cinema, Cosa vedere a Cuneo (e provincia) quando sei vivo, internet, privacy

L’uomo che si spogliò per rivestirci

Citizenfour (Laura Poitras, 2014; Oscar al miglior documentario).

Quando dopo un quarto d’ora di film improvvisamente compare – sulla poltrona di quell’anonima stanza d’albergo che abbandonerà soltanto negli ultimi minuti – non possiamo che identificarlo: a distanza di appena tre anni il suo volto è diventato un’icona inconfondibile. Ma questo Edward Snowden ancora non lo sa. Su quella poltrona, è ancora semplicemente Citizenfour: un tizio affabile, dalle idee chiare e dalla parlantina sciolta che ha appena disertato, tradendo la fiducia del suo Paese e del suo datore di lavoro. Sa che non tornerà mai più a casa. Sospetta che verrà arrestato e rinchiuso a tempo indeterminato, come Chelsea Manning. Ci parleresti di te?, gli chiede Glenn Greenwald. Snowden all’inizio nicchia: non vorrebbe attirare l’attenzione su sé stesso. Quel che importa davvero è nei file, e nell’enorme significato che quell’enorme raccolta di dati sensibili ha per tutti i cittadini del mondo. Bisognerebbe parlare di questo. Ma la Poitras continua a stringere l’obiettivo su di lui.


Citizenfour è un documento e un paradosso: la regista invitata a documentare l’eroico atto di ribellione di uno dei più grandi paladini della privacy, per fare bene il suo lavoro non può che lederne la privacy. È lo stesso Greenwald, in una scena successiva, a difendere l’approccio: solo la trasparenza assoluta può togliere argomenti a chi accuserà Snowden di spionaggio, di complotti, di intelligenza col nemico. Dichiarare subito il nome, il cognome, raccontare la storia, spiegare le motivazioni: Snowden non vorrebbe, ma da semplice tramite di informazioni preziose deve trasformarsi in contenuto. Può essersi giocato la carriera e la libertà per difendere la nostra privacy, ma la sua è finita per sempre. La Poitras lo mostra a letto, in bagno, lo spia mentre si veste; documenta gli istanti esatti in cui il mondo si accorge di lui, attraverso i telegiornali che lo stesso Snowden ispeziona dal televisore di quell’anonima stanza d’albergo che è diventata da un momento all’altro il luogo più caldo al mondo. Nessun documentario su un divo musicale o televisivo è mai stato così vicino al suo soggetto nel momento in cui dall’anonimato viene assunto nell’empireo dei personaggi globali, quelli il cui volto viene proiettato sugli schermi dei grattacieli (continua su +eventi!)

delitti e cronaca, giornalisti, giustizia, privacy

Il mattino ha Gramellini in bocca

Come forse saprete, la settimana scorsa un giudice ha revocato il regime di semilibertà a una detenuta che lo aveva ottenuto dopo nove anni, perché Massimo Gramellini aveva reso noto sul suo Buongiorno che la detenuta si era fatta delle foto in cui sorrideva, e le aveva messe su facebook (account privato sotto pseudonimo). Secondo Gramellini questo è una prova che non era stata abbastanza in galera: e siccome se lo pensa Gramellini lo pensano in tanti, anche il giudice molto presto se n’è convinto. 

[Update: mi hanno fatto notare che l’articolo di Gramellini è stato pubblicato nello stesso giorno in cui il giudice ha revocato la semilibertà, e che quindi la sua opinione se la deve essere formata su articoli precedenti, e non sul Buongiorno di Gramellini].

Il fatto che un giudice possa revocare un regime di semilibertà dopo aver sentito il parere di Gramellini, se ci pensate, è uno di quei piccoli fatti assurdi, e tipicamente italiani, che appena li scopre Gramellini ci scrive sopra un Buongiorno: invece stavolta no, è passata quasi una settimana e G. non ha ancora voluto riparlarne. Come mai? La redazione di Leonardo, coi suoi subdoli mezzi, è entrata in possesso di un leak straordinario: la cartella bozze di Gramellini. La pubblichiamo così com’è, uno sguardo senz’altro indiscreto ma interessantissimo nel cestino della carta straccia di un grande giornalista italiano. 

Mai mi sarei aspettato che 

Ok, sono stato uno stronzo

Anche il magistrato però –


Cioè il faccio il mio mestiere, non è che ne vada fiero ma

Mai mi sarei aspettato che il mio Buongiorno di due giorni fa causasse la revoca di un regime di semilibertà. Cioè io alla fine sono solo un cazzone giornalista che ogni giorno deve trovare una storiella e farci la morale, l’altro giorno dovevo scegliere tra il dibattito sul quorum referendario e un’assassina rumena in semilibertà che si spara i selfies. Mettetevi nei miei panni. Il giornale qualcuno lo deve anche vendere.

Cioè io scrivo un fondo e un giudice revoca una semilibertà? Ma è impazzito? Ma siamo tutti impazziti?

Da: gramellini@lastampa.it
a: *********@*******.it
Scusa se ti disturbo, ho appena letto che l’avvocato della Matei dice che il regolamento non le vietava espressamente di accedere a facebook da cellulare, e che quindi al giudice mancherebbe anche questo appiglio per revocare la semilibertà. Hai modo di controllare questa cosa? Vorrei tornare sull’argomento ma capisci che comincia a sentirsi odore di

Il Buongiorno di mercoledì è stato molto criticato. Qualcuno mi ha accusato di volermi sostituire al giudice, se non al legislatore. Avrei voluto rispondere nel mio solito modo sornione, quando un mentecatto di un giudice ha deciso di darvi ragione rimettendo la rumena in galera, ma in che cazzo di Paese viviamo cioè davvero io non lo so. 

Ma avete idea di cosa vuol dire – non puoi parlare male di Renzi e non puoi parlare male degli avversari di Renzi. Se parli male dei vigili, i vigili si lamentano. Se parli male degli insegnanti apriti cielo. Alla fine vi stupite se una mattina mi scappa di prendermela con una rumena in semilibertà. Non si scrive mica da solo quel cazzo di Buongiorno tutte le mattine.

Vorrei chiedere scusa a Doina Matei, di cui ho voluto approfittare una mattina in cui non avevo niente di meglio da dire perché perché perché i  miei lettori sono dei fascisti di merda e io gli devo dare da mangiare tutte le mattine tutte le mattine spalare merda nelle fauci di quei fascisti cannibali basta dio basta. 

Chiedo scusa a Doina Matei: mai mi sarei aspettato che il mio Buongiorno di quattro giorni fa la riportasse tra le sbarre. Io volevo solo lisciare un po’ il pelo a quei fascisti dei miei lettori riflettere su quel mistero che è la certezza della pena in Italia. Ma l’idea che le mie parole siano investite di tanto potere da poter riportare una persona in prigione – anche un’assassina, d’accordo, ma se avessi voluto fare il giudice avrei studiato giurisprudenza e adesso non starei diluendo fascismo per i lettori benpensanti

Argomenti Buongiorno aprile

  • Chiedo scusa alla Matei
  • Il libro di Sorgi in cui vendono il Colosseo (originaaaaale!) “Il libro di Sorgi minaccia di aprire un filone. Il Colosseo sì e la Torre di Pisa no? “
  • Il cazzo di dibattito sull’astensione
  • Chiedo scusa alla Matei
  • L’app del Comune di Roma è un flop
  • Mi vergogno a chiedere scusa alla Matei
  • Dicono che è l’aprile più caldo di sempre ma ieri tirava vento, mi sta colando il naso


Voi però non avete idea di cosa voglia dire, venti righe al giorno. E devono sempre essere lisce, parallele all’encefalogramma di voi lettori, non avete idea. Sto andando in analisi, rendetevi conto. L’altro giorno mi ha detto: “Ma cerchi di rimettersi un po’ in connessione col mondo, si legga un po’ i giornali” “Ehm, dottore, guardi che…” “No, sul serio, sui giornali c’è gente che ogni giorno riesce a scrivere qualcosa di simpatico e non troppo pessimista” “Ma veramente, dottore…” “Il migliore secondo me è uno che scrive sulla Stampa, un certo Gamellini, Garmellini…” “Gramellini”. “Esatto“. “Dottore, sono io Gramellini”. “Ah… però, complimenti!” “Grazie”. “E di cosa scriverà domani?” “Pensavo di rivelare al mondo che una tizia che è rimasta in galera per nove anni per aver causato la morte accidentale di una donna durante una colluttazione, ebbene questa tizia dopo aver ottenuto grazie alla buona condotta un regime di semilibertà è andata in spiaggia – dopo nove anni! – e si è fatta un selfie mentre sorrideva”. “E allora?” “Pensavo di dire che evidentemente è stata in galera troppo poco, altrimenti non sorriderebbe”. “Ma non trova che sia un po’ esagerato? In fondo qualche lettore potrebbe anche provar pena per una donna che ha scontato già nove anni di…” “È rumena”. “Ah, vabbe’, allora“.

Tra l’altro a rileggerlo che Buongiorno di merda.

Quelle immagini indignano e il moralismo non c’entra“. No macché, non c’entra proprio, guarda. “Neanche il desiderio di vendetta” Ma infatti. “C’entra la sensibilità“. La sensibilità di un voyeur che va a cercarsi il profilo segreto di una detenuta in galera da nove anni, per controllare se per caso non c’è uno scatto in cui sorride, così lo mette sul giornale e poi magari va a domandare ai parenti della vittima cosa ne pensano, e questo è il mio mestiere. Il mio mestiere. Buongiorno. Buongiorno.  

Cari lettori, credo che questo sarà il mio ultimo Buongiorno. Tanto tra un po’ faranno un foglio unico e al mio posto ci possono pure mettere Michele Serra che si scola i fiaschi di Petrini. Da piccolo, quando sognavo di fare il giornalista, speravo di cambiare il mondo. Ci sono riuscito, per esempio la settimana scorsa una donna poteva farsi un selfie davanti al mare, poi sono arrivato io e adesso è tornata in galera: il mondo si cambia anche così. Cose di cui andar fiero. Volevo dirvi che parto per un paese più semplice, uno dove non ci siano troppi specchi che riflettano la mia facciona da c

Gli scienziati dicono che è l’aprile più caldo di tutti i tempi (ma come faranno poi a saperlo?) Anche marzo è stato il marzo più caldo di tutti i tempi. Anche febbraio. E gennaio. Insomma, il trend va avanti da un po’. Eppure ieri sono uscito in maniche di camicia e dopo un po’ starnutivo anche se

già, i piumini. 

Il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca

“Mi scusi, però, c’è qualcosa che non mi torna…”
“Dica”.
“Come fa a sapere che questa rumena si è fatta un selfie?”
“Lo ha condiviso su facebook”.
“Su un profilo pubblico?”
“No, privato”.
“E lei quindi è suo amico su facebook?”
“Io? E perché mai. No, no”.
“Ma allora, mi scusi, come può sapere che la signorina si è fatta un selfie?”
“Alcuni miei colleghi sono riusciti a trovare l’account”.
“Ah già, del resto basta avere nome e cognome”.
“No, usava uno pseudonimo”.
“Il che forse è illegale?”
“Non hanno saputo dirmelo”.
“Ma insomma, giusto per capire… i suoi colleghi sono riusciti a rintracciare un profilo di una detenuta, hanno trovato foto in cui sorride, e le hanno pubblicate?”
“Sì”.
“Non è reato?”
“Non hanno saputo dirmelo”.
“E lei userà queste foto per…”
“Per fare la morale, sì, è il mio lavoro”.
“Direi che la seduta è finita”.
“Non è un po’ presto?”
“Può darsi. Ah, è finita anche la terapia”.
“Cioè sono guarito?”
“Direi di no, ma lei mi sta facendo troppo schifo perché io possa continuare a lavorare con lei, capisce”.
“Capisco, sì”.
“Potrebbe andarsene immediatamente? Il sentimento di repulsione che nutro per lei cresce a ogni istante”.
“Vado, vado. Buon…”
“Taccia per favore, addio”.

Cara Doina,
fino all’altro giorno non mi conoscevi, adesso probabilmente mi odi. Vorrei dire che ti capisco, è normale, anch’io un po’ mi odio. Come forse avrai capito, io non intendevo istigare un magistrato a rimetterti in galera. Dovevo soltanto fare il mio spettacolino quotidiano, a uso e consumo dei lettori. 
Cara Doina, odiami pure, ma considera una cosa: tra qualche anno tu sarai libera. Non abbastanza libera da poter aprire un account su facebook a tuo nome, quello probabilmente mai: ma abbastanza libera per rifarti una vita. Quel giorno io sarò ancora qua, alla mia postazione, a sudar freddo per distillare il mio milligrammo quotidiano di fascismo per il mio pubblico benpensante. Ci credi se ti dico che un po’ t’invidio? No, non ci credi, perché sono un giornalista italiano. Non hai tutti i torti. Anzi non ne hai nessuno. 

internet, privacy, scuola

Zuckerberg è triste xke’ vuoi le foto indietro

http://www.ilpost.it/2014/12/02/messaggio-privacy-bufala-facebook/

Un’altra cosa che dovremmo fare a scuola è prevenzione del cyberbullismo, un nome sofisticato e respingente che sta a significare che se lasci il tuo telefono in tasca senza pin, il tuo compagno se lo porterà in bagno, scaricherà tutti i tuoi selfie, venderà le pose migliori a una webagency che cerca foto acqua e sapone per reclamizzare cure omeopatiche antibrufoli e posterà le più piccanti su un pedoforum. No, non lo farà.

Ma potrebbe.

Ma in realtà non c’è nemmeno bisogno, perché in un’altra scuola qualche anno fa – forse avete già visto il film – un ragazzo un po’ più sfigato degli altri ha pensato: sfilare i telefoni dalle tasche delle ragazze è troppo sbatti, sai che farò? Le convincerò a mandarmi le foto direttamente a casa, su un sito molto cool che aprirò. Prima dovranno sottoscrivere un contratto lunghiiiiiiissimo e illeggibile in cui c’è scritto che qualsiasi cosa mi mandano diventa mio, e posso farne ciò che voglio, e anche dei loro figli e dei figli dei loro figli fino alla settima generazione. No.

Ma potrei farlo.
E loro lo sottoscriverebbero lo stesso.
Basta premere “OK”.

Quel sito – lo sanno tutti – è diventato Facebook, lo sfigato si chiama Zuckerberg e adesso è miliardario. Quindi non si tratta tanto di andarsi a leggere il contratto – ché lo cambiano in continuazione, e noi ogni volta premiamo “OK” e non lo leggiamo mai – ma di assorbire il concetto: quella non è l’Internet liberata di cui si parlava fino a qualche anno fa, quello è il sito di Zuckerberg: e sta ben tranquillo che anche se Zuckerberg tiene in un posticino ventilato su un server tutte le foto del battesimo di tua nipote senza farti pagare un cent, questo non fa di lui un benefattore dell’umanità. Questo fa di lui, semplicemente il tizio che possiede le foto del battesimo di tua nipote. Tu le hai scattate, tu gliele hai regalate, lui le possiede. Tutte le volte che le vuoi vedere, lui è così gentile da mostrartele nello stesso ordine in cui gliele hai mandate tu: è una gran concessione che ti fa. Ma se un giorno volesse venderne una a un pubblicitario che cerca un testimonial per un omogeneizzato, o a un artista concettuale che vuole creare un enorme gallery di bambini brutti, lui… lui probabilmente non lo farebbe.

Ma potrebbe.

Forse sta scritto nel contratto che hai sottoscritto. Forse no, ma potrebbe riscriverlo domani e passarti una notifica nell’angolino: “Ehi, ho cambiato le norme sulla privacy, me le sottoscrivi? Mi raccomando, eh, leggile”. E tu premerai OK. Ci fosse scritto “Cedo il mio primogenito”, tu premeresti OK lo stesso (è successo), perché vai di fretta e vuoi solo sapere come stanno i tuoi amici e se X si è accorto che ti sei ricordato del suo compleanno.

Allora noi a scuola questa cosa stiamo cominciando a spiegarla, nella speranza che poi i ragazzi vadano a casa e la spieghino a voi genitori che francamente a volte fate cadere le braccia. No, non sto dicendo di te. No, nemmeno di te. Ma li avrete visti anche voi quelli che l’altro giorno postavano il seguente messaggio:

A causa del fatto che Facebook ha scelto di includere un software che permette il furto di informazioni personali, dichiaro quanto segue: oggi, giorno 25 novembre 2014, in risposta alle nuove linee guida di Facebook e articoli l. 111, 112 e 113 del Codice della proprietà intellettuale, dichiaro che, i miei diritti sono associati a tutte le mie informazioni personali, dipinti, disegni, fotografie, testi, ecc… postati sul mio profilo. Per l’uso commerciale di quanto sopra, è necessario il mio consenso per iscritto in qualsiasi momento.

E blablablà. E guardate che non erano ragazzini. Io tra gli altri ho intravisto un professore universitario. Pure lui evidentemente non ha mai dato tanta importanza al contratto che ha sottoscritto per accedere a Facebook; pure lui ha copincollato “articoli 111, 112 e 113 del Codice della proprietà intellettuale” senza perder tempo a chiedersi se tale Codice in Italia esista (non esiste); anche lui, dall’improvviso ha sentito la necessità di reclamare dei “diritti” sulle “informazioni personali, dipinti, disegni, fotografie, testi, ecc…” che per anni ha regalato a Zuckerberg; e ci ha fatto sapere che da questo momento in poi Zuckerberg per usare la roba sua sul suo server dovrà chiedergli il suo “consenso per iscritto”, nientemeno.

Immaginatevi la disperazione, in quel momento, sul volto di Zuckerberg.

Inconsolabile.

Ma come, dopo tutte le foto di bambini e i video di gatti che abbiamo condiviso, mi lasci così? È davvero molto triste. E dici che adesso io non posso più sfogliare il book di tua figlia e vendere gli scatti migliori a una webagency che cerca foto acqua e sapone per reclamizzare i servizi di prostitute di prossimità? No, dai, scherzo, non lo farei mai.

Ma sul serio, credi che non posso?

futurismi, internet, privacy

Alla fine scegliemmo il nero

Libertà è schiavitù

“Buonasera a tutti, dunque, se vi è capitato nelle ultime ore di sentire che la vostra marca hi-tech preferita spia i movimenti dei suoi clienti, ebbene, spero che non siate corsi a gettar via il vostro laptop o a bruciare il vostro telefono, perché le cose non stanno proprio così, vero Paul?”
“No, non stanno proprio così”.
“Paul è un addetto stampa della vostra marca hi-tech preferita, ed è venuto a spiegarci di cosa si tratta”.
“Beh, è presto detto. Ogni volta che un nostro dispositivo accede a una rete di telefonia mobile, esso salva le sue coordinate geografiche su un file”.
“Questo file rimane nel dispositivo”.
“Beh, se sincronizzi il dispositivo a un computer… passa al computer”.
“Ma non è che ogni tanto questo file venga inviato in automatico ai vostri server…”
“Ma no, assolutamente, eheheh”.
“Prego”.
“Scusi, oddio che imbarazzo, è che… ihihih”.
“Le scappa da ridere?”
“Sì, e non capisco perché”.
“Può darsi che si tratti del caffè che le hanno offerto i ragazzi”.
“Un caffè? Ihih. Ma non capisco”.
“Ecco, è possibile che esso contenesse una trascurabile dose di pentothal”.
“Ohoh”.
“La cosa la preoccupa?”
“Beh, sì, molto”.
“Ora, la prego, ci dica la verità: la famosa marca hitech che tutti ammiriamo e veneriamo… ci spia?”
“Beh, è chiaro che lo fa, voglio dire, chi non ci proverebbe. Avete tutti in tasca un affare che si triangola con una rete di antenne disseminate sul territorio, in pratica vi mettete in tasca una cimice, potevate arrivarci da soli”.
“Quindi lei ritiene che anche i vostri concorrenti abbiano attivato dei sistemi analoghi per tracciare i loro clienti?”
“Sì, con la solita differenza”.
“E cioè?”
“Che il nostro sistema… funziona”.
“Ma perché lo fate? Qual è il fine ultimo di tutta la faccenda?”
“Il fine ultimo… beh, mi sembra ovvio”.
“Ce lo dica, allora”.
“La conquista del mondo, ahahah”.
“La vostra società vuole conquistare il mondo?”
“No, non… io non credo che la conquista del mondo sia un obiettivo previsto dal nostro amministratore delegato o dall’assemblea degli azionisti. Tanto più che il mondo è un luogo per lo più sporco e privo di eleganza, popolato da individui squallidi che usano dispositivi abominevoli”.
“Ma allora, ci scusi, perché…”
“E tuttavia è innegabile che la nostra tecnologia renda la conquista del mondo un po’ più semplice, così nel momento in cui un individuo, o un governo, o un ente intergovernativo, fossero interessati al prodotto, ecco, noi lo stiamo mettendo sul mercato”.
“Capisco. E… c’è qualcuno interessato?”
“Io non sono stato messo al corrente delle trattative, comunque…”
“Ci conferma quanto meno che qualche trattativa c’è”.
“Beh, una trattativa c’è sempre”.
“Qualcuno che vuole conquistare il mondo”.
“Magari solo un pezzo, sì”.
“Bene, Paul, lei è consapevole che questa intervista le costerà il posto”.
“Maledizione, sì”.
“Però in cuor suo dovrebbe ringraziarci, l’abbiamo resa famosa e ora grazie a lei un diabolico piano di conquista del pianeta è stato sventato”.
“Sventato? E perché?”
“Ma perché dopo aver sentito questa intervista, milioni di utenti in tutto il mondo spegneranno i loro cellulari e i loro tablet e…”
“No, non credo che lo faranno”.
“Scusi, crede che a loro piaccia essere spiati?”
“Ma certo. Lo sa cosa fanno on line, per lo più? Aggiornano il loro profilo facebook, ecco quel che fanno. Il più delle volte sono su un social network a spiegare dove sono e cosa stanno facendo. Sono tutti alla disperata ricerca di qualcuno che si interessi di loro, di qualcuno che li tracci”.
“Senta, su facebook decido io cosa rivelare e cosa no”.
“Ahahah. Mi scusi. È il pentothal”.
“…sì, va bene, forse facebook è l’esempio sbagliato, forse non è il più trasparente dei social network, però… voi avete tracciato milioni di vostri clienti in tutto il mondo! Senza avvertirli! Non la passerete liscia”.
“Beh, può anche darsi che qualcuno getti via il suo dispositivo. Non è un grosso problema, sa perché?”
“Sentiamo”.
“Ecco, io in realtà ero venuto a dirle questo. In anteprima. Sta per uscire il nuovo modello! Con dieci giga in più e tre etti in meno!”
“E non traccia più i movimenti?”
“Certo che li traccia! Con molta più precisione, infatti ora usiamo il gps!”
“E allora nessuno lo vorrà”.
“Ho qui il prototipo nella valigetta”.
“Ah sì? Possiamo dare un’occhiata?”
“Beh, non so, a questo punto forse non vale la pena”.
“Ma così, per dovere di cronaca… o mio Dio”.
“Bello, eh?”
“Quanto è sottile. Quanto è sottile”.
“Le batterie durano una mezz’ora in più. Ora non mi dica che non lo desidera”.
“Con tutta l’anima… eh, no, aspetti, non ha senso. È un aggeggio diabolico, praticamente può dirvi in qualsiasi momento dove mi trovo sulla terra”.
“E non ha ancora visto il modello nero”.
“Ah, lo fate anche nero?”
“Sì, è più virile”.
“Ma insomma! Non ha senso! Ne ho comprato uno sei mesi fa!”
“Uno vecchio, intende”.
“Già”.
“Perché adesso è vecchio, capisce? Basta dare un’occhiata a questo per rendersene conto. Quello era tutto spigoli”.
“Sei mesi fa andavano gli spigoli”.
“Questo invece, guardi com’è liscio”.
“Uff, è proprio liscio liscio… però mi spia…”
“E che sarà mai…”
“Insomma, per chi m’ha preso? Crede che io sia un bambino? Crede che siamo tutti bambini, che sia sufficiente qualche variazione nel design per farci rinunciare alla nostra privacy? Non comprerò mai più un vostro prodotto”.
“Dimenticavo, ha il tracciamento oculare”.
“E cosa sarebbe il tracciamento…”
“Non c’è più bisogno di toccarlo. Può spostare il cursore col movimento delle sue pupille”.
“Non ci credo”.
“Guardi qui un attimo…”
“Ouch”.
“Ecco fatto. Adesso apra il browser”.
“Come diavolo faccio ad aprire il browser se ce l’ha in mano lei… O mio Dio”.
“Vede? Semplice e intuitivo”.
“Sto… sto navigando con la forza del pensiero!”
“Non proprio. Non ancora, perlomeno. Comunque con le ciglia può azionare un sistema di riconoscimento che identifica i dieci siti più visitati con dieci movimenti delle palpebre. È molto più difficile spiegarlo che usarlo, come sempre. In pratica lei fa l’occhiolino e apre la sua posta. Guarda in basso e scrolla la pagina. Eccetera”.
“Incredibile. Ahi!”
“Ha sentito una fitta alle tempie?”
“Sì”.
“Non si preoccupi, ci si fa l’abitudine, è il log cerebrale”.
“Eh?”
“In pratica il dispositivo sta scansionando le sue sinapsi, è una cosa che fa quando si connette, e poi di tanto in tanto”.
“Ma è legale?”
“Beh, sarà scritto un po’ in piccolo nella pagina del contratto”.
“Anche questo è funzionale alla conquista del mondo, immagino”.
“In senso lato. Probabilmente dopo aver mappato un bel po’ di reti neuronali avremo a disposizione un’enorme mole di informazioni sul cervello umano che potremo usare per realizzare dispositivi sempre più potenti”.
Ahi”.
“Sente? Lo ha rifatto. Inoltre riusciamo già da ora a condizionare i nostri utenti, mediante una serie di impulsi che vanno dal doloroso al piacevole”.
“Ahi”.
“Non pensi troppo veloce, è peggio”.
“Ma c’è un modo di spegnere… ahi!”
“Sì, c’è un modo, ma il solo pensarci diventa doloroso. Pensi a delle cose belle”.
“Ah”.
“Va già meglio, vede? Ha già deciso come lo vuole? Bianco o nero?”
“Io… non saprei. Bianco è più pulito”.
“Giusto”.
“Una volta facevate cose più bianche”.
“Il nero però è più virile”.
“Decisamente”.

(L’immagine è rubata da qui)

Berlusconi, giornalisti, privacy

Il PornoSilvio

(Mentre a voi ormai non frega più niente, la redazione di Leonardo continua a snocciolare le Dieci Intercettazioni Che Ci Hanno Fatto Sognare). (Mamma, questo pezzo contiene termini espliciti).

2. Devi toccarti con una certa frequenza

Berlusconi, lo sapete, può negare qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Non ha mai difeso l’evasione fiscale; non ha mai detto che siamo in crisi; non ha nemmeno mai detto che siamo fuori dalla crisi. Potrebbe giurare sui suoi figli di non averli mai avuti – è una delle tante cose che ormai non ci sorprendono più. Ben più interessante diventa notare i fatti che non ha mai negato.

Per esempio: non ha mai veramente negato di avere passato una notte con Patrizia D’Addario, sul lettone di Putin. E dire che gli sarebbe costato poco. Il registratorino della D’Addario era obsoleto, i nastri di qualità scadente. Quello che abbiamo inteso nel fruscio potrebbe essere Berlusconi, ma anche un imitatore. Ce ne sono. Berlusconi avrebbe potuto gridare al complotto: era la sua parola contro quella di una donna dalla vita complicata. I lettori dell’Espresso non gli avrebbero creduto, ma quelli del Giornale sì. Ma Berlusconi non ha mai negato. Sì, quella notte lui era atteso alla fondazione italo-americana taldeitali per la veglia delle elezioni presidenziali, e invece è rimasto a Palazzo Grazioli a darci dentro.

È il luglio 2009: l’estate è al suo culmine. Il sexgate berlusconiano va avanti da mesi – mesi di preliminari sfibranti, scanditi dalle dieci martellanti domande che tutti i giorni Repubblica ripubblica. Dai primi approcci primaverili, quando il sorriso di una neo-diciottenne napoletana aveva fatto divampare la passione morbosa dei lettori, l’attenzione si è spostata e diluita in diverse zone erogenee: i festini sardi con Topolanek, la polemica sugli aeroplani di Stato, il divorzio… ma il bello deve ancora venire, e i lettori lo sanno. Da qualche parte c’è un’intercettazione porno con Silvio protagonista: è scritto tra le righe, prima o poi uscirà. Deve uscire. Uscirà. Eccola che esce… oooooooooh, è uscita. C’è Silvio a letto con un’escort. C’è Silvio che le mostra i suoi meteoriti e le sue tartarughine, disegnate da lui, Silvio che si vanta d’essere “in-su-pe-ra-bi-le” perché è così vecchio che gli capita di partecipare per la seconda volta allo stesso summit. C’è Silvio che scopre trenta tombe fenicie e le copre con un laghetto di cigni. E soprattutto c’è Silvio che dispensa consigli per raggiungere l’orgasmo: “Mi posso permettere?” (la versione famigliare del famoso “mi consenta”) “Tu devi fare sesso da sola… Devi toccarti con una certa frequenza”.

E anche per noi lettori questo è il climax. Vediamo le stelle, e un attimo dopo ci ritroviamo giù. Non ce ne frega più niente. Agosto proseguirà stupidissimo, con le solite polemiche leghiste, i dialetti, la bandiera, tristezze postcoitali. Con la D’Addario finisce il sexgate: abbiamo goduto? Mmmmsì, ma ripensandoci, a mente fredda, ci hanno proprio fottuto. Eravamo entrati eccitati, il poster ci prometteva una scena a tre con due ministre, e invece ci hanno propinato un tristissimo pornazzo anni Ottanta con una finta bionda stagionata. Che fine ha fatto la vera porno-intercettazione, quella di cui si parlava già da un anno, quella che davvero si meritava il secondo posto? Quel colloquio tra giovani ministre che si scambiano dettagli intimi sul premier? Che fine ha fatto la scena sadomaso con “rapporti anali non graditi”e “consigli fra donne su come abbreviare i tormenti di una permanenza orizzontale pagata come pedaggio”? Sto citando Paolo Guzzanti, uno dei fortunati che hanno avuto accesso al privé.

“I dettagli sono centinaia e non sono io che li nascondo, perché io sono soltanto uno cui alcuni lettori dei verbali (persone serissime, uomini e donne, tutti della stessa area di centro destra) hanno raccontato ciò che hanno letto”.

Beati loro. A noi, invece i fruscii e clicchettii della D’Addario, la noiosissima conferenza sul patrimonio artistico “3500 chiese, 2500 siti archeologici, pari al 52% di tutte le opere d’arte catalogate al mondo”… avete un bel da dire che con la nuova legge non ci faranno più ascoltare quello che volevamo. Non abbiamo mai potuto ascoltare davvero quello che volevamo. Abbiamo sempre e solo ascoltato quello che volevano che ascoltassimo. “Ore e ore di tormenti in attesa di una erezione che non fa capolino”? No. “Sai da quanto tempo non faccio sesso da come ho fatto con te stanotte?” Sì.

Delle pornoministre si chiacchiera da anni. Quand’è che le “persone serissime”, “della stessa artea di centro destra” tireranno fuori il frutto proibito? Ogni estate sembra la buona, ogni scazzo tra notabili al governo sembra promettente, e invece, macché. E dire che basterebbe mettere qualcosa di anonimo su internet, poi chi vuole capirà. Più o meno è quello che pensava D’Agostino nel 2008, quando in un blog trovò un dialoghetto stentato tra Berlusconi e Confalonieri, così grezzo e fastidioso che lo considerò verosimile. Il grande segugio del gossip si fece infinocchiare da un Berlusconi che diceva: “preferivo farmi di nuovo il Lodo Mondadori che non riuscire a farmelo succhiare dalla Mara”. Quando gli fu chiara la figuraccia, minacciò di denunciare il blogger. Il segugio del gossip.

Il fiorire di apocrifi dimostra quanto ormai le intercettazioni siano un genere letterario. Non verità: ri-creazione. Con il nastro D’Addario, l’“utilizzatore finale” Berlusconi modifica il nostro immaginario, sostituendo al personaggio di vecchio bavoso, praticamente impotente, frustrato frequentatore di minorenne, una sex machine, uno che “all’inizio” fa un “dolore pazzesco” (D’A.), e poi va avanti tutta la notte, un duro che dura (e intanto alle lolite si sostituiscono le rassicuranti professioniste consumate).

Queste variazioni nello spettro dell’astro-Berlusconi si osservano meglio studiando i suoi satelliti. L’eccentrico Feltri, in giugno, aveva tentato la difesa più scomoda: Berlusconi non può essere un cacciatore di minorenni, per sopraggiunta senilità. Per risultare ancor più convincente Feltri si era messo in gioco in prima persona, ammettendo di “frequentare da alcuni anni gli urologi”: confessione sbalorditiva per un maschio italiano di destra.

È tutto vano: non è così che si liscia il pelo al capo. Feltri lo capisce alla svelta e tre giorni dopo liquida la linea “buonanotte al sesso” titolando “Siamo tutti Berlusconi”, dove “Berlusconi” è da leggersi definitivamente come “irriducibili puttanieri”. Ma non si fermerà qui. In estate allegherà a “Libero” un libretto dedicato allo scandalo intercettazioni, scritto a quattro mani con un’altra berlusconiana eccentrica, Daniela Santanché. Anche in questo caso la didascalia è più eloquente di qualsiasi discorso: il Berlusconi di Libero è un enorme, irresistibile oggetto sessuale, che sfoggia il suo cellulare come un telecomando. E con quel telecomando fa quello che ha fatto per trent’anni: ci cambia i programmi. Noi volevamo le pornoministre, ecco il Silvio pornostar. Sul finire dell’estate Feltri e la Santanchè terminano la loro orbita eccentrica e tornano alla casa del Capo. Feltri festeggerà il ritorno sul Giornale accusando il direttore di Avvenire di essere un “omosessuale attenzionato”. È chiaro il messaggio? Chi non è con Silvio non è un uomo. Il caso Marrazzo chiarirà ulteriormente.

Le altre puntate:
Berlusconi, giornalisti, privacy, scandalismi

Le 10 intercettazioni che meritavano (5-3)

Il decreto anti-intercettazioni sarà la morte del giornalismo italiano come lo conosciamo? Boh, chissà. Invece di ragionarci su, la redazione di Leonardo ha raccolto le 10 Intercettazioni Che Ci Hanno Fatto Sognare. Occhio che si entra in zona podio…

5. Quel pezzo di merda di quella vecchia troia.
È anche colpa dei vip, diciamolo. Perché straparlano al cellulare? Non possono essere più criptici? Non possono prendere esempio da… Vittorio Emanuele di Savoia? Lui nel marzo del 2006 sa benissimo di avere il telefonino “più ascoltato d’Italia”. È per questo che coi suoi soci in affari parla esclusivamente in un codice cifrato. È per questo che, malgrado gli ultimi rinvii a giudizio, a distanza di anni non abbiamo capito esattamente di cosa fosse colpevole. Chissà cosa intendeva veramente, quando diceva che al Casinò di Campione “ci sono quattro sacchi di soldi”. Chissà cosa stava chiedendo realmente Sua Maesta, quando chiede “una pucchiacca” o “una suora” per lunedì, perché deve fare “un salto in Vaticano”. E i sardi che “fanno schifo” e “puzzano”? Ci avete creduto davvero? Ma sul serio, è possibile pensare che a una raccolta fondi per le vittime di abusi sessuali quei due fantastichino di trovare “delle belle bambine, così le…” E quella “comunista di merda” “che ha fatto morire il nostro capo dei servizi segreti”, quella che “bisognerebbe portarla in una caserma di alpini e poi darla agli alpini che se la sollazzino”? Tutti subito a pensare alla Sgrena. E invece chissà di cosa si trattava. E le flebo del principe per il Terzo Mondo?

Avvocato: “E’ roba per il terzo mondo, per cui non dico roba tarocca ma di basso costo, in barba a qualsiasi brevetto”.
Narducci: “Ecco per esempio abbiamo un’azienda legata al principe che fa anche le flebo”.
Avvocato: “Tieni conto che deve essere roba di bassissimo costo perché è per il terzo mondo”.
Narducci: “Bassissimo costo, è acqua e zucchero”. 

Chissà di cosa parlavano davvero. Ma il messaggio più enigmatico di tutti, a distanza di anni, resta questo:

Veltroni è un comunista, però è molto intelligente, eh?

Mai quanto il nostro erede al trono preferito. Incarcerato all’Aquila, nella prima notte cade dal letto a castello; poi rapidamente si ambienta e… ricomincia a straparlare. Senza che nessuno gli chieda niente di niente, riesce a farsi intercettare in cella mentre confessa un omicidio per cui era stato scagionato vent’anni prima. E uno si chiede: ma sul serio noi italiani avevamo un genio del genere, una risorsa così… e lo abbiamo tenuto in esilio per cinquant’anni?

Anche se avevo torto… devo dire che li ho fregati. È davvero eccezionale: venti testimoni, e si sono affacciate tante di quelle personalità importanti. Ero sicuro di vincere. Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era steso, passando attraverso la carlinga.

4. Come uno che manda una raccomandata… e lui mi ha messo una bomba, ah ah! Perché non sa scrivere!

Questa in realtà meritava il podio. È un nastro antichissimo (1986), tornato in auge negli ultimi mesi. Parte del suo fascino deriva proprio da quella patina d’antico, come i colori sballati delle vecchie polaroid. Rimpianti per un passato che si meritava un presente migliore. Per esempio, si sente Berlusconi, ma ha una cadenza più svelta e milanese, e un quarto di secolo in meno. Assomiglia al nostro SB, e allo stesso tempo è del tutto diverso. Non gli stanno tirando statuette in faccia, no: le bombe, gli tirano. E lui che fa, si lamenta? Macché, ci ride su. Gli basta dare un’occhiata al chilo di polvere nera,”una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto”, per capire chi è stato (Mangano) e cosa vuole (un posto da stalliere?) E che vuoi che sia una minaccia mafiosa per uno squalo come lui: roba da farci due risate con Marcello e con Fidel. È da un’intercettazione così che capisci che carisma doveva sprizzare SB nei suoi anni ruggenti. Le bombe gli esplodono intorno e non gli tolgono il malumore, anzi: gli tengono compagnia. “La povera Veronica è qui esterrefatta”. Aveva trent’anni, Confalonieri si stupisce che possa essere gelosa di un uomo che ne ha già… cinquanta.

3. Non è che c’è un terremoto al giorno!
Eh, magari. È l’intercettazione più recente, quella che è valsa la gogna mediatica per i due cacciatori di appalti Piscicelli e Gagliardi. Rei non tanto di aver lucrato sulla “ricostruzione” dell’Aquila, ma soprattutto di averne riso, nel loro letto, alle tre del mattino, mentre studenti e pensionati morivano intrappolati nel cemento male armato. E questo noi italiani non lo possiamo assolutamente consentire – non il terremoto, neanche la speculazione: ma che si possa ridere nel proprio letto mentre la gente muore. Speculate pure sulle vittime di un terremoto, ma almeno vestitevi a lutto, piangete a voce alta, pagate qualche prefica, perché gli italiani amano sentir chiagnere mentre li si fotte. Detto questo, ridere dei morti è un reato? Negli ultimi giorni su LeftWing si è riaperto il dibattito:

Senza le intercettazioni, ha detto Gramellini, non avremmo saputo nulla di quegli imprenditori che ridevano del terremoto. Ecco, è vero: non l’avremmo saputo. Non essendo però ancora previsti nel nostro codice i reati di cattiveria, cinismo e avidità, per quale ragione, domandiamo, la famosa “opinione pubblica” avrebbe avuto il diritto di conoscere il contenuto di quella telefonata?

Già, per quale diritto? Per nessun diritto. Le intercettazioni non sono un diritto. Non abbiamo nessun diritto di conoscere il cinismo e l’avidità del prossimo nostro… però ci piace. Le intercettazioni sono un lusso. Forse un vizio. Forse stanno al buon giornalismo come la pornografia sta all’amore. Per quale motivo la famosa opinione pubblica dovrebbe guardarsi un porno ogni tanto? Perché ne ha voglia, perché esiste, perché è divertente. È un suo diritto? Non credo. Non lo so. Però so che quando gliele toglierete sarà triste, l’opinione pubblica.

Ricapitolando:
10) Abbiamo una banca
9) I furbetti del quartierino
8) Imballati o sfusi, frega niente
7) Un personaggio importantissimo della politica ..a transessuali…
6) E che cazzo! finalmente uno che sbaglia!
5) Quel pezzo di merda di quella vecchia troia.
4) Come uno che manda una raccomandata… e lui mi ha messo una bomba!
3) Non è che c’è un terremoto al giorno!

privacy, scandalismi

Le 10 intercettazioni che meritavano (7-6)

La legge sulle intercettazioni sarà la fine del giornalismo italiano come lo conosciamo? Nel dubbio, la redazione di Leonardo vi presenta le 10 Intercettazioni Che Ci Hanno Fatto Sognare

10) Abbiamo una banca
9) I furbetti del quartierino
8) Imballati o sfusi, frega niente

7) Un personaggio importantissimo della politica ..a transessuali…
Il fotografo Max Scarfone ha scoperto i turpi passatempi di Silvio Sircana, braccio destro del presidente Romano Prodi. Lo ascoltiamo mentre ne rende conto al suo agente, Fabrizio Corona. Il risultato è un’intercettazione al quadrato: in un colpo solo scopriamo il sordido mestiere del fotoricattatore e le inconfessabili pulsioni del portavoce.
Certe intercettazioni sono, per lessico e sintassi, di una banalità sconcertante. Sembra che qualcuno le abbia ridoppiate in post-produzione perché aveva paura che il pubblico del pomeriggio non capisse. Scarfone e Corona parlano esattamente come parlerebbero due paparazzi in una fiction. In poche righe si delineano i personaggi: il fotografo senza scrupoli che sta tallonando Silvio Sircana con l’ossessione di fare il colpo e svoltare, di “gettà le basi per un gran futuro”: vaga fantasia di lusso sfrenato in cui compare, banalissima, l’immagine della “bottiglia da champagne da novecento euro”. Corona, dal canto suo, non dice quasi niente, ma è quello che “ragiona” (“è il mio pane questo”): un genio del male. E pensare che magari manco sapeva chi fosse Sircana (infatti Scarfone si guarda bene dal dirglielo: cerca di venderlo come “un personaggio importantissimo della politica”, e a Corona viene in mente solo quello che comincia con la P).
In realtà Sircana, sconosciuto ai più, diventa famoso proprio dopo questa intercettazione. Ma era davvero “importantissimo”: qualche giorno prima era diventato portavoce unico del Governo Prodi. La solidarietà sbandierata da tutta la classe politica non basterà a restituirgli la faccia. Sarà lui stesso a chiedere la pubblicazione delle foto di Scarfone. Ne esce il ritratto malinconico di un uomo solo, il cui maximum di trasgressione è un puttantour in Volkswagen senza concludere. Non sarà più il portavoce di niente. Corona invece è diventato l’agente di sé stesso.

6) Io con simpatia a dire: “E che cazzo! finalmente uno che sbaglia!” http://dailymotion.virgilio.it/swf/video/x3z8x4_intercettazione-guttadauro-cuffaro_news
Vale la pena di ricordare che questa è la classifica delle dieci intercettazioni che ci hanno fatto sognare, non delle più utili ai magistrati. Le intercettazioni filtrate in tv, o sui giornali, o al cinema. Quelle di mafia meriterebbero una classifica a parte, anzi un libro a parte, anzi probabilmente qualcuno lo ha già scritto. Dovendo scegliere un personaggio su tutti, mi è sembrato giusto Totò Cuffaro: è anche grazie alle intercettazioni che oggi non fa più il presidente della Sicilia. In questa ambientale del 2001 (da La mafia è bianca) due mafiosi parlano di lui, e finalmente non sono due boss da fiction: non stanno complottando, piuttosto han l’aria di cazzeggiare amabilmente, e intanto ci offrono la chiave per capire il successo del personaggio nell’ambiente. In Totò, i mafiosi apprezzano l’umanità che resiste alla politica: perché lui non è come i soliti “cacarini”, è “una persona normale” con cui ci si può mettere d’accordo. Ma soprattutto è un “cristiano emotivo”, uno che ci mette il cuore, e a volte magari sbaglia, però… è così tenero quando sbaglia. Il vero realismo è nel dettaglio dissonante. Questi rudi uomini di affari e sangue, cresciuti alla morale del Silenzio, quando vedono il giovane Totò sbroccare in tv davanti a Giovanni Falcone vanno in sollucchero. Lui può fare quello che loro, ligi alle regole, non faranno mai: partecipare alla rissa mediatica, guardare Santoro e Costanzo a testa alta, e accusarli in diretta di “giornalismo mafioso”. Dieci anni dopo, il ricordo di quella memorabile figura a reti unificate è ancora limpido: a Samarcanda quella sera i mafiosi avevano trovato la loro mascotte.

Berlusconi, privacy

E al vostro funerale, applaudiremo

Save Private Silvio

Ma non vorrei che questa lunga e sofferta annata 2007/2008 terminasse prima ch’io abbia sciolto almeno un cantico agli eroi tranquilli del nostro tempo, i difensori della privacy che ci hanno difeso, per un anno intero, dalla morbosità impicciona della stampa schifosa e dei blog maldicenti.

Sto pensando a chi ha avuto il coraggio di non intervistare più Azouz quando lui stesso stava cercando di defilarsi, a chi ha subito cancellato le foto delle gemelline di Garlasco da ogni archivio, evitando loro, in un momento delicato della loro crescita, una brutta figura molto difficile da metabolizzare.

Sto pensando ai politici, agli opinionisti, che quando un cronista bavoso ha provato ad appoggiare un microfono al citofono della vedova e dell’orfano, hanno fermamente protestato, hanno scritto e detto parole di fuoco, ottenendo così che i nostri tg si liberassero di quel pietismo da terzo mondo.

Sto pensando a chi ha fatto il possibile, in tv e sui giornali, per difendere l’immagine di privati cittadini come Meredith, Amanda, Raffaele, Rudy, evitando che ai loro nomi fossero associate le immagini goliardiche che pure erano reperibilissime su Internet.

Grazie, veramente. Senza di voi Azouz, Amanda, le gemelle Cappa, oggi non sarebbero più privati cittadini, ma involute celebrità. Il vostro impegno quotidiano ha migliorato sensibilmente l’opinione pubblica italiana. E anche voi ne avete guadagnato in credibilità.

E oggi che difendete Berlusconi, barbaramente attaccato nella sua privacy, sappiamo che lo fate senza secondi fini, esattamente come avete difeso Azouz, Meredith, Sollecito. Perché per voi non c’è differenza tra uno studente sfigato e il proprietario di tre canali televisivi. Che tu sia leader dell’opposizione o magrebino con precedenti penali, che tu stia facendo boccacce alla webcam o mercanteggiando favori sessuali in cambio di un voto di sfiducia, la tua privacy è sacra, e santo, santo, santo è chi la difende.

Buone vacanze, piccoli grandi eroi. Io mi sento veramente al sicuro, con gente come voi su tutti i canali e i giornali. So che posso scrivere quel che voglio, e che nessuno lo userà contro di me. So che se, un indomani, io fossi indagato per una cosa che non ho commesso, voi vegliereste sulla cache di google, affinché qualcuno non ci peschi cose che imbarazzerebbero un innocente. So che qualora saltasse fuori un’intercettazone piccante di una mia telefonata, voi mi difendereste con la stessa olimpica serenità con cui difendete Berlusconi, perché dopotutto c’è una cosa in cui io e Berlusconi siamo veramente uguali, e non è la statura, no, ma è la legge. Che è incredibile, se ci pensi, eppure è così. Io e lui, davanti al giudice, uguali. Che sensazione strana.

Vien voglia di non pagare più le multe. Andranno bene in prescrizione, prima o poi.

(Riveduto e corretto, neanche tanto).

Berlusconi, privacy

Pimp my people

In un Paese lontano, lontano

Su questa storia delle intercettazione sarei tentato dal dare ragione a Livefast: se quelli che devon comprare due stecchette di libanese son vent’anni che al telefono ci parlano il meno possibile e senza mai nominare le due famose stecchette, si può sapere perché i politici maramaldi, i medici assassini, i principi puttanieri eccetera non possono semplicemente piantarla di vantarsi via filo delle loro imprese criminali?

Poi mi riscuoto e mi ricordo che il problema è ben più serio. Le intercettazioni, anche quando non penalmente rilevanti, possono avere un ruolo importante nell’influenzare l’opinione pubblica di una nazione. A tal proposito mi viene in mente quello che è successo l’anno scorso in un Paese europeo (quale?)

Dunque, se ricordo bene alcuni giornali uscirono con il testo di una lunga telefonata tra il leader dell’opposizione parlamentare e il direttore della tv nazionale. Senz’altro una lesione alla privacy di entrambi, ma questo passò subito in secondo piano, perché il contenuto di questa telefonata era agghiacciante. Badate bene che nessuno dei due, parlando, fece accenno a qualsiasi tipo di attività criminosa: no, era tutto perfettamente legale, e tuttavia indecente. Si parlava infatti di soubrettes, e non è un reato parlarne. Il leader dell’opposizione fece i nomi e i cognomi di quattro soubrettes, accennò alla necessità di sistemarle, e di una in particolare fece presente che “le poteva essere utile” per “far cadere il governo”.

Voi italiani vi chiederete come facesse in questa nazione di cui non mi viene in mente il nome una semplice soubrette a far cadere il governo, ebbene è presto detto: il governo aveva una maggioranza risicatissima in parlamento, in pratica stava in piedi soltanto per un seggio in più, e si dà il caso che un parlamentare avesse una passioncella per quella soubrette. Insomma, non ci voleva molto a capire, e l’opinione pubblica di quella nazione capì immediatamente: invece di contrastare la maggioranza in parlamento con gli strumenti della democrazia, il leader dell’opposizione stava cercando di corrompere qualche singolo parlamentare con offerte che rasentavano il mercimonio sessuale. O forse erano i quotidiani maliziosetti che avevano virgolettato qualche frase qua e là? Ma no: la telefonata integrale fu divulgata addirittura su Internet, dove se cercate bene c’è ancora.

Cosa successe a questo punto? E cosa credete che possa succedere, di fronte a uno scandalo del genere, in una nazione democratica con un minimo senso della moralità? Il leader dell’opposizione non tentò nemmeno di smentire il contenuto della telefonata: provò timidamente a spostare la discussione sul problema della privacy, ma fu sommerso da un coro d’indignazione che proveniva persino dalla base e dai quadri bassi del suo Partito. Nel giro di pochi giorni fu praticamente costretto a dimettersi da qualsiasi ruolo di rappresentanza – del resto chi mai sognerebbe di farsi rappresentare da un ruffiano, un lenone, un magnaccia? I suoi successori lanciarono immediatamente una campagna di moralizzazione della politica. Tutto questo, badate bene, in seguito a un’intercettazione che non accertava nessun reato, ma gettava luce su un livello di immoralità ormai insostenibile.

Bene, una cosa del genere in Italia non succederà più. Anzi, no, scusate, dimenticavo: non è mai successa.