A questo punto potremmo vedere nel vandalismo in felpa nera un fenomeno pandemico, che s’annida in qualsiasi manifestazione, da Baltimora a Milano, indifferentemente dai motivi per cui si convoca, parassitandone la visibilità. Potremmo anche pensare che questa è la prima occasione che ha la polizia, dopo la sentenza di Strasburgo, di farsi un po’ desiderare: basta lasciar campo libero ai vandali (in fondo la stessa tecnica del G8), e in pochi minuti le nostre bacheche si riempiono di invocazioni agli uomini in uniforme. Potremmo pensare tutto ciò: e Mario Calabresi ci darebbe torto. Lui sa perché oggi davano fuoco ad auto e vetrine. È successo perché nessuno ha mai parlato delle devastazioni al g8.

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Chiaro, no?
Qualcuno potrebbe trovare la cosa opinabile: a me per esempio sembra di ricordare che se ne parlò parecchio. Questa per dire era la prima di un quotidiano di Torino che Calabresi forse conosce, il 22 luglio: nota bene che la sera prima la polizia aveva devastato le Diaz, in un orario in cui le redazioni non erano ancora chiuse. Non c’era la Diaz in prima.

E il giorno dopo?

Uno potrebbe far notare che non solo di vandalismi si è parlato, ma che ci sono stati processi e sentenze (un secolo di galera diviso tra 10 condannati in appello). Ma si tratta di obiezioni speciose. Forse Calabresi ha ragione: se dai più visibilità ai vandali, loro magari smettono. Se solo Calabresi potesse farci qualcosa, se solo qualcuno gli desse la possibilità dirigere un quotidiano.

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3 risposte

  1. Questa volta direi che i 1500 caratteri hanno funzionato alla perfezione.

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  2. finchè gli arrestati sono 10 e i vandali 200 (o 100) significa che la polizia usa la mano troppo leggera

    Matteo Z

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  3. Questo commento è stato eliminato dall’autore.

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