Fiume 1920, l’immaginazione al potere

Tra un po’ sarà il centenario, forse ne vale la pena. Nel ’19, mentre l’Europa si rigira ancora sbigottita dopo il più grande macello di tutti i tempi, un poeta un po’ fuori moda, autore di best-seller ed eroe di guerra, occupa con un manipolo di reduci fuori di testa la città di Fiume (Rijeka), che i diplomatici seduti al tavolo dei vincitori sono ancora incerti se assegnare al regno d’Italia o a quello appena nato di Slovenia Croazia Serbia e Montenegro (che qualcuno chiama col buffo nome “Jugoslavia”).

Mentre i politici cercano di metterci una pezza, la ridente cittadina adriatica scivola nel delirio liberty del suo improvvisato dittatore, che inventa tante cose destinate a lasciare il segno, ad esempio i discorsi al balcone, il culto della personalità, l’eja eja alalà. D’altro canto Gabriele D’Annunzio, perché è di lui che stiamo parlando, sa che di discorsi alati non si vive, e cerca finanziatori. Li trova tramite quel giornalista ex socialista a cui l’Ansaldo finanzia ancora il quotidiano, Benito Mussolini. Quest’ultimo per copertura organizza una sottoscrizione, ma è scettico, teme di rimanere fregato. D’Annunzio gli propone cose folli, ieri abbiamo marciato su Fiume, domani marceremo su Roma! Seh, su Roma, figurati, ci massacrano ad altezza Orte. Non capisci, ormai lo Stato liberale è disgregato, lo dice anche quel sovietista torinese, come si chiama… Uh, buono quello.  

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui).

Ma è solo l’inizio. Quando si accorge che i negoziati vanno per le lunghe, e che anche Mussolini è favorevole a una situazione di compromesso, D’Annunzio trasforma Fiume in uno Stato indipendente, comincia a stampare francobolli, legalizza il giuoco d’azzardo e, cosa più sconvolgente di tutte, si butta a sinistra: riconosce, primo stato al mondo, la Russia dei Soviet. Nomina capo del governo un sindacalista rivoluzionario e redige con lui una costituzione che Trotskji trovò interessante. “Fiume è diventato un postribolo, ricetto di malavita e di prostitute più o meno high-life” [Turati]” Vi accorrono criminali internazionali e le spie a cui la pace ha tolto il posto di lavoro. Sono tutti variamente impazziti: sono sopravvissuti alla guerra più orribile e non sono nemmeno sicuri che sia finita. La rivoluzione è data per scontata, inevitabile; probabilmente sarà bolscevica ma anche anarchici e legionari l’attendono con trepidazione. D’altronde se D’Annunzio può fondare uno Stato, allora qualunque cosa, no?

Poi se lo volete più Pynchon me lo dite e lo facciamo più Pynchon, si può fare di tutto. Attilio è un ragazzo dello ’00, di quelli che hanno mancato la leva per un pelo, e in pratica hanno solo il rimpianto di essersi persi la gloriosa cavalcata di Vittorio Veneto. In più suo fratello maggiore Bernardo era un Ardito, uno delle truppe speciali che strisciavano nelle trincee dei crucchi e li strangolavano nel sonno, in teoria. Lui sì che è un vero uomo. Ma dopo Vittorio Veneto non si è più fatto vivo a casa. Morto non è, perché continua a spedire le sue cartoline sgrammaticate da Verona, Milano (forse c’era quando hanno dato fuoco alla sede dell’Avanti)… l’ultima cartolina è timbrata Fiume. Attilio, che di suo è già purtroppo un estimatore del Piacere e delle Laudi, decide di raggiungere il fratello.

A Fiume incontrerà gente delle più strana. Sono mutilati, traumatofili, si accoltellano per passarsi il tempo, una marchesa va in giro vestita da Ardito col pugnale. Gira anche un po’ di coca, ma è la guerra la vera droga di cui tutti sono in crisi d’astinenza, la presa di Fiume è solo un succedaneo. A un certo punto arriva Marinetti con un volante in mano – ha cappottato strada facendo, per lui è una cosa naturale. È appena appena un po’ più fuso degli altri, in preda a ossessioni erotiche incontenibili maturate tra fronte e ospedale. Un gran parlare della trincea come di una festa di fine di mondo in cui ogni tanto qualche tuo amico esplodeva. Bei tempi, ma torneranno.

Quando finalmente incontra il fratello, Attilio ne resta turbato. All’apparenza è il più tipico miles gloriosus, la sua guerra sembra consistita nello sfoggiare il fez e sparare su fantaccini in fuga. Ma sotto la maschera si intravede un mostro in preda al panico. Che cosa combinerà nella città dove tutto è possibile? Riuscirà D’Annunzio a finire l’avventura in bellezza senza farsi male? Riuscirà Mussolini a rivendere l’idea della marcia su Roma come sua? Per saperlo non avete che da votare per Fiume 1920! Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che il pezzo vi è piaciuto. Eja ej… ehm… grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto).

37 Comments

  1. Io non aspetto nemmeno che siano finiti tutti e 32, voto questo a prescindere tutta la vita: anche se son dall'altra parte della barricata (io mi sono laureato sui decadenti, Fiume vista da un esperto di futurismo è proprio un'altra dimensione)

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  2. Pur essendo molto interessato al mondo romano, voto questo, senza dubbio. I precedenti letterari della città rivoluzionaria e magari sotto assedio ci sono, ma dove lo trovi un romanzo ambientato a Fiume 1920, in mezzo all'italianità più sgangherata che ci sia?

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  3. Questo è una meraviglia (comunque, giusto per fare la punta al cazzo, il nome dello Stato era 'Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni', ancora più comico).

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  4. Voto questo! (L'altro mi sembra un po' fiacco.) Non conosco Pynchon, ma tra aristocratici sciroccati, spie, avventurieri, ex combattenti sopravvissuti a sé stessi potrebbe venir fuori una bella storia alla Corto Maltese (magari con realtà e sogno che s'intrecciano non facendo distinguere bene l'una dall'altro).

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  5. Bravo Leonardo,
    scelte sempre più difficili: voto questo, con parecchio più Pynchon e un bel topping di Andrić e magari qualche spruzzata di Kiš… ovvero mi piacerebbe sentire un po' di più il sapore della Jugoslavia…
    Prego?
    Interessa solo a me?
    Ah bè, in tal caso…

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  6. Chapeau! Non solo è uno spunto interessante di per sé, ma promette di reggere bene uno svolgimento ampio. Io, per esempio, lo vedrei bene come romanzo storico.
    Lo voto, e penso che potrebbe uscirne un libro davvero

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