da una parte c’è la loro esigenza di trasformarsi in vittime, dall’altra il nostro bisogno di sentirci più intelligenti, più liberi, ma anche più tosti – avrete fatto caso a come una certa goliardica arroganza sia il vestito di ordinanza in ogni comunità che prenda forma su un forum o un network. Ma insomma questi arrivano coi loro libriccini e le loro idee sceme, in sostanza ti supplicano di detestarli – e noi siamo troppo furbi, troppo splendidi per non cascarci a piedi pari. 
cinema, Cosa vedere a Cuneo (e provincia) quando sei vivo, finché c'è salute, omofobie

HIV Texas Cowboy

Dallas Buyers Club (Jean-Marc Vallée, 2013).


La recensione su Studio News 24.

Dottore, te lo dico un’ultima volta: posa quella siringa e lasciami andare. Non sono una delle vostre cavie fottute. Non è ancora mutato il retrovirus che si porterà Ron Woodroof nella tomba. Forse avete sentito parlare di Dallas Buyers Club come del film in cui un bellone di Hollywood riscatta un passato di orribili commedie romantiche in serie, perde millanta chilogrammi e si sistema in uno dei ruoli preferiti dalla giuria degli Oscar: il sieropositivo macilento ma non domo. E a questo punto magari in voi sta già suonando un allarme: film ricattatorio, buoni sentimenti, moribondi che si abbracciano con soprani in sottofondo. Disattivate quell’allarme. Dallas Buyers Club è un western. E Matthew McConaughey (che è sempre stato un ottimo attore; purtroppo le commedie romantiche pagano di più) è un vero Texas cowboy a cui puoi togliere tutti i chili che vuoi – gliene restano abbastanza per mandarti al tappeto. Gli sguardi che ogni tanto gli riserva il transgender Rayon (Jared Leto, anche lui memorabile) sembrano tradire il punto di vista del regista: troppo facile commuoverci con sieropositivi gentili o raffinati, oggi soffrirete e piangerete per un puttaniere omofobo che puzza di rodeo e vive in una baracca.

 Com’è vero che la morte tira fuori qualcosa di diverso in ogni uomo. All’inizio del film Ron ha un mese di vita e potrebbe benissimo spenderlo in coca e spogliarelli. E invece lo ritroviamo in biblioteca davanti a un lettore di microfilm (la postazione internet degli anni Ottanta). Da spacciatore di sostanze “non approvate” a uomo d’affari, contro un nemico che è sempre meno l’Aids è sempre di più lo Stato, l’odioso tiranno che impedisce a ogni buon cittadino di curarsi e arricchirsi come vuole. Ron è talmente texano che a un certo punto chiede un’ordinanza restrittiva per il governo federale –  gli Stati Uniti d’America devono stare lontani dal suo motel! (continua su +eventi!)

cinema, Cosa vedere a Cuneo (e provincia) quando sei vivo, omofobie

L’impero del Kitsch


Dietro i candelabri (Behind the Candelabra), Steven Soderbergh, 2013.

In un universo parallelo, il giovane Silvio Berlusconi un giorno si è imbarcato per una crociata più lunga delle altre e non è tornato a casa. Costretto a sostituire il fido Confalonieri al piano, si è arrabattato trasformando ogni concertino in uno spettacolo, ogni difetto di esecuzione in una gag; perfezionando nel frattempo anche l’arte di stordire gli ascoltatori di barzellette e chiacchiere tra un numero e l’altro. Una volta sbarcato negli USA, lo aspettava altra gavetta nel circuito dei saloon e dei bordelli: poi gli è capitato di fare un po’ di storia della televisione (è pur sempre Silvio Berlusconi), e alla fine si è fermato a Vegas: il primo grande artista a far sgorgare dollari dal deserto. L’oasi delle slot divenne la capitale del suo impero del kitsch: massaie di cinquanta Stati venivano a toccargli il parrucchino, e a constatare che a differenza di tutti gli ex divi della tv in bianco e nero, lui non invecchiava: aveva soltanto messo fuori i colori, e che colori. In un universo non troppo parallelo, Silvio Berlusconi ha un segreto che non è esattamente quello di Dorian Gray: si tiene giovane macinando carne giovane, attirando timidi ragazzini con regali e promesse di gloria, suggendo loro la linfa vitale, per risputarli poi sul marciapiede, involucri vuoti ma segnati per sempre nell’animo e nella plastica del viso. Nel nostro universo invece Silvio Berlusconi ha fatto l’imprenditore e noi ci siamo persi un artista, un entertainer, un personaggio favoloso. Consoliamoci con Liberace.

Perdonate il curziomaltesismo – e dire che quella lunga epoca in cui ogni film era uno spunto per parlare di B. sembrava esaurita: ma poi a due settimane dalla decadenza arriva anche in Italia il Liberace di Soderbergh, e di fronte all’incredibile consistenza bavosa del personaggio impersonato da Michael Douglas, qualsiasi sforzo di tenere lontano il pensiero di Berlusconi e delle sue ragazze di Casoria o Casablanca risulta vano… (continua su +eventi!)

cinema, Cosa vedere a Cuneo (e provincia) quando sei vivo, Francia, migranti, omofobie, sesso

L’amore non è mai stato così blu


La vita di Adele (Abdellatif Kechiche, 2013; palma d’oro a Cannes).

La recensione su Studio News 24.

Un giorno Zeus ed Era stavano litigando su chi traesse più piacere dall’atto sessuale, se l’uomo e la donna, quando ebbero un’idea: chiediamo a Tiresia, è l’unico che possa sapere come stanno le cose davvero, per via dei suoi trascorsi transessuali. Quando uccise una serpentella che copulava col suo partner, lo punimmo rinchiudendolo per sette anni in un corpo femminile: lui lo saprà chi dei due gode di più. E dicci quindi, Tiresia, quale orgasmo hai preferito?

Tiresia non usò mezzi termini: nove decimi dell’orgasmo spettano alla donna, punto. Maledetto Tiresia, hai svelato il nostro segreto! disse Era, e per punizione lo accecò. Così almeno non avrebbe fatto il regista. La vita di Adèle è il terzo film a tema lesbico che guardo in un mese (e non mi sto annoiando). Di tutti è il più sfacciato. Kechiche si è accomodato nell’esile storia a fumetti di Julie Maroh svuotandola dall’interno, suggendola come un’ostrica, senza fingere nessun rispetto per tematiche e personaggi. A capirlo bastano le primissime scene: siamo in un liceo, ragazzi e ragazze ripassano un romanzo di Marivaux che col fumetto non c’entra assolutamente nulla. Ma Kechiche ha già provato con la Schivata a sovrapporre la retorica fiorita del drammaturgo settecentesco francese ai silenzi impacciati dei liceali di banlieue. Marivaux ha scritto il Paesan rifatto, ha composto commedie in cui i servi fingono d’essere i padroni e viceversa; Marivaux racconta di oneste fanciulle di campagna che finiscono in città, abbandonate agli azzardi del caso e dell’amore. Kechiche è un cinquantenne etero il cui amore per la cultura francese è pari soltanto alla sua diffidenza per la spocchia degli ambienti culturali francesi. La fatica di crescere lesbiche nella Lille degli anni Novanta non è che gli interessi più di tanto, e non finge nemmeno d’interessarsene, questo è in fondo apprezzabile: Kechiche lo sa di essere un intruso in una storia che non lo riguarda, e gli piace. Per girare tre o quattro scene di sesso Kechiche reclude per settimane sul set due giovani attrici che all’inizio nemmeno si conoscono, e pretende che si masturbino a comando. La più grandicella è erede di due dinastie di produttori cinematografici francesi. Kechiche è un regista di origine tunisina che si è fatto da solo, e ora sul set ha il corpo di Léa Seydoux a sua disposizione. Se conosci tutti questi dettagli, quando vai a vedere la Vita di Adele hai paura che non riuscirai a seguire la storia, che vedrai il riflesso del rancoroso paesan rifatto Kechiche in ogni occhio lucido d’attrice. Poi si spengono le luci, e scopri che c’è ben altro.

C’è che a un certo punto della lavorazione – molto presto – Kechiche deve essersi innamorato della 19enne Adèle Exarchopoulos… (continua su +eventi!)

ho una teoria, omofobie, preti parlanti

Chi sono io per giudicarvi, depravati

Non è che uno debba fare il bastian contrario per forza, anche se sui blog funziona. Se papa Francesco piace a tutti, probabilmente ha ragione lui. Essere simpatici non è una virtù secondaria, specie quando si dirige un’impresa che ha obiettivi universali. Se il tema della povertà funziona, se desta l’interesse del pubblico molto meglio della lotta al relativismo su cui s’impantanò Benedetto XVI, tanto di cappello a chi ha saputo annusare il vento nel momento in cui cambiava. Certo, nel frattempo la Chiesa continua a essere un’organizzazione ricchissima e opacissima, ma bisogna aver pazienza, Roma non si è costruita in un giorno e anche il Vaticano non è che si possa riordinare in pochi mesi. Nel frattempo il papa Francesco parla – che altro dovrebbe fare – e gli basta poco più di un “signori e signore buonasera” per incassare il sostegno di intellettuali e laici insospettabili. Bastava davvero così poco per farsi amico un Cacciari? Una bella faccia sorridente e il bagaglio a mano?

Un papa popolarissimo non è una novità; ne abbiamo già avuto uno per più di vent’anni, e sappiamo che lo status di superstar internazionale non ti rende necessariamente più progressista, anzi. Giovanni Paolo II ha organizzato tante adunate e concerti, e su contraccezione o divorzio o qualsiasi altro argomento non ha ceduto un’unghia. Non c’è dubbio che in giro ci sia tanta, tantissima voglia di un papa rivoluzionario, e di rivoluzione in generale. Che in un momento di crisi generale molti laici aprano un credito a un nuovo pontefice non sorprende, la speranza è merce rara. Che ci voglia credere pure qualche gay è comprensibile, non è che debbano essere tutti per forza militanti laici. Ma che abbocchino gli intellettuali, ecco, questo è triste. In fondo a cosa servono, se non a fare un po’ di controcanto, a smontare la retorica che trasforma ogni gesto e parola banale in un’epifania?

Che un papa sappia girare intorno ai concetti fino a trasformare una condanna all’omosessualità in una parola buona sui gay, non sorprende (continua sull’Unità, H1t#191): è un vescovo, un prete, un professionista della comunicazione; possiamo persino ammirare il gesto tecnico, come i tifosi che applaudono quando un avversario fa un dribbling favoloso. Ma possibile che non ci sia stato un solo giornalista, un vaticanista, un filosofo, che di fronte alla domanda retorica “chi sono io per giudicare” non gli abbia risposto con l’unica risposta sensata? Chi sei tu per giudicare? Sei il papa, il vicario di Cristo, ciò che leghi resterà legato, ciò che sciogli resterà sciolto (Matteo 18,18), dietro di te c’è l’emblema del Vaticano con le chiavi del paradiso, che significano appunto che sta a te, all’organizzazione che presiedi, stabilire chi ci va e chi no; e di conseguenza chi va all’inferno e chi no. E siccome un tuo predecessore ha fatto scrivere sul Catechismo che le relazioni omosessuali sono “gravi depravazioni” (2357), “la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati», sono contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale, in nessun caso possono essere approvati”, beh caro Francesco, non schermirti: se non li giudichi tu, allora chi?

Lo so, tecnicamente il giudizio spetta a Cristo, tu più che un giudice sei un avvocato. Però vale la pena di ricordare che la tua linea di difesa prevede che tutti i gay cattolici del mondo si dichiarino casti (2358: “Le persone omosessuali sono chiamate alla castità”). È sempre stato così, non è cambiato niente. Poteva dircelo anche Ratzinger. Ma se ce l’avesse detto il pastore tedesco, con le medesime parole, probabilmente in prima pagina ci sarebbero andati titoli diversi. È così che funziona l’economia della popolarità, ormai lo sappiamo. Magari nel nostro piccolo possiamo provare a opporci. Non per il gusto di fare i bastian contrari per forza. Ma altrimenti a cosa serviamo? http://leonardo.blogspot.com
omofobie, santi

Il vescovo in guêpière

Brancati
Brancati is not amused.

16 luglio – San Vitaliano di Capua (VII sec.), un vescovo molto distratto.

A San Vitaliano capitò, verso la fine del settimo secolo, di svegliarsi molto presto, come tutti i giorni, per il servizio mattutino; di intonare i salmi in cattedrale con gli occhi probabilmente ancora incispati di sonno; e di cominciare a udire, negli intervalli tra inno e responsorio, qualche risolino sempre meno imbarazzato, finché non capì che stava succedendo qualcosa di veramente terribile; e solo in quel momento aprì gli occhi davvero; e solo in quel momento si accorse che era vestito da donna.

Da donna come?

La leggenda non lo dice! e quindi siamo liberi di sfrenarci: reggicalze, guêpière, eccetera. Anche se più probabilmente era un semplice sottanone: ma siamo nel settimo secolo, quasi ottavo, qualsiasi indumento femminile in quella situazione sarebbe risultato piuttosto conturbante. Bisogna anche dire che il mattutino si cantava molto presto: prima dell’alba. Con tutto questo, per arrivare vestiti da donna in cattedrale ci vuole una certa disattenzione. Vale la pena di ricordare ancora una volta che il travestitismo fu ritenuto per tutto il medioevo un peccato gravissimo (carnevale a parte), e che a Giovanna d’Arco alla fine bastò mettersi in pantaloni per farsi bruciare come eretica. In seguito Vitaliano riuscì a dimostrare che si era vestito così a sua insaputa: alcuni suoi nemici, preti invidiosi che mal digerivano la sua popolarità presso i fedeli capuani, gli avrebbero sostituito nottetempo i paramenti sacri con abiti femminei; Vitaliano poi era uno di quelli che al mattino si vestono alla cieca, senza neanche accendere il lume, e così… in fondo sempre gonne sono, no? Devo dire che non è così implausibile. Meno di un vescovo col fetish degli indumenti femminili? Non saprei.

La prima reazione di Vitaliano fu darsela a gambe in direzione Vaticano, dove il Papa lo avrebbe senz’altro capito e sostenuto… (continua sul Post).

omofobie, santi

Melón y jamón

26 giugno – San Pelagio martire, trofeo di guerra

E adesso gli tagliate la gamba destra grazie.“Rodrigo!”
“Mio signore…”
“Come sta il prigioniero?”
“Neanche un graffio, mio signore”.
“Vorrei anche vedere, sai che ne risponderesti con la vita. Ma il morale?”
“Mi pare piuttosto spaventato”.
“Sì, eh?”
“Sta sempre nell’angolo della tenda, non vuole dare le spalle a nessuno”.
“Chissà per chi ci ha presi. Quanti anni avrà, secondo te?”
“Anche quattordici. Questi mori sono precoci”.
“Ma quale moro e moro, non l’hai visto? È biondo”.
“Dicevo gli occhi”.
“Gli occhi, già. Portalo qui, Rodrigo”.
“Chiamo il bardo?”
“Ma che bardo e bardo, servi una cena leggera piuttosto”.
“Subito”.

***

“Vieni avanti, vieni, non aver paura. Come hai detto che ti chiami?”
“Non ho detto niente, signore”.
“E dimmelo adesso”.
“Alì”.
“Figlio di?”
“Ibn Mohammed”.
“E ti pareva. E Mohammed era figlio di?”
“Alì”.
“Certo che voi infedeli, con rispetto, ma ci avete una fantasia coi nomi che non riesco a capire come possano le vostre madri riconoscervi…”
“Signore, abbiamo un solo Dio, e un profeta. Forse è per questo che abbiamo pochi nomi”.
“Ma senti il paggetto teologo, sentilo. Stai insinuando che noi cristiani abbiamo tanti nomi perché siamo idolatri? Anche noi abbiamo un Dio solo”.
“Ma ha fatto un figlio, a quanto mi risulta”.
“Ma senti che boccaccia. Lo sai che potrei farti frustare? Lo sai? Qua fuori ho tutti gli strumenti all’uopo, e i miei uomini non vedrebbero l’ora di sentire le urla di un infedele che…

Toc toc.

“Che c’è?”
“Mio signore, la cena”.
“Ah già, porta qui. Cos’hai?”
“Melone e prosciutto”.
“Melone e… ma sei fuori di testa? Ma ti pare il caso?”
“Mio signore, è tutto quel che c’è in cambusa, io pensavo che…”
“Pensavi, tu pensavi, ma lo vedi il ragazzino? Ma secondo te lo mangia il prosciutto, uno così?”
“E perché no, signore?”.
“Imbecilli. Sono circondato da imbecilli. Perché è un saraceno, razza di capra di Mursia!”
“Mio signore, con rispetto, ma… è un prigioniero”.
“E allora?”

“Scusate…”
“Che c’è, ragazzino”.
“Se non è un problema, io mi contento del melone”.
“Vede signore? Si contenta del melone”.
“Non abbiamo altro?”
“In questo momento no, finché non arriviamo a Toledo…”
“Uff, Toledo. Sparisci”.

***

“Ti piace il melone?”
“Molto”.
“Devi scusare il mio servo. È un imbecille. Ce n’è parecchi, qui. Questo è il motivo per cui la Riconquista va per le lunghe, sai”.
“Perché ci sono troppi imbecilli?”
“Altrimenti avremmo già espugnato Cordova da cinquant’anni e rispedito tutti gli infedeli al di là del mare. Voglio dire, che ci vuole. Fosse per me la faccenda si sistemerebbe in una primavera. Assedi Cordova in febbraio, Granada in marzo, e… ma non voglio rivelarti i miei piani”.
“Non sarei comunque in grado di capirli, signore”.
“Hai la risposta pronta, tu. Mi piaci. Voglio dire, mi piace come rispondi”.
“Non mi frusterete?”
“Magari sì, ti frusterò, adesso vediamo, per ora mangia. Vedi Mohammed… posso chiamarti Mohammed?”
“Mi chiamo Alì”.
“Alì, già. Vedi, vorrei che tu sapessi che anche se adesso ti può sembrare tutto orribile, la prigionia, le torture eccetera… vorrei che capissi che ci siamo passati tutti – a chi non è capitato di essere dato in ostaggio, o di essere rapito in una scorreria…”
“Avete impalato mio padre”.
“Tuo padre, lasciatelo dire, era un rompicoglioni che mi assillava dai tempi di Segovia. Aveva sgozzato mio cugino. Non che mio cugino non fosse anche lui un imbecille, anzi, avessi potuto scegliere tra i due non so chi avrei fatto fuori prima. Però adesso non cercare di impressionarmi con tuo papà impalato. Siamo in guerra, queste cose capitano”.
“Esiste solo la guerra?”
“Che io sappia sì”.
“Ma quando è cominciata?”
“Niente, qualche secolo fa gli infedeli sono arrivati per mare, han cacciato i Visigoti da tutta la Spagna tranne qualche castellaccio nelle Asturie, dopodiché…”
“Io avevo sentito dire che cominciò quando gli asturiani invasero il Califfato”.
“Eh, eh, certo, come no, siamo sempre noi quelli cattivi che cominciano”.
“Non è così?”
“No, avete iniziato voi. Non potevate starvene di là dal mare?”
“E prima che arrivassimo noi… non c’era la guerra?”
“Ce n’erano altre, contro i Bizantini, i Franchi… ma non è la stessa cosa. Io per dire contro un Franco non mi sarei mica messo a cavallo”.
“E perché?”
“Perché i Franchi sono tipi a posto. Sono cristiani. Tra cristiani ci si può andar d’accordo. Ma gli infedeli sono come i corvi in un campo. O mangi tu o mangiano loro. E loro non coltivano niente”.
“Ma veramente, i giardini di Cordova…” (continua sul Post…)

cristianesimo, omofobie, Pd

Che v’ha fatto Rosy B.

È da un po’ che penso a Rosy Bindi. Non tanto alla Bindi in sé, ma a quello che è diventata la Bindi, negli ultimi anni, nell’immaginario collettivo. Sintetizzando: una brutta persona. Il che è curioso, oltre che naturalmente triste, per un personaggio politico che fino a qualche anno fa godeva di una certa popolarità, e aveva già legato il suo nome a riforme e proposte coraggiose.

A questa character assassination, come dicono gli inglesi, ha collaborato certo l’allegro tesoriere Lusi, ma nell’ultimo anno ci ha messo del suo anche la Bindi, che messa sotto pressione non ha reagito sempre nel modo migliore. Nel momento in cui il dibattito interno nel PD è diventato la rottamazione, pardon, la questione generazionale, la Bindi (senza essere affatto anziana) con alcune sue reazioni non compostissime ha dato diversi argomenti ai rottamatori. Però il mobbing collettivo nei suoi confronti parte da prima. E prosegue.

Anche ieri stavo pensando alla Bindi, quando ancora ignoravo l’exploit della parlamentare m5s che si vantava su Facebook di averla trattata con maleducazione in parlamento. Stavo discutendo con un commentatore che mi invitava a considerare quanto bene abbiano già fatto i m5s: senza di loro invece di Grasso e della Boldrini a presiedere le camere avremmo gente come D’Alema o la Bindi, t’immagini? D’Alema o la Bindi. Quando uno vuole esprimere in sintesi quanto male abbia fatto il centrosinistra in Italia, cita D’Alema o la Bindi. Io ero a tanto così da mettermi a spiegare distesamente perché entrambi sarebbero stati ottimi nomi, magari non simpatici ma molto competenti; senz’altro più di Grasso, che è un’ottima scelta ma dovrà presiedere un Senato senza nessuna esperienza in Senato. Per fortuna avevo di meglio da fare che difendere una causa persa. Giusta, magari, ma persa.

Su D’Alema tagliamola corta. Non mi è mai stato simpatico, non ci ha neanche provato. Ma non avrebbe potuto mai essere candidato a Camera o Senato, siccome non è stato eletto (non si era nemmeno candidato). Altro discorso il Quirinale, da cui però lo allontanano le nomine di due presidenti di centrosinistra. E infatti Grillo sta già chiamando a raccolta ai suoi contro la spaventosa eventualità: così se non si verificherà (come è probabile) potrà cantare vittoria e dimostrare la coesione dei suoi. Del resto, per come stanno le cose MD’A potrebbe farsi monaco, anche Zen, spararsi nello spazio con o senza capsula, seppellirsi in un letto di calcestruzzo sotto la fossa delle Marianne, non ha nessuna importanza. Qualche giornalista o blogger con l’aria saputa continuerebbe a spiegarci che dietro qualsiasi strategia del PD c’è dietro lui, un diabolico piano per diventare sempre più potente, come Goku, e fare dispetti a Vegeta, pardon Veltroni. È il modo in cui hanno scelto di raccontarcela e non sarà mica la realtà a farli cambiare idea, ci mancherebbe. D’Alema in realtà è stato un bravo ministro degli Esteri, ma ha comunque fatto tanti errori nella sua carriera (veramente troppi, considerate la sua intelligenza e la sua competenza) e se a questo punto la gente lo detesta non val la pena di spezzar lance, è andata così. Ma Rosy Bindi?

(Via Giornalettismo)

Perché la gente ce l’ha con Rosy Bindi?

Non solo gli abitanti della grillosfera, che alla maleducazione istituzionale sono stati, per così dire, pazientemente rieducati. Perché una persona x che vuole additare un piddino biasimevole, una volta su due sceglie l’ex ministro che varò la riforma della sanità, la politica cattolica che, in splendido isolamento, parlava di diritti alle coppie di fatto nel 2006? Ichino è una vittima del terrorismo perché una volta due tizi in una conversazione intercettata fantasticavano di dargli fuoco; la Bindi giovanissima rischiò la vita nell’attentato a Vittorio Bachelet, e di ciò non frega nulla a nessuno. Ce l’hanno tutti con Rosy Bindi. Ma non da tantissimo tempo: è una cosa degli ultimi anni, prima il personaggio godeva anche di una certa simpatia. Allora io purtroppo ho una teoria – meno di una teoria, diciamo un pregiudizio. Nulla mi leva dalla testa l’idea che dietro a questa aggressività sempre meno latente (se ormai spunta anche a Montecitorio), dietro a questo bullismo trasversale, ci sia dietro il solito maschio Alfa: Silvio Berlusconi.

È lui che ha iniziato. I bulletti odierni ovviamente non lo sanno – sono appena arrivati, e poi “non guardano la tv” – però si sa come vanno le cose nei corridoi: se sputano a Rosy come a una vecchia insegnante stronza è perché hanno visto i più grandi prima di loro sputare alla maestra stronza. E i più grandi, qualche anno fa, erano più piccoli e seguivano il Capo. È come con Angela Merkel, la culona inchiavabile. Che risate quando saltò fuori il bigliettino. Che indignazione, anche. Però… che risate. E poi col tempo, e con l’aggravarsi dello spread, anche chi fingeva di prendersela ha cominciato a convenire, nei banchi di dietro, che la tizia tanto chiavabile non fosse. Ahah. Silvio è il Bullo Primo: ridono tutti di lui, però alla fine lo copiano. All’inizio è insopportabile, poi ti ci abitui, poi lo trovi divertente, poi fa tendenza, poi governa per un ventennio, poi ti ritrovi bombardato ed è tutta colpa sua, noi non è che ci credessimo, noi, stavamo soltanto scherzando, noi.

Angela

Io non so cosa votasse la deputata bulletta, prima di incontrare il M5S. Ma per seguire la pista che porta un certo elettorato dal Polo delle Libertà e dalla Lega fino a Grillo non hai che da annusare le frecciatine sull’on. Bindi. Anche se molti per darsi un contegno spruzzano su quest’aggressività un’aria di sinistra: dal 2007 in poi la Bindi è diventata un obiettivo polemico di molti attivisti dei diritti civili a sinistra del Pd o nel PD stesso.

Ma quello è un altro discorso – la guerra tra la Bindi e i LGBT. L’aggressività di quest’ultimi, censurata pure da Ivan Scalfarotto, si potrebbe in parte scusare – dopotutto quella dei diritti civili è una battaglia sacrosanta – se qui non prevalesse la vecchia abitudine a giudicare le azioni dai risultati, e per ora l’unico risultato concreto di costoro è avere offeso Rosy Bindi, fine. Offendendo Rosy Bindi non hanno conquistato alla causa nessun cattolico, il che potrebbe essere un problema in un Paese in cui un Papa, qualsiasi Papa, gode di una luna di miele almeno biennale qualsiasi cosa faccia o dica, compreso Buonasera e Buon Pranzo. Se poi tra un Buona Notte e un Arrivederci ci infila anche un Niente Adozione ai Gay che Comunque Vanno All’Inferno, nessuno se la prenderà troppo. Del resto ora che il PD ha perso le elezioni, del fondamentale dibattito sui diritti civili non frega più niente a nessuno, visto che dei gay in Italia non frega niente a nessuno: l’unico servizio che rendono è mettere in difficoltà il partito ex comunista ed ex democristiano ogni volta che rischia di vincere le elezioni. Se poi Bersani o qualcun altro riuscirà a mettere in piedi un governo, senz’altro l’argomento tornerà d’importanza vitale: ma soltanto finché serve a creare tensioni in un partito che malgrado la robusta componente cattolica ha cercato faticosamente di mettere in agenda il problema.

Rosy Bindi è stata, nel 2006, la cattolica più coraggiosa d’Italia: ha messo il suo nome su una proposta di legge che ben pochi cattolici si sarebbero sentiti di controfirmare. Se la proposta fosse passata nel 2007, oggi le coppie omosessuali sarebbero riconosciute per legge. Non sarebbe stato tutto, ma sarebbe stato già qualcosa, e sarebbe successo sei anni fa. Oggi un eventuale dibattito partirebbe da posizioni molto più avanzate. Quel che è successo invece è che Rosy Bindi è diventata la vittima designata di un tiro al piccione, promosso da attivisti e da leader che piuttosto di procedere faticosamente per gradi, un po’ per calcolo un po’ per istinto (bullistico istinto) hanno preferito arroccarsi nel Tutto o Nulla, sperando che prima o poi le conquiste ottenute altrove in Europa vengano estese all’Italia per contagio. Va bene, è un calcolo.

A volte, non so, mi sembra più intelligente che bella.

Però vedete come funziona col bullismo? Si isola sempre il membro più debole della comunità. Persino i gay – i gay dovrebbero saperne qualcosa, dell’argomento – quando decidono di prendersela con un cattolico, di eleggere un cattolico a obiettivo di riprovazione, scelgono quello sessualmente più indefinibile di loro. Ed è in fondo lo stesso calcolo istintivo del Berlusconi Primo Bullo: Rosy Bindi fa ridere perché è un freak, è un tipo strano, asessuato, mostruoso. Volete mettere con le olgettine?, dice lui. È uno di quei casi in cui capisco di essere rimasto in sostanza un cattolico di campagna, per il quale Rosy Bindi è una persona abbastanza normale, e le Olgettine rifatte a 18 anni, loro sì sono dei freak. Ma è una battaglia persa. La comunità LGBT chiede di essere normalizzata: molti di loro si sentono gay per nascita (il che può essere) e quindi sono convinti che gay si nasca (il che non è detto, non vale per tutti) e che quindi l’omosessualità debba essere definita e compartimentata per legge. Poi si ritrovano davanti Rosy Bindi e qualcosa non torna. La castità nel loro modello non c’è. E siccome il loro modello è l’unico che considerino civile, non possono che pensare che Rosy stia nascondendo qualcosa. Casti non si nasce, non è una condizione di natura come (secondo loro) l’omosessualità. È una condizione artificiale, senz’altro un risultato di un’educazione repressiva, una dissimulazione disonesta. Non può essere il risultato di una libera scelta, perché per molti di loro la sessualità non è una libera scelta: uno nasce in un modo e deve comportarsi in un modo, ne ha il diritto e nessuno può impedirglielo. La Bindi deve fare ad alcuni gay lo stesso effetto che un gay fa a Giovanardi: il risultato di una perversione dei costumi assolutamente da correggere.

C’è una frase in particolare che ha consegnato la Bindi alla riprovazione universale, che ovviamente è possibile ritrovare sulla pagina di Wiki a lei dedicata (dove non c’è traccia del lungo affaire Di Bella, per esempio):

Il desiderio di maternità e di paternità un omosessuale se lo deve scordare. […] Non sarei mai favorevole al riconoscimento del matrimonio fra omosessuali: non si possono creare in laboratorio dei disadattati. È meglio che un bambino cresca in Africa [che in una famiglia di omosessuali].

La maggior parte dei cattolici la pensa così. Il Papa la pensa così – però è un tizio simpatico, vuol bene ai poveri e tifa anche una squadra di calcio, mica te la puoi prendere con lui poverino. Rosy Bindi, unanimemente condannata per aver considerato gli omosessuali genitori peggiori degli africani, ha solo messo la sua faccia sotto questo pensiero così scandalosamente non-contemporaneo. E per questo pagherà, sta già pagando. Da quel che mi sembra di ricordare il paragone tra gay e africani era stato proposto dall’intervistatore: il razzismo della risposta riflette quello della domanda. Per noi contemporanei, che riteniamo i gay assolutamente normali proprio in quanto gay (e cioè determinati dalla loro identità di genere), non ci può essere dubbio: l’Africa è un brutto posto, l’Europa un luogo migliore (dove infatti i diritti dei gay sono riconosciuti), e quindi dire, o anche solo pensare che un bambino africano possa vivere meglio in Africa che in una famiglia gay, è blasfemo. La pensiamo così (anch’io tutto sommato la penso così), è la nostra religione.

Rosy Bindi non la condivide. Per lei si può vivere una vita piena in Europa come in Africa; la differenza non la fa il PIL pro capite, la speranza di vita media, né il rispetto di cui godono le minoranze. I cattolici credono in una vita eterna, e subiscono il mito sempre vivo delle missioni, dove si vivrebbe una fede più pura. Insomma hanno altri parametri, tra cui c’è l’avere un padre e una madre, anche poveri, anche africani; per la Bindi è meglio. La pensa così. E lo dice. Milioni di persone in Italia la pensano così. Se vogliamo ottenere qualcosa, dovremo chiederlo a quei milioni di persone, attivare un dialogo – o aspettare che invecchino, ma salta invece fuori che si riproducono di buona lena. A questo dialogo Rosy Bindi era disponibile. Non avrebbe mai concesso matrimonio e diritto di adozione, ma intanto riconosceva il problema, e ci mise la faccia. L’ha persa.

Alla fine non è così difficile capire perché ce l’hanno con lei. È sola. Rappresenta un progressismo cattolico ormai scomparso dalle parrocchie. Gli altri cattolici non la riconoscono quasi più tale. I non cattolici non capiscono che senso abbia discutere con lei. Probabilmente non ha davvero più senso, è rimasta isolata, in ostaggio di progressisti che a loro volta sono circondati da reazionari. La gente questa cosa non la capisce, la gente la fiuta. Sente l’odore della preda facile, si eccita e accorre in frotta. Siamo fatti così, nasciamo così e a quanto pare abbiamo il diritto di comportarci così.

Rosy Bindi ha anche fatto cose giuste e importanti, ma ormai non ha senso ricordarle. Non ha senso perder tempo a spezzar lance, se ci tieni alla carriera. È spacciata. Per intestardirsi a difenderla bisogna essere dei cagacazzo di bastian contrari senza arte né parte, che non hanno mai capito come si salta sul carro giusto. Presente.

Cgil, omofobie, scioperi, scuola

Facciamo che invecchio un’altra volta

Oggi sciopero. È da un bel po’ che non succede di sabato (forse dal liceo?) Di solito preferisco non parlare di queste cose, ma la storia di questo sciopero secondo me è interessante anche per chi non è del settore.

Io insegno in una scuola media (in realtà adesso si chiamano secondarie di primo grado, ma nessuno riesce a chiamarle così). Quando un mese fa il mio massimo dirigente, il ministro Profumo, buttò lì in una bozza di decreto l’aumento di un terzo del mio orario settimanale (a parità di salario), ottenne due risultati.

Il primo risultato fu che nella bolgia che ne seguì, io scoprii un po’ dappertutto e anche nei commenti di questo blog molte verità sulla mia categoria che ignoravo. Per esempio che siamo tutti una manica di assenteisti che scioperano continuamente, non vogliono essere giudicati per quello che valgono ma si accontentano di accumulare scatti di anzianità, scatti su scatti, come se invecchiare sulla cattedra fosse in qualche modo meritorio. Tutto questo sarà probabilmente vero, anche se intorno a me vedo una realtà ben diversa, ma forse sono troppo vicino per capire il quadro d’insieme. Io vedo colleghi che spesso, tra la  salute e la continuità didattica, scelgono la seconda, col risultato di aggravare la prima. La storiella per cui non vogliamo essere valutati forse deriva dal fatto che i ministri ne parlano da più di dieci anni, di questa benedetta valutazione: ma non hanno mai presentato un progetto concreto. Ne chiacchierano soltanto, nei corridoi. Secondo me in fondo a quei corridoi lì c’è sempre il tesoriere, per cui dopo aver discusso un po’ di quanto sarebbe bello pagare di più i professori meritevoli, quando arrivano in fondo il discorso si interrompe bruscamente, come diceva Leopardi, “all’apparir del vero”: dove li troviamo i soldi con cui premiare i meritevoli? Non li troviamo, anzi dobbiamo tagliarne a tutti, quindi non ha senso perdere tempo a valutarli. Per inciso, fino a qualche giorno fa non c’erano i soldi nemmeno per gli scatti di anzianità, che risultavano bloccati da parecchio tempo.

Il secondo risultato della proposta indecente del ministro Profumo fu che la categoria, finalmente, s’incazzò: e vorrei anche vedere. Non so che lavoro facciate, ma pensate un attimo all’idea di dover lavorare un terzo in più per zero euro in più: ditemi se la cosa può passar liscia. E sì che ormai sembravamo rassegnati a qualsiasi vessazione: contrariamente a quello che credono tutti, non siamo quel tipo di categoria che si mobilita tutti gli anni per qualsiasi cosa. La maggior parte dei colleghi che conosco gli scioperi in linea di massima non li fa, perché non crede nello sciopero come mezzo efficace di lotta, e il peggio è che non sono nemmeno sicuro che abbiano tutti i torti. Lo so che è difficile da immaginare: abbiamo tutti fatto le scuole e gli scioperi li ricordiamo come vacanze inattese e graditissime: eppure per l’insegnante lo sciopero può costituire un grosso disagio. Non è un giornalista, che se chiude il giornale quel giorno lì non lavora. L’insegnante per certi versi è un lavoratore a cottimo, deve arrivare a giugno con tot programmi fatti e tot voti nel registro, e quel che salta nel giorno dello sciopero lo deve recuperare poi.

Comunque persino i più stacanovisti, un mese fa, tentennavano: ci furono assemblee piuttosto infuocate, e i sindacalisti presenti ne approfittarono per segnalare che i comparti scuola di Cisl e Uil (più altre sigle autonome di una certa importanza) si erano già mobilitate per il 24 novembre, cioè oggi. Era un vero peccato che quelli della Cgil non volessero aderire, sarebbe stato il primo sciopero unitario da un bel po’ di tempo. La Cgil in effetti aveva già organizzato uno sciopero in ottobre, e in più aveva aderito a quello europeo di tutte le categorie del 14, per cui probabilmente esitava a domandare ai propri associati un terzo giorno di sciopero in un mese. Però la situazione ai primi di novembre era davvero particolare: si respirava una rabbia del tutto inedita, e l’occasione di riunire finalmente le sigle sindacali dopo anni di scazzi reciproci era imperdibile; insomma, alla fine aderì anche la Cgil. In questo modo finì prevedibilmente per danneggiare la sua stessa mobilitazione del 14, perché molti insegnanti a quel punto scelsero di fare uno sciopero solo e ovviamente scelsero quello di categoria, che tra l’altro cadeva anche di sabato.

Anche questa cosa del sabato merita di essere spiegata. Gli scioperi al sabato in linea di massima andrebbero evitati, sanno di corteo studentesco (con tutto il rispetto per i cortei, ma, insomma, siamo un’altra categoria, appunto). La sindacalista che spiegò la cosa a me disse che il sabato era stato scelto per evidenziare un aspetto importante, e cioè la mobilitazione degli insegnanti della scuola media, pardon secondaria (di primo e secondo grado): quelli minacciati dall’aumento a 24 ore, dal momento che maestri e maestre della primaria le 24 ore le fanno già. E va bene, messa in questi termini poteva avere anche un senso. Inoltre era il primo sciopero unitario da un sacco di tempo, mica vuoi metterti a sottilizzare, no?

Nei giorni successivi le 24 ore settimanali si sono rapidamente sgonfiate; però gli insegnanti ormai si erano svegliati e non si assopivano più. Del resto motivi per protestare ce ne sono infiniti: dico il primo che mi viene in mente, i tagli sul sostegno agli alunni con handicap. Certi ragazzini si ritrovano de-certificati da un anno all’altro: prima avevano un certificato che riconosceva loro un handicap (e un insegnante di sostegno), e all’improvviso non l’hanno più. La conclusione più ovvia a cui giungono molti di loro (famiglie incluse) è che sono guariti. Tocca agli insegnanti spiegare che no, non sono affatto guariti, è solo che la scuola non ha più risorse per loro. Perciò capite che anche a 18 ore settimanali un insegnante può avere buoni motivi, secondo me, per scioperare. Un altro motivo è che gli scatti sono bloccati da un pezzo, e nel frattempo il costo della vita aumenta, ecc. Insomma, lo sciopero è rimasto nell’agenda di molti miei colleghi. Fino a giovedì.

Avete capito bene. Giovedì è successo qualcosa. C’è stata una riunione nella notte, insomma, si è saputo che finalmente si erano sbloccati gli scatti. Una cosa incredibile, nessuno ci credeva davvero, cioè, avremo gli scatti. Per me è un piccolo choc, finalmente qualcuno riconosce che sto invecchiando. Ma psicologia a parte, a quel punto molti esponenti sindacali hanno deciso che erano contenti così. Dopotutto Profumo si era già rimangiato le 24 ore, poi Monti ci ha dato gli scatti, insomma, che altro pretendiamo? Contrordine, al sabato tutti a scuola. Cisl, Uil e le altre sigle autonome hanno revocato lo sciopero, giovedì sera. Aggiungendo disagio al disagio, perché in molti casi le famiglie erano già state avvisate, e magari qualche uscita fuoriporta era stata programmata ecc. ecc.

Ma la cosa più strana, se volete, è che la Cgil alla fine lo sciopero non lo ha revocato. È stata l’ultima organizzazione importante ad aderire, ed è l’unica importante che oggi sciopera. Aveva aderito per ottenere un fronte comune, e alla fine si trova da sola, esposta al tiro al piccione. Per dire, se uno va sul sito della Cisl scuola già da ieri c’è un tale che fa l’offeso perché “ancora una volta chi riesce a ottenere qualche risultato se lo vede contestare da chi, incapace di costruirne di migliori, offre in alternativa soltanto slogan sempre più frusti, privi di sostanza e di prospettiva”, insomma la tregua è durata venti giorni, sono già ripartiti gli stracci.

Sul sito della Cgil invece ci sono un paio di conti. Per dare a tutti gli scatti promessi servirebbero 480 milioni di euro (!). Pare che il governo ne stanzi 86. E i restanti 394? Pare che abbiano deciso di attingere dai fondi d’istituto. Cioè dai soldi che vanno alle scuole. Non so se riesco a spiegarmi. Per aumentare lo stipendio a me, tolgono soldi alla mia scuola. Posso dire che non li voglio, a queste condizioni? Sul serio, ne faccio a meno, cosa mi serve avere in busta qualche euro in più se poi sul posto di lavoro mi tolgono… ma cosa mi possono ancora togliere, esattamente? Abbiamo smesso di fare progetti, ormai. Avrete senz’altro sentito di quel ragazzo che si è tolto la vita a Roma. Gli studenti del suo liceo hanno scritto una lettera in cui si afferma, tra l’altro, che “il Cavour non è mai stato un liceo omofobo in quanto fino a quando i fondi sono stati sufficienti, alcune classi hanno preso parte ad un progetto sulla sessualità organizzato dalla ASL e approvato dal collegio docenti”. Corsivo mio. Ora, magari bastassero i progetti sulla sessualità organizzati dall’Asl, davvero, a eliminare l’omofobia. Però erano tutte occasioni di approfondimento, di discussione, che non si fanno più. Non ci sono più soldi. La famosa carta igienica, non vorrei sempre approfittare del luogo comune, però siamo a questo punto: siccome invecchio mi dai qualche soldo in più, e li prendi dai fondi per la carta igienica. Posso dire che è uno schifo, una presa per il culo, letteralmente, e che non ci sto? Sul serio, facciamo che invecchio un’altra volta, stavolta no, a queste condizioni io resto giovane e oggi sciopero, quasi quasi okkupo pure.

famiglie, futurismi, omofobie, repliche

Ma in quattro non avrebbe proprio senso

(Vuoi perché è estate, tempo di repliche; vuoi perché i rudi panni del sensale di compromessi al ribasso mi stanno stretti, il fine settimana… insomma sono andato a riprendere un vecchio pezzo del 2005, cioè del 2025, insomma, la mia proposta utopica ma serissima per risolvere il problema non solo del matrimonio gay, ma anche del matrimonio etero, che è in crisi fissa da anni, al punto che io ho un po’ paura che estenderlo ai gay sia rifilar loro una sòla che non si meritano; comunque il pezzo eccolo qui).

Il Trimonio spiegato a mia figlia

“Papà-Mac?”
“Sì?”
“Perché la mamma vuole bene a un altro uomo?”

Non era senz’altro ieri sera che mi sarei messo a spiegare il Trimonio alla mia piccola Leti.
Non mentre le cose sembravano filare lisce, tutto sommato. Assunta non si era presentata a cena con una scusa qualsiasi. Apparecchiando, Concetta aveva annunciato a monosillabi che non avrebbe mangiato, perché aveva mal di testa anzi sonno anzi nausea e si ritirava in camera, e i piatti li avrei lavati io. Leti si era subito offerta di aiutarmi, per il grande amore che porta al profumo del detersivo biologico al limone. Così avevamo stabilito che lei avrebbe risciacquato i piatti che le passavo, e intanto avremmo parlato di come vanno le cose a scuola.

Ma Leti non aveva voglia di parlare della sua scuola. Voleva invece parlare del nostro Trimonio.

“Papà-Mac?”
“Sì?”
“Perché la mamma vuole bene a un altro uomo?”

Anche questa doveva succedere prima o poi, ma proprio ieri sera?

“Tesoro, sono cose che capitano ai grandi. Anche tu, quando-sarai-grande…”
“Papà no, quella frase era vietata. Lo avevi promesso!”
“Hai ragione”.
“Tu lo conosci, l’uomo che piace a mamma Sunta?”
“Sì, credo di sì”.
“È il dottore, quello da cui siamo andati per il vaccino, te lo ricordi?”
“Certo”

(Assunta aveva deciso d’informarci della sua relazione un giorno d’autunno che pioveva, e Supernet ogni mezz’ora interrompeva le trasmissioni con paurosi bollettini sull’incredibile virulenza del bacillo influenzale in arrivo dalla Corea, mentre Concetta faceva e rifaceva i conti di casa senza trovare i denari per vaccinare la bambina.
“Conosco un uomo all’Ospedale Maggiore”, aveva detto.
Un uomo).

“Certo che mi ricordo”.
“A me sta simpatico, lo sai?”
“Bene”.
“Papà, ma lui non può venire a stare con noi?”
La piccola, ecco dove voleva arrivare… “No, tesoro, no. Lui non può entrare nella nostra famiglia”.
“Però la mia compagna di banco, l’Elisabetta, lei ce li ha due papà, e vivono tutti e due insieme con lei”.
“E quante mamme ha l’Elisabetta?”
“Una”.
“Lo vedi? Lei ha due papà e una mamma: totale, tre. Tu hai già due mamme e un papà: quanto fa?”
“Fa sempre tre”.
“Certo, per questo si chiama Trimonio. Ognuno deve avere tre genitori, questa è la regola”.
“Ma perché proprio tre?”
“Tesoro, tre è il numero perfetto. Vedi, una volta, quando il Trimonio non c’era, la gente era triste, le famiglie nascevano e morivano in un niente, i papà e le mamme si litigavano i bambini, tutta un’enorme confusione senza senso, mi segui?”
“Sì”.
“Finché un giorno un gruppo di persone, che si riuniva in segreto per cercare di risolvere i problemi del mondo, decise di studiare con attenzione la faccenda e cercare di proporre delle soluzioni nuove. Qualcosa a cui nessuno avesse pensato prima”.
“Chi c’era questo gruppo di persone?”
“Tesoro, nessuno lo sa. Si trovavano in segreto, appunto”.
“Ma tu non c’eri?”
“No, beh, io… andavo e venivo, portavo il carrello con le paste. Ma è stato tanto tempo fa, sai. Insomma, questo gruppo di persone, che sono i fondatori del Teopop, decisero di consultare un uomo molto intelligente. Gli dissero: abbiamo grossi problemi coi rapporti di coppia. Gli uomini e le donne non fanno che litigare, e poi ci sono anche uomini che vogliono stare con altri uomini, e donne che vogliono stare con altre donne, e questi uomini e queste donne vogliono ugualmente crescere dei bambini, il che ci pone altri problemi di natura etica che non abbiamo più voglia di porci, perché sono irresolubili e in definitiva una gran perdita di tempo; potresti risolverci tutte queste complicazioni, e farlo in fretta, per favore? Perché noi tra una settimana facciamo un colpo di stato e andiamo al potere”.
“Cosa vuol dire colpo di stato?”
“Scusami, non importa. L’importante è che questo uomo molto intelligente, che si chiamava Arci…”
“Quello che faceva gli esperimenti con te?”
“Proprio lui. Be’, lui ci pensò su una mezz’oretta e poi disse: avete mai pensato che forse il problema è la coppia? Perché non proviamo a inventarci qualcos’altro, qualcosa di più stabile? La coppia è un concetto incerto, traballante, come la bicicletta, se non è in movimento cade. Non è molto più stabile il triciclo?”
“Cosa c’entra il triciclo, papà?”
“Era un esempio per spiegare la grande differenza che c’è tra una Coppia e un Trimonio. La Coppia deve sempre sorvegliare il suo equilibrio; il Trimonio invece è stabile, perché è sorretto da tre persone, come le ruote di un triciclo, e se una delle tre persone ha problemi, ce ne sono ancora due su cui si può contare. All’inizio però la gente non ne voleva sapere”.
“Perché?”
“Sai, la gente non si fida delle cose nuove. Dicevano: da che mondo e mondo si è sempre fatto in due. E Arci rispondeva: ma guardatevi attorno, signori. Non vi è mai venuto in mente che da che mondo e mondo si è sempre fatto male, che sarebbe ora di provare a fare un po’ meglio? Ma loro scuotevano la testa e dicevano: se aumentiamo le persone in una famiglia, aumenteranno anche i litigi”.
“E lui cosa rispondeva?”
“Lui spiegava che i litigi di coppia sono i peggiori, perché si è sempre uno contro uno, e nella maggior parte dei casi uno deve cedere di sua spontanea volontà, e questo alla lunga lo avvelena. Mentre quando si è in tre o più, i litigi sono più facili da contenere, perché, per esempio, si può votare, e ci sarà sempre una maggioranza e una minoranza; oppure, molto spesso quando due litigano la terza persona cerca di rimetterli d’accordo”.
“Come tu con le mamme?”
“Sì, vedi. Probabilm se avessi una sola mamma, e lei non fosse qui ora, io sarei molto arrabbiato con lei”.
“Come mamma Cetta”.
“Ma siccome mamma Cetta è già molto arrabbiata, io sono portato a sentirmi meno arrabbiato di lei, perché devo stare nel mezzo. Arci questo lo capiva, ma gli altri non gli credevano. Gli dicevano: non puoi generalizzare queste cose”.
“E lui?”
“E lui rispondeva, perché no? Anche voi non fate che generalizzare i rapporti di coppia, perché io non posso generalizzare quelli in tre? Solo perché non si sono ancora visti? Ma appena si vedranno, sembreranno naturali e imperfetti come se fossero sempre esistiti. Altri gli dicevano: ma noi siamo cristiani e la Bibbia non lo permette”.
“Davvero?”
“Macché, infatti lui rispondeva: la Bibbia è un libro molto grande, sfogliatelo bene e vedrete che vi permette qualsiasi cosa”.

Ora siamo su divano, davanti a noi Supernet mostra il Pontefice che si sbraccia dal balcone di una clinica. Non ho mai capito se giornalisti e spettatori siano solo contenti della guarigione, o se non sperino di assistere di persona a una polmonite fulminante. Dev’essere un ambiguo misto di tutt’e due.
Dall’altra parte di una parete di cartone, so che Concetta mi ascolta. So che ha gli occhi sbarrati e non riesce a dormire.

“Non ho capito, papà. La Bibbia dice che ci si deve sposare in tre?”
“No, però non dice neanche il contrario. E molti personaggi importanti avevano due mogli, come Abramo o Giacobbe”.
“E c’erano anche donne con due mariti?”
“No, questo in effetti è un’assoluta novità. Ma non ha creato particolari problemi. Per molti uomini anzi è stata una specie di liberazione, perché… come faccio a spiegarti… si dividevano le donne anche prima, ma dovevano farlo di nascosto”.
“Quando sono grande, voglio avere due mariti”.
“Hai ancora molto tempo, per fortuna”.
“E poi voglio avere un bambino”.
“Se ti sposi con due uomini, dovrai averne almeno due”.
“Perché due?”
“Ogni Trimonio deve produr mettere alla luce due bambini, è la regola”.
“Ma se uno non se la sente?”
“Tesoro, avere bambini è molto importante. Un altro dei motivi per cui fu istituito il Trimonio era il fatto che se ne facevano sempre meno. A un certo punto tutte le coppie facevano solo un bambino, e così nel giro di una generazione i cittadini rischiavano di diventare la metà, mi segui? E questo non andava bene”.
“Ma non potevano farne due?”
“No, diventava sempre più faticoso, e sia la mamma che il papà dovevano lavorare”.
“E se uno dei due stava a casa?”
“Non c’erano abbastanza denari per crescere i bambini. Ma Arci aveva pensato anche questo. Lui ragionava in questo modo: non c’è nulla di grave se caliamo un po’, ma non dobbiamo dimezzarci. Allora possiamo fare così: invece di avere due genitori che produc che fanno un bambino, con un calo demografico del 50%, noi possiamo avere tre genitori che ne fanno due, riducendo il calo del 33%. Questo funziona anche per il lavoro: se chiederemmo a ogni madre di famiglia di stare in casa a badare ai bambini, noi ridurremmo la forza produttiva del Teopop al 50%. Ma col Trimonio, noi possiamo avere due coniugi che lavorano, e il terzo che sta a casa e bada ai due bambini. Risultato: 66% di forza produttiva esterna, 33% di autogestione familiare, e…”
“Papà, noi le percentuali a scuola non le abbiamo ancora fatte”.
“Scusa, hai ragione. Ma insomma, il Trimonio risolveva un sacco di problemi”.
“A me non sembra tanto”.

Ora le cose si fanno difficili. Cerco di abbassare il volume di Supernet, invano. Ultimam il comando del volume non funziona più tanto bene. Spegnere non è il caso, darei una brutta immagine della famiglia, e poi magari la bambina si spaventa.

“Tesoro, non devi pensare soltanto a noi. Arci pensava alla situazione generale, non ai casi particolari”.
“C’è una cosa che non ho capito”.
“Lo so, ma te la spiego un’altra volta, è ora di lavarsi i denti”.
“Però, papà, quando tu eri giovane il Trimonio non esisteva”.
“No”.
“E adesso ti sembra una cosa normale”.
“Certo tesoro, la cosa più normale che c’è”.
“E allora quando io sarò grande, ci si potrà sposare in quattro, sembrerà una cosa normale”.
“Ancora con questa storia? No, tesoro, non ci si potrà mai sposare in quattro”.
“E come fai a saperlo, papà? Conosci il futuro?”
“No, ma… insomma, in quattro non avrebbe proprio senso”.
“Invece in tre ha senso”.
“Sì, in tre ha senso. È molto meno divertente di quel che credevamo, ed è difficile, ma io sono tanto contento di essere sposato con le due mamme, e di essere tuo papà”.
“Papà, io vorrei parlare con Arci”.
“Tesoro, è impossibile, Arci è andato via”.
“E nessuno sa dove?”
“No, nessuno sa dove. Buonanotte”.