contro la lingua italiana

Sul referendum, una posizione netta.

Questi referendum non saranno utilissimi, ma almeno ci danno l’occasione di riparlare di quella che per noi del mestiere è una ferita sempre aperta. La vediamo sui giornali, in tv, su tutti i muri, e ci domandiamo: è giusto prendersela così tanto, è giusto soffrire per qualcosa che tra una generazione forse non interesserà più a nessuno?

Lo so che non ci si dovrebbe sempre atteggiare a esperti; che l’inerzia trionfa sempre nel medio-lungo termine; che è giusto che la maggioranza decida, anche quando non ha ancora gli strumenti – è un ottimo modo per forzarla a farseli, questi benedetti strumenti – e tuttavia alla fine dei dibattiti, c’è un’opinione a cui non mi sento di rinunciare: un paletto che devo piantare. Passi tutto il resto, ma questo no. Trivellate, smantellate, astenetevi o votate, ma c’è una cosa che voglio che sappiate.

“Sì” si scrive con l’accento.

(Anche maiuscolo, SÌ).

apocalittici e integrati, contro la lingua italiana

Il trapassato non trapasserà

La scorsa settimana uno scrittore italiano su un giornale italiano ha scritto un pezzo sui bei tempi andati, perlopiù analogici – e fin qua, mi rendo conto, siamo al cane-morde-uomo. I dischi di vinile che s’impolveravano e gracchiavano, le fotografie stampate che ingiallivano, i vecchi album che facevano la muffa in cantina: tutti questi oggetti scomodi pare che fossero i supporti migliori per fissare i ricordi, perché… perché poi andarli a cercare è faticoso, mentre ora è tutto a portata di clic, il passato non è più difficile come una volta, la nostalgia non è più quella di una volta. Per tacere delle merendine (la Girella indubbiamente non contiene più il cacao che ci colava dalle mani nel 1985, ma credo che in quel caso si trattasse di salvare una generazione dal diabete).

Immagino che un pezzo del genere esca almeno una volta alla settimana, su almeno un quotidiano. Giornalisti e scrittori si danno il turno. Gli odori che non torneranno, le mezze stagioni che scompaiono, ne parlava già Leopardi nello Zibaldone (non scherzo, ne parlava davvero citando a sua volta un autore del Seicento, per dire quanto sia topico il problema delle mezze stagioni nell’elaborazione degli intellettuali italiani).

Mi metto a parlarne perché, oltre alle solite foto ingiallite e ai soliti dischi che, siamo onesti, se non eri un maniaco della pulizia dopo un po’ li avevi tutti segnati e impolverati e suonavano di merda, lo scrittore ha inserito tra le belle cianfrusaglie del tempo che fu anche un tempo verbale. Oddio, neanche questa sarebbe una novità. Il presente congiuntivo era dato moribondo dalla Stampa già nel maggio del 1968 – e come altre cose dichiarate morte in quel periodo, gode ancora di buona salute. Anche il passato remoto, con tutte quelle radici irregolari che lo rendono tanto ostico, più in Valpadana che altrove, in un qualche modo l’ha scampata. No: forse la notizia è qui. La scorsa settimana Roberto Cotroneo, sentendosi probabilmente obbligato in quanto scrittore italiano a lamentarsi del tempo che passa, ha deciso di piangere le sorti del trapassato remoto.

Lui invece sta benissimo e vi saluta.

Pare infatti che non usiamo più il trapassato remoto, e che ciò sia un male, perché… perché ci aiutava a depositare i ricordi in cantina, dove prendevano quel necessario odore di muffa che oggi la civiltà digitale non consente più, non capisce più. “Il trapassato remoto si usa per azioni concluse che non hanno alcuna rilevanza con il presente e con l’attualità. Oggi invece tutto ha rilevanza con l’attualità, e nulla si conclude”. Sarà. Dando per scontata l’apocalisse digitale, mi resta la curiosità di sapere se è vero. C’è sul serio una flessione nell’uso del trapassato remoto? Esistono studi al riguardo? Se qualcuno ne sa qualcosa, lo prego, mi contatti. Nel frattempo non posso evitare di chiedermelo: se anche sparisse del tutto, il trapassato remoto, sarebbe un male? Preso di per sé, è un tempo verbale molto brutto. Diciamo che mette insieme le cose meno gradevoli degli altri tempi passati: il remoto è asciutto (“fu!”) ma irregolarissimo, la croce di ogni corso di italiano per stranieri. I passati composti, per contro, sono belli regolari, ma lunghi, noiosi (“aveva fatto“). Ecco, il trap remoto, essendo un composto del passato remoto, è irregolare come quest’ultimo, e noioso come ogni verbo composto (“ebbe fatto“). Forse se scompare c’è un motivo. Ma sul serio scompare?

Non è inverosimile. Non perché sia brutto. Magari si potesse fare senza le cose brutte. Metti il trapassato prossimo. Non è che sia molto più bello del trap remoto: ebbene, va alla grande. Nei temi dei miei ragazzi noto sempre più questa cosa. Quando scrivono al passato si imbrogliano sempre. Vorrebbero usare il passato remoto, che è così svelto ed espressivo, ma hanno sempre paura di sbagliarlo. Allora saltano al presente, con un effetto cinematografico che nove volte su dieci provoca l’apparizione di vigorosi segni rossi sul foglio “Il pirata mi chiamò e mi dice di far presto”), oppure… al trap prossimo “Il pirata mi chiamò e mi aveva detto di far presto”). Che è persino più orribile. Ma l’idea è più o meno quella: mi serve un passato veramente passato, un passato che mi faccia sentire che il tempo è davvero… passato. La muffa, la polvere, quel tipo di cose. Anche i ragazzini sentono di averne bisogno.

Il trap remoto però è accessibile solo a chi sa già coniugare il passato remoto. Non solo, ma di tutti i passati dell’indicativo è quello che può essere impiegato in meno situazioni: solo in una proposizione subordinata temporale. Come tutti i trapassati, il trap remoto è qualcosa di più di un passato: serve a creare un minuscolo flashback in una frase che è già al passato. Se per esempio sto scrivendo “andai al supermercato”, per aggiungere a questa frase un’altra frase (subordinata) situata in un momento anteriore, posso usare il trap remoto: “dopo che ebbi ricevuto la tua lista della spesa”. In questo senso si dice che il trap remoto, come il trap prossimo, esprime l’anteriorità, ovvero il concetto di passato nel passato. Ma nella frase ci dev’essere già una frase al passato, perché io possa andare ancora più indietro con una subordinata al trapassato.

Ecco: uno dei motivi per cui il trap remoto potrebbe scomparire è che tendiamo a subordinare sempre meno. Questa sì, è una tendenza generale che si può riscontrare nei quotidiani e soprattutto nei libri. Come tutte le lingue, l’italiano scritto è diventato più cinematografico: frasi brevi e incalzanti, separate tra loro. I nessi temporali, o di causa-effetto, vengono lasciati all’interpretazione del lettore. Là dove un autore di primo Novecento avrebbe scritto, ad esempio, “la marchesa uscì solo alle cinque, dopo che ebbe ricevuto il biglietto”, il suo collega dei primi Duemila preferirà: “la marchesa ricevette il biglietto verso le cinque. Subito dopo uscì“. Nel primo caso abbiamo un’organizzazione sintattica, ricalcata sulle forme del latino; nel secondo abbiamo il montaggio cinematografico di due scene. Addirittura abbiamo sempre più esempi di narrazione al presente (“La marchesa riceve il biglietto ed esce“). È chiaro che un’evoluzione di questo tipo condanna il trap remoto, ma anche tante altre cose più interessanti.

È curioso invece che Cotroneo accusi velatamente la rivoluzione digitale di averci tolto il (dubbio) piacere del trap remoto: la tendenza a semplificare e abolire la sintassi è molto più antica. È già impugnata da scrittori e artisti nel Manifesto tecnico della letteratura futurista (1912), l’anno di massima espansione della nascente industria cinematografica in Italia. Una coincidenza? Forse se tendiamo ad abolire i trapassati, e la sintassi in genere, è perché anche i nostri ricordi sono diventati sempre più cinematografici. Non li organizziamo più in un discorso orale o scritto, ma li riviviamo davanti ai nostri occhi come un film (È questa tra l’altro la speranza che porta Zeno Cosini a frequentare il suo analista: strappare al passato non un senso ma delle “immagini”: “Vedere la mia infanzia!”).

Un altra peculiarità del trap remoto è il suo aspetto (lo so, è così interessante che ne volete ancora, ebbene, prosegue sul Post!)

contro la lingua italiana, ho una teoria

La fabbrica delle bufale

Qualche giorno fa un parlamentare – non ha importanza di che partito – ha esordito un discorso col memorabile sfondone Sarò breve e circonciso, reso celebre (credo) da Diego Abatantuono in Eccezziunale veramente. La gaffe è stata coperta dagli organi di stampa con molta più attenzione di quanta non meritasse, mettiamo, l’Accordo Commerciale Transatlantico. Ne riparlo soltanto perché domani è il primo aprile, e molti lo celebreranno pubblicando qualche bufala pescata in giro. È una tradizione ormai antica, e forse meno inutile di quanto sembri: un’occasione per esercitare la nostra capacità di distinguere il falso dal vero, e per identificare chi tra i nostri Amici o Contatti non ne è in grado: sono quelli che domani rilanceranno la bufala più smaccata senza accorgersene. E tuttavia.

E tuttavia proprio qualche giorno fa leggevo da qualche parte uno studio(*) che, partendo dall’impressionante mole di dati che mettiamo su internet, cercava di dimostrare da dove nascono le teorie del complotto. È una domanda interessante, anche perché chi se la pone rischia di ricadere nei confini della sua stessa ricerca (non si tratterà per caso di un complotto?)

Lo studio in questione ovviamente non commetteva quest’errore, anzi difendeva un’ipotesi affascinante: i complotti nascerebbero dai malintesi. Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non manca tuttavia l’energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1!

Per intenderci: se oggi Jonathan Swift pubblicasse Una modesta proposta, tra qualche mese qualcuno su internet comincerebbe a parlare di un complotto di massoni irlandesi infanticidi e antropofagi. L’informazione arriverebbe a loro in modo talmente indiretto che sarebbero incapaci di riconoscere la fonte originaria anche se gliela mettessimo sotto il naso: costretti a leggere il testo di Swift, direbbero che beh, sì, è chiaro che Swift scherza, ma… sta soltanto coprendo qualcuno che i bambini li vuole cucinare lo stesso, ne ho sentito parlare su facebook.

Non so se le cose vadano sempre così; ma in certi casi mi è capitato di assistere a qualcosa di simile (continua sull’Unita.it, H1t#225).

C’è un gruppo cospicuo di persone, su internet, convinto che ai concessionari di slot machine sia stata “scontata” una multa di cento miliardi. Questa multa non esiste: chiunque può controllare; è vero che per una serie di infrazioni riscontrate la procura aveva quantificato un danno di 98 miliardi, ma alla fine la Corte dei Conti ha inflitto multe per 2,9 miliardi (poi ulteriormente ridotte a 600 milioni). A un certo punto qualcuno – un giornalista, probabilmente – ha iniziato a chiamare la differenza tra i 98 miliardi inizialmente richiesti della procura e i tre miliardi della sentenza uno “sconto”. È soltanto un modo di dire, che identifica un certo atteggiamento nei confronti della giustizia (l’assunzione acritica del punto di vista dell’accusa); una definizione insidiosa, perché gli “sconti di pena” esistono e sono una cosa ben diversa. È triste constatarlo, ma molti lettori non sono equipaggiati per capire la differenza. Hanno letto “sconto” e hanno capito: sconto. Da cui la legittima domanda: chi è che sconta le multe per cento miliardi? Perché già che c’è non ci sconta le cartelle equitalia? Segue l’ondata di indignazione, cavalcata con molta sapienza, tra gli altri, da Grillo e dal Fatto Quotidiano.
In questo caso nessuno si è inventato niente: è stato sufficiente distribuire una metafora a un pubblico che non sa leggere tra le righe. Purtroppo è un pubblico un po’ più folto di quanto non crediamo noi irradiatori di messaggi scritti, già frustrati dalla consapevolezza di poter comunicare soltanto col 53% dei nostri compatrioti in grado di leggere e scrivere. Stima fin troppo ottimistica, che include ancora quella percentuale che leggere sa, ma non tra le righe. Un disagio linguistico che forse non abbiamo ancora studiato abbastanza: la condizione di chi, per esempio, non è in grado di decodificare i messaggi ambigui o ironici, per limiti cognitivi o culturali. La situazione in cui negli USA, al varo di un progetto sanitario denominato Children’s Health Insurance Program (CHIP), qualche voce critica lo ha magari scherzosamente definito intrusivo come un vero e proprio “chip” da iniettare sottopelle, e qualcun altro ci ha creduto – e dopo qualche anno anche questa leggenda è sbarcata nel parlamento italiano.
Qualcosa di analogo può essere capitato allo sventurato parlamentare “breve e circonciso” – ammesso che non si tratti di un più banale lapsus. Un bel giorno, tanti anni fa, Diego Abatantuono o chi per lui inventa un gioco di parole, fondato peraltro sull’idea che il termine “circonciso” sia di uso abbastanza comune: se non sai cosa vuol dire non è divertente. Per molto tempo il gioco di parole rimane davvero divertente: milioni di fruitori lo citano alla noia. Molto presto probabilmente smette di essere divertente in quanto tale e diventa divertente in quanto citazione. Il che significa purtroppo che molti non ridono più per la battuta ma perché ridono gli altri (è la cosiddetta “soglia Ricci”, che i miei coetanei riconoscono perché divideva quelli che ridevano alla prima puntata di ogni stagione di Drive In da quelli che ridevano dalla seconda in poi; la differenza tra chi trova divertente una battuta e chi trova divertente un ritornello). Trent’anni dopo l’espressione è di uso talmente comune da potersi quasi definire una polirematica: sicché può capitare che la ripeta acriticamente anche chi non conosce il senso di “circonciso”. Questa gente vive tra noi: cerca di leggere gli stessi quotidiani e siti che leggiamo noi, ma non è un caso che si incazzi di più, o che rida più sguaiatamente alle battute, proprio come chi intuitivamente cerca di mascherare la sua incapacità di capirle.
Questa gente esiste, e oggi pubblicherà contenuti ridicoli, esponendosi al pubblico ludibrio. La questione però è molto meno divertente di quel che sembra, e forse dovrebbe stimolare un dibattito sull’atteggiamento di chi divulga notizie in rete: quanto è giusto usare l’ironia in un contesto in cui il 20% non la capisce? È chiaro che chi sta qui per far satira continuerà a farla, ma chi invece si veste di una relativa serietà fino a che punto può permettersi di usare un linguaggio figurato? Anche chi accusa Napolitano di golpe probabilmente all’inizio stava scherzando; se dopo qualche mese però si trova costretto a chiedere un procedimento di impeachment, è evidente che qualcosa sta sfuggendo di mano pure a lui. Disseminare storie false su internet è un passatempo che con gli anni mi sembra sempre meno divertente e sempre più pericoloso. È pieno di bambini, qui, e in generale di gente che si beve troppe cose. Oltre a ridere di loro, bisognerebbe preoccuparsi di fornire a loro anche qualche strumento.
(*) La cosa buffa è che non la trovo più. L’ho letta più di una settimana fa e google non mi aiuta. Possibile che me la sia inventata? Al massimo sarà la mia bufala del primo aprile.
contro la lingua italiana, giornalisti

Ma ci sarà un correttore a Torino

Oggi apro Twitter e leggo questa cosa:

Non do peso alla faccina e prendo l’insigne giornalista seriamente: vado subito a vedere di che cosa si tratti. Mi immagino chissà quali orrori. Trovo in effetti una cosa piuttosto involuta e orrenda, salvo che l’ha scritta il giornalista stesso. Penso a uno scherzo; cioè, già è difficile immaginare che l’abbiano pubblicato così: ma che l’abbiano usato come esempio di articolo di giornale in un esame di Stato… o forse l’Esame consisteva nel prendere l’articolo e renderlo leggibile, comprensibile, sensato.

Oggi apro Twitter, leggo un pezzo su Facebook tempestato di goffaggini e imprecisioni, e decido di reagire. Non ho intenzione di aprire un dibattito con l’insigne giornalista, il quale anzi dovrebbe essere per primo arrabbiato per come l’articolo è andato in stampa. Magari l’ha dettato per telefono; oppure ha mandato una mail; in ogni caso non è lui il problema. Il problema è la cinghia di trasmissione tra le cose un po’ imprecise che un giornalista stimato può permettersi di buttar giù in modo approssimativo e l’articolo che il lettore pagante dovrebbe leggere il mattino dopo. Questo pezzo è rivolto alla redazione: per favore, fate un po’ di fact checking. Un minimo. Prendete uno stagista, dategli in mano un notebook – oppure ditegli di portarselo da casa. Non è un lavoro difficilissimo: si tratta di verificare con un po’ di pazienza quando compia gli anni Zuckerberg, quanto effettivamente fatturi Facebook: cose così. E soprattutto questo pezzo è rivolto al correttore di bozze, se ancora esiste: per favore, fa’ qualcosa. Tu sei importante. Se non conosci tu la punteggiatura, fidati, non la conosce più nessuno. Sei l’ultimo argine tra la lingua italiana e, come si dice adesso? la barbaria, ecco: dopo di te la barbaria.

Un ultimo metro di mani avanti: purtroppo è più facile notare gli errori degli altri che i propri. Non è solo un modo di dire: è davvero così, ed è una verità orribile che mi attende al varco tutti i giorni. Su questo blog io faccio un sacco di errori. Le notti soprattutto. Davvero tanti, e molti imperdonabili. Però. Però io non sono una firma prestigiosa che scrive sulla Stampa, e se lo fossi mi preoccuperei che qualcuno leggesse i miei pezzi e mettesse in ordine la punteggiatura prima di andare in stampa. Me ne preoccuperei tantissimo. E se un mio pezzo uscisse particolarmente brutto, e finisse in un Esame di Stato, me ne vergognerei.

Facebook, la piazza del paese virtuale che fa incontrare il Pianeta

La Rete “social” nata a febbraio 2004 oggi ha 1 miliardo e 250 milioni di utenti


Il 4 febbraio 2004, quando lo studente di Harvard in T-shirt e jeans sdruciti Mark Zuckerberg, 20 anni, lancia la start up «Facebook», non esistono in azienda composta da cinque amici, «charts», grafici per studiare i segmenti di mercato in cui la crescita è maggiore.

Il primo paragrafo è fondamentale non solo per i contenuti che deve passare (ovviamente non possono starci tutti), ma per il rapporto che instaurerà col lettore. È la prima impressione: quella che ha tanto peso nel giudizio che tendiamo a dare alle persone. Nel primo paragrafo devi dire cose interessanti, ma devi anche presentarti. La persona che si presenta in questo paragrafo ti sta dicendo: Ciao, ho tantissime cose da dirti che non ci stanno in una frase sola, e purtroppo non so come funzioni questa cosa di combinare due frasi insieme. La… come si chiama… la sintassi, ecco: la sintassi italiana. Non è roba per me. Qualsiasi cosa voglia dire non esistono in azienda composta da cinque amici, «charts», grafici per studiare i segmenti di mercato in cui la crescita è maggiore, non lo sta dicendo in italiano.

Almeno le informazioni sono precise? Beh, no. Zuckerberg compie gli anni in maggio, quindi il 4 febbraio 2004 ne aveva 19. Come sanno tutti quelli che hanno visto il film (e sono tanti) “Facebook” all’inizio si chiamava “The Facebook”, ma questa è una curiosità. L’ha fondata con quattro “amici”? È quantomeno discutibile. Il paragrafo non ha molto senso: all’inizio The Facebook era rivolto esclusivamente a una precisa comunità di studenti universitari, quindi ovviamente non esistevano “charts”: non servivano, il segmento era uno solo. A proposito: perché usare l’inglese “charts” se hai paura che il lettore non capisca e devi appesantire la frase di un’estesa traduzione in italiano? Perché l’italiano ti dà fastidio. Esatto. Nel primo paragrafo tu spieghi una parola inglese perché nei successivi la userai. Stai cercando di spostare i tuoi lettori dall’italiano all’inglese, perché in inglese ti senti più a tuo agio.

Arrivano poi, con gli investitori, il successo, le invidie, il film e il primo articolo del New York Times, 26 maggio 2005, stupefatto che il ragazzo Zuckerberg abbia persuaso il finanziere Jim Breyer di Silicon Valley a investire 13 milioni nella sua idea, che ha coinvolto in un solo anno due milioni e ottocentomila studenti, sparsi per 800 campus universitari d’America. 

Ancora sintassi involuta. Vi invito a cercare il soggetto di “stupefatto”. Potrebbe essere il New York Times o “l’articolo”. Un articolo stupefatto? Mah. La proposizione principale, “arrivano le invidie” eccetera, sta all’inizio: tutto il resto è una serie di proposizioni relative a cascata che ci travolge con qualche virgola qua e là.

Ottimo investimento, oggi gli utenti sono un miliardo e 250 milioni, la nazione Facebook domina il Pianeta.

Finalmente una frase breve – anche se in realtà sono tre frasi giustapposte tramite due virgole un po’ goffe. “Ottimo investimento” è un’affermazione un po’ incauta; magari poteva essere l’occasione di notare che il modello di business di Facebook non è ancora chiaro, e che le fluttuazioni del titolo in borsa sono probabilmente più causate dalla speculazione che dall’effettivo successo della piattaforma. In ogni caso, anche se esistesse una “nazione Facebook”, con 1.250.000.000 utenti non dominerebbe il pianeta: i cinesi sono di più. Va bene, è solo un modo di dire; andiamo avanti.

Dieci anni or sono – se quelle «charts» ci fossero state e non c’erano – la crescita era tra i giovani, un milione di blue jeans a cercare amicizie online negli Usa.

Cioè? La crescita era tra i giovani solo se le “charts” ci fossero state? E quindi, siccome non c’erano, la crescita non era tra i giovani (con i blue jeans)? Per fortuna sappiamo tutti la storia (all’inizio si entrava solo con la matricola dell’università), perché qui è incomprensibile. C’è un finto periodo ipotetico che in realtà è un inciso. Tre flessioni del verbo essere in mezza riga sono abbastanza brutte a vedersi.

Oggi Facebook cresce con più velocità tra i cittadini con oltre 65 anni (Cgil pensionati svolge programmi di alfabetizzazione digitale tra gli iscritti) e il Paese boom 2014 sarà la Turchia.

Un paio d’affermazioni senza fonte. L’inciso sulla Cgil è un po’ fuorviante (meglio mettere la P maiuscola, così il lettore frettoloso capisce al volo che “Pensionati” fa parte del nome dell’organizzazione. In realtà si chiama SPI, ma anch’io avrei scritto Cgil Pensionati: si capisce meglio). Voglio sperare che i programmi di alfabetizzazione della Cgil riguardino l’uso di computer o tablet, la navigazione su internet, e magari anche i social network; ma quel che capisce il lettore frettoloso è che la Cgil insegni ai pensionati a usare facebook.

La Borsa è stata raggiunta, a singhiozzo, nel 2012, tra i dubbi degli analisti sull’arrivo della pubblicità e su una certa disaffezione degli adolescenti. Vola per qualche tempo il mito «Facebook va male tra i ragazzi», «i teenagers prediligono Snapchat», messaggini che scompaiono da soli, beffando Nsa e Snowden in futuro.

Raggiungere a singhiozzo. Chissà cosa vorrà dire ma vabbe’, almeno non è la solita frase fatta. C’è un mito che vola ed è costituito da due virgolettati (chi si sta citando?) e da “messaggini che scompaiono da soli, beffando Nsa e Snowden in futuro”. Il lettore deve sapere cos’è la Nsa e chi è Snowden, e magari aver sentito parlare della storia dei “messaggini che scompaiono da soli”. Oppure no, visto che questi messaggini befferanno la Nsa e Snowden “in futuro”. (Forse intendeva “in seguito”, chi lo sa).

Un sondaggio Pew Center cancella i timori del social media, i ragazzini non lasciano Facebook (c’è stata una scherzosa polemica con l’Università di Princeton, su chi per primo chiuderà i battenti per assenza di giovani, il campus o Facebook).  

Tra “social media” e “i ragazzini” ci volevano due punti. La virgola si può usare in tante occasioni, forse troppe; ma lì no. Meglio non usarla per seperare due proposizioni a tutti gli effetti indipendenti tra loro (hanno soggetti e predicati diversi). Probabilmente la seconda è una proposizione coordinata esplicativa; per capirlo basta sostituire a quella virgola “infatti”. Ecco: dove può esserci “infatti”, è meglio mettere i due punti. Non la virgola. La virgola non spiega, è solo una pausa breve; suggerisce l’affanno di chi legge alla svelta e non riesce bene a capire, e di chi scrive alla svelta e non riesce bene a spiegarsi.

I liceali vanno modificando le proprie abitudini. Possono o no essere su Facebook, ma restano sempre linkati.

Cosa significa? Davvero, io non lo so.

Dieci anni fa nessuno dei pionieri di Zuckerberg raggiungeva la comunità via smartphone, i cellulari del tempo non davano accesso al web.

Dieci anni fa nessuno consultava The Facebook dallo smartphone per un validissimo motivo che tutti dovremmo ricordare, ovvero non esistevano ancora gli smartphone. Siamo all’umorismo involontario. Nel Settecento nessuno usava il miscelatore per farsi la doccia. Puzzoni maledetti! In compenso la seconda affermazione (“i cellulari del tempo non davano accesso al web”) è platealmente sbagliata – ci riusciva persino il mio povero nokia coi tasti in membrana. Ci riusciva un sacco di gente che dovrebbe comprare la Stampa per leggere un pezzo così e scoprire che si ricorda le cose meglio dell’autore.

Nota come le due affermazioni (una comica e l’altra falsa) siano legate da una virgola; eppure sono due proposizioni indipendenti. Al limite la seconda è una coordinata esplicativa, proprio come nell’esempio più sopra. Non so se l’autore del pezzo sia convinto che la virgola significhi “infatti”; mi dispiace che anche il correttore sia della stessa idea.

Oggi 945 milioni di utenti, per lo più giovani, agganciano Facebook via telefonini lontani dall’idea di Bell e Meucci di comunicare con i suoni, e sempre più edicole, biblioteche, discoteche, Borse, cineteche, stadi, musei, fori politici e mercati pornografici tascabili. 

Telefonini lontani dall’idea di Bell e Meucci. Bello. Senza ironia, sul serio, bello questo crescendo zucconiano di edicole, biblioteche, discoteche e bordelli. E qui le virgole ci vogliono. Proprio per questo è meglio economizzarle: così quando ti servono risultano meno banali di quanto non siano. Quindi io tra “suoni” ed “e sempre” avrei messo un punto e virgola e avrei tolto la “e”.

Facebook fattura sei miliardi di euro, ma la ragione per cui Mister Breyer mise i primi, cruciali, 13 milioni di dollari, spiega tutto il successo, conta la cultura:

Non so quale sia la fonte dei sei miliardi di euro (qui ci sono tanti numeri ma sei miliardi no). Prendo la notizia per buona. La frase non è corretta. La “ragione” che “spiega tutto il successo” è “conta la cultura”? Ammettiamo che sia così: prima di “conta la cultura” servono due punti, non una virgola. Sì, è sempre lo stesso errore.

Invece ci sono due punti dopo. Ci aspettiamo quindi una spiegazione, o un’illustrazione, o una conseguenza dell’affermazione precedente (“conta la cultura”). Parte invece questo virgolettato:

«È un mercato che ha una crescita potenziale enorme, organica e il team di Facebook è intellettualmente onesto e con una brillantezza che toglie il respiro nel comprendere l’esperienza di vita degli studenti al college».  

Questo è quello che l’autore intende per “cultura”. Mmmm. Forse si poteva spiegare meglio. Nota come autore e correttore siano risoluti a piazzare virgole ovunque, tranne che davanti a una e: l’unica regola che resiste è quella inculcata alle elementari. C’è una “brillantezza” che “toglie il respiro nel comprendere”. Comprendere cosa? la vita degli studenti al college? Ma non avevamo detto che Facebook non era più una cosa da giovani? Forse si tratta di una vecchia citazione dei tempi in cui Facebook era una comunità per studenti di college? Nel frattempo però è cambiato tutto: non è un’affermazione mia, è il senso dell’articolo.

Quel che né Zuckerberg né Breyer, avevano previsto – e che dovrebbe ancora far riflettere – è che pensionati di Matera, pescatori delle Filippine, casalinghe di Chicago e Rio, banchieri di Londra e Macao, sacerdoti ad Accra e scienziate al Polo Nord, si sarebbero comportati esattamente come i teenager di dieci anni fa, decidendo cosa amare, con chi fare amicizia, a chi legarsi via Facebook. 

La maledetta virgola tra soggetto e verbo. La maledetta virgola. Ma non c’è un correttore a Torino?

Quel che i sondaggi schematici – chi è online e chi no, chi usa il web e chi no, chi va su Facebook e chi no, chi legge i giornali e chi i siti – non riescono a cogliere è la capillare penetrazione dei social media nel nostro tempo. La metà dei cittadini che non è iscritta a Facebook, ma usa per lavoro il web, vive in casa (fonte Pew) con almeno un iscritto a Facebook. Il che vuol dire che quei papà, mamme, figli che riluttano ai Like, le amicizie, le fotine postate e i cuoricini riversati a iosa, sono comunque nella galassia Facebook, i loro volti appaiono nelle stesse foto Instagram, i loro commenti faranno capolino online, le loro storie e giudizi entreranno nell’acquario della Rete.

È un po’ come quando i giornalisti si lamentano perché la gente li giudica dalle copie vendute: guardate che l’acquirente la sua copia se la porta in casa e lì la leggono tutti, mamma nonni bimbi e il cane. Per tacere di chi se lo dimentica in treno, sicché se lo legge tutto lo scompartimento. E i bar? Tutto un sommerso pazzesco. Ecco perché la gente non compra i più giornali; voi pensavate che fosse a causa dei pezzi illeggibili e invece no: è colpa dei bar, dei passeggeri distratti, del cane. Riluttare di solito regge un verbo: si rilutta a “concedere un like”. Il dizionario Treccani però concede che si possa usare riferito a cose, ma “in usi elevati, non comuni”; insomma c’è un’improvvisa impennata di registro stilistico che purtroppo termina subito, come vediamo:

Molti utenti criticano Facebook, lo trovano petulante, invadente:

La solita virgola sbagliata, per il solito motivo. Si poteva mettere un punto, o un punto e virgola. Capiamoci: ne uso tantissime anch’io di virgole brutte così. Lo faccio per due motivi: (1) a volte mi scappano; (2) voglio suggerire un’accelerazione nella lettura, un anacoluto minimale. Comunque qui non la userei. Forse dovrei smettere e basta.

ma restano comunque e a chi chiede perché, rispondono con una paura ancestrale: «Mi sentirei solo, temo di perdermi qualcosa». 

“Mi sentirei solo” non è una “paura ancestrale”: può essere al limite un’ammissione che tradisce una paura ancestrale.

Dieci anni fa i ragazzi resero dunque ricco Zuckerberg perché aveva colto per primo il loro profondo desiderio di restare per sempre uniti, «Forever Young», come nei quattro anni di college, per molti americani i più spensierati.

Dieci anni fa Zuckerberg non diventò ricco tutto d’un colpo, suvvia. C’è davvero bisogno di quel “Forever Young”, appiccicato come un adesivo sul serbatoio di una Moto Gilera per mascherare l’ammaccatura già un po’ rugginosa? Tanto più che il desiderio più profondo non è quello di restare sempre giovani (quello non credo che Zuckerberg l’abbia colto per primo), ma “sempre uniti”.

I loro fratelli minori non hanno bisogno di un link per sentirsi legati, vivono in un ambiente saturo di comunicazione, da WhatsApp, Tumblr, Pinterest e Twitter, dove semmai occorre non strafare con le foto audaci online se non si vogliono rogne con i professori o al lavoro.  

Un’altra virgola d’affanno tra “legati” e “vivono” (beh, almeno qui il soggetto è lo stesso). Segue un elenco burchiellesco di cose in realtà molto diverse tra loro, che l’autore non ha spazio, voglia e pazienza di spiegare. Stanno lì da sfondo.

Dieci anni fa Facebook era la piazza del paese virtuale, come negli Anni 50, tutti i vitelloni fermi a cercare una ragazza, le ragazze intente a chiacchierare tra loro e ignorarli.

La solita virgola affannata (tra “50” e “tutti i vitelloni”). The Facebook dieci anni fa era una piattaforma aperta soltanto agli studenti accademici: è probabile che tra di loro le interazioni fossero di livello un po’ più alto di quelle di adesso. E però vuoi rinunciare all’occasione di rilanciare uno stereotipo intramontabile: la piazza italiana in bianco e nero con le donne che filano svelte e i vitelloni che fischiano? È una specie di archetipo dell’inconscio collettivo: se socchiudi gli occhi riesci a intravedere in sovraimpressione DOLCE & GABBANA.

Oggi Facebook è la stessa piazza del paese virtuale, ma nel 2014 le ragazze l’attraversano distratte in metropolitana o in Vespa, caricano amici o amiche di fretta, e si allontanano in ogni direzione del web infinito, cuffiette alle orecchie senza ascoltar nessuno. 

Quindi non è cambiato niente: le ragazze non ti filano nel 2014 così come non ti filavano nel 2004. Nel frattempo però si sono messe le cuffiette… ma aspetta, c’era un sacco di gente con le cuffiette anche nel ’04; ce le avevo pure io le cuffiette nel ’04. Vabbe’, sarà una metafora. C’è un’altra virgola sbagliata, potete trovarla da soli.

Berlusconi, contro la lingua italiana, ho una teoria, poveri piccoli imprenditori

Capitani balbettanti

Se posso, vorrei dire – a seguito di qualche malevolo commento – che tutto ciò che ho dato ha pagato le tasse. Poi, che altre donazioni possono aver luogo, senza passare per il notaio: Ricerca sul Cancro, Vidas, Bambini nefropatici, Shoah, San Raffaele, scusa mi fermo, sono stati i miei preferiti. Infine un chiarimento su tutta questa gazzarra. Qui dentro c’è stato un terribile schifo, una congiura… (Bernardo Caprotti, 26/11/13, Corriere della Sera)

Qualche giorno fa – Berlusconi non era ancora decaduto, sembrano secoli – sul Corriere è comparsa una letterina del presidente della catena Esselunga, Bernardo Caprotti. Trattandosi della replica a un articolo che lo riguardava, la pubblicazione era un atto dovuto; a sorprendere (ma neanche più di tanto, ormai), è la decisione di pubblicare il testo del biglietto così come è probabilmente arrivato, stile Celentano. Probabilmente in redazione avranno preferito non innervosire ulteriormente il personaggio, e così gli hanno dato spazio esattamente come in un talk show si “passa la linea” a un ospite telefonico, magari un tizio inviperito che ha chiamato perché stanno parlando male di lui.

Risultato: abbiamo assistito in diretta allo sfogo di un capitano d’industria ottantottenne, senza capire molto dei dettagli, ma afferrando la sostanza: il tizio non si può più fidare di nessuno. Gli fanno la guerra i figli; gli fa la guerra la vecchia segretaria e braccio destro; probabilmente gli hanno alzato una trincea persino in ufficio stampa, così è ridotto a scriversi i biglietti da solo. Con qualche effetto perversamente comico: Caprotti afferma di aver fatto cospicue donazioni alla “Shoah”: probabilmente non allude a un inverosimile sostegno ai genocidi nazifascisti, ma alla meritoria associazione “Figli della Shoah”; aveva fretta e ha abbreviato, e al Corriere han stampato così.

Di fronte a un episodio del genere – valutate voi quanto buffo o patetico o triste – spunta la solita domanda (spunta sull’Unità, H1t#206)ma succede così anche altrove? O siamo l’unico Paese in cui i capitani d’industria non riescono a padroneggiare la propria lingua madre, né a munirsi di collaboratori che li sappiano assistere? Quando Caprotti definisce il Corriere il “Times del proprio Paese”, mette a fuoco il problema: è immaginabile un testo così involuto sul Times o su qualsiasi altra prestigiosa testata occidentale? Non è una domanda retorica, onestamente non lo so: se qualcuno ha in mente episodi paragonabili me li segnali pure qua sotto. Ma nel frattempo rimane il dubbio di ritrovarsi nel Paese con la classe dirigente e industriale meno colta d’Europa. Altrove almeno una letterina la sanno scrivere – se non lo sanno fare, sanno procurarsi qualcuno che lo faccia per loro; da noi no, non è richiesto, non è necessario.

Nell’era della comunicazione, i nostri capitani balbettano. Chi li rimprovera di non conoscere l’inglese forse non ha afferrato l’entità del problema: neanche in italiano sanno spiegarsi. Sono stupidi? Tutt’altro: intelligenza e cultura sono variabili non correlate, ed evidentemente Caprotti non ha avuto bisogno di particolari competenze linguistiche per mettere in piedi un impero nel ramo distribuzione. Forse davvero quando sei in ascesa la cultura più di tanto non serve. Ma ti assiste nei giorni difficili, quando devi imparare a mollare, e l’istinto non vuole saperne. Ha l’aria di essere la situazione di Caprotti, ed è sicuramente quella di Silvio Berlusconi, che pure può contare su un lessico un po’ più ricco, da piazzista quale è sempre stato. In qualsiasi altro Paese un Berlusconi avrebbe mollato da mesi, senza arrivare all’umiliazione del voto di mercoledì. Non glielo avrebbero consigliato soltanto i collaboratori più fidati: ci sarebbe arrivato da solo, riflettendo sugli esempi che la cultura personale gli avrebbe fornito, su Nixon, su Leone e su tanti altri. Berlusconi invece conosce solo Berlusconi, e magari la Storia gli darà ragione: dopo lo scisma del PdL e la manifestazione autocommiserativa di mercoledì i sondaggi lo vedono in risalita. Si vede che in Italia l’istinto premia ancora. http://leonardo.blogspot.com
contro la lingua italiana, dialoghi, lingue morte

È eh

“La lingua! Ci rifletti mai?”
“Eh”.
“Che cosa incredibile. Che fonte di affascinanti misteri e paradossi. Pensa alle flessioni”.
“Preferirei di no”.
“Gli antichi indeuropei avevano forse declinazioni a dieci casi, che si sono poi andate semplificando”.
“Mano male”.
“Il latino – come sai bene – conosceva sei casi, l’italiano uno solo. Ma questo che significa?”
“Non saprei”.
“Che gli uomini preistorici avevano una grammatica più complessa della nostra?”
“Eh”.
“Che affascinante mistero. Leggevo proprio ieri che due linguisti, attraverso un attento studio comparativo, sono arrivati a individuare la prima parola universale”.
“Eh?”
“Precisamente: è la prima parola comprensibile in tutte le lingue del mondo”.
“E quale sarebbe?”
“Eh”.
“Non me la vuoi dire?”
“Te l’ho già detta, eh”.
“Va bene, mi sarà sfuggita”.
“Ma no, è eh”.
“Vabbe’, è inutile che mi ridi in faccia”.
“Non ti sto ridendo in faccia. Ti sto dicendo che la prima parola universale è eh”.
“È un indovinello?”
“Non è un indovinello. È eh”.
“Va bene. Mi è sfuggita. Forse mi ero distratto. Me la puoi benissimo ridire, che ti costa?”
“Ma te l’ho ridetta”.
“Ah sì?”
“Sì, è eh”.
“…E ti dispiacerebbe enormemente ridirmela di nuovo?”
“Eh”.
“Eh?”
“Precisamente”.
“Precisamente è la prima parola universale?”
“No, eh”.
“E allora la prima parola universale è…”
“Però per favore concentrati”.
“Sono concentrato”.
“È la prima parola universale. Tutti i popoli del mondo la possono capire”.
“Tutti”.
“Ha lo stesso significato in tutte le lingue. Non possono esserci fraintendimenti, equivoci, errori”.
“E questa incredibile parola è…”
“Eh. Se la dici a un ottentotto, lui capisce quello che stai cercando di dirgli. Eh”.
“Non sono un ottentotto”.
“A maggior ragione”.
“E quindi?”
“Eh”.
“Non me la vuoi dire?”
“Te l’ho appena detta”.
“Ah sì?”
“Eh”.
“E RIDIMMELA UN’ALTRA VOLTA”.
“EH! EH! EH È LA PRIMA PAROLA UNIVERSALE”.
“CE L’HAI CON ME? PENSI CHE SIA DIVERTENTE?”
“NON È DIVERTENTE. È EH”.
“GIANNI, ASCOLTAMI, SIAMO SU UN BLOG IMPORTANTE. UN LUOGO DOVE SI FANNO DISCUSSIONI RAFFINATE. ORA PER FAVORE, DIMMI ‘STA CAZZO DI PAROLA UNIVERSALE”.
“MAVAFFANCULAMAMMET'”
“Lo sospettavo”.

contro la lingua italiana, giornalisti, wikipedia

Vuoi più bene a Sallusti o a Wikipedia?

Well Done, Colombus!

Il primo post mai pubblicato su questo blog, quasi 12 anni fa, era un appello contro un progetto di legge-bavaglio. Non esisteva ancora l’espressione, legge-bavaglio, ma esisteva già il concetto e anche un certo allarmismo di fondo. In seguito credo non sia passato un anno senza un progetto di legge-bavaglio che ci costringesse a chiedere aiuto, e che quasi sempre all’ultimo momento veniva scongiurato, più che dai nostri risibili sforzi, dall’improvviso apparir del buonsenso. Come se a un certo punto da qualche parte in parlamento ci fosse una specie di imbuto, un filtro, qualcuno che si legge tutte le leggi strane che stanno per andare al Quirinale,  scuote la testa e dice “ma siete scemi?”. Forse esiste davvero un personaggio così, anche se è difficile pensare che l’abbia votato qualcuno. Forse è un usciere.

Comunque io a un certo punto mi sono stancato e non protesto più: al limite quando mi denunceranno sul serio, chiuderò il blog, e finalmente avrà una risposta la domanda che mi arrovella da anni, ovvero: può l’internet italiana fare a meno di me? Credo di sì, ma non ho mai verificato, capite, e quindi il dubbio che tutto possa andare in malora nel giro di una settimana un po’ serpeggia. No, scherzo.

Invece Wikipedia, ecco, lei non dovrebbe scherzare. Se davvero la comunità italiana di Wiki ritiene che la nuova legge salva-Sallusti sia una concreta minaccia, forse bisognerebbe trarre le conseguenze e chiudere tutto. Fine. Lo dico non soltanto con la morte nel cuore, ma anche con una punta di panico, perché ormai senza wikipedia non riesco nemmeno a ricordarmi non dico l’anno dell’editto di Tessalonica, ma quello in cui sono nato io. Ma proprio per questo credo sia la cosa giusta da fare. Ricordo ancora lo sbigottimento di quel paio di giorni in cui it.wikipedia andò giù, sempre per protestare contro una legge-bavaglio che non passò. Ecco. Stavolta proporrei una cosa più drastica. Una bella pagina 404 e pedalare. Dopodiché, sarebbe molto interessante vedere cosa succede.

Per prima cosa, i giornalisti. Vediamo cosa riescono a fare i giornalisti senza la wikipedia italiana. Vediamo al primo coccodrillo illustre, alla prima emergenza di qualche tipo. Vediamo se riescono ancora a sbrigarsela senza l’enciclopedia on line, una volta ce la facevano, vediamo.

Vediamo come se la cavano quelli che dovevano assolutamente salvare il collega Sallusti, perché non esiste, assolutamente, che un direttore responsabile che non verifica le falsità infamanti scritte da un giornalista radiato dall’albo sul suo quotidiano, e che in seguito si rifiuta di rettificarle, e quando lo portano in tribunale non paga nemmeno un avvocato decente, e quando lo condannano rifiuta la multa e l’assegnazione ai servizi sociali, e viceversa fa pressione per andare in galera il più presto possibile… non esiste che uno così vada in galera, è un sopruso, un affronto alla categoria, insomma bisogna fare una legge al più presto per impedire a un direttore responsabile che si rifiuta di rettificare le infamie scritte da un giornalista radiato dall’albo di andare in galera; vediamo come si trovano il giorno dopo, un giorno in cui Sallusti sarà libero, e wikipedia non sarà più on line (che poi non si capisce perché per salvare Sallusti in galera ci dobbiamo andare noi che non prendiamo stipendi da direttori responsabili, ma vabbe’).

Magari non avranno nessuna difficoltà e continueranno a scrivere pezzi bene informati, come hanno sempre fatto. Magari a furia di copiarsi a vicenda tra quotidiani e agenzie daranno vita a un nuovo network di condivisione, un nuovo grumo di conoscenza che prima non esisteva, qualcosa di assolutamente inedito! E allora ne sarà valsa la pena. Ma nel frattempo, noi?

Beh, è persino banale. Nel frattempo noi consulteremo la wiki inglese. E le altre. Ma soprattutto quella inglese. Non troveremo esattamente tutto quello che c’era in quella italiana, ma col tempo riusciremo ad allargarla un po’, ad adattarla alle nostre peninsulari esigenze. Nel frattempo, con ogni probabilità, il nostro inglese sarà molto migliorato. L’abitudine a usarlo ogni volta che ci serve una nozione ci renderà progressivamente naturale l’adoperarlo anche tra noi, e a quel punto cominceremo a scrivere – finalmente! – anche i nostri post in inglese. Da quel momento per la legge italiana saranno quasi invisibili, e il problema sarà risolto. Insomma, il modo per evitare questa e le prossime leggi bavaglio promosse dal parlamento italiano è semplice (ancorché un po’ doloroso): basta uccidere la lingua italiana. Come lo chiamano, gli albionici, un espediente un po’ rozzo, ai limiti della violenza, ma efficace? Ce l’ho sul tip of my tongue, si dice… Egg of Columbus, that’s it. Bye.

contro la lingua italiana, giornalisti, provincia

Il glande di Papa Sisto

Va volutamente a casaccio.

Ieri su Repubblica si sono incrociati due fenomeni che da qualche anno seguo con una certa attenzione, non so nemmeno io perché: il dibattito sull’abolizione delle province e la prosa di Francesco Merlo. Il risultato lo definirei clamoroso, ma forse per riuscire a cogliere l’infinita assurdità del tutto bisogna essere dei maniaci come me.

Comunque provo a spiegare. La parola “provincia”, come tante parole della nobile ma non ricchissima lingua italiana, ha diversi significati. Ogni vocabolario ne riporta almeno tre o quattro, ma i più importanti sono i primi due. Vedi ad esempio il Sabatini Colletti:

  • 1 Circoscrizione territoriale amministrativa in cui si suddividono le regioni dello stato italiano e che raggruppa insieme più comuni limitrofi; (anche con iniziale maiusc.) ente amministrativo con competenza su tale territorio:presidente della p.; sede di tale ente: andare in P.
  • 2 In contrapposizione alla capitale o ai grandi centri urbani, il complesso delle città e dei paesi minori: abitare in p. || fig. di p., tranquillo, monotono, oppure retrogrado, ristretto (con riferimento a una presunta arretratezza sociale e culturale della p.): vita, mentalità di p.

Ora, quando il governo anticipa che ha intenzione di abolire e accorpare delle “province”, il contesto dovrebbe rendere chiaro oltre ogni possibilità di dubbio che il significato della parola è il numero 1: circoscrizioni territoriali amministrative, di cui possono far parte sia grandi e grandissimi centri, sia la campagna disabitata. Secondo alcuni di queste circoscrizioni ne esistono troppe (anche secondo me) e quindi ridurle potrebbe portare a un risparmio senza una riduzione significativa dei servizi offerti. Io poi da anni continuo a notare che chi ne discute ha spessissimo scarsa nozione di cosa sia questo tipo di circoscrizione e che tipo di servizi offra al cittadino. Però questo non è il problema di Merlo.

Merlo è oltre. Merlo ieri su Repubblica ha scritto una paginata sul significato numero 2. Per tre colonne ha continuato a strascicare l’equivoco; ha chiesto al lettore di sospendere la credibilità e di assumere che Mario Monti volesse abolire “il complesso delle città e dei paesi minori”, “con riferimento a una presunta arretratezza sociale e culturale della p.”: basta con il tedio di vivere in provincia, tutti metropolitani d’ora in poi. Per capirsi, è come se di fianco alla notizia di un restauro della cappella sistina un editorialista scrivesse tre colonne sul glande di un pontefice del Rinascimento. E per favore non traducete più “inquinamento” con “polluzione”, anche se i vocabolari lo consentono, perché se Merlo se ne accorge ti fa una pagina sui sogni bagnati della sua, della nostra ruggente pubertà.

Poi uno si domanda: perché crollano le vendite dei giornali? Perché? Io ieri su Repubblica ho letto un titolo, ho visto una cartina, sembrava che Monti volesse abolire la mia pur ricca e popolosa e vasta provincia. Leggo sotto e scopro che non è proprio così: può darsi che si vada a un accorpamento con un’altra provincia, anche lei ricca e popolosa e tra l’altro ci ho dei parenti,e in generale mi sembra gente con la testa quadra sulle spalle, quindi non è un dramma; però a quel punto cosa vorrei da un quotidiano? Vorrei che mi spiegasse perché un accorpamento di questo tipo conviene. Non solo delle informazioni, che tutto sommato ho trovato, ma degli scenari: come potrebbero cambiare i confini? Conviene far gestire le scuole superiori a livello comunale o regionale? Secondo me no, ma discutiamone. Tutto questo io vorrei da un quotidiano, e su Repubblica queste cose un po’ ci sono, ma in poco spazio. Di fianco però c’è una paginata di Merlo sul glande di Papa Sisto. No, in realtà sul provincialismo come fenomeno dell’italianità (il severgninometro s’impenna): ma non è che faccia molta differenza. Alla fine Merlo potrebbe parlare di qualsiasi cosa, non è per la sua attinenza ai fatti del giorno che lo leggiamo.

Lo leggiamo perché ormai ci offre scorci inediti, lussureggianti, sulla cultura di un intellettuale che dorme. Senza offesa, non voglio dire che Merlo stia dormendo quando scrive, però il modo in cui si concatenano le immagini, nel suo flusso di incoscienza, ti dà l’impressione di un sogno. Il sogno di una persona che ha letto molto, che conosce tante cose, e di notte se le ripassa saltabeccando da qua a là per associazione di idee, se le conta come le pecorelle, cos’è la provincia per Merlo? C’è dentro Sciascia, Keynes, Jimmy Fontana, Pasolini, Giorgio Bocca, il latte di capra, le melanzane, e ho letto soltanto le prime dieci righe. Però io ormai ho un’età, qualche riferimento insomma riesco a coglierlo: mi domando che effetto possa fare tutta questa roba a un lettore di venti – io ne avevo meno quando cominciai a leggere Repubblica – uno a cui gli immortali versi di Jimmy Fontana non dicono niente, uno che Keynes vorrebbe prima sapere chi era, non è che si possa andare su google ogni tre righe. O meglio: se costringi il tuo lettore ad andare su google ogni tre righe, lui va a finire che su google ci rimane, scopre il tasto “news” e smette di comprarti. Secondo me. Poi fate voi.

A un certo punto c’è un inciso commovente: mentre prosegue in una burchiellesca lista di provinciali di successo (che avrebbero avuto successo anche se le circoscrizioni territoriali di cui si stava parlando fossero state disegnate in un altro modo), Merlo lo scrive: “vado volutamente a casaccio”. Ecco.

contro la lingua italiana, italianistica, scuola

Abbasso Lapo, strofo

Via albertocane.blogspot.com

In margine a un errore (il solito)
Nella prova Invalsi somministrata giovedì nelle classi prime secondarie di primo grado (=medie), tra i quesiti grammaticali ce n’era uno che chiedeva di correggere il famigerato apostrofo di “qual”. In effetti è una delle competenze grammaticali solitamente richieste al primo anno, e sono abbastanza contento di come sono andati i miei alunni (anche se forse non dovrei saperlo? Ops). E però mi chiedo: ma ne vale la pena?

Seriamente: vale la pena insegnare che “qual” si scrive senza apostrofo; correggere infinite volte l’uso errato di “qual”, mentre nel frattempo magari Roberto Saviano proclama a gran voce che lui l’apostrofo lì ce lo mette e continuerà a mettercelo? Non uno scrittore qualsiasi, l’unico scrittore italiano della mia generazione che i ragazzini probabilmente conoscono – l’unico anche che possa funzionare un po’ come un modello, non il solito squatter di torri eburnee sfitte, uno scrittore che si misura con i problemi reali della società e cerca di cambiarla, in più con quel piglio sbruffoncello che funziona, che in generale ai preadolescenti garba. Che faccio, gli dico che Saviano può e loro no? Che se hai fegato per sfidare la mafia puoi sfidare anche la potentissima Crusca? Come se poi Saviano fosse il solo, mentre lui ci tiene a far sapere che ha ripreso l’uso ortodattilografico di Pirandello.

Il quale Pirandello ci pone un serio problema, perché certo, possiamo raccontarcela finché vogliamo che non è un gran prosatore, Pirandello – vuoi mettere, chessò, con Landolfi (ahimè, anche Landolfi apostrofava “qual”) – però oltre ad avere un orecchio, un senso incredibili per lo stile colloquiale medio, che gli ha consentito di scrivere commedie applaudite da Torino ad Agrigento; oltre a quel premio Nobel che sì, non è una trecentesca corona d’alloro, ma butta via; oltre a tutto il resto, non era mica un autodidatta Luigi Pirandello: si era laureato a Bonn in Filologia Romanza, ne sapeva di fenomeni linguistici più di me e di molti redattori delle prove Invalsi; e apostrofava “qual”. Non solo, ma alla Mondadori non glielo correggevano, il che fa riflettere. Come se l’apostrofo mezzo secolo fa non fosse questo orrore che è diventato al tempo dei blog: probabilmente passava inosservato, abbiamo letto per anni i romanzi di Pirandello editi da Mondadori e mai avevamo fatto caso all’apostrofo. E poi all’improvviso che è successo?

Una rivoluzione copernicana, che diamo ormai per scontata, ma pensiamoci. Dieci anni fa non facevamo così tanto caso agli apostrofi, se correggere le bozze non era il nostro mestiere. Dieci anni fa cos’eravamo?Lettori. E oggi siamo diventati scrittori. Scriviamo continuamente. Mail, sms, post, cinguettii, ognuno di noi scrive in un mese quanto un accademico di Arcadia poteva buttar giù in un anno. Scriviamo così tanto che spesso abbiamo smesso di leggere, il che parzialmente può spiegare perché in generale la qualità della scrittura non è migliorata (e la capacità di comprensione sembra crollata, ma forse è un’impressione mia). È in un momento del genere che certe regolette scolastiche come l’apostrofo su “qual” sono diventate una specie di bandiera, o meglio una livrea da sfoggiare in società: la differenza tra chi ha avuto buone elementari e chi no. Io continuo a chiedermi se ne valga la pena. I racconti di Landolfi sarebbero più o meno belli senza apostrofo? Le requisitorie di Saviano più o meno leggibili?

Io insegno nella scuola dell’obbligo, dove le cose devono essere chiare: i ragazzi hanno bisogno di certezze, se scrivi in un modo è giusto e se scrivi in un altro modo è sbagliato. E tuttavia poi quando cresci e scopri che in un modo scriveva Manzoni e in un modo Pirandello, non ti senti preso in giro? Non rischi di perdere la fiducia un po’ nella scolarizzazione tutta? Chiedo. Anch’io avrei bisogno di certezze, se mi dite che con l’apostrofo è meglio per me è ok. Preferirei impiegare il mio tempo in cose altrettanto noiose, non crediate, ma più utili: la benedetta punteggiatura. Le benedette maiuscole (impiccate i grafici). Tutte cose banali che rendono una frase più comprensibile e più leggibile – un apostrofo non rende nulla più leggibile. Preferirei avere più tempo per la noiosissima ma fondamentale analisi logica, che non è “logica” per modo di dire: sui tweet ve ne accorgete, c’è gente che non si riesce semplicemente a spiegare, è un handicap, un grammatical divide – e non è mai un problema di apostrofi. Preferirei valutare la comprensione, visto che per ora la produzione scritta invece che diminuire aumenta; c’è sempre più roba da leggere e c’è sempre più gente che non ne è in grado, prima o poi l’elastico si spezzerà e mi chiedo come.

contro la lingua italiana, giornalisti, internet, Twitter

#Twitter vs #Serra vs #La_gente

Da quel che ho capito su Twitter ieri è successa una tragedia orribile che non ha a che fare con crisi umanitarie o catastrofi naturali o quegli orribili fatti di cronaca che tengono in piedi i palinsesti pomeridiani, epperò è pur sempre orribile, ovvero Michele Serra ha parlato male di twitter. No.

Serra ha detto una cosa un po’ più complessa: ha detto che se avesse Twitter, direbbe che gli fa schifo. Ma non ce l’ha. E non avendo twitter, non ha la necessità di essere sbrigativo e tranchant in quei 140 caratteri, che fra parentesi, non so se ci avete pensato, ma sanciscono il definitivo digital divide con gli anglosassoni: loro hanno molti monosillabi e in 140 caratteri riescono a farci stare pensieri complessi, noi – se non siamo battutisti di professione – no. E non siamo praticamente mai battutisti di professione. Ci mancano i monosillabi.

Insomma Serra ha fatto un’operazione un po’ più barocca, un periodo ipotetico della possibilità, un mezzo adynaton, una forma di comunicazione che fino alla generazione scorsa funzionava, anzi io sono convinto che fino a qualche anno fa tutto questo equivoco su un’amaca di Serra non sarebbe scoppiato (una volta, secoli fa, le rubriche di Serra erano considerate eccezionali per brevità chiarezza e densità dei significati): Serra non ha detto che twitter gli fa schifo, ma che abitua le persone a esprimersi in affermazioni sbrigative e perentorie, come ad esempio “twitter fa schifo”. Capito? Aspetta, controllo se l’ho spiegato in 140 caratteri. Se sono 140 caratteri è chiaro, sennò ormai è incomprensibile.

Nel frattempo si è aperto il cielo, ovviamente su twitter, perché tutte le forme di comunicazione sviluppano sindromi autoreferenziali, specie quando sono allo stato infantile (nei primi anni la maggior parte dei blog scriveva del fatto di scrivere di blog su un blog), insomma questa cosa che Michele Serra ha parlato male del nuovo giochino l’abbiamo presa proprio male. Serra vergogna, Serra chiudi, Serra apri twitter prima di giudicare, Serra sei vecchio. Gli anni passano per tutti e poi Serra è uno che non è mai sembrato un ragazzino, io lo stimo soprattutto per questo. Può darsi che sia invecchiato, ma non gli si può non riconoscere una profonda coerenza. Oggi torna sul luogo del delitto e ci fa notare che negli ultimi giorni ha criticato due cose: la superficialità dei quotidiani e la superficialità di twitter. L’amaca sui quotidiani è stato accolto con cinguettii di entusiasmo. Quella su twitter è stata rapidamente cosparsa da una pioggerella di guano. Non è una sorpresa, anzi, è la conferma di come funziona, di come ha sempre funzionato Michele Serra: è un osservatore dei costumi che da sempre guarda la società di sbieco e rivolge le sue critiche non nello stesso punto (il palazzo, la partitocrazia, eccetera) ma su un arco di 90°. Sin dai tempi di Cuore e forse di Tango, Serra aveva un’idea di satira che lo rendeva diverso dagli altri: non si trattava di prendersela coi potenti, ma anche con la gente. Per Serra la gente è colpevole tanto quanto i potenti: primo perché li vota, secondo perché ogni volta che Serra esce di casa e si fa un giro, nota gente che ha gli stessi identici comportamenti dei potenti. Quindi merita altrettanto di essere sbertucciata, almeno fino alla fase-Cuore: era una forma di satira curiosamente impermeabile al populismo, che in seguito non c’è più stata, anche perché (secondo me) il populismo ne è un ingrediente fondamentale, benché con Serra ci fossimo illusi di no. Ma solo Serra riusciva a esser cattivo con Andreotti e coi piccoli commercianti che danno nomi imbecilli ai propri negozi, e anche Serra non ci è riuscito a lungo. In seguito non è invecchiato, non subito almeno: si è solo evoluto nel classico paternalista che invece di sbertucciare la gente si arma di pazienza e cerca di spiegare alla gente che non ci si comporta così. (Sì, è la mia stessa tribù, sì, non siamo simpatici e non sempre ci teniamo).

Per esempio, non si affida a un mezzo pubblico qualsiasi parere ci venga in mente in mezzo secondo, perché non siamo battutisti o titolisti (Serra lo era, noi no). Critichiamo la superficialità dei giornalisti, il loro sensazionalismo, ma poi li imitiamo, pretendiamo di occuparci di problemi ma poi ci fermiamo sempre alla superficie, la Fornero dice “paccata” e tutti per una mezza giornata a dire “buu #paccata”. Il mezzo è pericoloso proprio per la sua illusione di facilità: che ci vuole a sembrare intelligenti in 140 caratteri? Una vita, ci vuole, e certi non ci riescono lo stesso. E invece su Twitter c’è anche la gara a chi arriva prima, immaginatevi, su una pista per principianti. Va a finire che commentiamo cose che non abbiamo nemmeno fatto in tempo a capire, ad esempio le amache di Serra, e guardate che Serra è uno che scrive cose brevi e semplici. In mille caratteri più che in 140, sì, è il suo limite. Io per dire sotto i tremila sembro un deficiente.

(Però su twitter ci sono, eh, giusto perché poi arrivano quelli che “come fai a saperlo se non lo usi” eccetera).

contro la lingua italiana, crisi? che crisi?, economie

30 modi per dire Spread in italiano senza sputare

Forse lo spread non sarà il segno della fine dell’Italia, ma è sicuramente uno dei piccoli grandi segni della fine dell’italiano. Costava davvero così tanta fatica tradurlo? È davvero un concetto così alieno dalla cultura italiana, da richiedere un prestito dall’inglese? Peraltro la parola che ci hanno prestato (con un tasso variabile) è vaghissima, incastra la povera lingua italiana in un groviglio esplosivo di consonanti da cui non ci si può liberare senza pagare un abbondante scotto in saliva (che crea problemi coi microfoni nelle dirette), e nella lingua di provenienza ha un campo semantico amplissimo che va da “spalanca” a “margarina”. Davvero non riusciamo a trovare di meglio?

Ma sì che ci riusciamo. Quello che segue è il risultato di un paio d’ore di brainstorming su un forum di cazzeggio, figuratevi se ci si mettessero i linguisti seri. Sono abbastanza fiero di presentarvi Trenta italianissimi modi di tradurre “spread”, se l’italiano ci interessasse davvero. L’italiano si salva anche così (più così che incaponendosi sull’apostrofo di “po’” o di “quel”).

1. allargamento
2. allargo
3. allontanamento
4. allungamento
5. allungo

6. differenza
       (preciso e di uso comune, forse un po’ troppo comune).
7. differenziamento
8. differenziazione
9. discordanza
10 . discrepanza
11. discrimine
        (Questo per esempio è elegante. Attualmente è poco adoperato, per cui potrebbe diventare un ottimo tecnicismo: all’inizio suona strano, dopo tre giorni farebbero tutti a gara per riempircisi la bocca).

12. dislivello
13. disparità
14. distacco
15. distanza
16. distanziamento
17. divaricazione
18. divario 
         (anche questo non è male: sette lettere, nessuno dispendio di saliva inutile come in sPread).


19. forbice
         (il mio preferito: tecnico e concreto. E poi ho un debole per le allegorie).


20. iato
         (stavo per pubblicare quando lo ha detto Monti in conferenza stampa. Non è precisissimo, ma è il più breve in assoluto: quattro lettere, due in meno di spread, perfetto per i titoli dei quotidiani).

21. intervallo


22. scarto
         (un altro papabile: sei lettere, tante quante “spread”, molto più comodo da pronunciare, traduzione praticamente letterale).

23. scollamento
        (c’è qualcosa di vagamente appiccicoso nel campo semantico dell’originale “spread”).

24. scollatura
       (ideale per i garbati giuochi di parole… peccato che il Bagaglino abbia chiuso)


25. separazione (più chiaro di così)
26. slargo (breve, chiaro, e anche un po’ violento)
27. spalancamento
28. spalmatura
29. sperequazione
30. stacco


Bastano, che dite? Ovviamente nessuno si aspetta che i titolisti comincino a usare “divaricazione” o “differenziamento”, però valeva la pena di mostrare che il vocabolario italiano non è quella mummia ingessata che si crede in giro. “Iato”, “scarto”, “forbice”, “discrimine”, sono tutti termini italianissimi, comprensibili, eleganti, relativamente brevi, e non ti fanno sputare l’anima col significante.
Che a quello ci pensa già il significato.

(Grazie a tutti quelli che hanno giocato, segnatevi un caffè sul mio conto).

contro la lingua italiana, ho una teoria, internet

Un’, nessun’, centomil’

Forse siete distratti dalla manovra Monti o dalla bozza Ichino o dal solstizio invernale, che ne so: comunque nel mondo vero in questa settimana è successo che Saviano ha sbagliato un apostrofo su Twitter, e da lì è partito un dibattito con Severgnini Riotta e pure lui.

E alla fine insomma anch’io ho scritto cinquemila battute su un apostrofo. Che faccio, mi vergogno? Sull’Unita.it (H1t#105), e si commenta là.

Il 2011 è stato davvero l’anno in cui l’Italia è arrivata su Internet. Sì, d’accordo, alcuni c’erano da vent’anni. Io da dieci, e già mi sento un nonno. Il grosso delle truppe è sbarcato verso il 2009, con Facebook. Ma il 2011 è stato una boa importante. Nel 2011 i vip italiani hanno scoperto Twitter. E da qui in poi non si torna indietro. Nel 2010 Internet lo usavamo ancora per condividere pensieri e foto di gatti con amici e sconosciuti. Nel 2011 ci sediamo comodi e guardiamo Fiorello che litiga con Sabina Guzzanti. È internet, la cosa di cui tutti parlano in tv. Fino all’anno scorso succedeva l’esatto contrario.
Il 2011 è stato l’anno in cui abbiamo visto certe dinamiche tipicamente internettiane trasferirsi sui quotidiani. Per esempio: un dibattito sull’apostrofo. Ecco, chi bazzica soprattutto Facebook e si è fatta l’idea di Internet come di un club di bimbominkia forse non lo immagina, ma ci sono luoghi su internet dove se sbagli un apostrofo ti massacrano; i grammar nazis (“nazisti della grammatica”) hanno molta meno pietà di chi la grammatica la studia e la insegna. In molti casi sono semplicemente dei troll, disturbatori che attaccano l’errore per distogliere l’attenzione sui contenuti di una discussione. Alcuni sono molesti, altri perfino benigni: ci aiutano a conservare la concentrazione, a non sottovalutare la grammatica.
Da qualche giorno i Grammar Nazis sono approdati su un quotidiano nazionale. Sul GiornaleAlessandro Gnocchi ha attirato l’attenzione su Roberto Saviano che, udite udite, osa scrivere “qual” con l’apostrofo. È sbagliato, no? Se ne è discusso su Twitter, con ospiti di eccezione come Beppe Severgnini e Gianni Riotta. Questo può anche servire a darci un’idea di cosa ci attende nel nostro futuro deberlusconizzato: di cosa parleremo quando non potremo più parlare di Lui? Di infinite cose, per esempio di dove mette gli apostrofi Roberto Saviano.
Quest’ultimo, dopo una consultazione popolare, forte dei nobili precedenti di Pirandello e Landolfi, ha concluso che non è un errore, e che continuerà a scrivere “qual” con l’apostrofo. E questo, Gnocchi, non lo può assolutamente consentire. Bisogna dire che qualche ragione ce l’ha: penso di poterlo dire con cognizione di causa, visto che la grammatica la insegno, e di manuali ne ho sfogliati parecchi. Non concordano sempre su tutto, ma l’apostrofo su “qual” è unanimemente rigettato, di solito in una delle prime pagine, che i ragazzini studiano e si dimenticano immediatamente. L’apostrofo su “qual” rimane infatti uno degli errori più gettonati fino all’esame di licenza media: oltre non vado, ma ho il sospetto che molti continuino ad apostrofare anche al ginnasio e al liceo. Secondo Gnocchi un giornalista che avesse fatto lo stesso errore sarebbe stato licenziato in tronco. E a me viene un po’ da ridere, mentre penso a quante volte ho trovato apostrofi del genere in tutti i quotidiani che mi è capitato di leggere: magari non nel “Giornale”, ma solo perché lo leggo davvero molto poco. Fa sorridere pure Severgnini, che da un apostrofo deduce che Saviano i tweet se li scrive da solo, senza ufficio stampa: come se li sapessero maneggiare davvero così bene, gli apostrofi, gli uffici stampa.
Insomma l’argomento di Gnocchi si può tranquillamente rovesciare: non è che un errore del genere si perdona soltanto a Saviano. L’apostrofo su “qual” è qual tipo di errore che commettono tutti nell’indifferenza generale, fin quando non ci casca, appunto, Roberto Saviano, con tutto il fardello di polemiche letterarie ed extraletterarie che si trascina con sé. Per gli altri scrittori i cecchini nazi grammar non perdono neanche tempo ad appostarsi: se qualche altro autore sbaglia un apostrofo, la colpa è sempre del correttore di bozze.
Quanto a me, devo confessare una certa stanchezza. Se penso agli errori dei miei compagni di internet, l’apostrofo di “qual” mi sembra uno dei meno importanti: non influenza in nessun modo la ricezione del contenuto, al massimo distrae chi ha la deformazione professionale del correttore. Se dipendesse da me, preferirei che internauti e giornalisti curassero più la punteggiatura, senza la quale persino un breve tweet a volte diventa ambiguo o incomprensibile.
Come insegnante naturalmente continuo a correggerlo, quell’apostrofo: a cancellarlo e a farlo notare con vigorosi segni di penna rossa, anche se ho la sensazione di sprecare tempo che dovrei dedicare a correggere errori più interessanti. Come appassionato di fatti linguistici invece mi sento di poterlo dire: quella regola è spacciata, non sopravviverà a un’altra generazione di utenti di internet. Se davvero continueremo a scrivere così tanto (il che per quanto mi riguarda è una buona notizia), ci sono fatiche mentali che presto o tardi rimuoveremo, come quella di dover distinguere ogni volta tra “quell’” con l’apostrofo e “qual” senza. E presto o tardi anche l’orribile “pò” senza apostrofo e con l’accento entrerà sui dizionari – dopo essere passato attraverso i quotidiani, che non ce ne hanno mai veramente fatti mancare. La lingua cambia un po’ ogni giorno; i grammatici lo sanno e presto o tardi si adeguano. Può sorprendere il fatto che alcuni dei più accaniti conservatori resistano proprio su internet. Ma chi ci bazzica già da qualche tempo lo sa: è la jungla ideale per qualsiasi giapponese ancora in attesa di ordini dall’imperatore Hirohito. Anzi, in certi contesti la regola più apprezzata è proprio la più inutile e astrusa: nel momento in cui i network sono diventati “sociali”, è diventato fondamentale dimostrare di saper stare in società. Più che filologia, si tratta di galateo: disporre gli accenti come le posate in tavola. Inutile chiedersi perché qui no e lì sì: sarebbe come chiedersi il motivo della forchetta dell’insalata (e comunque alle elementari tutti questi perché non ce li fornivano)… http://leonardo.blogspot.com
apocalittici e integrati, blog, contro la lingua italiana, ho una teoria, internet

Il blog è morto 4567

Domenica ero all’Unità con tutta questa gente che, fidatevi, dal vero è assai più bella. Si doveva parlare di Unità d’Italia, ma se metti dei bloggers italiani a un tavolo, un’oretta di autodenigrazione collettiva non ce la leva nessuno. Vecchi, aggressivi, autoreferenziali: siamo noi, i blog italiani (tranne quelli della foto, ovviam)
Il pezzo si può commentare anche sulla nuova piattaforma dell’Unità, quindi non si può più commentare qua.  
È vero che i blog sono autoreferenziali?
Un certo grado di autoreferenzialità è inevitabile. Ma diventa insostenibile soltanto quando si tratta di blog. Se si invitano dieci scrittori a una tavola rotonda, è ovvio attendersi che discutano di letteratura. Se chiami dieci economisti, di economia. Ma se dieci blogger intorno a un tavolo si ritrovano a parlare di blog, devono per forza chiedere scusa per l’autoreferenzialità. In realtà tutta questa spinta ad annoiare i lettori raccontando i fatti nostri, ieri, non si sentiva. Si è discusso dello spazio che condividiamo. Non è mai stato uno spazio molto popolato e importante, quello dei blog italiani: sei o sette anni fa la stampa provò anche a venderci come la nuova rivoluzione internettiana, ma la verità è che non siamo mai stati moltissimi e non siamo mai stati eccezionali. Però secondo me l’autoreferenzialità non deve portarci all’autodenigrazione. Qualcosa di buono lo abbiamo fatto: abbiamo portato qualche argomento, sollevato qualche questione, e in generale lo strumento che abbiamo scoperto ormai dieci anni fa continua a essere molto valido. Per fare un esempio: in queste ore il reportage in lingua italiana più interessante dal Giappone si legge su un blog, Pesceriso. Ovviamente l’autore parla delle cose che capitano intorno a lui, che vive a Tokio. È autoreferenziale? Avercene.
È vero che i blog sono aggressivi?
È vero che i blog – e la Rete in generale – ci mettono in una condizione ideale per esprimere un’aggressività che nella vita ‘reale’ siamo costretti a contenere. Per molti anni internet è stato un luogo dove non mostravamo i nostri volti, proprio come non li mostriamo mentre guidiamo nel traffico cittadino: l’aggressività dell’internauta in questo senso non è molto diversa da quella dell’automobilista, è un ‘calcare i toni’ che denuncia l’ansia di non riuscire a farsi capire. Però il blog è uno strumento complesso, non funziona soltanto con la rabbia o con l’indignazione. Prima o poi l’energia che si manifesta in modo aggressivo si deve articolare in qualcosa di più articolato: lo stesso Grillo dopo o giorni del Vaffanculo ha dovuto mostrarsi propositivo, era il suo stesso pubblico che glielo chiedeva. Ma Grillo è un caso molto particolare, preferisco citare il mio: ero una persona molto più aggressiva e insicura quando ho cominciato a scrivere. Sono abbastanza contento di avere trasformato tante orribili incazzature in frasi e in ragionamenti, che altre persone hanno condiviso. Può anche darsi che se fossi rimasto senza questo ‘sfogatoio’ a un certo punto sarei esploso e avrei fatto la rivoluzione. Io però sono uno di quelli che crede alle rivoluzioni lente, graduali, che passano per la progressiva acquisizione di una consapevolezza. La gente che scoppia all’improvviso mi ricorda i kamikaze di Hamas, mi auguro di poterne farne a meno.
È vero che i blog sono vecchi, ormai?
Sì, infatti ci avevano già dati per morti nel 2004, nel 2005, nel 2007… la prova della nostra decadenza è che nessuno fa più un bel titolo “il blog è morto”, non facciamo più notizia neanche come zombie. Senz’altro non è più lo strumento preferito dai teenager, ammesso che lo sia stato: però fino a tre-quattro anni fa, quando la principale piattaforma di aggregazione giovanile era MSN, era normale sentire un quindicenne dire “ho un blog”, “questa la metto sul mio blog”. Poi c’è stato youtube, poi myspace, adesso facebook, e gli adolescenti sono stati tra i più rapidi a cambiare mezzo. Senza dubbio lo strumento testuale è il più difficile da padroneggiare per loro; si fa molto prima a taggare una foto o caricare un video. Non credo sia il caso di farne un dramma, c’è un tempo per comunicare con le immagini e un tempo per sperimentare la comunicazione testuale (e sui blog si sta molto meglio da quando pettegolezzi barzellette e chiacchiere varie sono finite su Facebook). Detto questo, aveva ragione ieri chi si lamentava che fossimo le solite facce stanche, i soliti capelli grigi. Dove sono i blogger giovani? Ecco, appunto: dove sono? Io di blogger bravi ventenni non ne conosco: sarà un mio limite, ma se penso alle cose che scrivevo a vent’anni… fortuna che non c’erano ancora i blog.
E l’Unità d’Italia, in tutto questo?
Più che unità d’Italia, preferirei parlare di unità di italiani, che su internet sono una tribù compatta, forse un po’ troppo impermeabile, tenuta assieme dal collante della lingua italiana. È chiaro che è una lingua banalizzata e standard, credo che entro certi limiti sia il prezzo da pagare. Però è una base su cui ripartire con quell’opera di rialfabetizzazione che secondo me è una delle componenti fondamentali di quella famosa rivoluzione di cui si parlava ieri. Ora che abbiamo un vocabolario comune, possiamo riallargarlo pian piano. I blog possono avere il loro ruolo in questo processo: possono riscoprire parole e concetti e rilanciarli in modo virale. In realtà il successo di una iniziativa come quella di ieri (magari tutti i problemi tecnici avete partecipato in tantissimi), dimostra che le persone hanno voglia di scriversi, leggersi, confrontarsi: i blog servono a questo. E a sentirci dire che siamo autoreferenziali. Certo: parliamo delle cose che ci interessano, che ci succedono, che conosciamo. Di cos’altro dovremmo parlare? http://leonardo.blogspot.com
blog, contro la lingua italiana, fratelli d'I.

L’Italia è un blog

Domenica prossima, dalle 11 alle 13, l’Unità (giornale) festeggia l’Unità (d’Italia) con una grande tavolata di blogger di tutto rispetto. E poi ci sono anch’io! Seguiteci in streaming sul sito dell’Unità, cercheremo di battere il Papa nella sua stessa fascia oraria. Potrete dialogare con noi scrivendo a unisciti@unita.it, o via facebook, o twitter.

Dove il sì suona
Io ho l’impressione che se si raccogliessero tutte le discussioni che si sono fatte, in rete, negli ultimi mesi, sul centocinquantenario dell’Unità, sull’importanza di festeggiarlo oppure no; sull’importanza del Risorgimento, o viceversa sulla sua irrilevanza – se sia il caso di celebrare Garibaldi o seppellirlo, celebrare Cavour o seppellirlo, e l’Inno, e la Bandiera, eccetera – se si prendessero tutte queste discussioni, e si infilassero nello stesso file, con lo stesso carattere – facciamo un bel Bodoni corpo 10, e poi si premesse il fatidico tasto “Print”, ebbene, avremmo scritto il più grosso libro mai prodotto sul Risorgimento italiano. E anche il più inconcludente, il più illeggibile, il meno necessario. Sono d’accordo. Però vorrei un attimo ragionare sulla quantità. Quanto stiamo scrivendo, sull’Unità d’Italia? Non era mai successo, per un motivo semplice. Siamo in tanti, che scriviamo: non siamo mai stati così tanti. I linguisti hanno un bel da lamentarsi che la qualità del nostro italiano stia peggiorando: hanno ragione. Resta il fatto della quantità: non abbiamo mai scritto così tanto come negli ultimi anni, da quando esiste internet. E su internet esistono siti, forum, chat, social network, e anche blog. Molti di loro hanno scritto qualcosa sull’Unità d’Italia. Magari giusto per ribadire che non valeva la pena di festeggiarne il 150°, che è meglio concentrarsi su altri problemi; che loro più che italiani si sentono europei, o padani, o cittadini del mondo, o napoletani, o interisti. E poi hanno premuto il tasto publish.

E su internet è comparso un altro testo.
In lingua italiana.

Si scopron le tombe, si levano i morti! I martiri nostri son tutti risorti!” E poi che farebbero, una volta risorti, i nostri martiri? è ragionevole pensare che per prima cosa vorrebbero verificare se ne è valsa la pena. A quel punto potremmo mostrargli l’enorme libro che abbiamo scritto negli ultimi due mesi, sui blog e sui forum e sui social network (e sì, anche nei giornali). Pensate che lo disprezzerebbero? Al contrario, piangerebbero calde lacrime di zombies, per quello che sono riusciti a scatenare. Ce l’hanno fatta, forse non a fare l’Italia, ma a fare l’Italiano. Centocinquant’anni fa la lingua di Dante era l’idioletto di una esigua minoranza di persone – quanto a quelli che sapevano correttamente usarlo per scrivere non erano probabilmente più di qualche migliaio. Oggi scriviamo centinaia di libri al giorno, siamo instancabili. La wikipedia in lingua italiana ha più di 780.000 voci – più di quella in spagnolo castigliano, e lo spagnolo è la lingua ufficiale di una ventina di nazioni, la quarta più parlata nel mondo. L’italiano non è mai stato così brutto, forse, ma nemmeno così vitale. Possiamo anche passare il tempo a litigare sull’unità d’Italia, senza accorgerci che proprio mentre ne litighiamo – in lingua italiana – la stiamo celebrando. Celebriamo l’unità di genti che nel 1861 forse non avevano niente in comune, e che oggi ascoltano le stesse canzoni, guardano gli stessi film doppiati nella stessa lingua, e da qualche anno a questa parte scrivono, indefessi, su internet. Una sterminata produzione letteraria che dovrebbe chiudere qualsiasi dubbio sull’identità. Ci piaccia o no, siamo italiani, da Ventimiglia a Trieste (non un metro più in là).

Questo ha anche un lato oscuro. Internet è una rete che ci consente di condividere le nostre conoscenze con il mondo. Su facebook potremmo dialogare con persone di Paesi stranieri – non ci capita mai. Se siamo esperti di un argomento, potremmo entrare in un forum mondiale dove se ne discute – abbiamo mai pensato seriamente di farlo? E anche i nostri blog, potrebbero servirci per evadere un po’ dalla provincia. In dieci anni che ne scrivo uno, mi dev’essere capitato di essere linkato all’estero una volta sola. Da un blog francese. I francesi sono un altro popolo di 60 milioni di persone che vive a poche ore da me, la Provenza mi è molto più familiare del basso Lazio. Ma ai francesi quel che scrivo non è mai interessato, e io non ho mai fatto molto per interessare i francesi. Non è terribilmente provinciale, questo?

Non siamo in generale, noi blog italiani, terribilmente provinciali? Internet poteva servirci a conoscere il mondo, ma il più delle volte ci serve a specchiarci in noi stessi. Ci troviamo gli stessi dibattiti che affliggono la nostra piccola tv italiana, i nostri piccoli quotidiani. Questa lingua, che ci rende stranieri a chi vive a poche ore da noi, sta diventando una prigione. Là fuori ci sono miliardi di persone che progressivamente si stanno accorgendo di vivere nello stesso mondo, con gli stessi problemi. E poi ci siamo noi, il popolo del Sì, una piccola sacca di indigeni autoctoni che continua a discutere animatamente degli anniversari della sua tribù. Da lontano gli altri ci osservano – forse hanno paura a disturbarci, come quelle popolazioni amazzoniche che vanno lasciate così come sono, per preservare una biodiversità, eccetera.

Forse è quello che siamo, una tribù rimasta ai margini del grande discorso globale, con una lingua autoctona che è meglio preservare così com’è. Vitali, ma chiusi in noi stessi. Per saperlo forse basta aspettare fino al 2061, quando festeggeremo il bicentenario. Non ha molta importanza di cosa ci troveremo a parlare per l’occasione – se sia il caso di celebrare Garibaldi o seppellirlo, di celebrare Cavour o seppellirlo, l’Inno o la Bandiera, eccetera. Ha molta più importanza la lingua che useremo. Sarà ancora il nostro italiano? Sarà una buona notizia? (Se vi va se ne parla domenica).

Berlusconi, contro la lingua italiana, ho una teoria, tv

Il lessico centrifugo di Silvio B.

Noi non siamo stati capaci di batterlo, Berlusconi, perché non abbiamo capito che Berlusconi sa parlare a questi e a quelli, guarda per esempio la lingua di Berlusconi. Postribolo. Turpe. Spregevole. Insufflare. Giuoco. Cribbio. Mi consenta. Lo vedi? Berlusconi sì che sa parlare al popolo.

La lingua centrifuga di Berlusconi (H1t#60) è on line sull’Unità.it e si commenta qui.

Ci si abitua a tutto, col tempo, e il giorno che Berlusconi a rete unificate mostrerà le chiappe ai giudici noi spegneremo la tv sbadigliando, ormai assuefatti. Nel frattempo la scorsa settimana si è limitato a telefonare in diretta a Gad Lerner rimproverandogli di condurre non una trasmissione ma un “postribolo”, e di farlo in modo “spregevole, turpe, ripugnante”. Diamo per scontato che l’intervento di Berlusconi sia stato estemporaneo, e che lui abbia usato nella foga le prime parole che gli venivano in mente; al limite se le sarà appuntate su un foglietto prima di prendere la linea. Non suonano comunque incredibilmente sue?

In effetti, chi altri in tv può permettersi, al colmo dello sdegno, di usare la parola “turpe”? Forse lo stesso presidente del Milan che si compiace di pronunciare “giuoco”, che si lamentava che qualcuno “insufflasse” notizie tendenziose ai quotidiani stranieri. Berlusconi del resto può dire quello che vuole, essendo il capo. Chiunque altro vada in tv, soprattutto sui suoi canali (cioè tutti, ormai), ha imparato da anni a limitarsi, a ridurre il proprio vocabolario a quelle mille, quelle cinquecento parole che sono più che sufficienti a vendere qualcosa a un “bambino di undici anni, neanche tanto intelligente” (da sempre il target ideale Mediaset). Quindi: non si dice “postribolo”, ma “bordello”, e meglio ancora “casino”; non “spregevole”, ma “stronzo”, che è effettivamente cosa spregevole, o “capra” quando si vogliono evitare grane legali. Eppure il Capo non parla proprio così. L’insipida neolingua televisiva l’ha imposta a tutti, tranne che a sé stesso.
Il fatto che B. parli strano non significa che parli difficile. Le sue stravaganze lessicali non appartengono al gergo grigio degli intellettuali di fine Novecento; non sono i soliti termini vacui o incomprensibili evasi dall’ambito accademico. Berlusconi pesca piuttosto nel melodramma ottocentesco, nel repertorio lessicale al tempo stesso magniloquente e popolare dei libretti d’opera e dei romanzi d’appendice. Gli arcaismi che sceglie o si lascia sfuggire diventano immediatamente comprensibili, grazie al contesto e alla sintassi sempre lineare. Quando dice “insufflare” capiamo tutti al volo cosa intende, anche se non abbiamo mai sentito la parola: la rarità del termine però aggiunge al messaggio qualcosa di più. È quel dettaglio dissonante che in un qualche modo rafforza la verosimiglianza della frase, e in gergo televisivo si direbbe che “fora”: attira l’attenzione di spettatori e commentatori, in nove casi su dieci finisce sui titoli dei giornali e a volte crea veri e propri tormentoni.
Due giorni prima dell’intemerata berlusconiana all’Infedele, sullo stesso canale Pier Luigi Bersani aveva confessato a Irene Bignardi di avere anche lui parlato ‘difficile’ in gioventù. Del resto il segretario PD si è fatto le ossa nel periodo delle “convergenze parallele”, quando il linguaggio della politica era un idioletto comprensibile a pochi. Col tempo ha saputo rinnovarsi, eliminando i tecnicismi e cercando slogan tra i modi di dire della quotidianità. Lo sforzo di voler parlare a tutti c’è, non si può negare, ma non si può nemmeno fingere che non sia uno sforzo. Anche Veltroni, l’indomani, al Lingotto, ha regalato un altro dei suoi lunghissimi discorsi in cui è riuscito a parlare di tutto, inserendo aneddoti anche gustosi, ma in un italiano rigorosamente medio, un po’ pedestre, mondato di ogni stravaganza. Insomma, mentre Veltroni e Bersani censurano consapevolmente il proprio dizionario nel tentativo di farsi capire da un non meglio identificato italiano medio, Berlusconi se ne frega e attacca ai lati, mescolando alto e basso, “turpe” e “coglione”, “postribolo” e “bunga bunga”. La differenza tra le due manovre assomiglia a quella tra certe fiction rai dove tutti (studenti, professori, bidelli) parlano lo stesso irrealistico italiano medio, appena appena impreziosito da qualche intonazione dialettale, e i feuilleton Mediaset con Garko e la Arcuri, che sfoggiano termini desueti come chincaglieria non sempre comprensibile, ma straordinariamente decorativa. Alla fine c’è un pubblico per entrambi i prodotti, ma il secondo sembra ancora il più popolare.
E la teoria qual è? Beh, forse Berlusconi ha vinto quando ci ha convinto che gli italiani stessero al centro, e che per raggiungerli avremmo dovuto rinunciare alle nostre parole difficili, tecniche, espressive. E mentre ci autocensuravamo alla ricerca del fantomatico Centro lui operava nel senso opposto, prosperando ai bordi, riuscendo nell’impossibile impresa di conciliare gli estremi, nazionalisti e leghisti, imprenditori e disoccupati, cattolici e puttanieri, mescolando barzellette e melodramma – una forza centrifuga che spingeva verso l’esterno, verso l’estremo, schiacciandoci al centro in una morsa. Se invece di seguire i suoi consigli avessimo ragionato sul suo linguaggio, chissà, forse oggi ci sarebbe rimasto qualche elettore in più. O almeno qualche parola in più, che è meglio di niente.http://leonardo.blogspot.com
contro la lingua italiana

La quinta sofistica

Li conoscete da un pezzo; ma sapreste distinguerli?

Uno è Nicky Vendola, orgoglio delle Puglie e speranza della Sinistra e della Libertà: l’obama bianco-ma-gay, l’uomo che potrebbe battere Bersani nelle primarie di coalizione del centrosinistra, e (un po’ più difficilmente) portare il primo orecchino a Palazzo Chigi.

L’altro è Alfonso Luigi Marra, avvocato cassazionista con l’hobby della scrittura: i suoi saggi torrenziali, a metà tra narrativa e speculazione filosofico-economico-antropologica, non se li filerebbe nessuno, non fosse per i meravigliosi spot che paga di tasca sua e sono una delle cose per cui vale la pena lasciare la tv accesa a Natale e Ferragosto.

Sono due persone diverse. Hanno idee diverse. Si fanno votare da persone diverse. Ma sapreste riconoscerli unicamente da quello che scrivono? Ecco il piccolo test di fine anno che farà arrabbiare e divertire grandi e piccini. Sapete riconoscere, tra queste dieci citazioni, quali sono quelle prese da libri e discorsi di Vendola, e quali invece sono attinte dal corpus Alfonsoluigimarriano? Usare google non vale. Tanto non si vince niente – salvo un’accresciuta conoscenza di entrambi i pensatori. Le soluzioni sono in fondo.

1) “Leggendo “Il Corricolo”, un bellissimo libro di Dumas figlio, quel che stupisce di Napoli, teatro solo 150 anni fa delle gesta di quella nobilissima, sapientissima plebe, è che sia riuscita a ricavare dal suo inenarrabile misticismo un minimo di razionalità per adattarsi ad un modernismo che non condivide. Valori fra i quali una certa fierezza guappesca da interpretarsi, nel suo modello ideale, come ultima forma di dignità possibile di fronte alla sarchiaponica ma feroce bestialità dell’apparato”.

2) “Cambia molto se la democrazia è non soltanto la fotografia sincronica degli umori ideologico-culturali del presente ma se, in qualche maniera, ha una capacità, se possiamo dire così, di proiezione diacronica, di prospettazione che va oltre il limite generazionale, se il ‘bene comune’ lo preserva con lungimiranza, se assume la bisessuazione del linguaggio che la fonda come principio di realtà ed esodo dalla gabbia del neutro-maschile”.

3) “Cos’è il machismo? E’ l’elaborazione dell’angoscia dell’impotenza che il genere maschile si porta dalla notte dei tempi appresso”.

4) “La cultura patriarcale/repressiva ha pertanto inibito alla donna l’orgasmicità, cioè la possibilità di “vedere” la sua sessualità; con il duplice effetto di reprimere la donna e di interdire la dialogicità alla società”.

5) “Il paganesimo è la nostalgia di un divino non ossificato nelle metafore del potere maschile”.

6) “Il fenomeno neomelodico quale segnale di riflusso dall’abdicazione culturale e ai dialetti indotta dalla metà degli anni sessanta per annettere le popolazioni meridionali al consumismo”.

7) “Finzioni tipiche anche del potere inteso come una forza in sé di cui ciascuno è per certi versi vittima e per altri protagonista, perché ha avuto la necessità di avere il consenso di tutti, e tutti appunto ha dovuto coinvolgere per potersi svolgere, pur rimanendo nel contempo verticistica e prevalentemente rappresentata dai detentori del potere economico”.

8) “In quest’epoca di precisione e nitidezza digitali e di dissolvenza delle condizioni e delle relazioni sociali, la domanda che ci si fa è la stessa per tutti: dove accidenti sono finito nella vicenda sociale?”

9) “Le persone, non solo non sono uguali, ma sono tutte diverse e, fatti salvi (è ovvio) i diritti fondamentali, hanno diritti diversi fondati appunto sulla loro diversità”.

10) “Violenza significa lasciare che la brutalità dei mezzi diventi il cannibale che si mangia la bontà dei fini”.

Le citazioni sono prese da Cerazade e da Marra.it (via Inkiostro).

aborto, contro la lingua italiana

Gli aborti non sporcano

Venite a Riva? Io ci sarò tra sabato e domenica. Sono quello basso con la barba vicino a Enzo. Vi siete ricordati di votare (per me)?

Neologismi da salvare (4): Benaltrismo

Neologismo fino a un certo punto – gli Annali del Lessico Contemporaneo lo attestano nel 1995 (se qualcuno conosce il coniatore, l’autore insomma, per favore, segnalatemelo). Uno di quei figli appena nati di amici che ti volti un attimo e vanno già al liceo. “Benaltrismo” ha anche una buona pagina di wiki, sui vocabolari più recenti di sicuro c’è, ed è una delle migliori prove della vitalità della lingua italiana. Perché a fraintendere gli anglismi (“quoto”) son buoni tutti, e a ripiegare sulle trivialità dialettali (“bimbominchia”) pure. Ma benaltrismo è un’invenzione tutta italiana, oltre che un contributo del lessico giornalistico italiano al mondo: posso sbagliarmi, ma direi che a quindici anni suonati resta ancora un termine intraducibile. Non so se vi rendete conto, ma per esprimere lo stesso concetto gli anglofoni sono costretti a laboriosi giri di parole, ah ah ah! Il petto mi si gonfia come quando un personaggio di Underworld dice a un altro: Ehi, lo sai che gli italiani hanno una parola per questa roba? (in quel caso era dietrologia). Sì, non produciamo più divine Commedie e nemmeno Gattopardi, ma riusciamo ancora a inventare qualche buona parola ogni tanto.

Benaltrismo è, tra le altre cose, di facile comprensione. È un benaltrista colui che, di fronte a un determinato problema, afferma che non vale la pena risolverlo e nemmeno parlarne, perché… i problemi sono “ben altri”. Ciò che rende stuzzicante la cosa è che in fondo siamo stati tutti benaltristi qualche volta: e magari quella volta avevamo pure ragione. In quella matassa di complicazioni che è la vita, saper riconoscere quali nodi vanno districati per primi è una dote tutt’altro che secondaria. Tutto questo mentre la sfera dell’informazione prende a girare sempre più vorticosamente intorno a un calendario di emergenze che non si sa bene chi stia dettando: c’è il periodo delle violenze sulle donne e diventiamo tutti esperti di violenza sulle donne, poi comincia la settimana degli zingari ed eccoci tutti zingarologi, e sembra proprio che non si possa procedere finché non avremo trovato una soluzione per il problema degli zingari. Poi cominciano le sfilate. A volte il benaltrista è semplicemente qualcuno che insiste a difendere le proprie priorità, la propria visione del mondo, quei due o tre problemi che considera davvero emergenze.

Ma a volte, naturalmente, è solo un trombone che del mondo si è abbondantemente stancato; ma siccome lo pagano ancora ha individuato 2-3 argomenti inossidabili (es. “Berlusconi ladro”) sui quali ripiegare quando, sempre più spesso, si ritrova senza nulla da dire (“sì vabbè che Fini ha i suoi scheletri nei suoi armadi, però Berlusconi ladro”). Non potrei trovare un esempio migliore di questo atteggiamento dell’ultimo detto memorabile di Giuliano Ferrara, che nella settimana in cui eravamo appunto tutti zingarologi, ha voluto ribadire che i problemi sono ben altri, e che lui resta un convinto abortologo, scrivendo:

Si può abortire un bambino al mattino e piangere sul destino degli zingari la sera?

Questo esempio funziona anche perché illustra molto bene, a mio parere, come mai l’argomento “aborto” sia diventato così gettonato negli ultimi, diciamo, cinquant’anni: prima non è che se lo filassero in molti. Abortire era un triste affare di soldi e ferri da calza, e i Papi avevano di meglio da pensare: se leggete vecchie encicliche ci trovate transustanziazioni, immacolate concezioni, misteri trinitari, ma che fine facessero gli embrioni non era chiaro. Per qualche periodo si parlò di limbo, ma era più un’indiscrezione che un dogma di fede. Tutta questa enfasi sul diritto alla vita è, se la misuriamo coi ritmi di una comunità millenaria, una relativa novità. A un certo punto preti e similpreti si sono accorti che c’era un genocidio, milioni e miliardi di bambini uccisi negli uteri, e vi si sono tuffati con tutto il loro zelo. Che cos’ha di così affascinante la causa degli aborti? Ci sono secondo me tre aspetti che rendono l’aborto l’arma finale del benaltrismo:

1) L’atto di fede è relativamente leggero. Credere nella trinità è complicato e faticoso, credere nell’immacolata concezione e nella sua beata assunzione ti potrebbe anche esporre al ridicolo in società. Viceversa, credere che un embrione sia vivo nell’attimo del concepimento non è né complicato né ridicolo. Non è neanche necessario offendere la scienza: il confine tra “vita” e “non ancora vita” è un problema linguistico, quindi speculativo, quindi siamo liberi di discuterne, quindi non avremo difficoltà a trovare qualcuno che ci dia ragione. Uno come Giuliano Ferrara, alla sua età, non è che può mettersi immediatamente a credere nella transustanziazione come se fosse la cosa più plausibile del mondo: ma all’embrione sì, non è mai troppo tardi per ravvedersi e vedere la vita nell’embrione.

2) Una volta che hai abbracciato la non troppo scandalosa verità (l’embrione è vita!), sei in possesso dell’ordigno benaltrista di fine-di-mondo. Improvvisamente ti svegli e, dove la sera prima c’erano banalissimi consultori e ospedali, tu vedi un genocidio. Legalizzato! E tu non puoi più fare finta di niente. Di conseguenza, non hai più bisogno di preoccuparti di nient’altro. Cioè, stiamo scherzando? Riscaldamento globale? Crisi energetica? Zingari? Politici corrotti? Imprenditori concussi? Mafia e camorre? Ma sono le normali asperità della vita, il problema è che ci sono milioni di individui a cui la Vita stessa viene negata! Ogni giorno! Quando abbracci la causa degli aborti, non hai più bisogno di preoccuparti di nessun’altra causa al mondo. Tanto più che…

3) Gli aborti non sporcano. Questo è determinante. Non c’è causa che, una volta abbracciata, non lasci brutte tracce sulle mani e altrove. Molte, oggettivamente, puzzano. Prendi gli zingari. È difficile stare dalla loro parte. È difficile sposare le cause degli stranieri, dei poveri, dei malati, dei drogati, dei giovinastri. È tutta gente che poi ti tocca andare a trovare, gente che si sentirà tradita se dopo un po’ li trascuri, gente che più di solidarietà chiede monetine, gente che ha usanze e odori che non riuscirai mai a condividere. Ma gli aborti, gli aborti sono fantastici. Non fai in tempo a credere in loro, che essi non esistono già più. La cosa che li rende meravigliosi è che proprio in quanto aborti, essi non ci sono. Non puzzano. Non hanno abitudini imbarazzanti. Non fanno chiassose feste in piazza a cui t’invitano mentre tu vorresti stare a casa a leggere Novalis. Uno zingaro potrà lamentarsi della tua solidarietà pelosa. Un nero prima o poi cercherà di sposarsi tua figlia. Ma gli aborti non disturberanno mai chi li difende. Nessun aborto si alzerà mai per dire che preferisce essere abortito piuttosto di evolversi in Joseph Ratzinger o Giuliano Ferrara.

Insomma, capite la bella invenzione? Un piccolo atto di fede e improvvisamente nel tuo mondo esistono milioni, miliardi di individui che tu puoi difendere gratis. Neanche due spicci per levarteli di torno al semaforo: gratis. Gli aborti, se non esistessero, bisognerebbe inventarli. E in fondo è andata proprio così: a un certo punto ce li siamo inventati.

contro la lingua italiana

Se i bimbominkia sapessero

Neologismi da salvare (3): bimbominkia

If your parents knew how lame you really were, they would murder in your sleep. (Zappa, Freak out!)

Non c’è alcun bisogno di salvarlo, in effetti: bimbominkia (pl. bimbiminkia) si sta difendendo benissimo da solo. Nato nelle zone più frequentate dagli italiani nel web (msn?) il termine di recente è approdato in tv, e a questo punto ha davvero buone possibilità di sopravvivere nell’uso comune.

Bimbominchia, grosso modo, è un termine spregiativo che indica una persona giovane che occupa il suo posto nella rete (o nel mondo) in modo colpevolmente ingenuo. Spia rilevatrice del bimbominchia è lo sfoggio di k e di abbreviazioni difficili da interpretare. Un altro elemento che espone il bimbominchia al pubblico ludibrio è la sua devozione sconfinata e totalmente acritica nei confronti di tutto ciò che gli piace: la saga fantasy del momento, il cantante in età prepubere, eccetera. Un bimbominchia ad esempio non può limitarsi ad apprezzare Twilight: dovrà adorarlo, andare in crisi di astinenza, cercare succedanei; passare notti all’addiaccio per mettere le mani sul primo volume o sul primo biglietto del cinema di Twilight, trascorrere pomeriggi a difendere disperatamente il buon nome dell’autrice di Twilight in un forum dove la massacrano. Così bimbominchia viene a occupare un campo semantico prossimo a quello dell’inglese “fanboy”: è una parola insomma di cui c’era un effettivo bisogno. Tutto questo lo sapevate già.

Quello che magari non vi era ancora venuto in mente (anche io ci ho messo un po’ a capirlo) è il modo in cui il neologismo ‘bimbominkia’ fotografa il collasso della piramide delle età in Italia. Eh? Daccapo.

Bimbominchia è un dispregiativo gergale, fin qui ci siamo. Nulla di eccezionale. Tutte le generazioni hanno coniato i loro dispregiativi gergali. Di solito nascevano in ambito giovanile e venivano adoperati per bollare gli adulti. Un esempio da manuale (anche per il suo sapore vintage: impossibile usarlo oggi senza autoironia) è “matusa”. I matusa (troncamento di Matusalemme, personaggio biblico dalla venerandissima età) in Lombardia occidentale, erano gli adulti che non capivano i giovani con i blue jeans. In un momento storico in cui i giovani erano all’avanguardia dei consumi, era naturale che fossero anche all’avanguardia nella sperimentazione linguistica.

Quarant’anni dopo, il termine “bimbominkia” si trova in una situazione speculare a quella di “matusa”. I bimbiminchia sono i giovani: a chiamarli così, a inventare il termine, sono stati i meno giovani (diciamo trenta-e-qualcosa). Il peccato originale del “matusa” era l’esser cresciuto, il non saper apprezzare twist e rocchenrol e la rilassatezza dei costumi. Il peccato originale del bimbominchia è l’esser bimbo: non riuscire a scrivere in modo corretto, non padroneggiare il t9 o le dinamiche dei forum, apprezzare libri da preadolescenti. Ma davvero possiamo fargliene una colpa?

Sì, possiamo, perché da vent’anni a questa parte la piramide delle età in Italia si è rovesciata, e oggi i giovani sono minoranza. E, quel che più conta, non sono più all’avanguardia nei consumi: non scoprono più trend, di solito riciclano quelli dei fratelli maggiori o addirittura dei padri. A voltar loro le spalle è addirittura la tv, che nelle fasce orarie una volta dedicate a loro continua a riprogrammare vecchi cartoni animati che i genitori sanno a memoria. Sono circondati da gente che ne sa più di loro e li sfotte. Noi non eravamo così.

La sfiga di essere preadolescente negli anni Dieci: nessuno vuole venderti nulla di più strutturato di un braccialetto in plastica. I CD ormai li comprano solo i vecchi sbabbioni – ai bimbominchia al massimo riesci a piazzare una suoneria, ed è tutto. Se vuoi appassionarti a Lady Gaga, puoi farlo, ma non è come Madonna Ciccone, che alienava completamente tua madre tredicenne dai gusti dei suoi genitori. Una tredicenne di oggi che si accosta a Lady Gaga si trova davanti a riferimenti culturali che sua madre capirà meglio di lei. In effetti stiamo rivendendo gli anni Ottanta in frullati omogeneizzati, sperando che i nostri figli non abbiano bisogno di nient’altro. Poi vengono su un po’ fessi e li sfottiamo, ma è un modo per sentirci ancora padroni della situazione. In realtà i bimbominchia sono la generazione meno coccolata dalla fine del dopoguerra. Il modo in cui i media si sono fregati di loro sta tutto in queste due parole: Tokio Hotel. Una banda di preadolescenti tedeschi, praticamente un fondo di magazzino: per tre anni MTV Italia non ha avuto niente di meglio da offrire.

Se i bimbominkia sapessero come li abbiamo presi in giro, ci soffocherebbero nel sonno.

come diventare leghisti, contro l'identità, contro la lingua italiana

La Padania è un’espressione geografica

Neologismi da salvare (2): Padania

Suona incredibile, pure è così: sul mio slabbrato Zanichelli “Padania” non c’è, quindi dovrebbe trattarsi di un neologismo. La cosa è abbastanza strana. Io ricordo di averne sentito parlare addirittura a lezione di filologia. Se non mi sbaglio (prestai il manuale e gli appunti a una ragazza, me sciagurato, che non me li ritornò) con “padanìa” si indicava la regione linguistica delimitata a sud dalla linea Rimini-La Spezia. Addirittura negli anni Ottanta è attestato il termine tecnico “padanese”, traduzione di “padanian”. Nel frattempo Gianni Brera scriveva “padania” già da vent’anni. A quel tempo la Gazzetta dello Sport era un laboratorio linguistico: allo stesso Brera dobbiamo “centrocampista”, “contropiede”, “pretattica”, “melina”. Questi termini però ebbero fortuna perché i colleghi di Brera ne avevano effettivo bisogno. “Padania” rimase un brerismo, forse perché non era un termine tecnico.

Insomma, l’idea è che fino a metà Novanta “Padania” (anzi, Padanìa) fosse esclusivo appannaggio di filologi occhialuti e gaddiani della domenica sportiva. Ma ne siamo davvero così sicuri? Su internet la discussione divampa (come qualsiasi discussione). “Padania” è una parola tradizionale o una novità dell’altro ieri, un coccio celtico made in China? Se trovate scritto “padania” su un documento antecedente al 1995, potete segnalarlo ai curatori di questo sito, li farete felici:

In questa pagina saranno segnalati tutti i testi siano essi libri, riviste, quotidiani o qualsiasi altro genere di pubblicazione che riportino in qualche modo il nome Padania . Si vuol così dimostrare che il termine era già in uso e non costituisce quindi un frutto del recente periodo politico, ma al contrario la politica stessa ha ricavato il termine dal territorio che ne porta il nome, dal territorio dove il termine era in uso già da molto, molto tempo.

Mah. In uso o no, senz’altro fino a metà ’90 “Padania” non era un termine del lessico politico. Addirittura i leghisti per più di dieci anni non sapevano di essere gli strenui difensori di una cosa che iniziava con la P. Nei primi tempi Bossi parlava di una “Repubblica del Nord” che faceva un po’ guerra di secessione; nei momenti più lirici (ne ha, ne ha, per quanto di atteggi a scarpe-grosse-cervello-fino ha sempre avuto gli slanci del boccalone da bar) si azzardava a sognare un’“Eridania trapuntata di stelle”. Purtroppo l’Eridano è una delle costellazioni meno interessanti dell’emisfero boreale, e poi c’è il problema del marchio registrato dallo zuccherificio. E così era abbastanza inevitabile che un bel giorno nascesse la Padania. Con l’accento sulla seconda a, non si sa bene perché. Probabilmente per evitare anche solo la rima con Albania e Romania.

Come inventare una nazione con una parola, prendete nota. Semplice e geniale, un uovo di Colombo. Padani lo siamo sempre stati, ma finché abitavamo in Valpadana la cosa era abbastanza irrilevante. Ora invece popoliamo la Padania: vuoi mettere? La parola “Valpadana” evocava un ambiente fisico delimitato e circoscritto. Togli la connotazione fisica, aggiungi un suffisso semplice e maestoso (-ia) e hai qualcosa di più. Niente più prati verdi e montagne, ma una patria. Che non esiste, secondo Gianfranco Fini. E neanche secondo me. Però intanto la parola c’è, e le parole vanno maneggiate con cura.

Lo slogan “La Padania non esiste”, per esempio, mi sembra un caso da manuale di “Non pensate all’elefante”: ti costringe a ragionare su quel che nega. In fondo siamo tutti cresciuti in quel famoso ambiente sessantottardo dove purtroppo tutti questi sei politici non li ha visti nessuno, ma in compenso abbiamo imparato a mettere in discussione qualsiasi autorità, qualsiasi imposizione, e soprattutto qualsiasi negazione. Così la mia prima reazione istintiva alla frase “X non esiste” è: come fai a dirlo? Chi sei per dirlo? Se x non esiste, perché ha un nome? Chi glielo ha dato evidentemente pensava che esistesse. Perché devo fidarmi di te e non di lui? E perché tu ci tieni tanto a dire che non esiste? È una rimozione, e se abbiamo leggiucchiato Freud sappiamo cosa c’è dietro le rimozioni. Insomma, Gianfranco, non è per caso che vuoi negare la padanità che è in te? Come Hitler che forse, chissà, aveva zii di quarto grado ebrei? Eccetera eccetera.

La Padania è “un’invenzione”, dite. Un po’ come qualsiasi altra cosa. l’Impero Romano, la Repubblica di San Marino, qualsiasi entità statale ha dovuto essere inventata a un certo punto. Anche la parola “Italia”, ricorderete, è stata confinata un bel po’ di tempo nel limbo delle “espressioni geografiche”: e continuava a suonare stravagante anche negli anni più drammatici del Risorgimento. A credere nella sua consistenza di patria e nazione era una minoranza che non doveva attestarsi molto lontano dal 10% che hanno i leghisti oggi in Parlamento. Le nazioni sono comunque concetti astratti, e qualsiasi concetto astratto esiste una volta nominato. Insomma è un incantesimo, la Padania: essa esiste un po’ di più ogni volta che la si nomina, e non ha nessuna importanza che la frase sia negativa. Ogni volta che dici “La Padania non esiste”, i suoi confini diventano più nitidi.

Quelli che dicono “X non esiste”, di solito sono i cattivi. In Turchia sono quelli che negano il Kurdistan. In Palestina, quelli che fingono di non vedere i palestinesi. In fondo se questa è tutta la cattiveria di cui oggi è capace Gianfranco Fini, se è tutto qui il suo residuale nazionalfascismo, verrebbe quasi voglia di abbuonarglielo: ma non si può, non conviene. Padania è una parola potenzialmente pericolosa, e l’ultima cosa da fare con le parole pericolose è proibirle. Occorre disinnescarle. Facciamo che esiste: che è un comodo sinonimo del più tradizionale Valpadana; che è la macroregione in cui abitano i padani, che saremmo sempre noi, dotati di un’identità linguistica più che storica, che comunque non cessiamo per questo di essere italiani come lo sono i meridionali, gli isolani, e… e quelli che stanno in mezzo. A proposito, forse occorrerebbe inventare un nome anche per loro. Già, ma non è mica facile. È in questi momenti che gente come Brera ti manca davvero.

contro la lingua italiana

Ti quoto molto

Neologismi da salvare (1): Quotare

Da qualche anno in qua, se partecipi a una discussione on line, in un forum o nei commenti di un blog, o su facebook eccetera, puoi avere la soddisfazione di essere quotato. A volte, anche chi ti sta quotando se ne vergogna: ha la sensazione di usare la parola sbagliata. Scrivere “ti quoto” per intendere “ti do ragione, sono dalla tua parte” suona comodo ma ti dà quella sensazione di proibito che danno spesso i prestiti dall’inglese. E in effetti “quotare” sui forum italiani c’è arrivato come un calco dell’inglese “to quote”.

“To quote” però in inglese significa “citare”: una citazione letteraria è una “quotation”. Ora: se gli utenti italofoni di internet usassero “quotare” per intendere “citare”, non potremmo avere per loro nessuna pietà, nessuna compassione. Perché “quotare” una frase, quando adoperando una parola più chiara, precisa e italiana, puoi “citarla?” Tolleranza zero.

Ma “quotare”, il più delle volte, non si usa in quel senso. All’inizio, certo, qualche sciagurato “quotava” le frasi. Ma ormai a essere quotate sono le persone che le scrivono. Non quoto una tua affermazione: quoto te, ti quoto, che è un modo conciso ed efficace per dire che secondo me hai assolutamente ragione. Succede nelle discussioni on line dove la quantità è importante: ad esempio, su wikipedia quando si vota per cambiare o cancellare una pagina. “Quotare” qualcuno a questo punto significa non solo accettare una tesi, ma appoggiarla; essere disposto entro un certo limite a combattere per la tesi stessa. È un significato complesso, come si vede, che presenta diverse sfumature e si fatica a rendere in italiano con una parola sola, per il semplice motivo che questa parola fino a qualche tempo fa non c’era. Oggi c’è: si dice “quotare”.

È vero che è un calco dall’inglese (che a sua volta lo aveva ripreso dal latino, ma lasciamo perdere la genealogia, per il momento). Ciò che lo salva è appunto questo slittamento di significato (da “citare” ad “appoggiare la tua tesi”), che è avvenuto in mezzo a noi. Notate il paradosso: se “quotare” volesse dire “to quote”, non ne avremmo bisogno. Ma siccome nel ricalcare “quotare” abbiamo commesso un errore, abbiamo inventato una parola. Che ci serve. Così nascono le parole nuove: dall’errore, dal fraintendimento, dallo slittamento del significato.

Il caso di “quotare” mi sembra significativo di come una lingua si evolve. Per prima cosa, si evolve mescolandosi alle altre: anche in linguistica esiste l’entropia, e i puristi se ne devono fare una ragione (l’accademia della Crusca se l’è fatta da un bel po’). Detto questo, è giusto pretendere un minimo di sorveglianza ai confini. Non è che possiamo accogliere la prima parolina straniera che entra e pretende di sostituire una parola italiana di analogo significato. Non c’è nessun motivo di dire “misunderstanding” al posto di “equivoco”, a meno di non essere milanesi con l’aperitivo nel cervello. Il caso di “quote” però è particolare. È entrato in clandestinità, nessuno lo nega. Però si è subito dato da fare. Si è trovato un significato che nessuna parola italiana voleva assumersi. Dopo qualche anno che lavora in mezzo a noi, rendendoci un servizio comodo, con che faccia possiamo cacciarlo via? Per sostituirlo con cosa?

C’è poi il problema della faccia. Forse con altri termini, visibilmente più forestieri, saremmo meno tolleranti. Ma “quotare” ha una faccia latina che sembra dirti: uè, paesà. Più che un forestiero, un oriundo, che non ha mai veramente perso i contatti col paesello. Nel mio vecchio e slabbrato Zingarelli (1995) erano già ammessi due “quotare”. Uno, intransitivo, significava “partecipare a una contribuzione impegnandosi a pagare una certa somma”: è un tecnicismo, se ne sta nel suo angolino e non dà fastidio; l’altro, transitivo, ammetteva tre significati “(1) Obbligare per una quota; (2) Assegnare il prezzo ad un titolo in un listino di borsa; (3) (Figurato): Valutare, stimare: Nel suo ambiente lo quotano molto.

Da “stimare” a “sostenere la tua tesi” il passo non è poi così lungo. Certo, in mezzo c’è stato un soggiorno a Brooklyn, nessuno lo nega. Ma l’importante è che adesso sia tornato a casa. Insomma, basta con quei nasi arricciati, quei sorrisi di condiscendenza. Quotare è dei nostri; perlomeno, io lo quoto, voi fate un po’ come vi va.

contro la lingua italiana, racconti, scuola, sintassi

Sul fronte degli asini

La supplente

Agosto
Buon genetliaco! Come sta il mio egittologo prediletto?
Ti scrivo per condividere teco il gaudio magno: ho rassegnato le dimissioni dal dipartimento. Dimissioni ufficiose, evidentemente, giacché il tignoso cattedratico che ho servito e riverito per un lustro tondo s’era ben guardato dal regolare la mia posizione con un qualsivoglia contratto. Ti rendi conto? Cinque anni della mia unica vita dilapidati alla corte di un barone senescente – trascorsi a completargli le ricerche, a espandergli le bibliografie, per tacere di tutte le sessioni d’esame che mi sobbarcai in sua vece, e tutto per cosa? Per vedermi sgraffignare un assegno di ricerca dalla prima figlia di un sodale del congiunto della collega di un ateneo lucano? Così mi sono affrancata dalla schiavitù: ora almeno avrò tempo per finire quel lavoro sugli scoliasti del Millecento – ma no, non temere, non verrò inghiottita dal Maelstrom della disoccupazione. Nel mentre che cerco un’occupazione confacente alla mia formazione (impresa ardua, lo concedo), ho accettato a partire da settembre una di quelle supplenze nelle scuole medie che da anni mi offrono e che ho sempre snobbato. Per una come me, avvezza a interagire con studenti ultraventenni, sarà senz’altro un’esperienza curiosa, ma (mi auguro) formativa. Chissà che non riesca a introdurre qualche diavoletto preadolescente ai misteri della filologia medioevale.

Settembre
Saluti da un’ormai ex giovane promessa della filologia. Scusa se non ho risposto alla tua cartolina con qualcosa d’altrettanto kitsch, ma ero praticamente rinchiusa in un monastero apuano dove mi sono portata avanti con la mia ricerca sugli scoliasti – e nessuno smerciava cartoncini illustrati. So che riderai nel leggerlo, ma è stata un’estate meravigliosa. Comunque, è finita.
So che friggi di condividere le mie impressioni sul mio nuovo ambiente di lavoro. Ebbene, i colleghi sono più o meno la congerie di frustrazione e pressapochismo che presagivo. Tu che sei il solito materialista mi dirai che è una questione di stipendio, che nessun ingegno men che mediocre può rimanere a lungo in una posizione professionale così mal remunerata. Come se l’università, da cui provengo, fosse più generosa coi suoi giovani addetti… diciamolo, i lavoratori dell’intelletto sono svalutati ovunque. Ma in nessun contesto mi era capitato di percepire una rassegnazione così disperata come nella sala insegnanti da cui provengo dopo una riunione di tre ore. E dire che i prepuberi non mi sembrano quei selvaggi descritti a tinte così fosche dagli organi di stampa. Non che li conosca ancora molto, le lezioni sono cominciate da appena una settimana – ma mi paiono grosso modo vivaci come lo erano i miei compagni ai nostri tempi. Rammenti? Se seppi conquistare i vostri favori smerciando compiti e ripetizioni, non dovrei faticare troppo ad attirare la loro attenzione, ora che ho un bagaglio ben più ricco di nozioni da offrire. Già ora mi sembrano ben disposti nei miei confronti: quando gli racconto del medioevo mi ascoltano per ore intere, alcuni a bocca aperta. Non so quanto riescano effettivamente a seguirmi, ma si tratta di seminare: qualcosa crescerà.

Ottobre
[…] quanto ai miei studenti, dopo un paio di settimane trascorse a raccontar loro i fatti miei, ho pensato che fosse tempo di verificare le loro competenze linguistiche, e ho impartito loro il primo tema. È stato uno choc.
Più di metà della classe è praticamente analfabeta! Per alcuni di loro sembra troppo ambizioso anche l’obiettivo di tracciare segni consequenziali lungo le righe di un foglio protocollo: vanno su e giù tracciando grafi mostruosi. Li si direbbe tratti a forza da una caverna, non da scuole elementari di un certo prestigio. Persino i più bravi non hanno idea di cosa sia la punteggiatura: alcuni ficcano virgole e punti alla rinfusa tra le parole di un tema già composto, come pittori informali che ritocchino la loro opera scuotendo il pennello delle ultime gocce di tempera. Ovunque strafalcioni, termini dialettali, anglismi storpiati… alcuni di loro quando non sanno compitare una parola la sostituiscono col disegno, o con le orribili “faccine” mutuate da internet e dalla telefonia cellulare: il risultato sono rebus inintellegibili che mi fanno rimpiangere i manoscritti che sfogliavo quest’estate.
Correggere quei brogliacci è un’impresa disperata – non di rado l’inchiostro rosso delle mie correzioni sovrasta il nero e il bleu delle loro bic incerte. Ma poi, che senso ha segnalare i loro errori per iscritto? Tanto non sanno leggere.
Peraltro, è una faticaccia che non mi aspettavo. Tutto il tempo che speravo di dedicare alla rifinitura del mio saggio sugli scoliasti se n’è andato in queste disperate e (temo) inutili correzioni. Ho faticato anche a trovare il tempo per rispondere alla tua mail, come vedi. Scusami ancora, tua […]

Novembre
Dal fronte degli asini nessuna novità. Anzi, ti dirò: per qualche tempo ho temuto che a me inconsapevole fosse stata affibbiata una classe di minorati. Ma il collega al quale ho esibito i brogliacci ha scosso la testa e mi ha, per così dire, rassicurato: il livello dei miei studenti non si discosta molto da quello delle altre classi, così come il nostro istituto non si discosta dalla media nazionale. Con una profonda rassegnazione, di cui ora comprendo meglio le cause, mi ha spiegato che l’abbassamento della competenza linguistica dei bambini è un fenomeno ormai riconosciuto, e in parte riconducibile all’inserimento nella scuola elementare di altre materie, come la lingua straniera o l’informatica, che hanno sottratto ore importanti alla lingua italiana. L’afflusso di bambini stranieri da alfabetizzare ha completato il quadro. Il collega si è perfino provato a consolarmi! Mi ha detto che meno sono pratichi del linguaggio scritto, più tendono ad affidarsi alla comunicazione orale, per cui diventa relativamente più semplice catturare la loro attenzione raccontando delle storie. Me ne ero già accorta, si bevono tutto! Ma descrivendo le mie avventure medievali non ero consapevole di partecipare a mia volta a un’operazione di regressione culturale… dunque è quello che sono diventata? La maestrina dalla penna rossa che racconta favole a bimbi con la bocca aperta? No, questo no.
Ho fatto un esame di coscienza: forse avevo preso questo lavoro sottogamba, credendo che si trattasse di svolgere mansioni già ben definite, a cui avrei potuto dedicare solo una piccola parte del mio tempo e del mio intelletto. Avrei dovuto capire subito che le cose non stavano così. Ma credo di avere ancora tempo per rimediare ai miei errori.
Così ho fatto a me stessa un giuramento: alfabetizzerò questi somari. Li bombarderò di grammatica, li tempesterò di dettati: loro sbaglieranno e io li correggerò, dovesse essere l’ultima supplenza che accetto. Tu mi conosci: non pretendo di saper fare di tutto, ma quel poco che so fare voglio farlo bene.

Dicembre
Carissimo, buon Natale! Io non l’ho mai atteso con tanta energia da quando a undici anni mia zia mi aveva promesso la Barbie Monaca. No, stavolta non ho in programma alcuna vacanza-studio in un eremo, ma ho qui a casa una pila di quaderni da correggere che sfiora il soffitto.
Il fatto è che finché non cominci a fare questo mestiere non puoi capire che lavoraccio sia correggere. Per spiegartelo devo fare affidamento ai tuoi ricordi di scuola: rammenti i pomeriggi trascorsi davanti a qualche esercizio nemmeno troppo lungo o complicato, ma comunque noioso e ingrato? Ricordi come bastasse una breve versione, o qualche espressione matematica, o un capitoletto di storia da studiare, a riempire di angoscia quelle ore che in teoria avrebbero dovuto essere le migliori della nostra vita? E la fatica impiegata non tanto a tradurre dal latino o a risolvere le operazioni, no, ma a trovare la forza morale di alzarsi dal letto, spegnere un telecomando, zittire la radio, chiudere la rivista ed estrarre un libro dallo zainetto… ecco, ti devo confessare che le ultime settimane mi sembra di averle trascorse così, a ingannare il tempo mentre la Pila dei Compiti in Arretrato si allungava, in piena regressione puberale. I miei pomeriggi sono inghiottiti da buchi neri di vergogna: addirittura mi capita di bloccarmi ore intere sul divano, davanti a stupidissimi programmi per casalinghe, perché la prospettiva di correggere per la centodecima volta la q di “aqqua”, di “cuadro”, perfino di “squola”, mi schianta. Quello che più mi pesa è appunto il dover ripetere infinite volte le stesse correzioni: mai come ora il rapporto di un insegnante di italiano per ogni sessanta studenti mi è apparso in tutta la sua inicuità. E dire che molti pensano al nostro come a un lavoro creativo! Una catena di montaggio, piuttosto. Almeno funzionasse bene, almeno producesse qualcosa di buono.

Gennaio
Sei stato ben impietoso a rilevare il mio errore… sì, è successo, ho scritto “iniquità” con la c. La tua sorpresa è anche la mia, sai che non sono abituata a refusi del genere.
Ma cerca di capirmi. Passo ore intere a correggere sciocchezze, ad accorciare lunghe frasi asintattiche e raddrizzare passati remoti e congiuntivi storpiati – alla fine è normale che qualcosa mi sfugge.
Non so se ti è mai capitato di ripetere una parola a voce alta, o anche solo mentalmente, finché essa non perde il significato e non rimane che una nuda veste di sillabe scorticate: è la stessa cosa che mi capita dopo una sessione intensiva di correzioni di grammatica. A volte ho la sensazione che quel poco di ortografia che riesco a infondere ai miei ragazzi, lo sto perdendo io.
Loro per altro non hanno colpa se hanno avuto insegnanti mediocri e remissivi come i miei colleghi, che spesso interpretano il mio impegno come il zelo superficiale di una neofita che non ha ancora capito come vanno le cose a questo mondo, per esempio l’altro giorno il mio collega, te ne avrò parlato, uno di quelli con cui almeno ci si può parlare, mi ha detto testuale: “Vacci piano a correggere la punteggiatura”. E io: perché dovrei andarci piano? È il mio mestiere. E lui, scuotendo la testa: certo che è il tuo mestiere, ma se vai avanti così rischi di bruciarti. Cioè, siamo alle minacce, capisci? Basta l’arrivo di una nuova supplente per farli sentire scomodi sugli scranni sfondati delle loro cattedre, e dire che io all’inizio un po’ ci contavo sulla loro collaborazione, e invece no, non mi hanno aiutato niente.

Febbraio
è successa una cosa bruttissima. Pochi giorni dopo lultima mail che ti avevo scritto mi è venuta un influenza pesissima, le scuole sono dei focolari di virus non indifferenti. Sono stata a casa dieci giorni e ne ho aprofittato per mettere giù quella ricerca medievale di cui ti parlavo, ti ricordi? Be’ la rivista di studi medievali a cui o spedito il mio pezzo me là mandato indietro. Quell’oca della direttrice, una mia ex compagna di corso che se non era per le fotocopie dei miei appunti era ancora dietro a laurearsi, mi scrive che la ricerca “non soddisfa i nostri standard editoriali”??? ed è sempre la stessa rivista che da quando ci lavora lei scazza una bliografia su tre, e hanno il coraggio di criticare, la mia sintassi! Un articolo a cui lavoro da un anno, lo letto e riletto finche non mi e venuta la nausea, senzaltro puo essermi sfuggito un errorino, ma i correttori di bozze ci stanno X questo o no???

Marzo
Caro,
finalmente buone notizie: ti ricordi che ero stata a casa da scuola per 10 giorni? Bhè non me lo sarei mai aspettato, ma la collega di italiano che mi aveva sostituito é passata a farmi i complimenti e ma detto che erano da anni che non le capitava di insegnare a ragazzi cosi preparati in ortografia e in sintassi, e con un lessico cosi ricco e vario, ha proprio detto così! Mi a anche chiesto qual’è il mio segreto e io gli ho detto che non cè nessun segreto, gli faccio scrivere e gli correggo, gli faccio scrivere e gli correggo, 6 mesi così si vede che qualcosa serve, e tra l’altro io non avevo notato tutto questo milioramento, ma se lo dicono i colleghi penso che probabilmente e vero. Insomma in questo periodo mi sta dando più soddisfazione la scuola che la ricerca!!! ki lavrebbe mai detto??? bacioni

Aprile
Non sto bene
Non e tanto la scuola, la scuola è ok, i ragazzi sono forti, ma i compiti i compiti mi danno la nausea non riesco + a leggerli. O smesso di portarli a casa
Sono sempre stanca vado a letto alle 8 di sera mi sveglio alle 7 sono stanca lo stesso
Pensa che nel frattempo alla rivista anno silurato la tipa che mia rifiutato l’articolo!!!
Il mio professore a detto ke quello sarebbe il posto giusto X me ma io penso ke nn posso propormi in questo stato, faccio tanti errori, hai notato? E appena cerco di correggerli ancora la nausea
Il mio collega un giorno mi a detto secondo me ai perso dei gradi va dall’oqulista, ci sono andata, mi a detto ai perso un grado devi rifare le lenti
Non succedeva da quando andavo alle medie ma già, adesso ci sono tornata
Magari la prossima volta mi mettono lappparecchio per i denti 😉
Scusa smetto perche mi viene ancora la nausea.
Ciao

Maggio
Il dottore mi a detto che se voglio posso ricominciare a scrivere un po X esercitarmi, e io pensato subito d scrivere a te. Scusa se trovi degli errori, ok???
È stato 1 esaurimento ha detto lui, X lo stress.
Io nn sapevo di essere sotto stress ma lui Signorina si fidi ognuno si esaurisce a modo suo lei si è esaurita il linguaggio
Mi a detto Ci sono quochi che per il troppo lavoro perdono il senso del gusto
e giardinieri perdono il senso dellodorato
lei uguale a perso la cosa ke + aveva coltivato fino da piccola, il gusto X le parole
ma tornerà, ho chiesto, lui ha stretto le spalle
poi a suonato il campanello, erano due miei studenti!!! portavano un mazzo di fiori allora ho detto: menomale ke nn sono giardiniera! loro nn anno capito.
Mi anno anke scritto un biliettino:

Alla nostra cara professoressa, 

per la pazienza e la dedizione che ci ha mostrato durante quest’anno
con l’augurio di una pronta guarigione.
La classe III K

Post Scriptum: ci manca tantissimoooooo! Ma l’anno prossimo torna lei, vero?

Ma mentre cercavo d leggerlo mi e venuto da vomitare e poi mi sono messa a piangere!!! ke vergonia

contro la lingua italiana, ipercorrettismo, lingue morte

Contra Probvum (et Probolinos)

1) L’Appendix Probi

Un millennio e mezzo fa un maestro di grammatica, stanco di leggere e ascoltare sempre gli stessi errori, decise di stilarne una lista. Agli studenti non restava che memorizzare, e la lingua era salva. Già, ma quale lingua? Quella del maestro era ancora il latino. Quella dei suoi studenti non lo era già più. La sua lista, chiamata Appendix Probi perché si trova aggiunta in appendice al manuale di grammatica di Valerio Probo, ha avuto una curiosa fortuna.

Paradossalmente, se il maestro fosse riuscito a correggere per sempre gli errori che trovava insopportabili, nessuno si oggi si ricorderebbe più di lui (il buon maestro è quello che scompare). Invece quegli errori si dimostrarono avversari tenaci: continuarono a ripresentarsi, generazione dopo generazione, finché la buona vecchia lingua capitolò. Così l’autore dell’Appendix (chiamiamolo Probo, per comodità) è passato alla Storia. La sua lista è uno dei documenti più importanti per gli storici della lingua. Non latina: italiana.

Noi oggi non studiamo l’Appendix Probi per i termini a sinistra (che stanno in tutti i vocabolari di latino), ma per quelli a destra. Secondo il Probo grammatico erano errori; noi le riteniamo le prime tracce della nuova lingua che stava nascendo, dalla decomposizione della vecchia. “Speculum, non speclum!”, tuonava il povero Probo. E noi grazie a lui capiamo che già nel IV secolo la u centrale era fuori uso, la C picchiava contro la L e in qualche secolo l’avrebbe assimilata. Infatti oggi diciamo “specchio”. “Viridis, non virdis”. Oggi si dice “verde”. “Auris, non oricla!”: oggi diciamo “orecchie”. Ma la più buffa di tutte resta sempre “Aqua, non Acqua!” Povero Probo, tu non hai nessuna colpa. Anzi, hai il grandissimo merito di aver recitato la parte del severo e ottuso difensore del passato. Per te esisteva una sola lingua, che non sarebbe cambiata mai. Noi sappiamo invece che la lingua cambia in continuazione, e cerchiamo di cavalcarla come possiamo.

D’altro canto, tutta questa evoluzione non può che spaventarci: non si tratta solo di prendere consapevolezza che i bei tempi delle elementari, delle regolette e delle certezze sono finiti. Il fatto è che la novità nasce sempre dalla decomposizione delle forme antiche: e la decomposizione, vista da vicino, fa un po’ schifo. Pensate all’orrore istintivo che nutriamo per le K. Eppure i nostri figli o nipoti prima o poi le useranno; non c’è niente da fare: sono comode. I grammatici lo sanno, e se interpellati mostrano sempre una certa disarmante tolleranza. Il fatto è che non ci stanno a fare la figura del povero Probo: non vogliono passare alla Storia per aver tentato di non farla passare. I probolini di oggi, o “grammar nazi”, come li chiamano, li trovi altrove. Su internet per lo più.

Non è un caso. Se i network diventano “sociali”, per prima cosa bisognerà dimostrare di saper stare in società. Più che filologia, si tratta di galateo: disporre gli accenti come le posate in tavola. Inutile chiedersi perché qui no e lì sì: sarebbe come chiedersi il motivo della forchetta dell’insalata, e comunque alle elementari tutti questi perché non ce li fornivano. Se per caso un grammatico viene a cena, rischia di beccarsi dei rimproveri perché accenta “sé stesso” o scrive “obbiettivo” con due b. Il curioso fenomeno per cui alcuni blog sono meno tolleranti dei vocabolari si spiega abbastanza semplicemente: Devoto/Oli e Zingarelli non hanno nulla da dimostrare; i blogger sono parvenu che vivono di parole, la loro autorevolezza poggia sui fragili pilastri della popolarità. Spesso lo snobismo non è che una forma di difesa preventiva.

Per questo capita a intervalli abbastanza regolari che su un blog compaia una lista, proprio come quella di Probo: l’ultima l’ha buttata giù Guia Soncini (tirandomi in ballo), ma in questi anni ne ho lette tante, ormai è un sottogenere. Io, sarà anche perché passo la vita a correggere errori stupidi senza trovarci più nulla di divertente, continuo a essere affascinato più dalla colonna destra che da quella sinistra. Lo so che non si scrive “anedottica”, ma trovo curiosa la persistenza dell’errore. C’è stato un tempo in cui anche “malinconia” era un errore; il Probo di turno lottò per salvare “melanconia”, invano: la parola “male” era troppo a portata di lingua per impedire la contaminazione; e magari i nostri discendenti per un motivo simile diranno “malinconoia”, chi lo sa? Io spero di no, ma preferisco una lingua che cambia a una lingua che si congela e muore.

Per questo motivo volevo inaugurare l’Autunno/Inverno con un’Appendix al contrario: ecco i termini che, per quel che mi riguarda, non sono più errori: ovvero, io non perderò più tempo a correggerli. Il che non significa che li commetterò: nella maggior parte dei casi continuerò a scrivere come mi hanno insegnato i miei maestri. Ma per abitudine, o magari in segno di affetto nei loro confronti. Voi invece siete liberi di fare come credete. Se vi aspettate segni rossi da me, non li avrete. Qui si viene a tavola un po’ così, alla buona: tutto è permesso, basta che non pestiate il capslock.

2) L’Appendix Leonardi

Si scrive po’, ma si può scrivere anche .

Lo so che fa schifo, ma dovete accettarlo: quell’apostrofo è condannato. Spacciato, dal momento in cui le tastiere hanno soppiantato la penna a sfera. Tutte le regole e le raccomandazioni e i compiti di punizione non possono passar sopra al semplice fatto che “pò” si scrive con due pressioni del dito, e “po’” con tre. (Inoltre, avete notato? Tra virgolette quasi scompare). Un risparmio di energia pari al 33% non è una cosa contro cui si possa lottare: nei tempi lunghi l’avrà vinta lui. Io continuerò a scrivere po’, e a correggerlo sul posto di lavoro: ma è una battaglia persa, che vi esorto a disertare. È già successo nei secoli che un apostrofo si confondesse tra gli accenti, e non è cascato il mondo. Non dovrebbe succedere neanche stavolta.

Si scrive “un’anima”, ma per me si può scrivere anche “un anima”.

…E di colpo le prestazioni dei miei studenti migliorerebbero del 13%; il tempo che dedico a correggere apostrofi inutili si ridurrebbe dell’80%, e tutti avremmo risparmiato un sacco di tempo da dedicare a cose più interessanti: per esempio a imparare a scrivere bene, che è cosa che poco o nulla c’entra con gli apostrofi. La differenza tra troncamento ed elisione teniamocela per l’università.

Si scrive “qual è”, ma per me si può scrivere anche “qual’è”.

Vedi sopra. Perché insomma, cominciamo ad avere un’età: oltre a non esser più i cocchi della maestra, non siamo nemmeno più quei giovani tromboni che si riconoscevano a distanza grazie all’apostrofo rivelatore: se sapevi scrivere “qual è” eri del club. Peccato che non avessimo chiaro di che club si trattasse. Pensavamo che fosse quello dei futuri grandi scrittori, invece era il circolo sociale dei correttori di bozze e maestrini frustrati. Voi fate come volete, io straccio la tessera.

Si scrive “avemmo”, “facemmo“, ma per me si può scrivere anche “ebbimo”, “fecimo“.

Bello schifo, lo so, ratificare le flessioni verbali di Mr Esselunga. Ma io vado anche più in là: per quel che m’interessa potete scrivere anche “Avebbimo” o “ebavemmo”: viva il passato remoto libero. E la luce fubbe!

Si scrive “effigie”, ma per me (e per i vocabolari) si può scrivere anche “effige.

Questa è una sciocchezza, però la discussione che ne scaturì in pieno agosto fu abbastanza divertente. In buona sostanza, io preferisco la forma breve perché (1) è più breve; (2) non disorienta i lettori (se avete mai discusso con un ragazzini, ma anche laureati, convinti di dover pronunciare un po’ di “i” in “cielo” sapete cosa intendo); (3) il digramma “gi” davanti a “e” me lo terrei per i plurali delle parole che finiscono per “gia” (ciliegie, valigie). Anche se, tutto sommato…

Si scrive “valigie”, “ciliegie”, ma per me si può scrivere anche “valige” e “ciliege”.

Sul serio, andiamo, che differenza vuoi che faccia? Per salvare il plurale in -cie di “camicie” dobbiamo estendere una regoletta astrusa a tutte le parole che ci assomigliano? Mi secca un po’ doverlo dire, ma onore a Oriana Fallaci, per la cocciutaggine con cui ha lottato per l’accento di sé stesso, e per quel cappello pieno di ciliege in copertina.

Si scrive “ché” (quando introduce proposizioni causali), ma…

Ma non lo scrive più nessuno. Basta, dai.

Si scrive “curricula” al plurale, ma…

Potete fare quel che vi pare. Era solo per segnalarvi un bel pezzo di Chinaski. Poi, sul serio, se cominciamo a sviscerare i plurali delle parole straniere non ne usciamo più. Non c’è una regola fissa: non siamo mai riusciti a farla per due motivi: (1) i nostri accademici della Crusca hanno sempre paura di fare la fine dei probolini; (2) non è mai chiaro quando una parola straniera diventa italiana. Non c’è nessuno che rilascia i documenti. Forum e Curriculum sono due neutri latini: il primo ha bazzicato un po’ per le nostre piazze e i tribunali, prima di fuggire in America, dove si è trovato un’occupazione equivoca come sito internet poco raccomandabile. Il plurale latino in -a lo ha perso per strada. Curriculum per contro se ne è rimasto in casa con mamma e papà fino ai capelli bianchi; ha studiato parecchio ed è diventato un po’ pedante. Del resto lo usiamo soltanto quando vogliamo dimostrare che anche noi abbiamo studiato e fatto tante cose, e sappiamo anche i plurali un po’ buffi e strani. Così vada pure per curricula, se può aiutarvi a trovare un lavoro. Io però non muoverò un dito per difenderlo, sia chiaro.

Si scrive “media”, ma si pronuncia…

Come ti pare. L’importante è che ci capiamo, dai.

Si scrive “A me” o “mi”, ma…

“A me mi” si scrive più o meno dal Trecento. È rimasto brutto, questo sì.

Posso cominciare una frase col gerundio? La mia maestra diceva che…

La tua maestra sapeva che se cominciavi col gerundio probabilmente saresti andato a sbattere contro un anacoluto grosso così. Non era una regola, era un aiuto, come le rotelle della bicicletta. In seguito le hai tolte. Prova a togliere anche la regoletta del gerundio (attento, però, ché il perfido anacoluto è sempre dietro l’angolo).

Si può scrivere una subordinata implicita che non abbia il soggetto della reggente? Ad esempio: “Essendo finite le vacanze, l’insegnante non vede l’ora di tornare a scuola”?

Ci sono regole ed eccezioni, ma lasciamo perdere. Diciamo che si può finché la frase resta comprensibile. Ad esempio, quella frase che hai scritto, io non la capisco proprio. Riformula.

contro la lingua italiana, giornalisti, sintassi

Ilvo Punk

Così Fini fece buon viso a cattivo gioco. E divenne, a sua volta, socio fondatore del PdL. Per trasformarsi, presto, in un critico implacabile. Secondo Berlusconi: un capo corrente. E nel PdL le correnti non sono previste. A Berlusconi non piacciono. Anzi non le sopporta. D’altronde, non gli piace – e non sopporta – neppure Fini. Lo ha ripetuto molte volte, negli ultimi giorni. Senza troppa cautela.

La sintassi di Ilvo Diamanti

Spezzata. Franta. In tante frasette minuscole. Legate dal senso. Ma divise. Dal punto fermo. Onnipresente. Connettore e divisore. Un ceffone al lettore. Ehi lettore. Ciaf! Stai attento. Ciaf! Sto dicendo cose importanti. Ciaf! La sintassi. Di Ilvo Diamanti. Una gragnuola di ceffoni.
Mi piace.

La ammiro. Lo ammiro. Ha fegato. Che ci vuole per cominciare le frasi con un pronome relativo. O con una congiunzione. Per proseguire con una preposizione. Altri ci provano. Lo imitano. Mettono un punto. Poi scrivono “che”. E provano un brivido. Il brivido della libertà. Ma poi si pentono. Prima di pubblicare. Si correggono. È più forte di loro. Hanno paura. Del direttore. Che alle vecchie regole ci tiene. Dei colleghi. Maligni. O dei lettori. È pieno di maestre in pensione. Che non hanno altro da fare. Nella vita. Che protestare. Per la sintassi troppo sbarazzina. Ci vuole coraggio. Il coraggio di Ilvo.

In un’Italia ancora malgrado tutto convinta che scrivere bene consista nell’inanellare subordinate su subordinate in rapporti sempre più complessi e inestricabili – appesantiti, ogni tanto, da qualche inciso ridondante – un’Italia barocca che dietro al carrozzone sintattico seicentesco nasconde un’inveterata tendenza all’anacoluto liberatorio, sicché dopo avere affastellato venticinque proposizioni tutte dipendenti tra loro uno non ricorda più bene quale fosse la principale su cui era basato tutto il castello, e manda tutto all’aria col fare di colui che in fondo la sintassi la saprebbe padroneggiare benissimo, ma oggi ha meglio da fare (laddove viceversa non ha assolutamente niente di meglio da fare, e semplicemente non sa manovrare la sua lingua natale, figurarsi le altre che in teoria qualcuno avrebbe dovuto insegnargli, vive o morte che fossero), in quest’Italia di prosatori prolissi, gaddiani della domenica pomeriggio, arbasini in congedo, l’esempio di Ilvo ci mostra una nuova via. Coraggiosa. Una rottura. Col passato. E col presente. E il futuro. No future. Il Punk. Non è morto. È Ilvo. Il punk. Della sintassi italiana. Ilvo Rotten. Ti rulla di ceffoni. Ilvo Céline.

I ragazzini. A cui insegno. Vorrei lo imitassero. Una volta portavo il giornale in classe. Poi la Repubblica cessò le copie omaggio. La crisi. Comunque finché c’era glielo leggevo. Sentite? Dicevo. È semplice. Si può scrivere così. Frasi brevi. Una dopo l’altra. Non è uno stupido. Insegna all’università. Guadagna il decuplo di me. Scrive frasi più brevi delle vostre. Si può fare.

Col tempo poi magari vi allungherete. Comincerete ad attaccare una frase con l’altra, imparerete i segreti della coordinazione. E con un altro po’ di tempo, e molta pazienza, dalla coordinazione passerete alla subordinazione, che è difficile, sì; ma la vera difficoltà sta nel non abusarne. Ma una frasetta breve alla Diamanti, ogni tanto, continuerete a infilarla. Un ceffone. Ogni tanto. Fa bene. Al lettore. Che dorme. Sempre. Dovete pensare al lettore come a vostro padre. Sul divano. Alle ventitré. Non vi ascolta. Per più di tre righe. Dovete scoppiargli in faccia, periodicamente. Ma non a ritmo regolare. Sennò si abitua. Cullatelo finché non vedete che gli sta per calare la palpebra e poi ciaf! Lettore! È di te che si parla! Stronzo! No, non dico le parolacce ai ragazzini, le sto dicendo a te adesso! Io lo so come fai. Scorri la riga e pensi ai fatti tuoi. Sbagliato. Ilvo. Non. Te. Lo. Consente.

Invece questi qui arrivano su dalle elementari che scrivono frasi lunghissime ma il loro concetto di frase lunghissima è fatta di tante frasi semplici alla Diamanti ma collegate tra loro da congiunzioni ma sono quasi sempre le stesse congiunzioni ma io gli dico ma mettete punto piuttosto ma loro no ma io gli dico ma che male c’è ma è solo un punto fermo ma non vi fa mica niente, e poi ogni tanto si potrebbe mettere anche qualche virgola, che ne dite, ma non c’è verso ma davvero qual è il problema delle maestre elementari col punto fermo ma che male vi fa ma siete tutte joyciane ma forse avete paura che la punta della bic trapassi il foglio che si pungano che vadano in coma come la Rosaspina nella fiaba ma su ma dai, ma almeno il punto alla fine della frase le maestre ve l’avranno tramandato, ma no neanche quello

calcio, contro la lingua italiana, scuola

un destino minuscolo

Una delle battaglie che perdo tutti i giorni è quella intorno alle lettere maiuscole. Poi per forza uno dice sei depresso – vi sembra qualcosa per cui vivere? Un motivo per svegliarsi la mattina? E guardate che dalla vita non chiedevo mica Waterloo o Stalingrado, eh, ma qualcosa di più interessante che consumare i giorni a correggere gente che non ritiene necessario mettere la maiuscola dopo il punto, personcine che trovano eccentrico il firmarsi con le iniziali maiuscole, scrivere Italia con la maiuscola…
Uno sarebbe anche tentato di dire vabbè, chissenefrega, ho una vita sola, arrangiatevi. Probabilmente a questa conclusione sono arrivate per prime le mie colleghe delle elementari, perché le ultime infornate di bambini che ci hanno consegnato non hanno proprio più la minima idea.
Molti hanno tagliato il nodo gordiano: scrivono tutto in stampatello e amen. Tu spieghi che lo stampatello è scomodo, che conoscere due grafie è meglio che saperne scrivere una sola, che è il momento di acquisire più manualità, di sperimentare la comodità, la fluidità del corsivo. Loro restano scettici. Tu li ammazzi con due ore di dettato. Lo scetticismo diminuisce. Ma rimane sempre il problema che non sanno dove mettere le maiuscole. Tu glielo spieghi. Loro ti guardano strano. Cos’è questo punto fermo che ci obbliga a mettere una maiuscola, talvolta persino ad andare a capo, ma chi si crede di essere? Ma poi in generale cos’è questa storia degli obblighi, delle regole, posso uscire? Voglio parlarne col preside. Posso mandargli mio padre? Mio padre si firma tutto minuscolo e non gli è mai successo niente.

Tu glielo spieghi. Tutti i santi giorni, tu gli ripeti i motivi per cui le maiuscole servono. Ci aiutano a orientarci sulla pagina. A distinguere il nome comune dal nome proprio. A dare importanza alle cose che se lo meritano. Il mondo è così vasto e così ricco di cose interessanti da studiare, ma non c’è mai abbastanza tempo perché ogni santo giorno bisogna ribadire il concetto che non vi potete firmare con le lettere minuscole, piccoli deficienti. Comunque è il mio mestiere, eh, mi pagano, per cui insisto. Ogni giorno.

Tempo buttato via. Soldi sprecati.

contro la lingua italiana, giornalisti

Ortocrazia

“PURA FALSITA! Vorrei tanto QUERELARE…”


Sarà una mia ossessione privata e professionale, ma l’unica cosa che mi sembra degna d’interesse nella lettera di Gino Flaminio al Corriere è l’ortografia.

Chiarisco subito: non trovo niente di scandaloso negli errori di Flaminio. Anzi, per essere un operaio non se la cava nemmeno troppo male: basta confrontare la sua punteggiatura con quella del “ragazzo Giuseppe” che due anni fa scrisse a Repubblica per lamentarsi degli articoli sensazionalisti sulla scuola. Giuseppe in quell’occasione rappresentava la scuola “buona”, quella degli studenti che studiano e si danno da fare; ebbene, azzeccava meno virgole di Flaminio, operaio appassionato di kickboxing con precedenti penali. Questo per dire che l’ortografia è un’emergenza interclassista, ormai.

Il punto è un altro. I giornali esistono da secoli. Da secoli ricevono lettere sgrammaticate dai loro lettori. E da secoli le ripubblicano corrette, in segno di rispetto per chi ha scritto e per chi rileggerà. Finché un giorno il Corriere non decide di pubblicare “nella forma originale nella quale ci è stata consegnata”, la lettera dell’ex di Noemi Letizia. Perché? È abbastanza ovvio: perché se l’avessero corretta non sarebbe più sembrata vera. L’ortografia corretta minacciava la credibilità della fonte.

Se ci riflettete, è una situazione paradossale. Flaminio avrà senz’altro qualcuno che cura i suoi interessi (quel minimo da mettergli a posto virgole e accenti); ma è costretto a scrivere sgrammaticato perché altrimenti potremmo credere che non è lui, ma qualcuno che lo imbecca.

Credo che il paradosso dipenda tutto dalla decisione di affidare alla stampa un messaggio concepito e prodotto per un pubblico audiovisivo. Se Flaminio avesse mandato un video, tutti avrebbero accettato la sua parlata napoletana come testimonianza di genuinità. Ma scrivere significa ridurre quel che sei a una catena di parole nere su fondo bianco. Non si sentirà più l’accento tipico, né la timidezza di chi si vorrebbe tirare fuori da una trappola troppo grande. Se gli avessero corretto perfino l’ortografia, sarebbe sembrato un normale lettore del Corriere – e questo rischio non potevano assolutamente correrlo.

Quando da bambino cominciai a leggere giornali (tutti i giornali, Gazzetta dello sport per prima), notai subito una cosa curiosa: i personaggi intervistati sembravano tutti più intelligenti, compresi i ciclisti. Non c’era paragone tra Moser intervistato su un quotidiano e uno aggredito da un microfono in tv. Il primo avrebbe potuto dare lezioni d’italiano al secondo.

Ho sempre apprezzato molto questa cosa. Nella vita capita a tutti di sbagliare i congiuntivi, ma i giornalisti che riportano le nostre idee fanno bene a correggerli. Ci mettono in giacca e cravatta, ci trattano da pari. La democrazia è essenzialmente questo: nessuno pretende che tu operaio sappia mettere le virgole, ma se hai qualcosa d’interessante scrivimelo, e io redattore lo rimetterò a posto. A ognuno il suo mestiere.

Il Gino Flaminio che abbiamo conosciuto ai tempi dell’intervista di Repubblica aveva subito un intervento del genere: si capiva che i suoi pensieri erano stati rimessi a posto, e ciononostante rimanevano i suoi.
Il Flaminio di oggi, che non sa dove mettere l’accento e urla pestando il caps lock, sembrerà a molti più genuino. Soprattutto a chi da anni ha deciso che noi non siamo la nostra foto migliore, ma il filmatino goliardico che abbiamo messo su youtube; a chi vuole le nostre ragazze con l’ombelico in fuori; a chi ci ha insegnato ad applaudire ai funerali. La plebe deve stare al suo posto: si pubblichi senza correggere.

contro la lingua italiana, scuola

No more remote control

Il giorno che cambiatte l’italiano

Adesso che abbiamo salvato gli steward, possiamo dare un’occhiata anche agli insegnanti?
Tira una brutta aria. Stasera, cercando informazioni sull’ultima bozza Gelmini, mi sono bloccato davanti a queste righe:

La scuola media è al centro di un autentico tsunami che si pone come obiettivo quello di scalare le classifiche internazionali (Ocse-Pisa) che vedono i quindicenni italiani agli ultimi posti. L’orario scenderà dalle attuali 32 ore a 29 ore settimanali.

Se ho capito bene, il problema di noi insegnanti è che siamo scadenti. E quindi la soluzione al problema è… far uscire prima i ragazzi. Sul serio, l’idea è che riducendo l’esposizione degli studenti al corpo docente si potrebbe risalire qualche gradino nella scala ocse. Naturalmente bisognerà tagliare i programmi, che però sanguinano ancora dei tagli dalla riforma precedente.

Ora, sono buoni tutti a criticare, ma bisogna essere anche costruttivi. Così, invece di mettermi a scrivere il solito pezzo antigelmini, mi sono preso un quarto d’ora per riflettere seriamente su cosa potrei tagliare, per esempio, del programma d’Italiano. Metti la grammatica: a prima vista sembra tutta imprescindibile, eppure a cercare bene qualcosa d’inutile ci sarà.
Senz’altro non la punteggiatura. Quella serve, altroché se serve. Anzi, se la prendono tutti con noi perché non ne insegniamo abbastanza. I congiuntivi? Per carità. È da 50 anni che li danno per finiti, e invece eccoli lì, se la passano meglio di me…

Alla fine, pensa che ti pensa, ho avuto un’illuminazione. Come ho fatto a non pensarci prima? Eppure era qui, davanti a me. Ho trovato l’argomento inutile, il ramo secco che ci farà risparmiare ore e ore di inutili sforzi mnemonici. È lui.

Il passato remoto. 

Il tempo verbale più irregolare che ci sia, il terrore dei fanciulli e delle vedove. Pensate a quante ore passaste a memorizzare “io bevvi”, “noi mangiammo”, “voi apparecchiaste”, e il più stronzo di tutti, “io cossi”. Quanto tempo sottratto alla trigonometria, alla tavola degli elementi, al genitivo sassone, all’Iliade. E il tutto per cosa? Per ricordare un verbo che non usa più nessuno da Viterbo in su? Via, via. Se almeno fosse semplice, come il simple past. Ma è veramente solo un ginepraio di anomalie.

I grammatici avrebbero dovuto pensarci prima. Gli accademici della Crusca hanno avuto quattro secoli a disposizione per proporre una forma di passato remoto regolare buona per tutte le coniugazioni. Non ci hanno pensato? Adesso è tardi. Io sono stanco di correggere ragazzini che scrivono “ebbimo” e “fecimo”. In fondo quello che stanno facendo è esattamente quello che gli accademici non hanno voluto fare: una bella razionalizzazione. Se si dice “ebbi” al presente, perché non si dovrebbe semplicemente aggiungere un suffisso per ottenere un plurale? Perché tra anomalisti e analogisti, in italiano debbono sempre averla vinta i primi?

Vi sento già: “ma nei romanzi…”
Ecco, sì, se uno deve scrivere romanzi, magari è bene che impari a maneggiare anche il remoto. Ma la maggior parte degli studenti non deve mica scrivere romanzi (e vivaddio): al limite dovrà leggerli.

Torna in mente Linus Van Pelt quando legge i fratelli Karamazov: “Come fai a pronunciare tutti quei difficili nomi in russo?” “Mi limito a guardarli”. Ecco, per leggere i romanzi non c’è bisogno di saper coniugare i remoti: basta riconoscerli. Si può leggere tranquillamente Balzac senza aver mai imparato il passé simple francese; impossibile sbagliare, ogni volta che c’è una forma verbale “strana”, quello è un remoto. E questo ci porta alla mia proposta.

Pensavate che volessi abolire il passato remoto? Ma no, anzi, non saprei proprio far senza.
E non ambisco nemmeno a razionalizzarlo; anche se riuscissi a creare una fazione di analogisti, la guerra contro gli anomalisti ci porterebbe via anni di polemiche feroci, e i ragazzini nel frattempo non saprebbero più cos’è giusto e cos’è sbagliato. Una cura ben peggiore del male.

No, io propongo qualcosa di ben più innovativo. Qualcosa che in grammatica nessuno ha mai tentato fin d’ora. È l’occasione per ritrovarsi all’avanguardia. Sul serio, se funzionerà, verranno linguisti da tutto il mondo a osservarci – magari su aeroplani della CAI. Insomma, la mia proposta è l’introduzione del Passato Remoto Libero.

Cos’è il Passato Remoto Libero?
Il passato remoto libero è il passato remoto. Si usa nelle stesse situazioni in cui prima si usava il passato remoto normale: per parlare di eventi lontani del tempo e per sfottere i siciliani.

Come si coniuga il Passato Remoto Libero?
Come ti pare.

In che senso?
Hai capito benissimo. Puoi coniugarlo come ti pare. Vuoi scrivere “fecimo”? Accomodati. Vorresti scrivere “tacque” ma hai tanta paura di sbagliare? Scrivi pure “taccue”, o “taqque”, o “tacebbe”. Tutte le desinenze vanno bene.

Ma in questo modo non si capirà più niente.
Sicuro? Prova a leggere queste righe, e dimmi se c’è qualcosa che non capisci.

Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venette arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua padrona di casa, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venibbe. Ciò non era mai accaduto. K. aspettosse ancora un po’, guardé dal suo cuscino la vecchia signora che abitava di fronte e che lo osservava con una curiosità del tutto insolita in lei, poi però, meravigliato e affamato a un tempo, suonacce. Subito qualcuno bussocchio, ed entrabbi un uomo, che egli non aveva mai visto prima in quella casa.

Stai massacrando Il processo di Kafka, smettila.
Ma dimmi: c’è qualcosa che non hai capito?

Ho capito perché era una pagina che conoscevo già, ma come farò a riconoscere flessioni verbali che non ho mai visto prima in vita mia?
Senti, non ti devi preoccupare, sul serio. La lingua è fatta per comprendersi. Sì, qualche volta per tirarsela, ma il più delle volte per comprendersi. Se davvero qualcuno vorrà approfittare del passato remoto libero per non farsi capire dai lettori, peggio per lui. Vedrai che la maggior parte degli scriventi continuerà a usare forme abbastanza riconoscibili. Anzi, col tempo probabilmente finiremo per usare più o meno tutti le stesse flessioni. Ma ci saremo arrivati attraverso l’esercizio della libertà, non attraverso la coercizione scolastica! Non è fantastico? Io lo trovo fantastico.

E il correttore automatico?

Si fotta! Ma ci pensi? Cosa c’è di più vivo di una lingua che manda in tilt anche il correttore automatico, la diabolica gabbia dorata di Microsoft Office? Viva la libertà!

Non stai parlando sul serio.
Scherzi? Tu non hai veramente idea di quante interrogazioni risparmiate, quante penne rosse che rimarranno dal tabaccaio, quanti errori in meno, e quante risate ci faremo. Non fubbi mai più serio in vita mia.

contro la lingua italiana, lingue morte

pensieri di dicembre

La K che piace ai giovani

A volte penso a quel che accadrà a questo sito, tra dieci o cento anni. Sono i classici pensieri di dicembre. Verrà qualcuno a leggere? Uno studioso del costume ci troverebbe pure qualcosa d’interessante. In effetti se avessimo i blog degli antichi Romani capiremmo un sacco di cose che in realtà non sappiamo.

Naturalmente occorre dare per scontate varie cose (tra cui, per dire, la sopravvivenza di internet e della civiltà occidentale), eppure mi capita, sul serio, di rileggere pezzi di blog fingendomi un antropologo del duemilatrecento. Di solito faccio il possibile per renderlo il più chiaro possibile anche a chi capita qui per caso, ma c’è un problema. Il solito problema. L’italiano.
È difficile pensare che nel 2300 ancora qualcuno lo parlerà. Certo, ci sarà qualcuno che lo studierà perché il corso di spagnolo aveva già completato le iscrizioni, ma saranno in pochi e concentreranno le loro ricerche su Alighieri e Buonarroti, difficile che si mettano a leggere i blog.
È un pensiero che sconsola. Grama generazione, la mia: siamo gli ultimi o i penultimi che scrivono in italiano, che senso ha farlo bene?

Questa lingua italiana che mi va stretta, questa lingua che pure è l’unico straccio che riesco a vestire decentemente, io la detesto come il secondino la prigione. Voi lettori potete andarvene, io no.
E insomma mi sono fregato con le mie mani, ho fatto della lingua il mio mestiere: passerò la vita a correggere le h al verbo avere, gli accenti sulla e, e cento altre ottuserie ortodattilografiche; nel frattempo vedrò lentamente svanire le già rare virgole, svaporare la sintassi; consapevole che tutta la fatica di correggervi i congiuntivi sarà comunque vana. Sono i pensieri di dicembre: tanto vale andarsene a letto.

Un ultimo viaggio nel tempo. Mentre provo a prender sonno mi assale una domanda: se l’italiano ha gli anni contati, quale sarà il suo ultimo respiro? L’ultima frase in lingua italiana, chi la scriverà? E cosa vorrà dire?
Sarà una frase sgrammaticata e insulsa, eppure necessaria. C’entrerà in qualche modo un passato da liquidare. Un passaggio di proprietà, perché no.
Potrebbe essere – anzi sarà – un sms. Qualcosa del tipo: Ciaooooo! O sentito il teste. Mi a detto ke kelle terre li possette per kelli anni parte Santi Benedikti. TVTB, amen.

cinema, contro la lingua italiana, modi di dire, Moretti (Nanni)

le parole sono importanti

Io soprascritto Leonardo, in qualità di blog-più-vecchio-d’Italia -a-parte-Valido-e-Ludik, dichiaro formalmente guerra ai modi di dire più abusati, alle frasi fatte e strafatte, ai luoghi comuni troppo affollati.

Cosa c’è di male in un modo di dire?
Niente. Ma trovo giusto rinnovarli ogni tanto. Altrimenti continuiamo a citare film che nessuno vede più, o libri che non abbiamo neanche letto, o saggi che probabilmente intendevano il contrario di quel che gli mettiamo in bocca, eccetera eccetera.
Così invece del solito pippone oggi redarrò, con la vostra collaborazione, una lista di modi di dire che da oggi in poi sono definitivamente out, perché? Perché l’ho deciso io, e io sono maledettamente vecchio e saggio, va bene?

Quando il saggio indica la luna…
Lo stolto mostra il dito.
Medio. Saggio, rispettosamente hai sfracellato i coglioni. 14.000 risultati su Google! Prova a indicare qualcos’altro. Ci sono più cose in cielo e in terra che… ops.

Un silenzio assordante
Confesso, non ricordo chi l’ha inventata. Ma a chi la racconto? Non lo so proprio. Senz’altro un poeta: è un’espressione meravigliosa, il più bell’ossimoro che io conosca. Però è da 5-6 anni che tutti i silenzi che sento in giro sono “assordanti” (74.400 pagine su google!) Ormai questi due termini fanno coppia fissa: la sera si trovano sul divano e litigano perché “silenzio” vorrebbe vedere il dottor House e “assordante” l’isola dei famosi.
ASSORDANTE: Ma si può sapere perché stiamo insieme, noi due? Non abbiamo niente ma niente in comune! Chi è che ci ha presentati? Eh? Si può sapere chi è stato?
SILENZIO:

È la democrazia, bellezza (versione originale: è la stampa, bellezza)
Sarei curioso sapere quanti tra quelli che la usano hanno visto il film con Bogart giornalista (Deadline USA, in italiano L’ultima minaccia, 1952) che dice (al suo avversario) “that’s the power of the press, baby, the power of the press”. Io, per esempio, no. La frase “è la stampa bellezza” nasce da lì, l’autore è uno di quegli anonimi traduttori che leggevano “shut up” e traducevano “chiudi il becco”. Avete mai sentito qualcuno in carne e ossa dire “chiudi il becco”? E tra colleghi e antagonisti, vi dite mai “bellezza”? No, direi di no. Tutte le volte che la sento in tv o (infinitamente più spesso) su internet, mi sembra che il monitor viri in bianco e nero.
Oltre che antica, è pure un po’ provinciale. Da qualche parte (non trovo più dove) Eco faceva notare che la frase era diventata famosa più in Italia che all’estero, proprio perché da noi a quei tempi il “potere della stampa” era ancora un frutto proibito. Insomma, non usatela all’estero, perché non capiranno il riferimento. È quel tipo di tormentone che ereditiamo inconsapevolmente da qualche vecchio giornalista che passava i pomeriggi a guardare vecchi MGM in bianco e nero. In teoria noi dovremmo essere quelli giovani…

…Infatti continuiamo a dire

Ho visto cose che voi umani
Come no. Scommetto che hai visto i cancelli di Tannhauser al largo dei bastioni di Orione. Beh, li abbiamo visti anche noi. E poi? Visto qualche altro bel film di recente?
Ho sempre sentito dire che il monologo se lo fosse improvvisato Hauer lì per lì. In realtà sembra che abbia solo tagliato di sua sponte una battuta ancora più lunga, aggiungendo “le lacrime nella pioggia”, che sono poetiche, seppure un tantino banali, eh. Io sono sempre stato felice che una frase lontanamente riconducibile a Dick abbondasse sulla bocca di tutti. Ma dopo 83.100 pagine su Google comincio ad avvertire una certa stanchezza. Siamo tutti replicanti, abbiamo tutti visto cose che gli umani non si immaginano, probabilmente nel frattempo gli umani si sono stancati di starci a sentire e sono fuggiti su Orione a far cose che noi replicanti ci sogniamo.

E compagnia bella
Questo in realtà non mi sembra così abusato: continuate pure a scrivere “e compagnia bella”. Si parlava di modi di dire e mi è venuto in mente.
L’origine non la conosco, ma di solito in Italia tutti la considerano un marchio di fabbrica di Salinger. Quando tra giovani andava di moda imitare Salinger, a tutti scappava almeno un “e compagnia bella”. (Perché adesso non va più di moda, vero?)
In realtà Salinger, non ha mai scritto “e compagnia bella”, essendo americano. Il suo famoso giovane Holden finiva quasi tutte le frasi con l’intercalare “and all”. Ora, siccome la traduttrice italiana era una signorina perbene e di mondo, non riteneva giusto tradurre sempre nello stesso modo “and all”, perché l’italiano, che è già tanto ridondante di suo, soffre le ripetizioni più dell’inglese. Così doveva cercare i modi più disparati di tradurre quel maledetto “and all”. Perciò a sua discrezione variava con “…e tutto quanto”, “…e tutto il resto”, “…eccetera eccetera”, “…e quel che segue”, “…e via discorrendo”… e quello che è rimasto più in mente ai lettori, “compagnia bella”. Questo per dire che molti italiani convinti di essere appassionati di Salinger, in realtà erano appassionati della prosa di questa signorina perbene, Adriana Motti.
Qui c’è una bella intervista di Luca Sofri, dove dice di avere appreso “e compagnia bella” dai suoi nipoti. In quei tempi all’Einaudi comandava Calvino e i traduttori avevano il tempo di uscire all’aria aperta e interagire coi bambini che giocavano nei cortili: in effetti poi le traduzioni uscivano migliori.
Oggi al suo posto subappalterebbero tutto a un anemico dottorando di scienze della traduzione che recluso nel suo soppalco più servizi per un pezzo di pane tradurrebbe sempre con “e tutto”. “E tutto”. “E tutto”.
“Scusa, ma è una noia tremenda così”.
“Lo so bene, ma non posso a nessun costo derogare alla manifesta volontà autoriale di incidere subliminalmente il preconscio del lettore con l’iterazione martellante della funzione fatica, e…”
“…e compagnia bella”.
“Eh?”
“Scusa, era un modo di dire della lingua italiana”.
“Mai sentito”.

Una frase a caso di Nanni Moretti
In realtà non saprei quale, ma in generale sono troppe. Metà della mia valigetta di frasi pronte è piena di roba che ha detto lui in un film: è quasi imbarazzante, non siamo mica parenti. Datemi una mano a decidere:
– di’ una cosa di sinistra
– faccio cose, vedo gente
– mi si nota di più se non vengo
– il dibattito no!
– continuiamo così, facciamoci del male
– (ne ho senz’altro scordata qualcuna memorabile)

Che faccio, vado avanti?