autoreferenziali, contro l'identità, omofobie

Perché sono omofobo

L’omosessualità è apparsa come una delle figure della sessualità quando è stata ricondotta dalla pratica della sodomia ad una specie di androginia interiore, un ermafroditismo dell’anima. Il sodomita era un recidivo, l’omosessuale ormai è una specie (Michel Foucault, La volontà di sapere, 1976).

Oggi è la giornata mondiale contro l’omofobia, dicono, e pensavo di celebrarla con un piccolo autodafé. Siccome ogni tanto mi viene rivolta l’accusa di essere io stesso omofobo, vorrei cercare di spiegare e spiegarmi il perché questo è successo, succede e succederà. Non è un pezzo polemico, in teoria; in pratica qualcuno con cui litigare lo trovi sempre; ma questo pezzo è da intendersi più come la fine di un litigio, quella parte noiosa che alcuni chiamano “spiegazioni”, e che molti giustamente saltano: potete anche saltare questo, al massimo la prossima volta che mi date dell’omofobo ve lo linco e ci date un’occhiata. È anche parecchio autoreferenziale.

L’accusa di omofobia è meno scontata di quella di antisemitismo, socialmente meno pericolosa di quella di pedofilia; in ogni caso dà un po’ fastidio. Io poi sono convinto, da molto tempo, che un gay dovrebbe avere gli stessi diritti che ho io, compreso quello di sposarsi e crescere figli; per quel poco che posso fare cerco di contrastare l’omofobia nel mio ambiente di lavoro; ho conosciuto e voluto bene a persone omosessuali, cosa un po’ banale da dire ma pure è successo; ero cautamente favorevole a un testo di legge che riconoscesse l’aggravante per omofobia; e il video di Small Town Boy mi fa venire i lacrimoni. Per cui quando mi ritrovo iscritto tra gli omofobi mi sembra sempre un po’ un’ingiustizia. All’inizio pensavo che si trattasse del mio attendismo, che è un tratto della mia personalità che ha sempre fatto arrabbiare molte persone, buoni ultimi i gay. In sostanza io ho sempre amato i compromessi e diffidato dei duri e dei puri, ce l’avevo con Bertinotti nel ’98 e tutto quanto, e sono tuttora convinto che se nel 2007 fossero passati i Dico, oggi la qualità di vita di molte famiglie gay italiane sarebbe lievemente superiore – il solo fatto di aver uno status riconosciuto da una legge italiana accelererebbe anche il processo verso il definitivo riconoscimento della parità e del diritto al matrimonio, perlomeno io la penso così, e non credevo di essere omofobo per questo. E infatti questo in realtà c’entra in modo molto relativo. Ci ho messo un po’ di tempo a capirlo: il mio attendismo è oggettivamente snervante per molti che mi leggono, ma non è il motivo per cui alcune conversazioni terminano con qualcuno che mi dà dell’omofobo. C’è qualcosa di più profondo.

“Omofobo” è un curioso portmanteau. Generalmente lo usiamo per intendere una “persona che odia gli omosessuali”: però il suo significato letterale sarebbe: colui che ha paura di sé stesso. In questo senso io potrei essere effettivamente un po’ omofobo, e mi domando chi non lo sia mai stato. Il nostro corpo è una fonte inesauribile di ansie e paure, molte delle quali coinvolgono la sfera sessuale e l’identità di genere. È un argomento fin banale: chi ha paura degli omosessuali teme soprattutto l’omosessuale che è in sé. Se vi soffermate sulle dichiarazioni omofobe di questo o quel politico o attivista vi accorgerete che implicano l’idea (folle) che tutti possiamo diventare omosessuali, se non stiamo attenti. C’è chi paventa l’estinzione del genere umano, e non dice una battuta: ci crede. L’omosessualità per costoro non è soltanto una malattia, ma è anche altamente contagiosa. Nel loro fanatismo, questi signori hanno capito una cosa che altri gay temo non afferrino: siamo tutti omosessuali. Potenzialmente. No, non è vero. Cioè, in realtà ne sappiamo poco, molto meno di quanto crediamo di saperne.

Tra l’altro fu uno scout ad alto livello.

Do per scontato che chi legge qui conosca un po’ la storia del rapporto Kinsey. La figura dell’entomologo che studia la sessualità degli americani in piano maccartismo, giungendo a conclusioni ancora oggi sorprendenti, è insieme modernissima e antica, come la serie classica di Star Trek: mostra un futuro radicalmente diverso da quello che poi c’è stato. È profondamente alieno, per esempio, l’approccio; per noi, qui nel 2012, la cosa più importante è definirsi: etero, omo, trans, eccetera. A Kinsey questo tipo di etichette non diceva nulla, lui partiva dalle esperienze: non chiedeva ai suoi campioni Chi sei?, Come ti definisci, ma Cosa hai fatto? E scopriva cose che ci sorprendono ancora: che il 37% dei maschi intervistati aveva avuto un’esperienza omosessuale; che il 46% degli stessi aveva provato attrazione per persone di ambo i sessi. Spesso nelle discussioni si tira in ballo Kinsey per ricordare una fantomatica stima della “popolazione omosessuale” tra il 5 e il 10% (è un errore che ho fatto anch’io): non è esattamente così, ma soprattutto non è il dato più interessante; perlomeno, mi pare più interessante il fatto che negli USA degli anni ’50 un terzo della popolazione maschile avesse avuto almeno un’esperienza omosessuale e quasi la metà avesse provato attrazione per qualcuno del suo stesso sesso: se comunque accettiamo di prendere per buona la stima del 10% di omosessuali ‘esclusivi’ (il gradino 6 della scala Kinsey) ci rimane una fascia grigia del 40% che forse ci spiega meglio perché Giovanardi, se vede due gay baciarsi, può avere paura sul serio. Prendendo per buone le stime di Kinsey potremmo avere 4 possibilità su 10 che Giovanardi, un politico cattolico di centrodestra, un bacio così lo abbia trovato almeno in un periodo della sua vita desiderabile; un apostrofo roseo che un politico cattolico di centrodestra deve assolutamente cancellare con un vigoroso tratto nero (o un virgineo bianchetto), ne va della carriera politica nel centrodestra. Molti omofobi sono realmente omo-fobi. Non sono nati eterosessuali (gradino 1 Kinsey): ci sono arrivati rinunciando a qualcosa, che a volte può bussare e ripresentarsi, il che fa paura. Visto che si doveva parlare di me, ammetto che no, non ha mai bussato nessuno, per ora. Però i gradini di Kinsey qualche turbamento me lo danno. Non siamo tutti omosessuali; non siamo nemmeno tutti bisessuali; però non siamo neanche quasi mai eterosessuali grado 1; insomma cosa siamo? Non lo sappiamo, e questo ci rende diffidenti.

Mi capita molto spesso di pensare alle stime di Kinsey, quando discuto di omosessualità, e questo mi frega, perché davvero Kinsey è un altro mondo: persino il modo in cui usa le parole è diverso da quello con cui si usano oggi, e questo fa sì che non ci capiamo. Per esempio, io tendo a concepire l’omosessualità come una possibilità, mentre per molti interlocutori l’omosessualità è una comunità precisa. La comunità LGBT non è unita soltanto dagli orientamenti sessuali (che tra l’altro sono diversi, lo dice la sigla stessa), ma da un’ideologia. Ora magari qualcuno protesterà che non è vero. Capiamoci: ideologia non è una brutta parola. Non credo possano esistere comunità senza un’ideologia condivisa che le tiene insieme. Non sta a me definire quale sia l’ideologia gay-lesbica-bisessuale-transgender. Nel corso degli anni e dei litigi ho solo fatto caso a un paio di cose. Per esempio, l’innatismo. Non so quanto sia diffuso, ma mi capita sempre più spesso di discutere con gente convinta che gay si nasce. Non mi è difficile immaginare che molti gay o lesbiche si sentano tali “dalla nascita”, però resto persuaso che tutt’intorno ci sia un’enorme fascia grigia di gente che nasce e cresce, come dire, confusa. Affermare questa cosa (con un po’ di statistiche alle spalle) non implica che queste persone vadano rieducate o mandate dallo psicologo o quant’altro: non sto parlando di persone “confuse” perché sono nate gay e le voglio rieducare: sto dicendo che sono confuse perché stanno sul 2 o sul 3 o sul 4 della scala Kinsey, e se non fosse per le rigidità della società (di qualsiasi società), resterebbero lì: e invece a un certo punto devono scegliere una cosa e rinunciare all’altra. È quello che fanno. Milioni di persone in Italia, non saprei proprio dire quanti, scelgono la loro identità di genere, e non sempre scelgono la cosa giusta, e a volte hanno paura di essersi sbagliati, e questa paura possiamo anche chiamarla omofobia. (Mi accorgo che ho già scritto tantissimo ed è tardi, continuo un’altra volta)

Bibbia, contro l'identità, ho una teoria, scuola

Più Bibbia a scuola!

Ma a questo punto, metti che la Gelmini dica qualcosa di ragionevole.
Lo so anch’io che è improbabile.
Ma metti che.
Come fai a darle ragione? Davanti a tutti?
Così. Ho una teoria #41 si legge sull’Unità, e si commenta qui (attenzione, con Chrome c’è qualche problema).

È facile prendersela con la Gelmini, e lei non ci fa mancare certo gli spunti. A volte però rischiamo di infervorarci inutilmente anche le rare volte che dice qualcosa di ragionevole. Persino l’orologio fermo, si sa, dice la verità almeno una o due volte al giorno. Il Ministro Gelmini potrebbe anche avere la competenza di un orologio scarico, ma se chiede che a scuola si studi la Bibbia non è che possiamo stracciarci le vesti e fingere che la richiesta sia insensata. Perché mai non si dovrebbe studiare la Bibbia a scuola? Sul serio, perché l’Odissea sì, l’Eneide sì, la Commedia dantesca sì… e la Bibbia no? È un testo meno importante? Si stenta un po’ a crederlo.
In questa battaglia per portare Antico e Nuovo Testamento nella scuola, Maria Stella Gelmini è in buona compagnia. In calce alla petizione dell’Associazione “Biblia” ci sono fra le altre le firme di Claudio Magris, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Amos Luzzatto, Margherita Hack. A occhio non ha l’aria di una lobby di integralisti cattolici. Forse dobbiamo intenderci su cosa significhi “studiare la Bibbia a scuola”.
Per i leghisti si tratta di portare negli istituti pubblici un altro simbolo identitario, accanto al crocefisso e al sole delle Alpi (quest’ultimo un po’ pagano, ma fa l’istess). In quanto simbolo, non credo che abbiano nessuna intenzione di aprirlo, col rischio di scoprire che racconta la saga di un popolo terrone e sfaticato che per non costruire le piramidi d’Egitto, fugge al di là del Mar Rosso e si dà al nomadismo. Una storia di zingari, figurati. Non è certo quello a cui pensa Zaia quando dice che ha già trovato “un imprenditore disponibile a stamparle in breve tempo. A proposito: quanto è costato tappezzare le scuole coi Soli delle alpi? Quanto costerà ficcare nell’armadietto di ogni scuola un altro librone che prenderà polvere insieme ai dizionari? Tanto paga il popolo somaro. La Bibbia in ogni scuola, per i leghisti, è un affare come un altro.
Per gli intellettuali, la Bibbia a scuola è una garanzia di laicità. Significa che il Libro dei Libri si può studiare, analizzare e smontare. Proprio quello che la Chiesa cattolica ha sempre preferito evitare: e del resto, se c’è qualcuno in Italia che ha ostacolato la diffusione della Bibbia è stata proprio la Chiesa, dalla Controriforma in poi. Per molto tempo le traduzioni si sono ritrovate addirittura all’indice dei libri proibiti. Ancora oggi a catechismo non si studia la Bibbia (si studia il Catechismo). Le gerarchie cattoliche sanno bene quanto sia potenzialmente pericoloso lo studio di quel libro. Solo chi lo ha sfogliato appena può riempirsi la bocca di parole come “cultura” o “identità”. Studiare la Bibbia è immergersi in un mondo e in una cultura radicalmente diversi dai nostri. È impossibile non diventare un po’ antropologi, un po’ filologi, un po’ studiosi della religione, mentre si sfoglia un libro che dispensa contraddizioni e ambiguità a ogni pagina. Dovremmo privarci di questa possibilità per scongiurare il rischio che qualche insegnante la usi per fare propaganda religiosa? Per lo stesso motivo dovremmo bandire dai programmi scolastici tutte le opere letterarie che possono essere usate allo stesso scopo. La divina Commedia, la Gerusalemme liberata, i Promessi sposi… tutte opere in fondo più cattoliche della stessa Bibbia. Dovremmo privarcene?
Nel frattempo, la Bibbia a scuola c’è già. Posso testimoniare che nei libri di testo di prima media (pardon, “secondaria di primo grado”) si trova sempre qualche pagina biblica, nella sezione “mito”. Di solito si tratta della Creazione e del Diluvio (spesso messi in confronto con miti analoghi di altre culture). A volte c’è anche la leggenda di Sansone, primo kamikaze integralista della Storia. Tre pagine sono poche? Sono tante? Anche l’epopea di Gilgamesh occupa più o meno lo stesso spazio. È una storia lontanissima dalla nostra cultura e identità, che nessuno ha più letto per millenni. La Bibbia ha avuto più fortuna, e forse meriterebbe più spazio sui nostri manuali. Ma a danno di chi?
Perché il vero problema è questo. Ogni volta che un Ministro spiega ai giornali che a scuola bisognerebbe studiare la Bibbia, o le foibe, o l’amore per gli animali, dà l’impressione di considerare i programmi scolastici come un involucro vuoto che si può riempire a piacere. Bisognerebbe una volta tanto avere il coraggio di spiegare cosa dobbiamo togliere dai programmi, per farci entrare la Bibbia (o le foibe, o gli animali). A meno che il Ministro non voglia allungarci l’orario scolastico… ma no, la tendenza è quella di aggiungere carne al fuoco e tagliare il combustibile. Vogliono più inglese, e ci tolgono i pomeriggi. Vogliono più internet, ma non ci danno un’ora in più. Vogliono che si studi la Bibbia, che è un testo letterario: e intanto tolgono lezioni agli insegnanti di italiano. Vogliono tutto, non danno nulla. Soltanto qualche gadget ogni tanto; quest’anno, un librone stampato da un imprenditore che conosce Zaia. Se lo apri verso la fine c’è scritto: “Gli scribi e i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le loro opere; perché dicono e non fanno”.(Matteo 23,2). http://leonardo.blogspot.com
come diventare leghisti, contro l'identità, contro la lingua italiana

La Padania è un’espressione geografica

Neologismi da salvare (2): Padania

Suona incredibile, pure è così: sul mio slabbrato Zanichelli “Padania” non c’è, quindi dovrebbe trattarsi di un neologismo. La cosa è abbastanza strana. Io ricordo di averne sentito parlare addirittura a lezione di filologia. Se non mi sbaglio (prestai il manuale e gli appunti a una ragazza, me sciagurato, che non me li ritornò) con “padanìa” si indicava la regione linguistica delimitata a sud dalla linea Rimini-La Spezia. Addirittura negli anni Ottanta è attestato il termine tecnico “padanese”, traduzione di “padanian”. Nel frattempo Gianni Brera scriveva “padania” già da vent’anni. A quel tempo la Gazzetta dello Sport era un laboratorio linguistico: allo stesso Brera dobbiamo “centrocampista”, “contropiede”, “pretattica”, “melina”. Questi termini però ebbero fortuna perché i colleghi di Brera ne avevano effettivo bisogno. “Padania” rimase un brerismo, forse perché non era un termine tecnico.

Insomma, l’idea è che fino a metà Novanta “Padania” (anzi, Padanìa) fosse esclusivo appannaggio di filologi occhialuti e gaddiani della domenica sportiva. Ma ne siamo davvero così sicuri? Su internet la discussione divampa (come qualsiasi discussione). “Padania” è una parola tradizionale o una novità dell’altro ieri, un coccio celtico made in China? Se trovate scritto “padania” su un documento antecedente al 1995, potete segnalarlo ai curatori di questo sito, li farete felici:

In questa pagina saranno segnalati tutti i testi siano essi libri, riviste, quotidiani o qualsiasi altro genere di pubblicazione che riportino in qualche modo il nome Padania . Si vuol così dimostrare che il termine era già in uso e non costituisce quindi un frutto del recente periodo politico, ma al contrario la politica stessa ha ricavato il termine dal territorio che ne porta il nome, dal territorio dove il termine era in uso già da molto, molto tempo.

Mah. In uso o no, senz’altro fino a metà ’90 “Padania” non era un termine del lessico politico. Addirittura i leghisti per più di dieci anni non sapevano di essere gli strenui difensori di una cosa che iniziava con la P. Nei primi tempi Bossi parlava di una “Repubblica del Nord” che faceva un po’ guerra di secessione; nei momenti più lirici (ne ha, ne ha, per quanto di atteggi a scarpe-grosse-cervello-fino ha sempre avuto gli slanci del boccalone da bar) si azzardava a sognare un’“Eridania trapuntata di stelle”. Purtroppo l’Eridano è una delle costellazioni meno interessanti dell’emisfero boreale, e poi c’è il problema del marchio registrato dallo zuccherificio. E così era abbastanza inevitabile che un bel giorno nascesse la Padania. Con l’accento sulla seconda a, non si sa bene perché. Probabilmente per evitare anche solo la rima con Albania e Romania.

Come inventare una nazione con una parola, prendete nota. Semplice e geniale, un uovo di Colombo. Padani lo siamo sempre stati, ma finché abitavamo in Valpadana la cosa era abbastanza irrilevante. Ora invece popoliamo la Padania: vuoi mettere? La parola “Valpadana” evocava un ambiente fisico delimitato e circoscritto. Togli la connotazione fisica, aggiungi un suffisso semplice e maestoso (-ia) e hai qualcosa di più. Niente più prati verdi e montagne, ma una patria. Che non esiste, secondo Gianfranco Fini. E neanche secondo me. Però intanto la parola c’è, e le parole vanno maneggiate con cura.

Lo slogan “La Padania non esiste”, per esempio, mi sembra un caso da manuale di “Non pensate all’elefante”: ti costringe a ragionare su quel che nega. In fondo siamo tutti cresciuti in quel famoso ambiente sessantottardo dove purtroppo tutti questi sei politici non li ha visti nessuno, ma in compenso abbiamo imparato a mettere in discussione qualsiasi autorità, qualsiasi imposizione, e soprattutto qualsiasi negazione. Così la mia prima reazione istintiva alla frase “X non esiste” è: come fai a dirlo? Chi sei per dirlo? Se x non esiste, perché ha un nome? Chi glielo ha dato evidentemente pensava che esistesse. Perché devo fidarmi di te e non di lui? E perché tu ci tieni tanto a dire che non esiste? È una rimozione, e se abbiamo leggiucchiato Freud sappiamo cosa c’è dietro le rimozioni. Insomma, Gianfranco, non è per caso che vuoi negare la padanità che è in te? Come Hitler che forse, chissà, aveva zii di quarto grado ebrei? Eccetera eccetera.

La Padania è “un’invenzione”, dite. Un po’ come qualsiasi altra cosa. l’Impero Romano, la Repubblica di San Marino, qualsiasi entità statale ha dovuto essere inventata a un certo punto. Anche la parola “Italia”, ricorderete, è stata confinata un bel po’ di tempo nel limbo delle “espressioni geografiche”: e continuava a suonare stravagante anche negli anni più drammatici del Risorgimento. A credere nella sua consistenza di patria e nazione era una minoranza che non doveva attestarsi molto lontano dal 10% che hanno i leghisti oggi in Parlamento. Le nazioni sono comunque concetti astratti, e qualsiasi concetto astratto esiste una volta nominato. Insomma è un incantesimo, la Padania: essa esiste un po’ di più ogni volta che la si nomina, e non ha nessuna importanza che la frase sia negativa. Ogni volta che dici “La Padania non esiste”, i suoi confini diventano più nitidi.

Quelli che dicono “X non esiste”, di solito sono i cattivi. In Turchia sono quelli che negano il Kurdistan. In Palestina, quelli che fingono di non vedere i palestinesi. In fondo se questa è tutta la cattiveria di cui oggi è capace Gianfranco Fini, se è tutto qui il suo residuale nazionalfascismo, verrebbe quasi voglia di abbuonarglielo: ma non si può, non conviene. Padania è una parola potenzialmente pericolosa, e l’ultima cosa da fare con le parole pericolose è proibirle. Occorre disinnescarle. Facciamo che esiste: che è un comodo sinonimo del più tradizionale Valpadana; che è la macroregione in cui abitano i padani, che saremmo sempre noi, dotati di un’identità linguistica più che storica, che comunque non cessiamo per questo di essere italiani come lo sono i meridionali, gli isolani, e… e quelli che stanno in mezzo. A proposito, forse occorrerebbe inventare un nome anche per loro. Già, ma non è mica facile. È in questi momenti che gente come Brera ti manca davvero.

contro l'identità, cultura, lingue morte

Ritorno degli Pseudo-cripto-ebrei

Le radici non esistono

Bobby Wheelock: I feel different from everyone sometimes.
Dr. Josef Mengele: You are infinite different. Infinite superior. You are born of the noblest blood in the world.

Le persone vorrebbero avere radici. Questa è una cosa che non smette di stupirmi. Invece vedo che molti ormai la danno per scontata.
Allora adesso vi spiego cos’è scontato per me: queste radici, che le persone vorrebbero avere, in realtà non esistono. Le persone non hanno mai avuto radici, e mai le avranno. Hanno i piedi, per spostarsi. Sembra banale, evidentemente non lo è. Il discorso delle “radici” è una vecchia metafora. Quanto vecchia? C’è già nella Bibbia. È una metafora efficace e condivisa. Però resta una metafora. Finché ci serve a capire un concetto, bene. Se comincia a ostruire la via dei ragionamenti, è il momento di farla fuori.

Perché appendiamo i crocefissi alle pareti delle scuole? A cosa servono, concretamente? I ragazzi diventano più cristiani? Non sembra. L’occhio di Dio vi si posa più volentieri? Eh, sostenerlo sarebbe idolatria. E allora? È per via delle radici. Alt. Di cosa stiamo parlando?

Perché ci scandalizziamo se alla maturità viene proposto un tema su Mussolini o sulla vita extraterrestre, e troviamo normalissimo che si traduca ancora un pezzettino di Greco antico? Perché insistiamo a privilegiare nelle scuole l’insegnamento delle lingue classiche rispetto alle lingue vive e alle materie scientifiche? È quello che abbiamo fatto, da Gentile fino alla Gelmini. Con risultati che oggi appaiono scarsi. E allora perché insistiamo? Per via delle radici. Alt.

Sono senz’altro una persona strana, ma ogni volta che sento parlare di radici mi vengono in mente gli pseudo-cripto-ebrei del Nuovo Messico. Li scoprii grazie a un vecchio pezzo di Marco D’Eramo sul Manifesto. La storia è un po’ complicata, ma in tre righe si tratta di questo: negli anni Ottanta uno storico di origini ebraiche si trasferì a Santa Fé, New Mexico. Qui, senza nemmeno mettersi a cercarle, s’imbatté in una serie di testimonianze che lo convinsero che diverse famiglie del posto erano di origine ebraica sefardita. Probabilmente si trattava di criptoebrei (ebrei che fingevano di essersi convertiti) scappati dall’Inquisizione spagnola ai tempi in cui il Nuovo Messico era la più lontana terra a disposizione, che poi erano restati lì, evitando di mescolarsi troppo coi locali e mantenendo alcune usanze (il sabato, l’astinenza dal maiale). E così nel giro di pochi anni un certo numero di newmexicani si convinsero di essere di origine ebraica, e in molti casi decisero di riprendere le usanze di cui genitori e nonni conservavano soltanto un labilissimo ricordo: si circoncisero, si misero a leggere la Torah, andarono a Gerusalemme in pellegrinaggio… qualche anno dopo passò un altro studioso: guardò meglio e smentì tutto quanto. Non c’erano mai stati tutti questi criptoebrei in New Mexico: non c’era motivo per cui avrebbero dovuto scegliere un luogo lontano dai traffici commerciali, e tutt’altro che snobbato dall’Inquisizione.

E il Sabato? Il maiale? I nomi biblici? Le stelle di David sulle tombe? Quel che restava di una setta protestante che si era infiltrata nel New Mexico nell’Ottocento. Tutto chiaro? No, perché i discendenti degli pseudocriptoebrei si erano convinti di essere ebrei, e riconvertirsi è sempre più difficile. Scoppiò una lunga diatriba, che continua tuttora. Io ogni tanto sono così folle da dare un’occhiata su google. L’ultima cosa interessante che ho trovato è questo articolo, che in sostanza rifiuta di porsi il problema centrale: forse non sapremo mai se i criptoebrei siano mai stati in New Mexico. A questo punto per l’articolista la cosa interessante diventa capire come mai l’ipotesi criptoebraica piace più delle altre: come mai molti abitanti del New Mexico hanno deciso di diventare ebrei appena uno studioso gli ha fatto intravedere la traccia di una radice. Nell’articolo si suggerisce tra l’altro che l’ipotesi criptoebraica ‘funzioni’ perché si appoggia su una struttura dell’immaginario tutta novecentesca: l’olocausto. Non importa che il paragone tra Inquisizione spagnola e nazismo sia stato smontato dagli storici: i criptoebrei piacciono più dei protestanti perché sono un esempio di ebrei scampati a una persecuzione.

A osservarla dall’alto la cosa rimane buffa: convertirsi all’ebraismo perché forse il tuo bisnonno lo era. Il problema è che noi appendiamo croci e studiamo (fingiamo di studiare) Platone per lo stesso motivo: radici. Questa idea per cui i nostri bisnonni, che da tempo sono cenere e fango, comunque esistono. Comunque ci appartengono. Se fossero vivi probabilmente non riuscirebbero a capirci, né noi capiremmo loro: non importa, abbiamo qualcosa in comune. Ma allora delle due l’una: o si ammette di credete in una qualche forma di trasmigrazione o metempsicosi o aldilà, oppure questo è uno dei classici casi in cui le metafore ci hanno dato alla testa. I nostri bisnonni non esistono più. Quello in cui loro hanno creduto non è poi così rilevante. Un po’ di dna, nemmeno tanto.

Eppure ci avvinghiamo a loro. Soprattutto quando diventa evidente che non ci assomigliano nemmeno (Platone, Socrate, Gesù Cristo): meno cose abbiamo in comune, meglio è. Siamo tutti così, specie a una certa età. Ci crediamo tutti diversi, speciali. Aspettiamo tutti che arrivi il profeta o lo studioso che ci dimostri quello che oscuramente intuiamo già: siamo i discendenti di un popolo eletto. Abbiamo un sangue diverso. Siamo di una nobile stirpe. A quel punto molti di noi si ritrovano iscritti a un classico. E si avvinghiano a quel che trovano: Platone, Livio, Orazio. Se dessimo loro per cinque anni soltanto Pinocchio, si attaccherebbero a Pinocchio. Diventerebbero studiosi collodiani appassionati e cerebrali. Citerebbero il sacro testo a memoria, appenderebbero alle pareti icone della Fata Turchina, crederebbero nella resurrezione dei morti perché Pinocchio è pur tornato dalla balena, saluterebbero nei rari interventi del Grillo Parlante la base della sapienza occidentale. Sognerebbero un aldilà dove non saremmo più burattini di legno, ma bambini perbene di vera carne e vero sangue. Si può spremere una radice da qualsiasi cosa.

Ho scritto che la metafora delle radici ha origine nella Bibbia. Il profeta Isaia nel secondo Libro dei Re consola il re Ezechia, che teme il massacro del suo popolo da parte degli Assiri: il massacro magari ci sarà, ma “il rimanente della casa di Giuda che sarà scampato, metterà ancora radici in basso e porterà frutto in alto” (2 Re 19,30). Le radici – se proprio vogliamo parlar metaforico – crescono verso il basso. Tremila anni fa Isaia aveva già capito qualcosa che non ci entra in testa: noi non veniamo dopo le nostre radici o a causa delle nostre radici: le radici sono roba nostra, che spingiamo verso il basso, alla ricerca di nutrimento. Siamo liberi di spingerle dove vogliamo: di sentirci ebrei o protestanti o antichi Greci. Fuor di metafora: siamo liberi di scegliere e coltivare il passato che vogliamo. I bisnonni non hanno nessuna autorità su di noi. Ma i loro spettri, è evidente, mettono ancora molta soggezione.

contro l'identità, cultura, ho una teoria, migranti

Ho una teoria #5

Rassegnamoci: è passata anche la Befana, e ha spazzato via le feste. Mentre mettiamo via gli addobbi e le statuine del presepe, ci resta una consolazione: anche quest’anno, abbiamo fatto quello che potevamo fare per salvare la nostra civiltà. Ma sarà bastato? (Continua sull’Unità on line). (Potete commentarlo lì).

di Leonardo Tondelli – Rassegnamoci: è passata anche la Befana, e ha spazzato via le feste. Mentre mettiamo via gli addobbi e le statuine del presepe, ci resta una consolazione: anche quest’anno, abbiamo fatto quello che potevamo fare per salvare la nostra civiltà. Ma sarà bastato?

Poche tradizioni natalizie ci sono care come il presepe
. Forse perché ci fa tornare bambini, ai tempi meravigliosi in cui tutto era nuovo, e mamma e papà ci aiutavano a collocare Bue e Asinello accanto alla mangiatoia. Ora magari tocca a noi insegnarlo ai nostri figli, ed è una cosa che scalda il cuore. In più, è anche una delle poche tradizioni che possa vantare un pedigree 100% italiano. Non importa che la scena sia ambientata in Palestina e i protagonisti siano medio-orientali: qualcuno può avere inventato gli spaghetti prima di noi, e magari innalzato una torre più pendente della nostra, ma il presepe è sicuramente nato in Italia, nel secolo XIII. Lo dicono gli storici, e guai a chi ce lo tocca.

Negli ultimi anni però – anche a causa di questa origine doc – il presepe è diventato qualcosa di più di una bella tradizione: addirittura il simbolo di una civiltà che appare più in pericolo, assediata com’è da minacciosi stranieri. Fanno sempre più rumore gli istituti scolastici in cui qualche insegnante o preside decide di lasciar perdere Bue, Asinello e mangiatoia. Queste scuole non è che siano poi tante; e forse avrebbero altri problemi di cui varrebbe la pena di parlare (organici insufficienti, aule non a norma, le solite cose)… però è un presepe mancato che rischia di mandarle in prima pagina.

A lamentarsi per i presepi mancati 
non sono più quattro leghisti al bar, ma uomini di cultura: opinionisti prestigiosi, come Angelo Panebianco. Vale la pena di segnalare il suo coraggioso atto di accusa, comparso sul Corriere della Sera giovedì. A poche ore dallo scoppio della rivolta di Rosarno, con chi se la prendeva Panebianco? Con la malavita organizzata che sfrutta i braccianti? Con gli abitanti locali che tirano ai “negri” con fucili ad aria compressa? Col racket dell’immigrazione clandestina? No: con quegli educatori (“diseducatori” preferisce chiamarli) che non fanno più il presepe a scuola. Proprio così. I “futuri, probabilmente feroci scontri di civiltà” che ci attendono, non scoppieranno a causa dello sfruttamento della manodopera immigrata, vecchia causa demodé. Non perché, per tener bassi i prezzi di arance e pomodori, abbiamo fatto dormire i braccianti in baracche infestate dai topi, pagandoli venti euro per quattordici ore di lavoro quotidiano. No: gli scontri esploderanno perché siamo stati troppo tolleranti, come dice il ministro Maroni. Non abbiamo insegnato ai loro figli a mettere Bue e Asinello ai fianchi della mangiatoia. Naturale che poi crescano sprezzanti verso la nostra civiltà.

Colpa degli educatori, dunque?
 Sì, ma non soltanto. Panebianco non si tira indietro, e nel suo atto di accusa include anche quelli che il presepe lo hanno inventato: i religiosi. E che invece di difenderlo a spada tratta si sono dati all’accoglienza. Questi preti, lamenta Panebianco, “troppo accoglienti”, contagiati dal morbo del politicamente corretto… In effetti che razza di cristiani sono questi che invece di preoccuparsi di collocare correttamente il Bue e l’Asinello si sono messi in testa di sfamare gli affamati, soccorrere i bisognosi, alloggiare gli sfitti?

Cristiani che seguono il Vangelo
, potremmo rispondergli. Un libro più citato che letto (come tutti i libri, del resto, in Italia). Anche per questo motivo, ottocento anni fa, un geniale religioso ebbe l’idea di trasformare una pagina di Vangelo in una rappresentazione vivente: affinché fosse comprensibile per quegli analfabeti che allora erano la stragrande maggioranza (e oggi dovrebbero essere un po’ meno). Era una pagina che raccontava di una famiglia costretta a un viaggio difficile e a un alloggio di fortuna: ma proprio in quella famiglia, e in quelle condizioni così disagevoli, Dio sceglieva di farsi vivo. Di incarnarsi, in un bambino deposto in una mangiatoia, o praesepe. Da quella rappresentazione sacra, concepita nel 1223 da Francesco d’Assisi, deriva il nostro presepe: sì, proprio quello da cui, secondo Panebianco, dipende il futuro della nostra cultura. Prima di essere una tradizione, era una lezione sull’ospitalità: sulla possibilità di trovare Dio nelle persone più umili, nelle condizioni più difficili. Può darsi che l’ospitalità dei religiosi non sia la risposta più razionale al problema: del resto non è ai religiosi che si chiedono le risposte razionali. Da loro si pretende che mettano in pratica il Vangelo: proprio a partire da quella pagina famosa che ispirò il Presepe. O no?

Ho una teoria. A Panebianco il presepe non interessa in quanto pagina di Vangelo, lezione sull’ospitalità, eccetera. Quello che lui riesce a vedere del presepe è la stessa superficie che ci ammaliava da bambini: le statuette dipinte, il Bue, l’Asinello. Che dietro alle statuette ci fossero degli insegnamenti da mettere in pratica è cosa che probabilmente da bambino gli è sfuggita – e adesso è un po’ tardi. Ottocento anni fa il presepe era un’innovazione, un modo di trasformare una pagina illeggibile in una scena reale, visibile, realizzabile. Ottocento anni dopo a Panebianco il Presepe interessa solo in quanto tradizione, statuetta dipinta, guscio vuoto che non spiega più niente a nessuno, perché rimanda solo a sé stesso. E bisogna averne di cose vuote in testa, per vedere le baracche di Rosarno e di non accorgersi di quel che sono: presepi viventi, in mezzo a noi. Che frigniamo, però, se ci toccano le statuette dipinte.

contro l'identità, Cristo, migranti, non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo, razzismi

Identità è una statuetta pitturata

Presepi viventi, presepi morti

Una cosa che non ho ancora capito, malgrado il meritevole sforzo dei giornalisti accorsi a Rosarno, è se questi immigrati clandestini, che raccolgono pomodori a venti euro la giornata, dormendo su giacigli di cartone in compagnia dei topi, e ogni tanto si prendono pure qualche pistolettata dai locali… dicevo: una cosa che non ho capito è se siano musulmani o no.

Ed è strano, perché fino a ieri mattina sembrava l’unica cosa importante, quando si parlava di stranieri in Italia. Qual è il motivo per cui non si integrano? Forse perché vengono pagati una miseria? No. Perché vivono in condizioni disumane? Macché. Il motivo per cui non si integrano – almeno a sentire i più prestigiosi corsivisti del Corriere – non ha niente a che vedere con queste banali condizioni materiali. È un motivo ben più alto, spirituale. Insomma, è Allah. Tant’è vero che, come dice Sartori, solo i musulmani rifiutano di integrarsi.

Gli altri si integrano benissimo, no? Prendi i cinesi. Chi di voi non ha un amico cinese. Son così simpatici i cinesi, e si sono integrati così bene. Quel loro modo così occidentale di comprare rustici in campagna, chiuderci dentro una ventina di cottimisti e farli lavorare giorno e notte… in fin dei conti è anche quello un modo per integrarsi, no? Perché alla fine dei conti quelli che gli danno le commesse sono imprenditori italiani, no? E i rustici, in campagna, o i garage in via Sarpi, chi glieli vende?

Ma il musulmano non fa così. Il musulmano ha delle brutte abitudini. La preghiera del venerdì. Il Ramadan. Vade retro. Sono tutte manifestazioni del suo rifiuto ad integrarsi. Ed è per quello che protesta.

Non vuole garanzie, non vuole diritti, no, lui vuole di più. Il musulmano vuole attentare alle nostre radici, punto e basta. Lo scriveva anche ieri Panebianco. I neri di Rosarno non avevano ancora smesso di prendersi le pistolettate, e Panebianco sul Corriere aveva già individuato i responsabili. Sapete di chi è colpa se c’è una rivolta a Rosarno? Non ci credereste mai, sono gli intellettali liberal, “(e cioè politicamente corretti)”. Siamo noi che li abbiamo invitati qui. O credevate che fuggissero da una carestia mondiale, seguendo inconsapevolmente, in quanto offerta di manodopera a basso costo, un principio del libero mercato?

No, probabilmente essi vivevano beati nei loro tucul africani finché noi intellettuali liberal “(e cioè politicamente corretti”) abbiamo bombardato i loro pacifici villaggi con copie gratuite di Micromega. Costringendoli a venire qui. In cerca di condizioni migliori? No. Quello che veramente li ha spinti sulle nostre belle spiagge è il desiderio di toglierci le nostre belle tradizioni, a cominciare, indovinate… dalle statuine del presepe.

Proprio così. Il giorno che ricorderemo come l’inizio della rivolta di Rosarno, Panebianco dedica un capoverso del suo atto di accusa a quelle scuole (cinque? Sei? Fossero anche una dozzina?) che per risibili questioni di integrazione non hanno fatto il presepe. Altro che topi nelle baracche: il presepe. È quello il problema, secondo Panebianco.

Ci sono educatori (è inappropriato definirli diseducatori?) che hanno scelto di abolire il presepe e gli altri simboli natalizi, lanciando così agli immigrati non cristiani (ma anche ai piccoli italiani) il seguente messaggio: noi siamo un popolo senza tradizioni o, se le abbiamo, esse contano così poco ai nostri occhi che non abbiamo difficoltà a metterle da parte per rispetto delle vostre tradizioni. Intendendo così il rispetto reciproco e la «politica dell’integrazione», quegli educatori contribuiscono a preparare il terreno per futuri, probabilmente feroci, scontri di civiltà.

Voi capite, il bimbo musulmano che non fa il presepe comincia a pensare “ehi, non lo fanno per rispetto a me, che mammolette! Non vedo l’ora di crescere e chiedere l’abolizione degli spaghetti! Oggi il presepe, domani il festival di Sanremo!” Ecco, nel cervello di Panebianco (e dei suoi lettori) il futuro probabilmente feroce scontro di civiltà scoppierà così. Non saranno neri derelitti che escono dalle loro tane puzzolenti e chiedono di essere rispettati per il lavoro che fanno: no, saranno adolescenti arroganti perché da bambini non li abbiamo esposti alla miniatura di Bue, Asinello e Bambino Gesù.


E lasciamo da parte ciò che possiamo solo immaginare: cosa essi raccontino, sulle suddette tradizioni, nelle aule, ai piccoli italiani e stranieri.

Già, chissà cosa raccontano. No, sul serio, cosa raccontano? Che la polenta è un cibo demoniaco? Che la pizza in realtà è un’invenzione africana? Che il campionato italiano di calcio ultimamente è una palla tremenda? Sia come sia, quello che succede a Rosarno è anche colpa loro. Ovvero, nostra. Insomma, mia. Soltanto mia? Eh, no, troppo facile. Panebianco, sapete, non è uno che si nasconde: e ha il coraggio (notevole, diciamo, per un corsivista del Corriere) di prendersela con una categoria molto meno toccabile: i preti.

Questi preti che invece di pensare alle tradizionali statuette, si dedicano all’accoglienza del loro prossimo. Questi preti che sfamano chi è affamato, dissetano chi è assetato, alloggiano chi è sfitto, curano chi è malato, ma che razza di cristiani sono? Pensassero di più a collocare il Bue e l’Asinello e meno alla cura di ‘sti maledetti samaritani a venti euro la giornata, che tolgono lavoro agli schiavi italiani.

La prossima volta che vi friggono un discorso a base di paroloni come Identità o Tradizione, pensate, per favore, al presepe di Panebianco. Secondo lui i preti sono “troppo accoglienti”: da un punto di vista razionale potrebbe avere anche ragione, qualsiasi spazio limitato non può accogliere tutti, e l’Italia non fa eccezione. Ma i preti non sono razionali: sono preti. Se accolgono tutti indiscriminatamente, è perché glielo ha detto Gesù, a chiare lettere, nel Vangelo. E quando a saper leggere il Vangelo erano ancora pochi, i preti hanno inventato strumenti come il Presepe, che servivano proprio a ricordare il principio: Giuseppe e Maria erano due viaggiatori senza un tetto, e Dio si è incarnato in mezzo a loro. Prima di essere una tradizione, il Presepe era una lezione sull’ospitalità. Ma Panebianco non lo sa, o se l’è dimenticato, o non gli interessa. A lui interessa il Presepe in quanto tradizione, ovvero statuetta, guscio vuoto che non spiega più niente a nessuno, rimandando solo a sé stesso. E bisogna averne di cose vuote in testa, per vedere le baracche di Rosarno e di non accorgersi di quel che sono: presepi viventi, in mezzo a noi. Che frigniamo se ci toccano le statuette dipinte.
autoreferenziali, contro l'identità

Giacomo Due Diciotto

Spero di sbagliarmi

Quando litigo – più spesso che non dovrei – in rete, di solito con atei, comunisti, neocon, pacifisti, antiabortisti, sionisti, astensionisti, referendari, omosessuali, liberali, radicali, fumatori… alla fine se guardi bene, io sto sempre facendo lo stesso discorso, e sempre con lo stesso tipo di persona.

È quel processo di selezione sociale attraverso il quale ogni scrittore trova i suoi lettori: io però sono scrittore di classe infima, un fetido blog, e quel che sono riuscito a selezionare è soltanto un gruppo di persone che hanno voglia di litigare con me (e io, evidentemente, con loro).

Il litigio è sostanzialmente un equivoco tra due persone che sono convinte di dialogare ma non si intendono. Questo vale anche qui. Sempre la stessa storia: io critico un fenomeno in base alle conseguenze a cui rischia di portare, e loro vengono qui a rinfacciarmi i loro alti principi. A quel punto io rispondo che i loro principi più o meno alti non m’interessano, se non come curiosità, perché io mi permetto di giudicare soltanto i risultati: e i risultati sono quelli che vedo intorno a me, oppure quelli che prevedo in un prossimo futuro. Naturalmente non sono un indovino, e quindi a questo punto aggiungo una frase che col tempo è diventato uno stucchevole refrain: spero di sbagliarmi. Sono infatti pessimista di formazione e di inclinazione, ma questo non mi proibisce di applicare il classico ottimismo della volontà. Non so se mi sono spiegato bene: provo con gli esempi.

(2001)
Leonardo: Chi si astiene fa vincere Berlusconi. Il berlusconismo al governo devasterà il tessuto sociale italiano.
Astensionista: Ma io sono di sinistra-sinistra! Ho dei principi! Non posso assolutamente votare Rutelli o D’Alema…
Leonardo: Non m’interessa chi sei o quello in cui credi. Spero di sbagliarmi, ma se non vai a votare aiuterai Berlusconi a devastare il tessuto sociale italiano.

(2003)
Leo: La guerra non porterà democrazia in Iraq se non in tempi lunghissimi, mentre nei tempi brevi aumenterà la tensione con l’Islam in tutto il mondo.
Neocone: Ma noi siamo democratici! Liberali! Crediamo nella democrazia! In tutto il mondo, subito! Contro l’islamofascismo!
Leo: Sì, interessante. Ma quel che combinerete nei tempi medio-brevi sarà un disastro. Spero di sbagliarmi.

(2005)
Leo: Perché volete organizzare un referendum abrogativo sulle staminali, se è praticamente sicuro che lo perderete? Spero di sbagliarmi, ma finirete per aumentare l’autorevolezza del fronte avverso.
Referendario: Sì, ma quella che è passata è una legge odiosa! Noi abbiamo dei principi! Dovranno passare sui nostri corpi…
Leo: Vabbè, e una volta che ci saranno passati?

(2007)
Leo: Cari omosessuali, c’è una parlamentare cattolica che vuole riconoscere le coppie di fatto e voi l’attaccate perché non vi dà subito il matrimonio? Con la maggioranza risicata che abbiamo e un’enorme minoranza silenziosa che vi chiama ancora culattoni? Spero di sbagliarmi, ma siete matti.
Gay: Ma io sono gay! Il riconoscimento dei miei diritti è la mia priorità!
Leo: Ma perché dovrebbe essere la mia?

(2009)
Leo: Guardate che togliendo il crocifisso nelle scuole, con questi lumi di luna, rischiamo di tatuarlo sulla pelle di una maggioranza etnica in cerca d’identità.
Laico: Ma noi siamo laici! Siamo stanchi di aspettare! Vogliamo la scuola laica adesso!
Leo: E i collegi dei gesuiti dopodomani?

Credo che sia evidente l’equivoco: da una parte c’è una persona (un po’ negativa, è vero) che dice “Guardate che così finisce male”; dall’altra uno che risponde “Sì, ma io sono…” In realtà non c’è scambio: la prima persona non è interessata a chi sia il secondo; questi dal canto suo non sembra affatto preoccupato di come poi finiranno le cose. Ha fretta, vive nel presente.

Se riuscissi a chiarire questa cosa, forse potremmo in futuro evitare numerose prevedibili discussioni (ammesso che non siano poi quelle che vi portano qui). Insomma, il qui presente non vi giudica per quello in cui credete. Davvero, potete credere in qualunque cosa. Pensate che Dio non esista? Ok, è un punto di vista, basta che accettiate il fatto che non è più oggettivo degli altri. Credete che l’embrione sia un individuo dal concepimento? Ok. Mi sembra un po’ forte, ma ok. A questo punto però io vi giudico dai risultati: se davvero aveste a cuore il Sig. Embrione, dovreste blindare la 194 in una placca di platino-iridio, perché è la legge che ha salvato la vita a più embrioni in assoluto, mandando in pensione le mammane. Se non lo fate siete ipocriti. Ipocriti rispetto ai vostri stessi principi, capite? Preferite gonfiarvi di principi, a scapito di quello che otterrete nella realtà.

Stesso discorso per la questione crocifisso. La sentenza di Strasburgo è probabilmente sacrosanta, ma se il risultato immediato è un’ondata di telepredicatori accesi di zelo per il santissimo crocefisso, io non la chiamo una vittoria. Tutto qui. Forse era preferibile un Cristo subliminale, che svanisse nello sfondo. Magari mi sbaglio, anzi lo spero.

Il fatto è che probabilmente ho frainteso quello che è internet per la maggior parte delle persone: un universo colorato dove ognuno può finalmente essere quello che sente di essere senza troppo impensierirsi per le conseguenze. Un’enorme Second Life senza quegli avatar ridicoli, ma con tante testuali dichiarazioni d’identità: Io sono Ateo! Io sono Liberale! Io sono Comunista! Tutta questa gente vive di compromessi più o meno come me, ma quando è davanti al monitor può finalmente gridare la sua Identità Tutta D’Un Pezzo ai quattro venti – o anche solo in calce a un pezzo mio.

A me però la tua Identità, non vorrei essere scortese, ma non è che interessi più di tanto. Per me internet è solo una lente sul mondo vero; e siccome nel mondo vero tutti questi personaggi tutti d’un pezzo non li incontro, le loro professioni di fede on line alla lunga m’infastidiscono. Non m’importa se sei comunista, ma quanto hai fatto e farai nei prossimi anni per la classe lavoratrice. Non m’importa se sei cattolico, la tua fede non m’interessa, fammi vedere le tue opere. Lettera di San Giacomo, è qui davanti a me in caratteri di platino.

Va bene, insomma, chi può aver resistito a leggere fin qua? Forse Malvino.
Domenica ha censurato il mio disinteresse per le cause perse paragonandomi a Capezzone. Malvino è persona intelligente e di smisurata cultura, e se tra tanti personaggi pragmatici e vili ha scelto proprio Capezzone, era semplicemente per farmi incazzare. Ma uno strale così ben scelto è quasi un segno d’affetto. Io non sono un indovino: mi oriento con il mio banalissimo pessimismo della ragione, e qualche volta ci azzecco. Su Capezzone fui profetico: nell’aprile del 2006 gli prevedevo già un futuro clericalmoderato. Non si era ancora formato il governo dell’Unione, quello di cui avrebbe fatto parte come brillante Presidente di Commissione Attività Produttive. Però, andiamo, ci voleva molto a capire il tipo?

A quel tempo, e ancora per due anni buoni, Capezzone ebbe la stima di Malvino. Son cose che a pensarci danno un brivido. Voglio dire, com’è possibile che persone più colte di me, più informate, più esperte della vita, caschino davanti a un Capezzone?
Gli fate un torto paragonandomi a lui. Era un giovane di belle speranze, non disdegnava affatto le cause perse. Moratoria sulla pena di morte, referendum sulle staminali… Oggi nel mondo ci sono più o meno gli stessi condannati a morte di qualche anno fa, e il Vaticano detta al governo la legge sul testamento biologico. Però Capezzone è ancora sulla breccia. Malvino mi fa un complimento accostandomi a lui: io resto nell’ombra, col solito pessimismo della ragione che mi fa dire no-no-no davanti al monitor e il solito ottimismo della volontà che mi sveglia al mattino e mi scarica a lavorare in una scuola laica. E pensare che c’è gente che vive alla grande, come fanno? Non sembra così difficile: trovano una causa persa, ci mettono su il loro faccino e la rivendono al mercato. Che posso dire: beati loro. Io non sono capace.

contro l'identità, cristianesimo

In hoc signo perdes

Per quel segno sul muro

È buffo che molti (quasi tutti atei) abbiano preso il mio pezzo di ieri per una critica alla sentenza di Strasburgo. È buffo perché il pezzo aveva come protagonisti un insegnante che aveva appena deposto un crocefisso e un Gesù che diceva “Toglietemi immediatamente”. Più di così.

Il pezzo ironizzava, è vero, con quei sadducei moderni che ritengono pericolosa l’esposizione dei figli a un legnetto. Detto questo, io la sentenza di Strasburgo non mi metto neanche a leggerla: mi fido. Sono convinto che sia ponderata, ragionevole, e che lasci scarsi margini a un appello. La logica è stringente: se in Italia non c’è una religione di Stato, esporre il simbolo di una sola fede è evidentemente una prevaricazione. Radicata nella consuetudine bla bla bla, ma resta una prevaricazione.

E allora perché non gioisco per la vittoria laica? Beh, per il semplice motivo che non è una vittoria. Facciamo che sia la presa della Bastiglia: bene, ma si tratta di capire chi la spunterà a Waterloo. Quando tra qualche mese o anno sarà tutto finito, in Italia ci saranno più o meno cristi alle pareti? E se anche fossero spariti, siete sicuri che si sarà trattato di una vittoria laica? Le guerre, oltre a cominciarle, bisogna anche saperle vincere. Sennò si fa il gioco del nemico.

Ripeto: non discuto la sentenza. Ma l’idea che la parola di un giudice chiuda la questione mi sembra indizio di un razionalismo piuttosto ingenuo. Se si trattasse di una società di robot asimoviani, potremmo procedere a togliere dalle pareti i crocefissi anche domani mattina: sentenza razionale dice x, robot razionale rispetta sentenza. Viceversa, ho la sensazione che molti genitori e studenti che fino a ieri non ci facevano caso cominceranno a lamentarsi da domani: perché il cristo non c’è più? Si è rotto? E chi l’ha rotto? e se fosse stato il compagno musulmano?

Passare dal razionalismo al pragmatismo per me significa accettare di vivere nella società degli uomini, che non essendo robot non hanno sempre comportamenti razionali. Per esempio: hanno paura. Un meccanismo non teme di essere spento o riprogrammato. Invece un uomo reagisce spesso col rifiuto a chi mette in discussione le sue abitudini. Anche se, da un punto di vista razionale, sono sbagliate. E non basta dirgli: stai sbagliando, correggiti. A volte in questo modo ottieni solo il risultato di farlo impuntare.

Mi sembra esattamente quello che sta succedendo in queste ore: quello che fino a ieri era un pezzetto di legno inoffensivo sta diventando il simbolo di un popolo, di una civiltà, e quant’altro. È sciocco, però succede. Ed era abbastanza prevedibile, visto il Paese in cui viviamo.

Stato laico un cazzo. La costituzione scritta dalle zecche comuniste non ha alcun valore e presto sarà cambiata. L’Italia è uno Stato Cristiano per tradizione ultra-millenaria. Chi tocca il Crocefisso (ma anche solo chi mette in discussione la cosa), Polonio-210 subito. La cagna finlandese è e RESTA finlandese: altro aspetto della costituzione che verrà cambiato. Non è con un timbro che si diventa Italiani. Blut und Boden! gli islamici c’entrano sempre.

Si tratta di un Paese in crisi economica, che per sfogarsi va in crisi d’identità. Si trova pencolante sul confine tra Nord e Sud: confine incerto e percorso da milioni di persone che fa sempre più fatica ad assorbire. Di solito un Paese del genere è il brodo di cultura ideale per xenofobie e razzismi. In una situazione del genere, anche un pezzo di legno può essere utile per rafforzare un sentimento identitario che finora non è mai stato molto ben definito. Dopodiché, La Russa resta un meschino rimestatore: purtroppo è un rimestatore che dà ordini ai generali e intercetta applausi da una base sempre più estesa.

Io non so in che Italia viviate, ma nella mia anche il partito che fino a qualche anno fa ostentava un’identità ‘celtica’ e paganeggiante è sempre più in prima fila nel baciare le pile ai vescovi. Nella mia, tre ore dopo la sentenza di Strasburgo il pluripeccatore Berlusconi era già stato davanti ai fotografi con un crocione in mano. Nella mia, il discorso “li lasciamo venire qui e loro pretendono di toglierci la croce” lo fanno anche i bambini di undici anni: li ho sentiti con le mie orecchie. Fino a ieri il pezzettino di legno era buono nel cassetto, oggi è già diventato un simbolo di identità. Che serve poi a fomentare lo scontro tra chi lo vuole e chi no. È questa la guerra che desiderate? A me non piace. E poi secondo me la perderete. Quante divisioni corazzate avete? Gli altri hanno il numero, la forza dell’interesse, l’inerzia della tradizione e il fantasma dell’identità. Voi cosa avete? La sentenza di una corte europea. Non dico che sia poco, eh.

Ma non è abbastanza. Qualcuno ha evocato Rosa Parks. Quella a dire il vero mi sembra una lotta più concreta: non per un simbolo, ma per la stanchezza di una signora. Comunque Rosa Parks non vinse in tribunale. Le battaglie che cambiano i costumi non si combattono in procura, ma nell’agone politico. Quando un giudice impose all’università dell’Alabama di ammettere studenti neri, Kennedy dovette nazionalizzare la Guardia Nazionale dello Stato, perché finché prendeva ordini dal Governatore non sarebbero mai entrati. L’Alabama era uno Stato razzista in una federazione di cinquanta che credevano (quasi tutti, ormai) nell’uguaglianza; l’Italia è piccola e confusa, e per quanto mi sforzi non riesco a vedere, nei prossimi anni, un Kennedy italiano che mandi i carabinieri a deporre i crocefissi.

Mi riesce più verosimile il seguente scenario: la Gelmini andrà in appello, lo perderà. A quel punto però il governo si sarà esposto. Nel frattempo CEI e il Vaticano continueranno a lamentare l’insidiosa e strisciante campagna cristianofoba. È la cosa che gli riesce meglio, il chiagn-e-fotti. Il crocefisso verrà saldamente piantato nella piattaforma programmatica di PDL, Lega e UDC: tanto più che non costa niente, non bisogna neanche appenderlo, è già lì sulle pareti (il sogno bagnato di ogni politico, una promessa realizzabile a costo zero).
Non sarebbe la prima volta che il parlamento manda avanti una leggina in palese violazione di una sentenza: un bel lodo-Pilato, et voilà, avremo la prima legge nella Storia d’Italia che mette nero su bianco quello che prima era una semplice consuetudine: crocefissi nelle classi. Il bello è che in tante aule non c’è più da un pezzo: quando cade nessuno lo raccoglie. Io ho insegnato in una dove credo non ci sia mai stato: bene, ce lo metteranno.

E se scattasse una procedura di infrazione? Ne scattano tante: pagheremo, addirittura saremo fieri di farlo, ne va delle nostre radici cristiane… oppure no, forse alla fine la spunterà Strasburgo. Magari alla fine li toglieremo davvero, i dannati pezzi di legno. Ma siete sicuri che quello sarà un bel giorno per la causa laica? Avrete solo ottenuto il risultato di riunire una maggioranza silenziosa dietro a un simbolo confessionale. E di innervosirla. Certo, a quel punto magari la Uaar avrà qualche migliaio di tesserati in più.

Io credo che faccia benissimo Bersani a tentare di disinnescare la questione: non solo perché parla a nome di un partito che ha origini cattoliche. Un laureato in Storia del Cristianesimo credo sappia benissimo che a fare la guerra contro i simboli perdi sempre. A meno che tu non ne abbia di più potenti da proporre, e non è questo il caso. A dire il vero lo sanno anche i vecchi comunisti: a proposito, quand’è che il PCI divenne un partito di massa? Quando bisognava sparare agli stranieri che ci venivano in casa. La gente andava in montagna e lì ci trovava formazioni organizzate con la stella nel berretto. Alcuni quel berretto non se lo sono più tolto. Non avevano mai letto Marx e non lo lessero mai, ma nel momento del pericolo si sono impossessati di un simbolo. Io non vorrei che i nostri figli s’impadronissero della croce nello stesso modo: non vorrei che diventasse per loro un giorno la cifra di un’identità italiana, bianca, latina. Ma è quello che vedo succedere progressivamente davanti ai miei occhi, giorno dopo giorno. E non mi piace.

Ultima cosa. Io gli italiani cerco di vederli per quel che sono, ma questo non significa che non abbia rinunciato a cambiarli. Io tutti i giorni penso all’Italia, come dice Fibra; e non è uno scherzo, è proprio così: a volte mi sveglio che ci sto già pensando, e vado a letto che ancora l’ho in mente. Tutti i santi giorni provo a cambiarla, per il poco che posso: sul posto di lavoro, qui, dovunque ci sia un margine io mi ci misuro. E quando dico che togliere i crocefissi non è la strategia giusta in questo momento, vorrei che voi credeste, se non alla mia piccola esperienza, almeno alla buona fede. Atei o agnostici che siate, avete tutti frequentato almeno una scuola che esponeva una croce: coraggio, se ce l’avete fatta voi, possono farcela anche i vostri figli. Non dico che sia giusto, tecnicamente non lo è: però nella società degli uomini la giustizia è un punto di arrivo, non un diritto acquisito.

contro l'identità, cultura, fratelli d'I.

Io non mi sento emiliano

Aboliamo le regioni

Confesso, la boutade sulle “bandiere e inni regionali” da introdurre nella Costituzione previa modifica dell’articolo 12 me l’ero persa.

Ora, è difficile reagire a una provocazione del genere senza avere l’aria pirla di uno che infila la zampa in una trappola apposta; per prima cosa occorre riconoscere che in quanto provocazione è persino ben congegnata, ideale per il ferragosto sotto l’ombrellone; immagino che qualche giornale abbia già organizzato il sondaggio sull’inno regionale, e il giochino “Indovina la bandiera”, ad es.: “ippogrifo rampante in campo bianco contornato da bande orizzontali rosse” (Toscana, difficilotta); “tricolore verde, rosso, azzurro, con naviglio grigio centrale sormontato da vela crociata con quattro stelle a sei punte grige” (Liguria, bello schifo); “triangolo scaleno verde senza qualità in campo bianco” (Emilia Romagna, facilissimo).

Per seconda cosa, occorre chiedersi cosa angustia i leghisti, cosa li spinge a voler restare in prima pagina tutta l’estate con richieste cosi’ coglionesche; ci dev’essere qualcosa che vogliono far passare a fondo pagina, ma cos’è? Le nuove politiche per il meridione (=i soldi che Berlusconi farà piovere su Sicilia e compagnia?) La nuova legge anti-clandestini che non funziona, perché i CIE continuano a non funzionare? La legge sulle ronde, che in pratica disarma e toglie i fondi alle ronde che ci sono già? In parte penso di condividere l’intuizione di Scalfari: al di là di tutto c’è una vertigine profonda: i capipopolo leghisti hanno raccontato per anni la favola del federalismo fiscale, e adesso che potrebbero realizzarla, esitano: l’economia reale fa paura, meglio ricomincuiare a parlare di cazzatine identitarie, l’inno, la bandierina, il dialetto, hai visto la Padania in campo come ha conciato i provenzali? Ale’ ale’!

Per terza cosa (e qui nella trappola ci cado dentro proprio a piedi pari) vorrei far presente che si sta parlando di niente: non solo non esistono gli inni regionali; non solo non esistono le bandiere, a parte quelle inventate a posteriori (e a posteriori almeno potevano farle belle), ma in fin dei conti non esistono nemmeno le regioni. O vi pare troppo? Va bene, allora diciamo che non esiste l’identità regionale. E’ un’invenzione, come gran parte dei concetti identitari: ma in mezzo a tante invenzioni ottocentesche che hanno una certa aria di nobiltà, se non altro per la polvere che ci si è posata sopra, le regioni spiccano come una mastella di Moplèn in mezzo all’argenteria. Dico, è roba del 1970. Qualcuno di voi è perfino più vecchio.

Come sia stato possibile nel giro di 40 trasformare una nozione artificiale (la regione) in un’identità, è una cosa che meriterebbe uno studio approfondito. Dico la mia: sono state le cartine politiche appese alle pareti scolastiche. Abbiamo cominciato a credere che esistesse una “Lombardia” e un'”Emilia-Romagna” perché le abbiamo viste appese a una parete. Di conseguenza, abbiamo anche cominciato a sentirci “lombardi” o “emilianoromagnoli” – miracolo! – e poi uno dice che la scuola non serve! Ma aspetta, forse è servita a dividerci un po’ di più.

Sarebbe bastato leggere in fondo al sussidiario, per scoprire quanto fosse arbitraria la nozione di “Emilia” (che ai tempi di Augusto arrivava oltre Pavia) o “Lombardia” (tutta l’Italia del nord, fino a Napoleone); pero’ a quella lettura profonda non ci siamo mai arrivati. Ci siamo fermati alle scritte sui muri, dove l'”Emilia” finisce a Piacenza, e se finisce li’ ci sarà un motivo.

Che motivo c’è? I confini di qualche insulso ducato, qualche pace arrangiata alla bell’e meglio (se Napoleone III non si fosse fermato a Villafranca, oggi Brescia sarebbe in Veneto?) e per riempire le caselle coi nomi un potpurri di nozioni ripescate dallo stesso sussidiario di sopra: i Longobardi improvvisamente contemporanei dei Veneti e dei Liguri che vivevano negli stessi posti un millennio prima; i conti normanni des Moulins resuscitati col proconsole Emilio Lepido, la Puglia che Salvemini (mi pare) non si capacitava potesse arrivare dal Salento fino a Foggia; la Campania con quell’aria di ahem, abbiamo finito i nomi (“ma che terra è?” “che terra vuoi che sia… è campagna…” “Forse ho trovato! Come si scrive in latino?”) Tutto questo sarebbe suonato implausibile, come in effetti è, se non ce lo fossimo trovato appeso davanti, tutte le mattine, un bel puzzle colorato che ravvivava i giorni di pioggia.
E il puzzle, tenete bene in mente, l’hanno disegnato a Roma.

Non sto dicendo, attenzione, che gli italiani non soffrano di localismi identitari. Altroché. Ma fino a trent’anni fa non si esprimevano certo attraverso le regioni (e tuttora c’è una certa diffidenza). Il vero perno del localismo è la provincia. Nessuno ricorda le bandiere o i motti regionali, ma quando ci tolsero le sigle delle province dalle targhe ci fu una mezza sollevazione. Oggi, pensateci, sono facoltative. Uno puo’ scegliere se indicare la provincia sulla targa o no. Andate a vedere quanti ancora scelgono di farlo.

Non dico che l’identità provinciale sia meno sciocca della regionale, ma almeno ha fondamenti storici. La dialettica già medievale tra centro abitato e contado. La logica a scacchiera degli scontri tra i comuni, che persiste nelle rivalità tra le tifoserie. A proposito, le tifoserie: gliene frega veramente qualcosa di essere lombardi, agli ultras dell’Atalanta?

Tanto che potremmo leggere questa fase di dissoluzione localistica come una fase di guerra tra la nozione di provincia e di regione: mentre le regioni trionfano (la Lega è un partito che ragiona per regioni), la nozione stessa di provincia viene messa in discussione: pare che sia una burocrazia inutile… perché debba essere inutile proprio la provincia e non la regione, non si sa. Un vero decentramento dei servizi dovrebbe avrebbe un respiro provinciale. Ma la tendenza non è questa: la tendenza è quella di trasformare venti città d’Italia in venti capitali di staterelli autonomi, e chiamarlo federalismo. Se potessimo aprire la testa di un federalista milanese e dare un’occhiata al suo “federalismo”… sospetto che ci troveremmo davanti uno Stato assoluto e accentrato su Milano, peggio che ai tempi di Lodovico il Moro; nel frattempo pero’ i comuni di confine fanno i referendum per passare al Trentino (si pagano meno tasse – a proposito: bella invenzione anche il Trentino Alto Adige), e in generale ‘sti sudditi “lombardi” non c’è verso di farli passare per l’Hub Granducale di Malpensa: i bresciani hanno Montichiari, i bergamaschi Orio al Serio, e cosi’ via.

A questo punto butto li’ anch’io la mia idea per l’estate: perché non aboliamo le regioni? Hanno fatto più danni che utili. Eh? Come? Ma no, non dicevo sul serio. Era una “provocazione”.

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– autoreferenziato

Casual

Per me tutto questo è comunicazione, essenzialmente. Ma ho notato che per altri non è così.
Per molti è piuttosto una questione di identità.
Non trovo nulla di male nel cercare di costruirsi un’identità. Io stesso a volte ho giocato con l’identità. Devo dire che non sono bravissimo. Ho in mente quasi un solo personaggio – il perdente. Non sono neanche sicuro che sia un personaggio, forse sono davvero io. Per un anno ho provato a inventarne un altro – lo stesso perdente, con vent’anni in più. Non era il massimo.
In ogni caso non ci credo molto, a questa cosa della costruzione di un’identità. A volte mi sfugge proprio.

Ha qualcosa a che vedere col comprare solo scarpe comode. Ammesso di averne una, non ho mai pensato di doverla esibire, l’identità. Passi molti anni a credere che i vestiti servano a coprirti – poi scopri che per la maggioranza della gente è esattamente il contrario. è la cosa più sciocca del mondo e ti sono serviti vent’anni a capirla.

Per esempio, all’inizio non riuscivo a comprendere perché molti sentissero la necessità di infilare in cima al blog liste sui libri che stavano leggendo o sui dischi che stavano ascoltando. Per prima cosa non mi sembrava umanamente possibile ascoltare tutti quei dischi in simultanea con i libri – io a volte devo staccare la radio per leggere, beati voi – ma soprattutto, queste liste mi apparivano create allo scopo di attirarsi una spadellata di chissenefrega. Perché mi sfuggiva tutto l’aspetto di costruzione di un’identità.

Io non ho una gran voglia di costruirmi un’identità, men che meno in pubblico. Farvi sapere la musica che ascolto? ma sono il primo a vergognarmene. Mi sembra doveroso coltivare un sintomatico mistero. I miei cosiddetti studenti mi vedono arrivare a scuola col lettore e credono che le cuffie eroghino Mozart, io magari sto ascoltando Saturday Night Fever. Capite che conviene ad entrambi, il mistero.
(Poi arriva il bamboccione, che del mistero ha paura, e deve sapere chi sei, cheffai, chevvuoi, e dammi il cognome, non ti rispondo se non mi dici il cognome. E non si rende neanche conto di suonare mafiosetto, perché è il primo ad aver paura: e se sto insultando il cognome sbagliato? Ma no, rilassati: stai insultando un cognome qualunque).

E anche la grafica, per me è essenzialmente comunicazione. Pasticciare col codice è una gran fatica, ma la farei, se pensassi di poter migliorare le cose. Invece per me vanno bene così. So di avere contro una stragrande maggioranza di esperti di web: gli stessi che probabilmente cinque anni fa pensavano che le animazioni in flash sarebbero state il futuro della Rete. Ma come, ti fai un sito personale e non ci ficchi del Flash? Solo testo? Con qualche gif? Neanche animata? Ma sei nel medioevo!

Molti pensano che tutto debba essere colorato e luccicante. Dopo un po’, riconoscono che può anche essere un po’ meno colorato e per nulla luccicante. La cosa più difficile è fargli capire che non deve essere bello. Non deve farsi guardare. Deve farsi leggere. Non è esattamente la stessa cosa.

Dico questo perché Riccardo Bagnato mi ha dedicato una rubrica, su Vita di questa settimana, pag. 45, e a parte i complimenti di ordinanza (che mi fanno tantissimo piacere, etc.), ha scritto che “Certo, bisogna ammettere che la grafica e l’impostazione degli elementi in pagina sono a dir poco casuali”. Ebbene no, Ric, non lo ammetto.

Secondo me il sito dev’essere essenziale: pochi colori, due al massimo. Il testo dev’essere in primo piano.
Nero su bianco: bianco, perché le immagini risaltano meglio; nero, perché su bianco è più nitido.
Il font è verdana, il più leggibile (C’è chi usa font graziati: secondo me usare le grazie su un testo a video è come attaccare un’automobile ai buoi). I testi automatici (quelli che compaiono ogni giorno) sono in courier. I commenti in elvetica, per far capire che non c’entrano nulla con il post. Forse tre font sono troppi. Ma non sono messi lì a caso.
Lo so che il testo sembra troppo stretto. Potrei spaziarlo di più. Ma i post sembrerebbero ancora più lunghi. Secondo me è meglio così.

L’altro colore cambia a seconda della stagione e dell’umore. L’anno scorso era grigio, adatto agli argomenti. Adesso è tornato nero: ho notato che la combinazione bianco-nero non è adoperatissima. Ci dev’essere senz’altro qualche manuale di webdesign che la sconsiglia. Ma secondo me rimane in testa di chi passa di qui per caso. (Nella retina, almeno).

L’archivio è a tendine, così spaventa di meno. Insomma, non c’è niente di casuale. Ah, sì, forse la testata. Volevo provare con qualcosa di ‘fatto a mano’ – il risultato è un po’ “bianchetto sul diario”, ma mi ci sto affezionando. Insomma, è quasi tutto sottratto al caso: tutto voluto e anonimo. Se vi sembra involuto, allora forse non è nemmeno così anonimo – non so se riesco a spiegarmi. Insomma, forse è brutto quanto me. È quel tipo di cattivo gusto che si difende mettendo in crisi la nozione stessa di gusto: perché dovrei essere bello? Chi lo ha deciso? Perché dovrei sottomettermi a un imperialismo del buon gusto? Queste e altre chiacchiere da secchione bruttino. Ma quest’anno ci sono i commenti: se avete consigli a buon mercato, sarà un piacere cassarveli.

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La mia posizione
(se proprio vi interessa)

Ci sono momenti, come questi, in cui preferirei non averne una: guardarmi intorno, ascoltare la radio, leggere i giornali, navigare, essere libero di non avere opinioni o averle tutte. Invece ho una posizione.
Non l’ho da oggi, l’ho presa da un po’, è stato un lungo processo di avvicinamento, finché alla fine io ho trovato lei e lei ho trovato me, e adesso non mi resta che tenere la mia posizione – proprio come si fa nelle battaglie. Qualsiasi cosa succede, non ci si sposta più. Si dovrebbe strisciare, ed è comunque molto pericoloso. Indietro non si torna. E non si cambia più idea, avete notato? Conoscete qualcuno in grado di cambiare idea? Presentatemelo. A pensarci, è incredibile la coerenza che c’è in giro. Crolli il mondo – e il mondo sta crollando – noi teniamo la posizione.

Grosso modo la scena è la seguente: fautori della Guerra contro il Terrorismo e detrattori del Nuovo Imperialismo Americano. I primi rinfacciano ai secondi di essere contro la democrazia, i secondi ribattono che è tutta una messinscena per petrolio e materie prime. Gli argomenti sono questi, e tutto sommato non abbiamo più niente da dirci. Davvero. È da mesi che non ci stiamo più dicendo niente. Ci stiamo soltanto palleggiando prove di seconda mano, il detenuto di Guantanamo che mangia il bigmac contro i dossier farlocchi sulle armi di distruzione di massa. È uno spettacolo un po’ osceno, tutto sommato.

Ora, la notizia – la sapete – è che sono morte 200 persone a Madrid. Questo dovrebbe far cambiare idea a qualcuno? E a chi?
Vediamo. La notizia potrebbe far pensare ai fautori della Guerra al Terrorismo che questa guerra la stiamo perdendo, visto che a 30 mesi esatti dall’11 settembre in Europa (e in Medio Oriente, e in Afganistan) siamo meno sicuri che mai. Che forse varrebbe la pena di ricominciare da capo su basi diverse. Smettere di giocare al conflitto di civiltà come se fosse una sciocchezza che si può accendere e spegnere qua e là senza rimanere mai bruciati. Riflettere su cosa significa pretendere di esportare la democrazia senza ridistribuire la ricchezza (significa creare nazionalismi e populismi, il Novecento ce ne ha mostrati tanti). Ma un ripensamento del genere significherebbe ammettere che si ha avuto torto: strisciare, mandare a casa Bush e la sua cricca (e Berlusconi, e Aznar…) Non lo faranno mai. Terranno la posizione. Alcuni sono pagati per farlo, altri no. Solidarietà con gli ingenui, pietà per i venduti. E dall’altra parte?

Dall’altra parte ci sono anche io, e francamente non so cosa dovrei concedere. Anche perché non mi è rimasto niente. Non sono un gandhiano, ma non apprezzo lo strapotere degli Stati Uniti e del blocco occidentale in generale. Quando dopo l’11 settembre è scoppiata la Giustizia Infinita, io mi sono opposto non perché avessi simpatia per i Talebani o per Saddam Hussein – su di loro, anzi, sono disposto a credere alle storie più bieche che sono state raccontate. No. Pensavo che creare nuovi focolai di guerra non fosse un modo di risolvere il problema. Ora, non è che i fatti mi diano ragione, (di sicuro non mi danno torto). I fatti, semplicemente, hanno preso una piega diversa: George Bush ha dichiarato guerra all’Islam, contro la mia opinione. Fatti suoi, non fosse che in mezzo ci sono io, che vivo in Europa e a volte prendo il treno. Devo anche chiedere scusa? Al massimo posso ammettere di non avere, io, ricette per salvare il mondo. Miliardi di persone vivono in regimi dittatoriali come quello di Saddam Hussein, e io non so cosa farci. La mia posizione, da questo punto di vista, è molto debole. Ma è la mia posizione.

Il fatto che siamo tutti scivolati dentro queste posizioni ci fa spesso assumere atteggiamenti e dire cose che in futuro ci sembreranno riprovevoli. Tanto peggio per il futuro. Per esempio: su Nassiriya sarei portato a pensarla come Pfaall: non dovevano andare, ma adesso non possono tornare. Né gli italiani né gli americani né i polacchi o gli inglesi. Non si può disfare tutto e poi dire scusate ora ci leviamo di torno. (Grosso modo è la posizione del centrosinistra italiano). Insomma: devono tenere la posizione. Lo dice la logica, lo dice il buonsenso. Perciò stavo pensando di non partecipare alle manifestazioni del 20 marzo.

Poi ho pensato a una cosa. Che il motivo per cui tanti pacifisti sfileranno il 20 marzo, è esattamente lo stesso per cui i carabinieri dovrebbero restare a Nassiriya: tenere la posizione. Altrimenti, ci faremo tirare per la giacchetta in eterno. Come D’Alema, come Fassino, come questi dirigenti del centrosinistra che si credono di avere il coraggio degli statisti, e invece si fanno suonare come pifferi dal primo imbonitore, cabarettista e pianista da pianobar. Dire “Senza Se e Senza Ma” è un altro modo per dire, (come recita uno striscione spagnolo visto in questi giorni): “non siamo mica scemi”. Altrimenti continueremo a essere contro la guerra ma a permettere che, per motivi di buonsenso, i nostri concittadini siano impegnati su tutti i fronti del mondo. A un certo punto non si può più essere ragionevoli. Non si può più essere sfumati. Bisogna dire no e basta. Senza se, senza ma, senza buonsenso I carabinieri di Nassiriya sono andati a farsi sacrificare in una base che non poteva difenderli, anche per tutelare gli interessi della compagnia petrolifera italiana. Non si fa un torto a loro, né ai loro cari, chiedendo il ritiro immediato del contingente. Si fa semplicemente il proprio dovere di pacifisti. Questa guerra l’Italia non l’ha mai dichiarata, ma – come tante altre volte, dal Corno d’Africa in poi – pretende di farcela ingoiare un po’ alla volta, con un po’ di lacrime ogni tanto per mandarla giù. No. Non nel nostro nome. Così penso che ci andrò, il 20 marzo.

Il 18 marzo, no, non vedo proprio perché. Dovrei manifestare contro il terrorismo? Ma questo terrorismo non teme certo le nostre manifestazioni: non mira a sollevare le masse, mira ad annientarle: vederne un po’ in tv non farà che solleticare il suo appetito. (Come ai tempi della peste nera si facevano processioni religiose: forse che il contagio diminuiva?) Peraltro, non c’è nulla di male nello scendere in piazza per dire di no a qualcosa: siamo in un regime libero. Andateci voi, allora, tenete la vostra posizione. I vostri argomenti li capisco, in parte, astrattamente, potrei persino condividerli: ma il tempo delle discussioni ragionate è finito da un pezzo. Ora è il tempo degli urli, delle lacrime e dei risolini. Voi avete la vostra posizione, io la mia, la prossima settimana andremo alla conta. Non vi sembri una sfida, lo dico con molta stanchezza: vincere o perdere a questo punto non m’interessa. Forse m’interessa tenere soltanto – in maniera se possibile dignitosa – la mia posizione.

(“Ma la tua allora è una scelta identitaria!”
Temo di sì).

Bush, contro l'identità, cultura, la Cina è vicina, scontro di civiltà


Le scuse dei cinesi
(ancora e sempre contro il concetto di differenza culturale)

…Noi però ci domandiamo come mai la Cina pretenda con tanta cocciutaggine delle scuse formali e non si accontenti del dispiacere espresso dagli Stati Uniti. Pensiamo allora che scusarsi abbia, nell’ottica cinese, lo stesso significato del nostro “chiedere perdono” e poniamo quindi la questione a partire da noi, cioè dall’Occidente.
Ed ecco che abbiamo, in scala per fortuna ridotta e soltanto sul piano culturale, almeno fino a questo momento, un tipico esempio di scontro tra civiltà. Se chiedere perdono e scusarsi avessero la stessa valenza, si capirebbe immediatamente perché l’America non accetta e sembrerebbe per lo meno temerario da parte cinese pretenderlo: chiedere perdono implica ammettere la propria colpa e nella nostra civiltà, che è quella della “colpa” – mentre quella cinese sarebbe invece la civiltà della “vergogna” – scusarsi e chiedere perdono hanno lo stesso significato, ovvero rimandano alle stesse categorie morali.
Renata Pisu, “Repubblica” di oggi.

Quanto siamo diversi. Quanto facciamo fatica a capirci. Già fra di noi che ci conosciamo la comunicazione non è che un reciproco patto di fraintendimento. Figurarsi poi quelli che non condividono la nostra lingua, la nostra “cultura”… I cinesi, per esempio. Scrivono con gli ideogrammi. Mangiano con le bacchette. Non bevono latte animale. E chiedono scuse formali quando gli americani violano il loro spazio aereo e fanno schiantare un loro pilota. Che gente strana. Che concetti misteriosi. “Scuse formali”. Tradotto in occidentale cosa vorrà dire?

L’altro giorno ho lavorato con una traduttrice cinese. Lei leggeva delle frasi da turista (“Dov’è il bagno”, “Mi sono perso”, ecc.) e io incidevo. È stata un’emozione, perché il cinese (il mandarino, credo), è una lingua veramente diversa dalle nostre. Ma anche perché ci sono alcune cose che, malgrado millenni di sviluppo linguistico autonomo, malgrado gli ideogrammi, malgrado tanta cultura e tanta civiltà, ho capito al primo colpo. Le parole “mamma” e “papà”, per esempio. E poi un tipo d’intonazione veramente universale, che fanno tutti i traduttori del mondo quando leggono una lista: ad esempio, quando arrivano alla penultima voce della lista, che siano persiani, cinesi o modenesi, fanno sempre la stessa nota, una specie di segnale: “e adesso sto per finire” (provate a leggere una lista a voce alta e capirete cosa intendo).
La cosa mi ha messo di buon umore. Va bene, siamo diversi, ma non così tanto. Probabilmente possiamo emozionarci e indignarci per le medesime cose. Purtroppo non avevo ancora letto l’interessante approfondimento culturale di Renata Pisu sulla Repubblica di oggi. No, i cinesi sono veramente diversi da noi, e non li capiremo mai – almeno finché non ce li spiega la Pisu o qualche altro giornalista con velleità antropologicoculturali.

Per esempio: se qualcuno li offende, pretendono che gli si chieda scusa. Ma pensa un po’. In Cina, questo “altro polo dell’esperienza umana”, scusarsi, non implica a priori nessun riconoscimento di colpa, è un atto dovuto e senza drammatiche conseguenze, una ritualità da compiere, un’esigenza da rendere presente e da riproporre ogni qual volta se ne presenti l’occasione. Non si riconosce il valore catartico del perdono che per questo non si chiede e, di conseguenza, non viene concesso. Il fatto è che noi viviamo nella civiltà della “colpa”, mentre i cinesi vivrebbero nella civiltà della “vergogna”. La differenza non mi è molto chiara. I cinesi si scusano anche se non hanno colpa? Gli occidentali costretti a scusarsi non si vergognano? Mi pare di capire che per i cinesi “scusarsi” e “chiedere perdono” sono due concetti diversi. Sarà. Ma mi sembra una finezza, nel caso in questione.

Ecco, parliamo del caso in questione. Un aereo americano intercettato nel mar cinese. Per i trattati internazionali, si tratta di un luogo extraterritoriale. Per i cinesi no, perché è il mare che separa la Cina da Taiwan, e l’indipendenza di Taiwan non è mai stata riconosciuta. Per cui i cinesi si sentono violati, vanno a contrastarlo, succede un po’ di confusione e ci scappa il morto. I cinesi sequestrano l’aereo americano, controllano se c’è qualche innovazione tecnologica da far propria, e intanto chiedono scuse formali agli americani, un po’ per prendere tempo, un po’ per non perdere la faccia con l’opinione pubblica (considerate che due anni fa la Nato gli ha bombardato un’ambasciata per sbaglio, a Belgrado). Gli americani non vogliono scusarsi, perché equivarrebbe a riconoscere che stavano violando lo spazio aereo cinese, cioè a riconoscere la sovranità cinese sull’omonimo mare. Mi sembra che questo sia tutto. Perché scomodare inedite categorie culturali, il confucianesimo, il cristianesimo? Non siamo mica dei barbari che si capiscono a gesti. E, se è per questo, non siamo più neanche tanto cristiani. (Né, sospetto, confuciani).

Il problema è che fino a oggi gli americani non avevano chiesto scusa: il massimo a cui si era arrivati era un “ci dispiace”. Come a dire: “Sono cose che capitano”. Non bisogna davvero immergersi nella cultura cinese per capire la differenza: un fatto “spiacevole” può avvenire senza la nostra responsabilità. Chiedere scusa invece significa ammettere la propria responsabilità. Quindi chiedere perdono. Forse i cinesi la vedono in maniera differente (da come si sono comportati in questo caso, mi sembra di no). Ma soprattutto: ammettere le proprie responsabilità significa ammettere che si violava lo spazio aereo cinese. Guerriglia diplomatica, altro che scontro culturale.
A meno che… ma che non sia questo il motivo per cui i top gun americani che si divertono a volare sotto le teleferiche nel territorio italiano, provocando decine di morti, non devono chiedere scusa a nessuno? Perché la nostra è la “cultura del perdono”? E allora come mai questa sensazione di… io sento come una specie di… ma sì, di rabbia, d’indignazione. Come mai? Devo avere un lontano parente a Pechino, o a Shanghai.

Ps.
Ho cercato “Sorry” nel bellissimo dizionario inglese-cinese www.zhongwen.com… e non l’ho trovato! E se non esistesse proprio la parola? Alla faccia della Pisu. Mi è andata meglio con “excuse”:

contro l'identità, cultura, economie, traffici di senso, tv

il compianto Paolo FrajeseSi parlava di valori (appunti)
Ieri si parlava di “valori”, si notava come la parola si sia imposta soltanto verso la fine degli anni Ottanta (subentrando a “ideali”) e si proponeva questa definizione: i valori sono ciò che abbiamo la paura di avere già perso. (Nelle vicinanze di valori però si trovano spesso verbi col prefisso ri-: “riappropiarsi”, “riscoprire”…). Gli “ideali”, invece, si “tradivano”, si “rinnegavano”.
– Si parla di valori sempre al plurale: li si proclama per enumerazione, con coordinazioni copulative: mai avversative o disgiuntive. Non si sceglie un valore piuttosto di un altro. Non esistono valori contrapposti (a differenza degli ideali). I valori sono tanti (il plurale è fondamentale) e vanno presi tutti in blocco.
– Il primo è quasi sempre la famiglia. A volte non si sa andare avanti.
– La radice economica della parola è fuori discussione: talmente evidente da passare inosservata. Anni fa Rai Uno fece un programma sull’argomento (Frajese conduttore) e lo intitolò: “Borsa Valori”: voleva essere un simpatico gioco di parole, era un lapsus colossale. Tipico esempio di una parola che torna su sé stessa e non si riconosce. Crediamo di parlare di famiglia, fraternità, amore… in realtà parliamo di soldi. Oppure: vorremmo parlare di famiglia, maternità, e amore… ma le uniche parole che ci sono rimaste sono le parole dei soldi.
– Per acquisire i suoi ideali, l’idealista (che non era una persona qualunque) doveva apprenderli da qualche parte: da un buon/cattivo maestro, a scuola, in chiesa, in strada, in guerra, in fabbrica, leggendo libri. Non esiste invece una vera e propria letteratura sui valori. Un po’ come un certo concetto di cultura, di cui parlavamo qualche settimana fa, i valori sono probabilmente acquisiti alla nascita: infatti, a differenza degli ideali, tutti avevamo in partenza i nostri bravi valori – o se non noi, i nostri genitori e nonni. E qui casca l’asino: se nasco italiano, avrò determinati valori; se invece nasco in Birmania… ecc.. Ma siccome io i miei valori li sto perdendo (per definizione), sto anche perdendo la mia identità, la mia cultura. (Ma per fortuna posso riscoprirla, riappropriarmene).