Bob Dylan, Brecht, musica

Kennedy è morto, Dylan ubriaco

The Times They Are A-Changin’ (1964).

(L’album precedente: Live At Carnegie Hall
L’album successivo: The Witmark Demos)

Quando William Zantzinger irruppe nell’Emerson Hotel era passata da un po’ la mezzanotte dell’otto febbraio. A voi sarebbe sembrato ridicolo, un ventenne con un bastone giocattolo da un quarto di dollaro, col quale già al ristorante aveva scimmiottato Fred Astaire e bastonato qualche cameriere. Ma era figlio di un piantatore di tabacco, era a Baltimora per spassarsela e non c’era modo di fermarlo. Si aggirava nella hall ubriaco e continuava a prendere i neri per birilli. Colpì un facchino, poi un’inserviente. La prima cameriera che chiamò “negra” scappò in lacrime. La moglie, che cercava di calmarlo, finì al tappeto. Zantzinger si ritrovò al banco del bar dove lavorava quella sera la povera Hattie Carroll. 51 anni, madre di otto figli (alcuni dicono dieci). Dammi un bourbon, negra.
“Subito signore”.

Lo stava ancora versando quando Zantzinger cominciò a colpirla sulla schiena e in testa. Sbrigati brutta nera figlia di puttana. Hattie continuò a servirlo e poi si ritirò in cucina, mentre Zantzinger ricominciava a tirar calci alla moglie. Hattie si sentiva svenire, lo disse ai colleghi: mi sento male, quell’uomo mi ha così tanto turbato (“that man has upset me so“). Morì in ospedale otto ore dopo: emorragia cerebrale. Era ipertesa, forse non lo sapeva.

Ma voi che filosofate sulle disgrazie, e criticate tutte le paure, tenete ancora a posto i fazzoletti. Questo non è il momento delle lacrime.

Hattie Carroll
La moglie in seguito dichiarò: nessuno tratta bene i negri
come mio marito, qui da noi

Il tredici dicembre dello stesso anno (ma è stato un anno lungo e pazzesco, i Beatles hanno fatto due dischi, Kennedy è stato ammazzato) il giovane promettente folksinger Bob Dylan irrompe a una cena di gala dove qualcuno (non ha neanche capito chi) ha intenzione di premiarlo. È ubriaco e nervoso perché tutti portano lo smoking. Si era portato degli amici per farsi coraggio, ma non li hanno fatti entrare, non erano vestiti abbastanza bene. Quando gli passano il microfono, lui sa che non può cantare. Deve fare un discorso, ringraziare per il premio. È questo che lo rende nervoso? Parte a ruota libera, a volte funziona; quella sera no. Se la prende coi commensali, scherza sulla loro età e le loro calvizie, si dichiara orgoglioso di essere giovane (“ci ho messo molti anni a diventarlo“). Dice che accetta il premio ma che non lo accetta; afferma con forza che non esistono più né Sinistra né Destra (“solo Su e Giù“); spiega che ha molti amici “negroes” ma che non gli piacciono le uniformi, di nessun tipo. A proposito di amici, spiega che anche Phillip Luce è uno dei suoi e che vuole ritirare il premio anche per lui. Luce è un membro del Progressive Labour Party, una scheggia maoista fuoriuscita dal partito comunista americano. In quei mesi organizza viaggi studio a Cuba (in seguito ammetterà di aver trafficato armi e organizzato covi sovversivi a Harlem). Dylan forse non se ne rende conto, ma sta parlando a una cena di autofinanziamento del movimento per i diritti civili. Sta dicendo a dei liberal rispettabili – gente che dopo il dessert dovrebbe metter mano al portafoglio – di rassegnarsi alla pensione, e che non c’è niente di strano se la gente vuole andare a Cuba. Non gli resta che tirar fuori un bastone e cominciare a menar colpi a caso. O può far di peggio?

Pochi secondi dopo, il disastro sociale che è Bob Dylan decide di spiegare che lui si sente un po’ come Oswald, il cecchino di fede comunista che aveva freddato Kennedy a Dallas (una pedina dei cubani?) “Ho visto qualcosa di lui in me stesso”, farfuglia. “Non pensavo che saremmo arrivati a questo punto, ma… devo avere il coraggio di ammettere di aver sentito le cose che lui sentiva… beh non al punto da sparare”. Dall’attentato non era passato neanche un mese, nessuno aveva smesso di pensarci. Qualcuno comincia a fischiare, lui invoca la Costituzione, il diritto di parola e ringrazia per il premio anche a nome di quelli che vanno a Cuba. “O Dio“, scriverà in seguito in una lettera di scuse, “cosa avrei dato per non essere lì” (qualcuno ancora si domanda come mai a Dylan non piacciano le premiazioni?)

Qualche anno fa successe una cosa del genere a Cannes. Lars Von Trier, all’apice della sua carriera, di fronte a un plotone di giornalisti, circondato da Charlotte Gainsbourg e Kirsten Dunst, cominciò a spiegare che per anni aveva pensato di essere ebreo, ma adesso era diverso, adesso un po’ capiva Hitler, come doveva essersi sentito “seduto nel suo bunker, alla fine…” Fu cacciato dal festival del cinema. Era stato un altro esperimento? Aveva voluto testare la tolleranza di uno dei circoli culturali più progressisti del mondo? O era stato punito da un superego capriccioso che gli rimproverava il successo mondano, che da sempre cerca di sabotarlo? (“Feci uscire tutto quello che avevo in testa e dissi: sii onesto, Dylan, sii solo onesto“).

William Zanzinger, che a 24 anni
possedeva 200 ettari di piantagione di tabacco; 
e genitori facoltosi che lo proteggevano,
e amici altolocati nello Stato del Maryland,
si fece arrestare scrollando le spalle.
Imprecava e scherniva, e mostrava la lingua,
e fu fuori su cauzione, in pochi minuti.
Ma tenete ancora a posto i fazzoletti.
Questo non è il momento delle lacrime.

Quando assesta il primo colpo di bastone alla sua reputazione di cantante di protesta, Dylan ha un un disco pronto. Uscirà in gennaio. Sarà il suo disco più politico: i tempi stanno per cambiare. Niente più buffonate, niente talking, appena due canzoni d’amore, ma tristi, asciutte, rassegnate. Niente cover, tutti testi originali. Anche le musiche, tutte di Bob Dylan – o almeno così sarà scritto in copertina, e chi non sarà d’accordo se ne farà una ragione. Sarà il disco definitivo per il folk di protesta: nessuno potrà più farne uno migliore. Sarà il suo disco più impegnato: ma, ecco, cos’è l’impegno per Dylan? Come funziona, a cosa serve? A suscitare indignazione per la morte solitaria della cameriera Hattie Carroll, per l’assassino dell’attivista Medgar Evans, per la povertà che spinge Hollis Brown a uccidere i suoi figli, per i minatori disoccupati di North Country Blues, vittime precoci della globalizzazione? (“Dicono che è molto meno caro giù in Sudamerica, dove i minatori lavorano quasi per niente“). O serve a capire gli assassini, a sentirsi nei panni di Hollis Brown, di Zantzinger, di Oswald? Bisogna entrare nelle persone, cercare di capirle da dentro, o non sarà meglio osservarle da lontano, a una distanza prudente? Dylan il problema se lo è posto. È da anni che ci lavora.

Una cosa che a questa altezza ha già scartato senza rimpianti è la satira. Lo abbiamo visto cimentarcisi con Talkin’ John Birch Paranoid Blues, un brano in cui aveva creduto così tanto da cercare di proporlo in diretta televisiva. Se in seguito gli avvocati della Columbia gli avevano impedito di inciderlo nel secondo disco, ora le cose erano davvero cambiate. Blowin’ in the Wind era stata una bomba, The Freewhelin’ aveva venduto bene, Dylan stava diventando importante e nessuno gli impediva di cambiare qualche riga del testo e inserirlo nel nuovo disco. Non ci pensa nemmeno. In John Birch aveva preso di mira l’uomo comune del Midwest; aveva descritto le sue paure come paranoie, ridicole ossessioni di un ignorante. Ma Dylan è un uomo del Midwest. È lì che si è formato, è quel mondo che gli interessa recuperare. Le sue radici individuali, rimosse nei primi dischi, riaffiorano finalmente in North Country Blues. La paura di morire in un olocausto nucleare – o soffocato in un rifugio antiatomico – Dylan la conosce per esperienza diretta: era la stessa che le maestre gli avevano infuso a scuola durante le lezioni e le prove di evacuazione. Il razzismo non è un problema astratto, un virus esotico isolato nel Sud del Paese: Dylan lo ha sperimentato a Hibbing, Minnesota, quando ancora si chiamava Robert Zimmerman (“A Hibbing, i finlandesi odiavano i boemi, i boemi odiavano i finlandesi e praticamente tutti odiavano gli ebrei”). Per ridere di tutto questo dovrebbe ridere di sé stesso. Ma se ride di sé stesso, chi lo prenderà più sul serio? Dylan rideva degli anticomunisti, finché un comunista non ha sparato al Presidente. Dovrebbe fingere che non è successo, che le cose a questo punto non cambiano?

My name it is nothin’,
My age it means less.
The country I come from
is called the Midwest…

Un’altra possibilità rapidamente scartata è la canzone indignata: quella che punta il dito contro un male del mondo, più o meno specifico. Anche qui non mancano esempi di precoci tentativi: una delle sue prime canzoni, The Death of Emmett Till, era il racconto indignato di un altro fatto di cronaca, la storia vera di due buzzurri razzisti che avevano ammazzato un bambino afroamericano e l’avevano fatta franca, sulle note di House of the Rising Sun. È un pezzo efficace per quanto ingenuo (ma non lo sono tutti i pezzi di protesta? Non lo sono tutti i pezzi folk?) Dylan avrebbe potuto cantarlo a Washington senza imbarazzi. Invece se ne è sempre vergognato. Non tanto dell’ingenuità dei versi, quanto di aver pensato di poter scrivere una canzone del genere. Dalla morte di Emmett Till a quella di Hattie Carroll il passo sembra breve. Ma qualcosa è successo. Qualcosa che non ti aspetteresti da un folksinger con robuste radici nel tessuto culturale americano. Dylan ha scoperto Bertolt Brecht.

(“Hai letto molte cose di Brecht?”
“No, però l’ho letto”).

Dylan è un autodidatta, in molti sensi. Il modo con cui si confronta con la cultura, in cui impara le cose è del tutto particolare, pre-moderno in un certo senso. In Chronicles dà l’impressione di poter afferrare i concetti soltanto quando qualcuno glieli riduce alla forma orale. Può essere un amico o un tizio incontrato per caso durante una gita in motocicletta: un matto o un profeta. Quando a vent’anni comincia a farsi delle domande sulla Guerra Civile, trova indispensabile chiedere un parere a Van Ronk – il quale non fa che ribadire un’ovvietà da sussidiario. Dylan era perfettamente in grado di leggere un sussidiario, ma aveva bisogno di sentirsi dire certe cose da un Van Ronk. Dylan in realtà legge più di quanto sembri, ma anche quando si tuffa nella libreria del suo padrone di casa, descrive la sua esperienza come un incontro con scrittori in carne e ossa: Balzac sembra un suo amico, beve litri di caffè, perde un dente e si domanda: “cosa significa?” (“Balzac is hilarious“).

Hattie Carroll, che era cameriera in cucina, 
con 51 anni e dieci bambini,
che serviva portate e gettava immondizie
e che in vita non sedette mai a capotavola
e che non rivolgeva mai parola ai clienti,
e che raccoglieva gli avanzi dai tavoli,
e su un altro piano svuotava i portacenere,
fu uccisa da un colpo inferto da un bastone
che girando nell’aria piombò in quella stanza,
determinato a uccidere ogni gentilezza,
e non aveva mai fatto niente a Zanzinger!
Ma voi che filosofate di disgrazie, e criticate tutte le paure, tenete ancora a posto i fazzoletti. Questo non è il momento delle lacrime.

lotte lenyaQuanto all’incontro con Brecht, esso non passa nemmeno dalla pagina scritta: Dylan ascolta Jenny dei pirati in un teatro di Christopher Street, mentre aspetta Suze Rotolo che lavora dietro le quinte. Forse non c’è modo peggiore di accostarsi al teatro epico brechtiano, quello che a uno spettatore disincantato non dovrebbe offrire allo spettatore “suggestioni”, ma “argomenti”. Il Dylan ventenne è lo spettatore meno brechtiano che si possa immaginare. Quando nel buio della sala ascolta la storia della Fregata Nera, “tutta vele e cannoni”, che arriva in città per raderla al suolo e salvare una sola persona, la suggestione è potentissima, gli argomenti scompaiono. È il ricordo dell’infanzia a Duluth, Minnesota, porto internazionale sul Lago Superiore, dove le navi andavano e venivano in continuazione e “l’intenso fischio delle sirene ti prendeva per il collo e ti toglieva il senno… sembrava sempre annunciare qualcosa di grande”.

Jenny dei pirati è una canzone bastarda (continua sul Post). 

Brecht, cinema, film italiani bruttini, ho una teoria

Una vita stroncata

Contro ogni aspettativa, La nostra vita di Luchetti è un bel film. Sì, parla di periferie. Sì, sì, l’originalissimo spunto è un lutto in famiglia. Eppure stavolta la baracca funziona. Bravi gli attori, originale la storia, buona la sceneggiatura – a questo punto, cari critici, manca solo una cosa.

Una bella stroncatura. (Ho una teoria #26 è sull’Unità.it. Si commenta sempre qui). (E Brecht cosa c’entra? Brecht c’entra sempre).

Caro critico di sinistra, c’è un favore che dovresti farmi. Ha a che vedere col cinema italiano – sì, lo so, la solita tristezza. I nostri autori sono troppo autoindulgenti, e hanno paura di rischiare. Quando si rendono conto che non hanno niente da dire, cercano di orecchiare quel che dice “la gente” al bar, o al centro commerciale. Ma si vede da lontano che non è il loro mondo: non riescono a capire cosa ci sia d’interessante in tutta quella gente che chiacchiera del più e del meno – così si annoiano, e scambiano quella noia per realismo. 

Caro critico, l’avrai notato anche tu – ormai il personaggio-tipo del cinema italiano è un individuo della classe media che fa un lavoro normale, ha una famiglia normale e un po’ noiosa che tradisce in modo altrettanto normale e noioso. Perché dovremmo andare a vedere film del genere? “Per riconoscerci”, dicono. Ma per quello teniamo già gli specchi in casa, grazie: il biglietto lo pagheremmo per immedesimarci in persone a cui è capitata una vita un po’ più eccitante della nostra. 

Eppure, caro critico, devi riconoscere una cosa
: in tutto questo panorama sconfortante, almeno un paio di film decenti all’anno riusciamo sempre a piazzarli. Il problema è saperli riconoscere – e poi presentare al pubblico giusto. E qui entri in ballo tu, caro critico, come si diceva una volta, militante. Devi sapere che in questi giorni è uscito questo film, La nostra vita. Il regista e gli altri autori li conosci, sai che hanno fatto cose decenti e cose no. Questo sulla carta era un grosso rischio: la solita famiglia qualunque della solita periferia romana qualunque. Il lutto famigliare da esorcizzare per la stra-ennesima volta. Insomma, ci voleva coraggio per entrare in sala. 

E invece stavolta, in un qualche modo, la storia gira
. Da subito. Per dire, dopo cinque minuti ci erano già scappati un paio di morti. Sembra una cosa da nulla, lo so, ma per fare un paragone, nell’ultimo di Soldini dopo cinque minuti i due protagonisti erano riusciti sì e no a scambiarsi i numeri di telefono (il resto del film consisteva nei loro tentativi di scoparsi di nascosto vergognandosene). E invece in questo film, caro critico, il personaggio all’inizio sembra davvero un tizio banale come e più di noi: fa il capomastro, porta la famiglia al centro commerciale, ascolta Vasco… ma poi gli capita questo tremendo lutto e lui reagisce in un modo strano, un modo in cui forse io e te non reagiremmo, ma chi lo sa: s’indurisce, decide di entrare nel gioco dei grandi. Tenta il ricatto, si fa concedere un subappalto, vuole salire il gradino più grosso della scala sociale. Quello che sognavano i personaggi di Balzac, e poi della vecchia Commedia all’Italiana. Quello che invece i personaggi del cinema italiano di oggi non fanno più, perché sono troppo concentrati a piantarsi noiosissime corna o a piangere il solito lutto in famiglia. Il protagonista di “La nostra vita” invece si ricaccia le lacrime negli occhi e tira fuori i canini. In realtà è chiaro da subito che non li ha abbastanza lunghi, ma è bello vedere per una volta un ragazzo normale che studia da carogna. E in fondo è una cosa che deve succedere tutti i giorni, ai nostri amici ed ex compagni, magari è successo pure a noi: ci siamo fatti furbi, o ci abbiamo provato, abbiamo mandato a quel paese gli ultimi brandelli di morale e abbiamo cercato di tagliare la nostra fetta. 

Siamo diventati cattivi, anche se registi e sceneggiatori sembra non se ne siano accorti. Loro sono convinti che noi siamo brava gente un po’ noiosa, e invece nei nostri cantieri ricattiamo, truffiamo, sfruttiamo manodopera straniera. Perlomeno ci proviamo. E quando le cose vanno male – ma era chiaro che sarebbero andate male – non impariamo la lezione. Perlomeno, il protagonista di questo film (interpretato da Elio Germano, molto bravo c’è ancora bisogno di dirlo?) non impara un bel niente. Chiede aiuto alla solita rete di salvataggio, la famiglia: e poi si sa come va l’Italia: c’è sempre da qualche parte (a Frosinone) una squadra di manovali che può rimediare a qualsiasi guaio. Basta che li paghi sull’unghia. In nero. 

Questo fatto
, che il protagonista non riesca a capire i suoi errori, mi ha intrigato tantissimo, caro critico: mi ha ricordato Brecht, un autore che conosci meglio di me. In particolare Madre Courage, la vivandiera che attraversa la guerra dei Trent’anni convinta di poterci speculare su. Perderà tutti i suoi figli, senza capire dove ha sbagliato. Brecht fu molto criticato per questo finale, e reagì con parole che senz’altro ricorderai: non m’importa di aprire gli occhi alla Courage, scrisse; l’importante è che li apra lo spettatore. Caro critico, questo deve fare il cinema: farci capire, farci reagire, non piazzarci davanti personaggi che capiscono o reagiscono. Ma questo già lo sai. E allora ti chiederai perché ti scrivo.

Ecco, caro critico, si tratta di questo: a Luchetti stavolta è uscito un film decente, straziante e cattivo. Non un capolavoro, ma un buon inizio. Che cosa gli manca? Una stroncatura d’autore, di quelle di una volta. Così, giusto per evitare che diventi quello che non dev’essere, un trastullo da radicalscic. E invece è un film per tutti, con dialoghi semplici, da terza media, con Vasco Rossi e la playstation, e Raul Bova nella sua più credibile interpretazione. Un film che si merita di più del solito pubblico di appassionati: una mina inesplosa di dubbi, senso critico, consapevolezza, che qualche funzionario rai e mediaset potrebbe essere così distratto da infilare nel palinsesto serale o pomeridiano. L’essenziale a questo punto è stroncarlo – lo farei io se fossi uno importante, ma non mi conosce nessuno. Così ho pensato a te, caro critico. Me lo faresti questo favore? Grazie sin d’ora.

amici, blog, Brecht, maestri di vita, realities, teatro, Von Trier

– tutti pazzi per BB

50 anni senza Brecht
(non sono passati in fretta)

AVVERTENZA: paradossalmente, questa è una delle cose meno didattiche che ho scritto. Nel senso che chi non conosca Brecht (non è un reato) non troverà qui nessuna spiegazione utile. Questo è solo uno sfogo di un tale che non sa spiegarsi. Mi spiace.

Quando il mondo non ti capisce, un po’ è anche colpa tua. Io sono convinto di questo.
Gran parte dell’incomprensione tra me e il mondo, in questi giorni, scaturisce da una concezione diversa dello strumento-blog: per me si tratta di un luogo dove si osservano le cose come stanno. Non è che mi metta ad attaccare adesivi o a protestare formalmente contro gli incendi alle ambasciate, perché le mie proteste formali non sono interessanti. Interessante è cercare di capire cosa porta a un incendio a un’ambasciata. Ma poi qualcuno pensa che voglio giustificare, che sono complice, che che che che. Io guardo alle cose come stanno, loro preferiscono immaginarsi le cose come dovrebbero essere. Non ci vuole molto tempo a ricostruire il pattern di questo mio modo di ragionare. È Marx, in effetti. E mi viene da chiedermi cosa sta succedendo, da quand’è che mi sono svegliato marxista? O sono sempre stato un agente della seconda internazionale in sonno? La cosa buffa è che ne ho letto veramente poco. Forse Marx per me è quel tipo di “cultura” che non si legge ma si respira, quella che meno cose sai più ti ci attacchi: come la Bibbia per i cristiani o Tocqueville per i neoconi.

Aspetta. Forse è Brecht. Io ho letto molto Brecht. Parecchio tempo fa (non ho neanche più i libri in casa).

L’altra sera ero a questo spettacolo, di Lisa Severo (amica) e Rocco Casino Papia, e mi stavo divertendo, ma mentre mi divertivo, pensavo (non ci posso fare niente): possibile che il giovane Brecht sia davvero questo simpatico giovinastro sesso-sigaro-e-chitarra? Andare a ripescare il Brecht giovane, non è un modo di addomesticarlo?
Probabilmente sì, ma non è che ci siano molte altre opzioni per parlare di Brecht oggi. Prima che l’anniversario entri nel vivo – e che tutti si mettano a parlare dell’eredità del grande drammaturgo – io qua vorrei sostenere senz’alcuna serietà un’idea antipatica e (spero) soltanto mia: non esiste nessuna eredità. Noi non riusciamo neanche a capirlo, Brecht. È un uomo di un’altra epoca, infinitamente più antico dei suoi contemporanei. È un pezzo di Storia a sé: il Novecento funzionerebbe benissimo anche cancellandolo; sarebbe un secolo più povero, ma non s’indovinerebbero i rami tagliati. È uno che non c’entra niente, né con quello che veniva prima, né con quello che è seguito dopo. (Con un sforzo senz’altro maggiore, forse si potrebbe ritagliare dal ‘900 anche l’Unione Sovietica).
Ogni volta che tentiamo di accostarci a Brecht, prendiamo cantonate. Gran parte delle nostre associazioni di idee (Strehler, Milva, Louis Armstrong, Jim Morrison…) sono semplicemente assurde. Pensiamo all’Opera da tre soldi e ci dimentichiamo quanto Brecht la odiasse. Facciamo finta che sia espressionismo – una delle famose avanguardie storiche – quella un po’ più teutone, un po’ più grottesca, con le voci in falsetto – e fraintendiamo tutto quanto. Non è del tutto colpa nostra.

Non riesco a spiegarmi che per metafore – necessariamente fuorvianti. Per esempio: Brecht è un sistema operativo per un tipo di computer che nessuno sa più progettare. Brecht è un Mac in un pianeta di PC, o viceversa (forse è meglio viceversa). Brecht è l’antimateria, che schizza via dal nostro universo repellente. Brecht è il Minitel francese, un’innovazione rifiutata dal successivo sviluppo tecnologico. Brecht è il motore a idrogeno; perché funzionasse bisognerebbe rivedere la civiltà dalle fondamenta, forse non vale la pena. Brecht è Brecht, sarei tentato di concludere. Per capirlo dobbiamo continuamente rifarci a cosa pensava lui di sé stesso – non è un buon segno. Persino Benjamin lo fraintendeva (e sicuramente noi fraintendiamo Benjamin).

E dire che sembra l’autore più semplice del mondo. Cosa c’è di più lineare di Vita di Galileo? Scienza è bene e Chiesa è male, o no? Madre Coraggio? La guerra è brutta. Arturo Ui? Hitler è un gangster. Tutto qui? Sembra di stare a scuola. E infatti è lì che lo abbiamo conosciuto, sui libri di testo (comunisti!). Del resto anche la scuola è una scheggia di mondo in fuga libera. Educare i giovani, che ingenuità, nell’era dell’intrattenimento. Cosa c’è di più anti-attuale di un autore didattico? Certa sua poesia sembra guardarci da un promontorio di secoli; Libro del Siracide, Libro dei Proverbi, Poesie di Bertolt Brecht.
(A proposito, l’autore italiano più brechtiano secondo me è Calvino, un altro che si scriveva le introduzioni da solo. Scriveva “libri per le scuole medie”. Addirittura ha fatto un’antologia scolastica. Poi non c’è da stupirsi se crescendo lo trovano antipatico. Gli adulti vogliono libri ggiovani, che li facciano sentire ggiovani. Sesso e parolacce. Calvino scriveva per i giovani veri, quelli che hanno voglia di crescere in fretta).

Brecht è un caso a sé non perché sia difficile da capire. Proprio per l’esatto contrario. Ti spiazza per quanto è ovvio. Tu pensi al teatro, ma il teatro è semplicemente quello che la sua epoca aveva da offrirgli. Se fosse nato oggi scriverebbe per cinema, tv, internet. Ma cosa scriverebbe? È immaginabile, oggi, un cinema brechtiano? Persino la recitazione sarebbe una cosa diversa. Brecht riprenderebbe gli attori mentre si preparano ad andare in scena, salve sono Cathrine Deneuve e in questa scena faccio la vivandiera alla Guerra dei Trent’anni – la mente vacilla. Mi ricorda un po’ gli ultimi due film di Von Trier, ma forse nemmeno lui c’entra con Brecht.
Prima di scegliere la Germania Est, Brecht girò parecchio. Visse in California, ma non riuscì a lavorare per Hollywood. Non lo capivano e non capiva. Io naturalmente fantastico su cosa sarebbe successo, se fosse riuscito a sfondare laggiù (come il collega Weill). Di sicuro oggi i nostri canoni sarebbero diversi. Ma è un pensiero ozioso. Brecht non poteva farcela. Era una sfida epica, la sua, ma non nel senso che lui dava alla parola. Nel senso che aveva contro tutta la prassi dell’intrattenimento occidentale. È come quella scena di Goodbye Lenin (molto proiettato da noi) in cui il protagonista mostra alla madre la caduta del muro, ma in senso inverso: gli occidentali fanno la fila per entrare in Germania Est a comprare i cetriolini della Sprea e il surrogato di caffè della DDR. Ecco, pensare a Brecht oggi richiede il medesimo, titanico, sforzo d’immaginazione

In un libro del mio Professore (che incautamente ho prestato a qualcuno), c’è un capitolo titolato “Che fare dopo Brecht?” Mi ha sempre fatto impazzire. Quanto comunismo in appena quattro parole. Che fare dopo Brecht? Ce lo siamo sempre chiesto in pochi.
Qualche mese fa il mio Professore è andato in pensione. Al pranzo di addio ho conosciuto un altro suo discepolo, un poeta, che mi ha detto di adorare la poesia di Ardengo Soffici. La cosa avrebbe lasciato indifferenti i più, ma io mi sono laureato (tra gli altri) anche su Soffici. Non perché lo adorassi, ma perché lo detestavo, lo consideravo l’inventore del fascismo in letteratura, un profeta dello squadrismo quando ancora Mussolini era un pacifista senza se e senza ma; insomma, per me era l’archetipo del letterato stronzo del Novecento, e consideravo una missione morale laurearmi su quella gente.
A un certo punto del pranzo il professore ha detto: ma io come faccio ad avere avuto due studenti così diversi? Parlava di lui e di me. Uno opposto all’altro.
Io adesso sono qui. Il mio opposto è al Grande Fratello. Essendo il mio opposto, mi sta molto simpatico. E mi pare che se la stia cavando. In ogni caso, lui ha trovato la sua risposta: che fare dopo Brecht? Il Grande Fratello. C’è poco da scherzare: non escludo che abbia ragione lui. In ogni caso, a me tocca fare l’opposto, e cioè?
Prendiamo quello che sto facendo adesso. Un blog. Come si fa a brechtizzare un blog? Io a volte ci ho provato. Ma forse non ho capito niente. In ogni caso ringrazio Georg, che ha rimesso in giro quella che definisce “una delle dichiarazioni di poetica meno fortunate della storia della letteratura probabilmente”. Ecco. Io provo a ripartire da lì. Forse sono sempre stato lì. In ogni caso, riparto. La forma epica del blog. Vediamo.


Forma drammatica del blog

Forma epica del blog

attiva narrativa
involge il pubblico in un’azione scenica fa dello spettatore un osservatore
ne esaurisce l’attività però ne stimola l’attività
gli consente dei sentimenti lo costringe a decisioni
delle emozioni a una visione generale
lo spettatore viene immesso in qualcosa lo spettatore viene posto di fronte a qualcosa
suggestioni argomenti
le sensazioni vengono conservate le sensazioni vengono spinte fino alla consapevolezza
lo spettatore sta nel bel mezzo, partecipa lo spettatore sta di fronte, studia
l’uomo si presuppone noto l’uomo è oggetto di indagine
l’uomo immutabile l’uomo mutabile e modificatore
tensione riguardo all’esito tensione riguardo all’andamento
una scena serve l’altra ogni scena sta per sé
corso lineare degli accadimenti a curve
natura non facit saltus facit saltus
l’uomo come dato fisso l’uomo come processo
ciò che l’uomo dovrebbe fare ciò che l’uomo deve fare
il pensiero determina l’esistenza l’esistenza sociale determina il pensiero
sentimento ratio
basic culture simulator, Brecht, Calvino, cultura, filosofia, italianistica, Ludwig Wittgenstein, Pasolini, poesia

Fate colpo in società con il…
Leonardo’s Basic Culture Simulator!

Se lavorate dalle sei alle otto ore al giorno (e non dite di più, cazzeggiatori dissimulati che non siete altro), se passate un’ora nel traffico urbano e un’altra oretta e mezza nel traffico telematico, a evadere posta elettronica e leggere blog sempre interessantissimi, come questo; se appartenete a quella bolsa schiera di persone che non riescono a fare a meno di dormire almeno sei ore su 24; se mangiate, bevete, evacuate con la medesima banale regolarità; se avete una famiglia che gradirebbe in qualche modo interagire con voi nelle restanti ore del giorno (tacendo degli amici, della tv, dei concerti e di quando forse vale la pena di restare fermi a fissare il soffitto), la domanda sorge spontanea: che tempo vi resta per farvi una cultura?
Una cultura seria, dico, mica i fumetti.

“Adesso che ci penso hai proprio ragione, è da tanto che non leggo un libro, e l’ultimo era una scemenza pompata dal tale ufficio stampa, ma quando in società si parla di Dostoevskij mi faccio piccolo piccolo”.

Beh, non temere, amico utente! Sono qua per aiutarti col mio nuovo trendissimo progetto! Il Leonardo’s Simulatore di Cultura di Base 1.0!
Come si usa? Facile. Tu impari a memoria la frase e non devi più leggere nulla dello specifico autore. Lo so che sembra assurdo, ma ti garantisco che funziona! Io lo sperimento da anni, e la gente mi porta rispetto. Provalo! È gratis!

Calvino, Italo: scrittore del Novecento. Ha scritto da qualche parte che bisogna essere leggeri, sempre molto leggeri. Ogni volta che qualcuno tira fuori la parola “leggerezza”, voi rubategli le parole di bocca ribadendo immediatamente: “Eh, sì, la leggerezza di Calvino”. La discussione si avvierà rapidamente alla conclusione.
(Calvino è uno degli scrittori italiani più complessi e pesanti, ma questo non occorre saperlo).

Pasolini, Pierpaolo: gay del Novecento. Quando i poliziotti menavano i sessantottini, lui stava coi poliziotti, perché erano veri proletari. Citarlo il giorno prima e il giorno dopo di qualsiasi scontro di piazza.
(Poi un giorno qualcuno, probabilmente più vicino a un poliziotto che a un sessantottino, gli passò e ripassò sopra con una macchina, ma questo non occore saperlo).

Brecht Bertolt: chi dice un comunista, chi un rapinatore, comunque del Novecento. Di lui bisogna saper recitare: “il vero ladro non è chi rompe una banca, ma chi la fonda”. È una frase che ti dà un tono, specie se ti trovano con una spranga davanti a un bancomat. Ha detto anche che, se tutti i posti sono occupati, bisogna sedersi dalla parte del torto. Cosa volesse dire non lo so, ma intanto accomodiamoci.

Manzoni, Alessandro: scrittore che si studia a scuola, quindi l’avete studiato anche voi, fa nulla se non vi ricordate il finale, tanto si sapeva fin dall’inizio che quei due si sposano. Cattolico, noioso, superato. La Divina Provvidenza, figurati. Una volta, al dipartimento d’Italianistica, una tipa mi disse che forse era gay.

Leopardi, Giacomo: poeta che si studia a scuola, di solito in quinta superiore a novembre (e le statistiche sui suicidi degli adolescenti levitano). Gobbo che viveva a Recanati e odiava tutti, tranne le donzellette già morte. Ha scritto poesie immortali sull’infelicità, però, diciamocelo, in quanto gobbo gli venivano facili.

Baudelaire, Charles: poeta dell’Ottocento. Eh, chissà che roba che si fumava. Ha scritto… ha scritto… ha scritto delle poesie indimenticabili, come per esempio… per esempio… il Battello Ebbro, non era suo? Ah, era di Rimbaud? Vabbè, tanto più o meno si fumavano la stessa roba.

Schopenhauer, Arthur: filosofo dell’Ottocento. Insegnava nelle stesse ore di Hegel per fargli dispetto. Diceva che tutto è vanità. Ai banchetti si abbuffava e tesseva le lodi del suicidio. Buttò una vecchietta giù dalle scale.

Wittgenstein, Ludwig: filosofo del Novecento. Ha scritto: “di quello che non si può parlare bisogna tacere”: è una frase che può venire molto utile, specie dopo le due del mattino. Picchiava i bambini.

Dostoevskij, Fëdor: scrittore dell’Ottocento. Nei suoi romanzi ci si interroga sul cos’è il Bene, così il Male, e se esista Dio: problemi che potevano venire in mente solo a un vecchio russo pazzo come lui. Forse ha s t u p r a t o dei bambini, ma non è sicuro.

Heidegger, Martin: filosofo del Novecento, uno dei più importanti. Ecco, io, se devo essere onesto, non ho mai capito assolutamente di cosa parlasse, e nelle conversazioni mi sono più di una volta rifugiato nel luogo comune: “Heidegger, ah, sì, quel nazista di merda”. Ma sotto sotto mi vergognavo. Poi, finalmente, domenica scorsa ho trovato sulla Repubblica un pezzo di Gianni Vattimo (pag. 35), e mi ci sono buttato con impegno:

La filosofia di Heidegger è una filosofia dell’emancipazione attraverso la riduzione del peso dell’essente a favore dell’essere. La frase di Sein und Zeit: “Essere, non ente, si dà nella misura in cui c’è verità; e verità c’è solo in quanto c’è l’esserci”, va letta, alla luce di tutta l’opera heideggeriana e anche dell’ermeneutica che si è sviluppata da lui, come un “imperativo” più che un indicativo. Dal resto non si può pensare che Heidegger voglia mai comunque “descrivere” o enunciare una qualche verità su come l’essere, le cose, l’esserci, è: giacché non ha mai creduto alla corrispondenza e dunque alla filosofia come descrizione dell’essere o del reale…

Heidegger dunque, beh…
Che nazista di merda
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