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Dante è un reazionario (e non l’abbiamo mai preso sul serio)

È così strano che un politico di destra, nel tentativo di trovare un padre nobile, si rifaccia a Dante Alighieri? No, non è così tanto strano. È persino auspicabile, cioè magari aveste letto davvero Dante e non quelle robacce di Evola. 

È così strano che qualcuno definisca Dante come un pensatore di destra, conservatore se non proprio reazionario? Spero proprio di no, insomma Dante reazionario lo scrisse Edoardo Sanguineti, poeta sperimentale, dantista di prim’ordine e veterocomunista orgoglioso. Ma insomma basta dare un’occhiata a quello che scrive – e non sempre solo a come lo scrive. Il Dante della Commedia e della Monarchia è un uomo che nel mezzo del cammino della sua vita ha maturato una profonda diffidenza per la civiltà comunale in cui è cresciuto, e che cerca una soluzione in un ritorno all’ordine cosmico e politico. L’idea che ci fosse un qualche ordine cosmico-politico a cui tornare era di destra anche nel dibattito del 1300, Dante non è soltanto reazionario rispetto a noi (capirai): Dante è reazionario anche rispetto a gran parte dei suoi contemporanei, che vivono in un mondo molto più dinamico di quello a cui Dante guarda con nostalgia.

È così strano che se un sacco di gente se la prenda, se definisci Dante di destra? Purtroppo no: c’è questa concezione che siccome la poesia di Dante è un patrimonio culturale inestimabile, dovrebbe far parte di un canone condiviso e imparziale: i grandi scrittori non sarebbero di sinistra o di destra, sarebbero oltre. Balzac monarchico? Non va detto, lo vogliamo leggere anche noi democratici. Tolstoj pacifista? Ehm, bisogna contestualizzare. Ma contestualizzare cosa. Questa concezione, abbastanza sciocca quale che sia lo scrittore a cui è riferita, lo è particolarmente nel caso di uno scrittore come Dante, il cui capolavoro è la versione più elaborata mai concepita di una lista dei buoni (in Paradiso) e dei cattivi (all’Inferno). No, Dante non trovava tutti simpatici e non è previsto che sia simpatico a tutti. 

È così strano che a sinistra qualcuno insorga e cerchi motivi per appropriarsi di Dante? No, anche perché le nuove generazioni hanno un’intransigenza che a volte un poco spaventa, e si domandano seriamente se si possa guardare un quadro di Caravaggio per via che ha ucciso una persona. Con Dante la questione è più spinosa: anche ammesso che non abbia ucciso nessuno (in battaglia ci è andato) quello che ci allontana da lui non è qualche dettaglio della vita extra-artistica, ma è proprio l’ideologia portante del suo capolavoro. Insomma bisogna fare qualcosa prima che il monumento davanti a Santa Croce finisca imbrattato e gli studenti chiedano la rimozione della Commedia dai programmi finché non sarà ammesso in Paradiso Brunetto Latini o qualsiasi altro rappresentante della comunità LGBT+. La cultura in fondo è battaglia culturale, lotta per l’egemonia. 

Ma bisogna essere bravi. Da qualche parte ieri ho letto che Dante è di sinistra perché… perché è un migrante: è un anacronismo che non mi convince, certo, lo so, da che pulpito parlo. Per quel che mi riguarda, il modo migliore di trovare interessante Dante ‘da sinistra’ mi è sempre sembrato quello di concentrarmi sui significanti – non su cosa dice, ma su come lo dice. Più che perder tempo a cercare un Dante femminista perché fa parlare le donne (sì, ma perlopiù angelicate), io continuo a preferire il Dante auerbachiano, il Dante della realtà rappresentata: quello sì che è rivoluzionario, inconsapevolmente progressista e all’avanguardia tuttora. Non importa quanto desiderasse tornare all’Impero feudale: Alighieri quando mostra Ugolino che si morde le mani sta fondando il realismo moderno. Questo è il modo in cui mi approprio di Dante io. Anche se. 

Anche se forse me la sto raccontando. Ce la stiamo tutti raccontando da secoli, un colossale equivoco che se Dante potesse guardarci dalla cornice dei Superbi, ne resterebbe sbalordito: dopo essersi fatto il giro dell’universo che si è fatto, e dopo essersi industriato a renderlo interessante, intellegibile, verisimile… noi come abbiamo reagito? Abbiamo preso sul serio i suoi serissimi ammonimenti? No, l’abbiamo preso per un poeta. Il che sarà pur vero, insomma è scritto in endecasillabi e con un’ispirazione poetica innegabile – ma quella era la semplice veste con cui un letterato manda in giro le sue idee. 

Questo per me rimane il punto irrisolto, anche se considerata la quantità di studi dantistici che ci sono al mondo suppongo che da qualche parte qualcuno ci abbia già scritto più di un saggio, anzi biblioteche intere di saggi sull’argomento: perché non abbiamo mai davvero preso sul serio Dante? Perché sin dall’inizio non abbiamo creduto davvero che fosse stato all’inferno, e poi nel purgatorio, e poi in cielo? E abbiamo creduto a libri assai meno ispirati. Quanto a realismo, la Commedia batte tranquillamente qualsiasi libro della Bibbia, eppure la Bibbia per molti è ancora verità, qualcosa in cui credere. Alla Commedia non credevano nemmeno i primi lettori di Dante. Non è veramente strana questa cosa? Un visionario che descrive minuziosamente l’oltremondo con un realismo e un’attenzione alla continuity che poi non abbiamo più visto per secoli, mettendo all’inferno tutti quelli che non gli garbano (compresi diversi papi), come ha fatto a passare per poeta e non per profeta (e quindi per eretico)? 

Dante si è salvato perché più che profezia sembrava letteratura: ma che differenza c’è? E soprattutto, non è che abbiamo inventato la categoria di letteratura proprio a partire da Dante, forse proprio per salvarlo concentrandoci sui significanti, perché se avessimo dovuto prendere sul serio i significati… c’era da bruciarlo subito?

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