Non è mai troppo tardi, satira, vignette

La satira del razzismo è comunque razzismo?

È probabile che nella settimana appena finita vi siate imbattuti in questa vignetta di Charlie Hebdo un po’ – come dire – controversa:

Cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?
PALPATORE DI CHIAPPE IN GERMANIA!

Ne hanno parlato Repubblica, il Fatto, il Giornale, e tanti altri che non ho voglia di andare a controllare; ne hanno parlato i vostri amici che l’anno scorso non indossavano la maglietta Je suis Charlie e insistevano dopo la strage della redazione a trovare discutibile l’approccio di Charlie alla satira – è davvero giusto prendere in giro qualsiasi cosa
Ne ha parlato chi invece continua a credere che la satira sia un diritto fondamentale – da difendere se necessario con le guardie armate e i finanziamenti di Stato – e che si sbigottiva che gli interlocutori non capissero la vignetta: ma come? Credete che sia una vignetta razzista? Guardate che è l’esatto contrario. È una vignetta antirazzista. Non prende in giro il povero Aylan – anche se lo disegna adulto e sbavante, le mani sporcaccione protese verso le natiche di una giovane – è una vignetta che si prende gioco del razzista benpensante! Quello che magari l’estate scorsa di fronte a un’immagine toccante aveva avuto un cedimento e si era commosso per lo straniero – purché bambino, purché morto – e alla prima notizia inquietante si è rimesso ad aver paura di tutti gli stranieri, molestatori in quanto stranieri. Ma davvero non capite? È così chiaro.
È così chiaro. 
D’altro canto, se fossi un razzista potrei anche ipotizzare che la vignetta prenda in giro l’antirazzista frignone che si commuove al primo straniero morto – accidenti, ma è geniale questa cosa. Un po’ come Checco Zalone che fa ridere sia gli impiegati assenteisti sia i rottamatori renziani. Incredibile. Ma da quand’è che nei giornali di satira e nei film buffi si sono messi a spacciare messaggi ambigui?
Ho pensato di aiutare chi discute di queste cose su internet inaugurando una rubrica – ero incerto se chiamarla L’angolo di Capitan Ovvio, Chiedi a Lapalisse, o Non è mai troppo tardi. Ho scelto il titolo più rassicurante.
Sto prendendo in giro gli analfabeti che scrivono “Hei”
o sto facendo la parodia di chi li tratta con sufficienza?
Non è mai troppo tardi per scoprire che… tutta la satira è ambigua

Non solo i film di Checco Zalone: tutta la satira, politica o di costume. L’ambiguità non è un dato accessorio: è proprio il modo in cui funziona il dispositivo satirico.
Non succede soltanto in una vignetta di Charlie – tutte le vignette sono suscettibili di essere lette su almeno due livelli. Ecco un esempio piuttosto nobile:
Il New Yorker pubblicò questa copertina durante la campagna elettorale del 2008 – nella Sala Ovale, Barack Obama non ci era ancora entrato da presidente. L’illustrazione era un compendio di tutte le critiche più demenziali che i suoi avversari politici gli stavano lanciando: di essere antiamericano, musulmano, sostenitore dei terroristi e ammiratore di Bin Laden. Inoltre sopra il disegnino c’era la testata del “New Yorker”, che ai lettori abituali dice “ironia sofisticata”, il che nell’intenzione della redazione avrebbe dovuto rendere chiaro che non si trattava di un attacco scomposto a Barack Obama. Insomma, era così chiaro che non se la stavano prendendo con Obama.
Era talmente chiaro che per la prima volta molti repubblicani acquistarono il New Yorker. Perché sulla copertina c’era Obama vestito da musulmano che bruciava la bandiera americana nel camino, e sua moglie era conciata da pantera nera. 
Torniamo alla scorsa settimana. Se bazzicate facebook, forse in questi giorni siete venuti a conoscenza del fatto che Gasparri non riconosce Jim Morrison (al punto che ormai ne rivendica il diritto). Tale importante scoperta è dovuta alla circolazione di questo scambio. 
Bisogna dire che è il volto di Jim Morrison meno conosciuto, cioè son tutti buoni così.
Il meme del Jim Morrison barbuto è preso da una pagina facebook, Vergogna finiamola fate girare, che negli ultimi giorni è letteralmente esplosa, disseminando sui social network centinaia di immagini simili – foto di celebrità associate a slogan “gentisti” dal qualunquismo insostenibile. Si tratta di una parodia di immagini razziste che vengono effettivamente prodotte da anonimi, e che hanno una certa efficacia – se qualcuno sente la necessità di combatterle. 
Via Claudia Vago
E quindi come si combattono? Con l’inflazione – la disseminazione on line di immagini simili, ma false – cioè a dire il vero anche le immagini originali erano false, ma speculavano sulla dabbenaggine di chi le accettava come vere, mentre i memi di Vergogna finiamola… speculano sulla stessa dabbenaggine. Ehi, aspetta.
Che differenza c’è tra un messaggio stupido e razzista e la parodia di un messaggio stupido e razzista?
Nessuna.
Come nessuna? Ma il contesto, l’intenzione…
No.
Basta così per stasera, arrivederci alla prossima puntata di Non è mai troppo tardi, in cui scopriremo la legge di Poe (il poeta non c’entra nulla, purtroppo).
razzismi, satira, vignette

Va’ in ferie Giannelli

Oggi nei luoghi che bazzico io sono tutti scandalizzati per questa vignetta; io non ci riesco. Ci ho provato, eh, non è che voglia fare l’antisnob a tutti i costi. Credo che a emarginarmi dall’indignazione collettiva siano due argomenti.

1. È una vignetta un po’ razzista che cavalca il più puro sentimento xenofobo che circola in Italia, non solo tra le piccole frange dei leghisti o dei fascisti che bruciano le case sfitte piuttosto di offrirle ai profughi. È la xenofobia benpensante dei lettori del Corriere – quelli che 14 anni fa correvano a fotocopiarsi le sbrodolate della Fallaci, quelli: lo scoprite stamattina che vivono con l’incubo di tornare dalle ferie e trovarsi neri e arabi in casa? Per scandalizzarsi serve un effetto sorpresa che non riesco a simulare. Trovo anzi utile che Giannelli faccia vignette xenofobe sul primo quotidiano italiano: penso che serva a tutti noi per capire che razza di gente siamo. Aggiungi che nei prossimi anni l’argomento “profughi” sarà uno di quelli che farà vincere o perdere le elezioni, se non una moneta di scambio che cercheremo di usare a Bruxelles per chiedere meno austerità (banalizzando: se vogliono tenere nell’UE un ponte in mezzo al mediterraneo, lo dovranno puntellare in qualche modo).

2. È una vignetta così crepuscolare che fa tenerezza. Giannelli sembra approdato allo stile che insegue da cinquant’anni, la Settimana Enigmistica. Per favore, escludete un attimo lo schermo piatto nell’angolo in basso, e guardate sull’altro lato la famiglia italiana – tipo secondo il Corriere. Pensate all’ultima volta che avete visto un padre di famiglia calvo che non si rasa sui lati. Il bambino con la maglietta a righe orizzontali. Il nonno scamiciato – rinasco, rinasco! nel Millenovecentosettanta. Non c’era lo spazio per un centrotavola e allora ha messo un vaso, le buone cose di pessimo gusto. Il profugo che prende parola potrebbe benissimo essere un manovale di Molfetta. È un mondo ideale che esiste solo nei sogni di chi lavora, stavo per dire in via Solferino, poi mi sono ricordato che non lavorano nemmeno più là. Non ci può essere violenza nell’immaginario crepuscolare, e infatti non c’è. I profughi di Giannelli avranno pure nasoni e labbroni, ma sembrano tutti abbastanza beneducati – tranne quello che la calura del tinello ha portato a spalmarsi sul pavimento, come fanno i bambini di tutti i colori al centro estivo, e a 37° li invidi soltanto. Bianchi e neri sono ugualmente stereotipati: i neri non sembrano sporchi o minacciosi e i bianchi non sembrano terrorizzati. Nella vignetta successiva si riesce a immaginarli tutti a tavola che mangiano un cuscus – ecco, Giannelli potrebbe salvarsi in corner pubblicando una cosa del genere, domattina.

Oppure potrebbe andare in ferie. Credo che ne abbia bisogno, un po’ come tutti. E al ritorno, se trovasse l’ufficio già preso da un collega più giovane, ecco: anche in quel caso non riuscirei a scandalizzarmi più di tanto.

Islam, satira, vignette, vignette sataniche

Mica è colpa di Voltaire

Ogni volta che si ripropone la farsa delle vignette maomettane va a finire che ne scrivo troppo, senza comunque riuscire a convincere nessuno, e quindi dovrei probabilmente smettere. D’altro canto qui lo spazio è illimitato, e uno sfogo in più uno in meno non cambia nulla. Qui di seguito alcuni appunti da uno psicodramma tutto occidentale. Perché alla fine io di questa cosa discuto soltanto con compagni di occidente, senza riuscire a capirli né a farmi capire.

1. *Oggi la faccia di Maometto, domani il mondo!*
Sembra che la prima reazione dell’occidentale medio, quando scopre su facebook o in tv che c’è da qualche parte un tabù (ad es., la raffigurazione di un profeta), sia calpestarlo, o inneggiare a chi lo calpesta. Perché? Perché è pericoloso. Perché una civiltà che ha un tabù è una civiltà minacciosa. Perché se rispettiamo il loro tabù, domani loro ci impediranno di guardare i film in televisione con i polpacci delle donne! Tutto questo ripetuto da centinaia di interlocutori tutti originali, tutti in buona fede convinti che coi musulmani funziona così: se li rispetti appena un poco, loro ti entrano in casa, ti bruciano i porno e instaurano la sharia su tua sorella. Non ci sono margini. Non c’è spazio. O noi calpestiamo i loro simboli, o loro calpesteranno i nostri, per cui bisogna darci dentro coi calcagni, presto! Ne va dell’occidente. Ne risulta un conflitto di due sharie speculari: loro, i cattivi con le barbe, vogliono costringerti a non vedere niente, tu invece ti costringi a vedere tutto, a ridere di tutto, anche quando tanto ridere non fa: pure di un tizio con la barba di cui mai ti è fregato nulla, finché non ti hanno spiegato che c’è una cultura in cui non sopportano che sia raffigurato. Se ti raccontassero domani che la stessa cultura ha il culto del membro virile, tu te lo strapperesti per dar loro un dispiacere.
Passi l’ignoranza coltivata di gente che confonde un miliardo di musulmani con qualche centimigliaio di talebani; ma l’idea che non si possa cedere neanche un millimetro, non si possa concedere neanche un po’ di rispetto, altrimenti prima o poi quelli ci prendono tutto nasconde una fobia del nemico che a quasi dieci anni dalla guerra in Iraq regge insospettabilmente bene. Hai voglia a rammentare che gli invasori siamo noi, e che nessuno sta chiedendo la sharia sulle tv occidentali. No, ci sono manifestazioni con migliaia, pensate, migliaia di musulmani dall’altra parte del mare, e questa è evidentemente una minaccia. Non passeranno! Altre vignette sul barbuto, presto.

2. *Ma le vignette su Cristo si possono fare!*
La grande illusione della tolleranza: la reciprocità. Certo che tolleriamo i musulmani: gli facciamo costruire una moschea… appena loro fanno una chiesa. Dove si capisce che la nostra idea di Islam è un cristianesimo con un’insegna diversa appiccicata all’ultimo momento. Noi abbiamo le chiese, loro le moschee. Stessa cosa, no? Noi abbiamo Cristo, e ci facciamo le vignette, e quindi le vignette si possono fare anche su Maometto. Stop. Sembra L’Orlando Furioso, i Mori identici ai cristiani, cambiano solo i nomi e non sono nemmeno nomi moreschi. Dove la tolleranza consiste nel consentire a qualsiasi diverso di diventare uguale a noi. Noi raffiguriamo Cristo, dal medioevo: la sua raffigurazione in forma umana è alla radice del realismo occidentale. Voi no? Voi avevate una religione iconoclasta e avete sviluppato un’arte astratta e calligrafica? Sì, beh, non ce ne frega niente. Siamo noi che tolleriamo voi, nella misura in cui le vostre radici iconoclaste vanno rapidamente in discarica e voi vi mettete a ridere delle caricature del vostro profeta, anche alla svelta.

3. *Si deve mostrare tutto!*
Pur di dare addosso ai musulmani c’è gente disposta a giurare che in occidente si possa mostrare tutto, ridere di tutto. A me vengono milioni di esempi di cose che invece no, non si possono mostrare: che sono tabù riconosciuti, codificati, elevati a legge, difesi da sanzioni penali. Lasciamo stare il fatto che in Italia la blasfemia sia ancora reato (in Francia no); ma io non posso nemmeno fare una foto ai miei studenti: qualche anno fa potevo, adesso no. Non posso esporla da qualche parte. Men che meno metterla su internet. In televisione c’è un sacco di facce pixelate, ci avete fatto caso? Tutti i minorenni, e anche i maggiorenni se non acconsentono. Poi c’è un sacco di pornografia che in chiaro non è accessibile: perlomeno a me risulta, a voi no? Qualche sottospecie di snuff su youtube gira, ma appena se ne accorgono lo levano. Insomma ci sono delle censure e delle autocensure: esistono, ci viviamo dentro, molte non le riconosciamo tali perché non ci poniamo nemmeno il problema. Altre le applichiamo perché a partire da un certo momento in poi le consideriamo giuste (il divieto di fotografare minorenni a scuola). A questo elenco sterminato di cose non raffigurabili si potrebbe – per rispetto alla seconda religione in Italia, e nel mondo – aggiungere giusto la faccia barbuta di un profeta, ma questo no: è inammissibile. Sarebbe la fine dell’Occidente, e a Lepanto allora cosa abbiamo combattuto a fare? Bisogna mostrare tutto! Volti, chiappe, peli! Purché del profeta. I peli nostri in realtà non interessano a nessuno.

4. Voltaire! Gramsci! Altri nomi a caso!
Un tizio su facebook mi ha scritto che se Gramsci fosse vivo pubblicherebbe una vignetta antiislamica al giorno, perché era Gramsci, lo sanno tutti che Gramsci era così, no? Rimango sempre un po’ perplesso dalla leggerezza con cui gente come Voltaire – un tizio abbastanza formale, almeno stando alle incisioni, sempre con la sua bella parrucca in ordine – viene arruolata per difendere qualsiasi disegnino o recita filodrammatica. Tutti a dare per scontato che lui, e quelli come lui, avrebbero applaudito qualsiasi scemenza, perché è satira, e la satira è giusta, non deve insegnare niente, non deve combattere nulla, la satira si fa per il gusto di farla: forse che ci si può togliere il diritto di scoreggiare su delle icone? Voltaire sarebbe morto per difendere la libera espressione del nostro meteorismo. E se non l’avesse fatto, fanculo anche Voltaire, fanculo Gramsci, ci resta il Bagaglino. Ah no cacchio l’hanno chiuso. E allora lo vedi che la nostra libertà occidentale ha i giorni contati?

Francia, ho una teoria, Islam, vignette, vignette sataniche

Sono tutti obbligati a tollerarci?

Sono molto affezionato a Charlie Hebdo, un foglio satirico che forse mi ha insegnato più cose sulla Francia del serissimo Le Monde. Ammiro il coraggio dei suoi redattori, che a differenza di tanti anti-islamici da bar si sono sempre presi la responsabilità delle loro provocazioni, pagandone conseguenze molto concrete, quando un anno fa la loro sede andò a fuoco. E anche stavolta, come un anno fa, il loro Maometto mi ha fatto ridere.

Detto questo, vorrei cercare di spiegare perché ritengo che la scelta di Charlie Hebdo di continuare a pubblicare vignette sul profeta – per quanto legittima, e coraggiosa – sia inopportuna. Quando Charb, il direttore, ammonisce che  “Se si comincia a dire che non si può disegnare Maometto, in seguito non si potranno più disegnare i musulmani”, indica un orizzonte che è semplicemente implausibile. Le manifestazioni di protesta inscenate nei giorni scorsi nei Paesi musulmani hanno coinvolto ‘solo’ alcune migliaia di persone: poche, confrontate con il miliardo di musulmani che ha semplicemente ignorato la cosa, e che in certi casi ha manifestato per motivi assai più seri – nel disinteresse dei nostri organi di stampa, che per un presidio anti-vignette si scomodano e per un corteo antigovernativo in Yemen no. In ogni caso, anche nei Paesi dove si è manifestato contro le satire maomettane, nessun governo ha appoggiato le proteste, e molti le hanno soffocate: in Pakistan la polizia ha sparato sui manifestanti e ne ha ucciso una decina o più. Se stavano protestando contro il nostro diritto occidentale di disegnare Maometto e burlarci di lui, possiamo dire che la polizia pakistana ha difeso il nostro diritto. Qualcuno ha voglia di festeggiare? (continua sull’Unita.it, H1t#145) (ora di là si commenta solo con facebook, o se preferite potete commentare qua).

Siamo liberi di disegnare qualsiasi cosa. Ma proprio questa libertà – teoricamente illimitata – mette in crisi una nozione fondamentale, senza la quale forse non riusciamo più a conoscere il mondo: il concetto di limite. Noi pretendiamo che non ci siano limiti alla nostra libertà: se qualcuno da qualche parte nel mondo non ci tollera, occorre costringerlo. Viceversa, noi non possiamo tollerare nessuna limitazione della nostra libertà. La satira deve ridere di tutto: se all’improvviso a quel “tutto” viene sottratta una sola unità (Maometto), il tutto frana all’improvviso e ci ritroviamo nella situazione opposta: non si può più raffigurare niente, non si può più ridere di niente.  Per Charb almeno le cose stanno così: si passa nel giro di una frase dal divieto di disegnare il profeta a quello di disegnare i suoi fedeli, “E poi non si potrà più disegnare cosa? I cani, i maiali? E poi? Gli esseri umani?” Eppure nessuno ha posto la questione in questi termini. Nessuno per ora ha proibito a nessuno di disegnare un musulmano, o un cane, o un maiale. Questa apocalisse della raffigurazione è l’angoscia che riempie il vuoto della nostra fantasia, che non sa più concepire un limite alla nostra libertà.
Torniamo a terra.  Nessuna libertà è illimitata. Ci sono sempre dei limiti storici e culturali, che ci sono imposti o che ci auto-imponiamo. Anche la televisione francese, una delle più libere del mondo, non trasmette film porno in chiaro. Magari in futuro succederà: ogni limite è tale perché è condiviso da una maggioranza che col tempo può dissolversi, o cambiare idea. Queste periodiche crisi delle vignette, che sarebbero ridicole se non facessero danni e morti, sono un banco di prova per l’umanità, che da qualche anno grazie a internet si ritrova a dover condividere una piazza comune, e ancora non sa bene come regolarsi. In una parte della piazza sono abituati a ridere di qualsiasi dio; in un’altra parte non la stanno prendendo bene, ma in ogni caso è chiaro che da qui in poi la piazza sarà una e una sola. Dovremo arrivare prima o poi a stabilire un minimo codice di comportamento. L’idea che va per la maggiore da noi è che tutti gli altri debbano tollerare la nostra libertà, anche a prezzo della loro vita. Mi dispiace, ma non mi sembra un’idea sostenibile.
Mi sembra più praticabile un sistema di tolleranze reciproche, in cui si accetta che ogni gruppo presente nella piazza abbia un margine di suscettibilità, un piccolo recinto sacro intorno ad alcune cose su cui sia inopportuno scherzare. Credo che sia anche l’unico sistema che ci tuteli, visto che in questa piazza non siamo la maggioranza – non lo siamo mai stati, e continuiamo a diminuire.http://leonardo.blogspot.com
antisemitismo, vignette, vignette sataniche

Nec minimo puella naso

Attenzione: a causa di un flame epico, non tutti i commenti sono visibili in questa pagina. Per leggere gli ultimi bisogna cliccare sulla scritta “carica altro…” che compare sotto il modulo dei commenti (non è molto visibile, lo so). Alcuni dei primi commenti sono per il momento non disponibili, ma spero di riuscire a ripristinarli. Scusate il diagio.

E l’antisemitometro s’impenna
Un altro esempio, preso dal sito di un giornalista che a queste cose ci tiene moltissimo. Michele Dau è il vicesegretario generale del Consiglio Nazionale dell´Economia e del Lavoro. Qualche mese fa, leggendo la Guida del Touring su Israele, incoccia in questa definizione: nello Yad Vashem di Gerusalemme sarebbe «narrata la storia della Shoah dal punto di vista degli ebrei».

«Visitando la straordinaria, e unica al mondo, ricostruzione storica, mi sono domandato il significato di quell’affermazione – denuncia nella missiva inviata a Renzo Gattegna, presidente dell´Ucei – e la mia indignazione è cresciuta, senza poter trovare una giustificazione accettabile di quella sottolineatura. Cosa si intenderebbe evidenziare? Forse che vi sarebbero altri punti di vista sulla Shoah?»

In effetti, se uno scrive “dal punto di vista”, sembra voler lasciare intendere che ne siano consentiti altri. Peccato che ciò sia, a quanto pare, antisemita:

«E quali sarebbero gli altri punti di vista in qualche modo accettabili? Forse quelli dei movimenti dei neonazisti che si sono affacciati in Europa? O forse si intende lasciare aperta la strada alle interpretazioni negazioniste che vorrebbero se non cancellare del tutto i fatti, quanto meno limitarli a quantità minima senza una vera decisione dei nazisti […] Comunque si voglia leggere quella frase è davvero lesiva della dignità della sofferenza atroce di milioni di persone».

Non so se è chiaro: l’espressione “punto di vista degli ebrei” è qui dichiarata lesiva della dignità della sofferenza atroce. Come se sulla Shoah fosse consentito avere più punti di vista. No. È lesivo il solo affermarlo. Se io scrivo “il punto di vista”, ammetto che possano essercene più di uno; se ammetto che ce ne sia più di uno, lascio implicitamente intendere che anche i negazionisti ne abbiano uno accettabile: se io consento ai negazionisti di averne uno accettabile, evidentemente sono i miei amici, e quindi io sono un antisemita. Non fa una grinza. Non resta che rassegnarsi: la Shoah non è un fenomeno come gli altri, suscettibile di osservazioni differenti da differenti punti di vista. Non si può avere differenti punti di vista sulla Shoah. Non si può nemmeno avere “il” punto di vista degli ebrei, perché anche l’uso dell’articolo determinativo non può escludere che ce ne possano essere altri, e il solo pensiero è psicoreato. La Shoah, per farla breve, non si può più osservare: va messa in un’Arca e nascosta con le tendine, e chi le solleva probabilmente resterà fulminato, ma se lo meritava, brutto antisemita.

Antisemiti moderni: l’odiosa caricatura di W. Allen, by Stuart Hample

Siamo nel 2012, Bin Laden è morto e la guerra in Iraq è finita. Prima che riparta lì nei pressi, ce la facciamo a metterci d’accordo su una definizione ragionevole di antisemitismo? Secondo me non è così difficile. È antisemita chi odia gli ebrei. Chi ritiene che siano coinvolti in un complotto mondiale per qualsivoglia fine. Il mondo ne è pieno (di antisemiti) e a dire il vero non è che facciano molto per dissimulare il loro antisemitismo. Chi nega la Shoah di solito è un antisemita. Chi la rivendica è sicuramente un antisemita. Fascisti e nazisti sono quasi sempre antisemiti. Non c’è bisogno di processare le loro intenzioni per accorgersene, di solito non te lo mandano a dire. Non c’è bisogno di sottolineare certe ambiguità nelle loro guide turistiche, né di misurare l’ampiezza e l’inclinazione del naso nelle loro vignette.

Antisemiti moderni: il ributtante abuso di luoghi comuni nel Fagin di Will Eisner,
la AntiDefamation League è stata informata?

Sostenere che Vauro sia antisemita, ribadire che lo sia perché ha disegnato il naso di Fiamma Nirenstein in un certo modo, è al di là dei confini seppure sfumati del ridicolo. Cioè, io posso anche capire che un fatto eccezionale come la Shoah vada preso con le molle, e che persino l’espressione “punto di vista” possa destare l’allarme di chi si allarma un po’ per professione. Ma il volto (tutt’altro che sgradevole) di Fiamma Nirenstein non è un fatto altrettanto eccezionale. Non più del volto di Maometto, che come il suo pretendiamo raffigurabile: e se il disegno è una caricatura, il naso potrebbe anche risultare un po’ più grosso del normale, senza scomodare il nazismo per questo. Sì, è vero, anche i nazisti facevano le caricature. E i cartoni animati. E Hitler era vegetariano. E non tutti i vegetariani sono nazisti; Biancaneve e i Sette Nani non è un film nazista anche se faceva piangere il fuehrer; e il problema che abbiamo col nazismo non è la passione per le caricature, comune a dire il vero con tantissime culture; bensì la assai più censurabile tendenza a sterminare interi popoli e minoranze in nome di concetti in cui non crediamo come la purezza etnica eccetera. Se poi la Nirenstein ritiene di poterci dire che le vignette di Vauro fanno parte di un progetto più vasto, che parte dal disegno di un naso e arriva di nuovo ai forni e ai camini, si merita semplicemente che le si rida in faccia, quella faccia dal naso non piccolo.

E che dire di questo, cioè, ebrei=ratti, una vergogna,
roba da degenerati, ciò si dovrebbe bruciare nelle piazze.
antisemitismo, ebraismo, ho una teoria, Israele-Palestina, vignette, vignette sataniche

Dove comincia il tuo naso?

Non è una domanda retorica, sul serio, dove? Per colpa di Facci, e di Vauro, e di Peppino Caldarola, mi è capitato di passare alcuni preziosi minuti della mia vita a contemplare foto di Fiamma Nirenstein per capire che naso avesse veramente. Senza neanche riuscirci, peraltro.

Vi sembra un bel modo di prepararsi al Giorno della Memoria? A me non sembra un bel modo. Vauro e il naso di Fiamma si legge sulla nuova, fiammante, Unita.it, e si commenta laggiù, possibilmente senza fare troppo gli antisemiti che ci ho famiglia, grazie.

In occasione del dodicesimo Giorno della Memoria è scoppiata una polemica, su quotidiani e blog, a proposito di un naso, per la precisione il naso della deputata Fiamma Nirenstein. La cosa, benché abbastanza delirante, è meno buffa di quanto possa sembrare, anzi per certi versi è mortalmente seria. Ci sono anche 25000 euro in ballo. Cercherò di raccontarla senza offendere nessuno, ma credo sia difficilissimo (qui c’è un buon riassunto di Filippo Facci).
In principio ci fu una vignetta che Vauro Senesi pubblicò sul Manifesto il 13 febbraio 2008: si era in piena campagna elettorale e la filoisraeliana Nirenstein aveva annunciato che si sarebbe candidata con il Popolo della Libertà: lo stesso partito di postfascisti come Alemanno o Giorgia Meloni, o di semplici nostalgici come Ciarrapico. Vauro commenta la notizia disegnando il mostro Fiamma-Frankenstein, che riprende le fattezze della Nirenstein, e sul vestito porta tre simboli: la stella di David, il fascio littorio, e il logo del PdL. Non è senz’altro la vignetta meglio riuscita di Vauro, ma il significato sembra chiaro. Io, perlomeno, ci vedevo un’allegoria del PdL: un mostro composto con pezzi di corpi che non avevano nulla in comune: il fascismo e Israele.
La Nirenstein la comprese in un altro modo, e protestò indignata per  “l’immancabile attacco demonizzante e disumanizzante”, “piuttosto prevedibile nell’uso che fa degli stereotipi, gli stessi che portano a raffigurare i soldati israeliani con la stella di Davide e la svastica”. Insomma, Vauro l’aveva dipinta come un mostro col fascio littorio perché ebrea, fine. Sono polemiche e semplificazioni inevitabili durante una campagna elettorale. Otto mesi dopo, quando sia la Nirenstein che Ciarrapico sedevano già in Parlamento (e avevano già avuto modo di litigare), un giornalista già amico di Vauro, Peppino Caldarola,scrive un trafiletto satirico sul Riformista in cui immagina una riunione di redazione di Annozero. Tra le varie battute, nessuna particolarmente esilarante, scrive questa:
Vauro non accetta di censurare la vignetta, che ha fatto tanto ridere Gino Strada, in cui chiama Fiamma Nirenstein “sporca ebrea”. 
No, non fa ridere. Ma non meritava nemmeno una multa di 25.000 euro. Invece capita che Vauro decida di querelare Caldarola: lui infatti non ha mai chiamato Fiamma Nirenstein Sporca Eccetera. E su questo non ci piove, ma è abbastanza chiaro che Caldarola scherzava: nello stesso pezzo scriveva “Marco Travaglio non vuole tornare dalla Transilvania dove era andato a trovare suo nonno il conte Dracula”. Quattro anni dopo capita che un giudice dia ragione a Vauro e infligga a Caldarola e al suo ex direttore Polito una multa spropositata. Caldarola la prende male: sul suo blog scrive di preferire il carcere; ma soprattutto dimostra dopo quatto anni e un processo di non avere ancora capito il senso della vignetta.
Al punto che comincio a domandarmi se non ho capito male io. Per il giornalista la vignetta contiene due indizi di flagrante antisemitismo: la stella di David e il naso di Fiamma-Frankenstein. Sulla stella Caldarola non ha dubbi: “È il simbolo della malvagità nazista”. Per me era un semplice richiamo all’identità da sempre rivendicata dalla Nirenstein. Ovviamente non si può guardarlo e non pensare ai deportati, ma appunto: si può rivendicare la difesa di Israele e militare nello stesso partito di Ciarrapico e di Alessandra Mussolini?
Ma il vero problema è il naso. Quello disegnato da Vauro, scrive Caldarola, è adunco. Casomai lo ignorassimo, “il naso adunco è la tipica rappresentazione che si dà degli ebrei” nelle vignette antisemite. Ergo, Vauro è antisemita. Ora, basta confrontare una qualsiasi vignetta di accertato antisemitismo per notare una certa differenza: di solito la forma del naso assume dimensioni caricaturali. Viceversa, nella vignetta di Vauro le dimensioni del naso non risultano particolarmente esagerate.  La mia sensazione – ma a questo punto potrei sbagliarmi, per favore non mandatemi gli ispettori – è che Vauro non abbia particolarmente calcato la mano nel disegnare un naso che ha qualche somiglianza con quello della Nirenstein. È un disegnatore satirico, che ha a disposizione pochi tratti e un solo colore per rendere una fisionomia: se deve disegnare un nero lo colora di nero, è razzismo? Il suo Arafat aveva il labbro sporgente e sproporzionato, è islamofobia? Può essere interessante anche confrontare la sua vignetta con quelle che un altro autore satirico ha dedicato alla Nirenstein, Stefano Disegni: se non altro perché Disegni è uno dei disegnatori satirici meno caricaturisti in circolazione: eppure anche la sua Fiamma ha un naso simile, come mai? Forse è antisemita anche Disegni? Oppure quello è semplicemente il suo naso? La stessa idea è venuta a molti commentatori sul blog di Caldarola, che gli hanno scritto in sintesi: guarda che ti sbagli, guarda che Vauro lo ha disegnato così perché lei ha davvero un naso più o meno così. Lui ha reagito dando dell’antisemita a tutti quanti. Pare che sia sufficiente questo, nel 2012, per prendersi un’accusa di antisemitismo: manifestare un’opinione sul naso di Fiamma Nirenstein.
Al punto che – dopo aver visionato una ventina di foto, di tre quarti e di profilo – ho deciso di gettare la spugna. Non ho la minima idea di che forma abbia il naso di Fiamma Nirenstein, anche se mi piace raffigurarmela con un nasino alla francese. Però anche scrivendo così, lascio intendere che se la Nirenstein non avesse un naso alla francese, se avesse un naso un po’ più pronunciato, mi piacerebbe meno… allarme antisemitismo! No, meglio tornare all’affermazione precedente: non ho la minima idea di che naso abbia l’onorevole Nirenstein.  Mi dispiace che Caldarola in quattro anni non sia riuscito a capire una vignetta che a me tutto sommato sembrava semplice; mi dispiace che Vauro lo abbia querelato, proprio lui che dovrebbe saper riconoscere uno scherzo, anche di dubbio gusto. Mi piacerebbe vivere in un mondo migliore, dove fosse possibile scherzare un po’ su tutto, compreso le barbe di alcuni profeti e le forme dei nasi di alcuni gruppi etnici, ma evidentemente non è così, e non sta nemmeno migliorando. http://leonardo.blogspot.com

Berlusconi, scuola, vignette

Ma chi vi si inculca

Solo un arguto calembour per farvi sapere che c’era un mio pezzo sull’Unita.it anche oggi:

Le scrivo innanzitutto per confortarLa, perché sono convinto che questa storia dei cattivi maestri che inculcano gli studenti innocenti non sia una semplice trovata da propaganda: no, Lei un po’ in questa cosa ci crede. Probabilmente ci immagina uno per uno, nelle nostre aule, il lunedì mattina, mentre parliamo male di lei e del suo governo agli studenti… (continua laggiù, ma potete commentarlo anche qui sotto).

Egregio Presidente Berlusconi, sono un insegnante della Scuola Media pubblica. Le scrivo innanzitutto per confortarLa, perché sono convinto che questa storia dei cattivi maestri che inculcano gli studenti innocenti non sia una semplice trovata da propaganda: no, Lei un po’ in questa cosa ci crede. Probabilmente ci immagina uno per uno, nelle nostre aule, il lunedì mattina, mentre parliamo male di lei e del suo governo agli studenti. Egregio Presidente, insomma, può anche darsi che in qualche aula della Repubblica ci siano insegnanti che si comportano così. In fondo l’Italia è grande e le scuole sono tante, e un professore che invece di fare lezione perde tempo a criticare Berlusconi ci sarà, come c’è quello che commenta i risultati delle partite o si lamenta del mal di testa. Vorrei però che mi credesse se le dico che sono trascurabili minoranze, delle quali non si deve assolutamente preoccupare perché, se non lo sa, è proprio il professore antiberlusconiano a creare lo studente berlusconiano del futuro. È una cosa automatica, creda a me che avevo una professoressa bravissima, disponibile e gentile, con l’unico difetto di militare in Comunione e Liberazione: e vede dove sono andato a finire? All’Unità, appunto. Ma in generale, si è mai chiesto a che scuole fossero andati i nostri Padri Costituenti, per diventare così tanto antifascisti? Alla scuola dei fascisti, esatto. Per cui egregio Presidente, davvero, di solito non siamo così fessi da criticarLa in classe: e se lo facciamo, è tanto di guadagnato per Lei. In generale però abbiamo altro di meglio da fare, davvero. Non so se ha mai dato un’occhiata ai programmi. Lei non ha idea a quante cose ci sono da fare, quanti argomenti da approfondire, lontani dall’attualità politica. Il problema è che a un certo punto i ragazzini in questa attualità ci sguazzano, si nutrono davanti ai telegiornali, e poi si fanno domande, e sono abituati a pretendere le risposte da noi. Ecco, Presidente, vorrei che si mettesse un po’ nei panni di un insegnante che a scuola vorrebbe parlare di Gandhi, o di Rosso Malpelo, o della Triplice Intesa, mentre gli studenti gli domandano cos’è il Bunga Bunga. Si fidi: quando nel programma c’è l’Inferno dantesco o il crollo dell’Impero Romano, il Bunga Bunga è davvero l’ultima cosa di cui vorremmo parlare. C’è tanto di meglio in cielo, in terra, persino nella nostra filosofia. Questo è un po’ il motivo per cui preferirei che al suo posto ci fosse un politico un po’ più noioso, uno di quelli che in tv ci finisce soltanto quando spiega un decreto legge. Di solito nessuno mi chiede niente sui decreti legge. Per fortuna. Niente di personale, eh, ma Lei ha trasformato il dibattito politico in una rissa tra tifoserie, e ormai entrando nelle aule il grido “viva Berlusconi” o “abbasso Berlusconi” ha un po’ la stessa profondità ideologica di quando sentivi urlare “viva Inter” o “abbasso Juve”. Sarà pure che il campionato è diventato un po’ noioso, ultimamente. Egregio Presidente,sono un insegnante tra tanti, che lavora nella scuola pubblica ma non ha nulla, davvero, contro la scuola privata: sono convinto che chiunque debba esser libero di mandare i propri figli alla scuola che preferisce. Anche i cattolici. Purché non lo facciano a spese mie. Invece non capisco, e nessuno è ancora riuscito a spiegarmi, perché devo contribuire ai buoni scuola, perché devo finanziare io con le mie tasse la scuola privata dei cattolici. Non possono pagarsela loro? Dicono che hanno bisogno di un rimborso, perché i loro figli non usufruiscono dei servizi della scuola pubblica. È un po’ come se io pretendessi un rimborso perché preferisco andare a scuola in macchina anziché in autobus. Ma l’autobus fa bene a tutti, anche a chi prendendo la macchina troverà meno coda ai semafori. E una scuola pubblica bella, efficiente, con un personale qualificato, è un’ottima cosa per tutti: anche per chi liberamente decide di non usarla, o per chi non ha figli ma ha comunque bisogno di bravi medici, bravi ingegneri, persone competenti che abbiano fatto studi seri. Vede, Presidente, io non so esattamente quando sia nato questo equivoco, per cui le tasse sono diventate per molti un semplice ticket da scambiare con un servizio. Ma io non pago le tasse per mio figlio, io le dovrei pagare per la collettività nella quale mio figlio si troverà a vivere. E non posso pagare per la scuola cattolica, la scuola musulmana, la scuola buddista. Posso pagare per una scuola sola e voglio che sia il più possibile adatta a tutti. Se poi qualcuno ne desidera una migliore, se la paghi coi soldi suoi. Infondo le sto chiedendo anch’io di tagliarmi le tasse, dopotutto: quella parte che pago e finisce in buoni scuola, mentre un ente privato che non mi rappresenta (la Chiesa cattolica) continua a godere di sgravi fiscali. La trova una posizione così tanto ideologica? Si rassicuri, non ne sto parlando in classe. Ne parlo con Lei. Coi miei studenti ho di meglio, davvero, da fare. 

Distinti saluti, suo Leonardo.