Ichino e i suoi ascensori

Se proprio dobbiamo fare un dibattito su cosa la sinistra sia (ancora?), tutto può tornarci utile, persino Pietro Ichino che non ha perso tempo a cominciare a spiegarci che cosa la sinistra sia e cosa la sinistra debba fare. Riassumo un intervento già piuttosto breve: la sinistra deve costruire “ascensori sociali”, viene usata proprio questa espressione, che possano portare ai primi piani i “poveri”, Ichino usa proprio questo termine: e uno degli ambiti in cui questi ascensori dovrebbero essere impiantati è ovviamente la scuola, che non lo fa a causa dell’opposizione dei sindacati. 

La scuola ovviamente avrebbe bisogno di adeguati investimenti per trasformarsi in un’agenzia di ascensori, ma finché i sindacati si mettono così di traverso è impossibile e quindi niente, e la sinistra perde anche per questo motivo. Lo so che messa in questi termini sembra una presa in giro, ma leggete pure il pezzo di Ichino e ditemi se la mette giù più complicata di così. Non lo fa. E quindi insomma, viene voglia di rimanere al suo livello e chiedergli, prof. Ichino: ma perché proprio ascensori? Perché non aeroplani, treni, transatlantici sociali, perché l’unico mezzo di trasporto che riesce a individuare per le sue metafore è quello che può contenere meno persone in assoluto? Vede professore, la questione è tutta qui: lei accetterebbe di buon grado che qualche povero riuscisse a riscattarsi, ma uno alla volta, con calma, e integrandosi nella struttura che i ricchi hanno progettato. A sinistra abbiamo concezioni diverse: vogliamo migliorare le condizioni di vita di intere classi sociali; gli ascensori non ci fanno impazzire perché, banalmente, vogliamo salire tutti assieme e senza aspettare un turno all’infinito: se il palazzo non lo consente è un problema del palazzo, bisognerebbe progettarne un altro. Ci sbagliamo? Ci sbaglieremo anche, e lei ci lasci sbagliare. La fiaba dei rags-to-riches, l’Uno su Mille che Ce La Fa, ha prodotto anche ottima letteratura ma non è la nostra fiaba, non è la nostra letteratura: noi siamo i 999 apparentemente sconfitti, questo è il campo che ci siamo scelti – ma nella maggior parte dei casi non ce lo siamo nemmeno scelto, vi ci siamo trovati e basta. Perciò perché continuare a consumare il suo e il nostro tempo con queste lezioncine, e proprio adesso che dall’altra parte c’è così tanto spazio vuoto? Sul serio, Giorgia Meloni ha vinto le elezioni con un partito di cartapesta, un grumo di slogan identitari dietro ai quali non c’è quasi nulla: chissà che sogni inquieti da quella parte adesso che non c’è più nessun avversario da additare, chissà che silenzi imbarazzanti; magari se prova a mettersi a raccontare la fiaba degli ascensori l’ascolteranno, loro, senza alzare gli occhi al cielo: non vale la pena di provare? E diventerebbe almeno tutto un po’ più chiaro: da una parte chi si “occupa dei poveri”, come scrive lei tra virgolette, organizzando giochi a premi e altri strumenti di valutazione atti a selezionare i poveri più servizievoli e adatti ad accedere ai piani alti; dall’altra noialtri coi nostri problemi più terra-terra, l’inflazione, la speculazione, cose complesse che adesso non credo che potrei spiegarle.  

Tra le varie cose che tirò fuori aa Meloni in campagna elettorale (ma ve la ricordate quant’era caciarona al tempo? che nostalgia, sembrano passati anni) a un certo punto spiegò che sognava di vivere in un Paese in cui non serviva la tessera della Cgil per insegnare a scuola. Questa cosa è riuscita a dire, in anni in cui gli insegnanti non hanno partecipato nemmeno a uno sciopero unitario per chiedere strumenti di ventilazione nelle classi in cui circolava il covid. Per cui insomma se il prof vuole continuare ad annunciare meravigliose riforme che potrebbero danimarchizzare la scuola italiana in pochi mesi, e a spiegare che se non sono state fatte è unicamente a causa dei sindacati retrogradi e cattivi – non proprio gli stessi sindacati che non riescono a far scioperare nemmeno i loro tesserati, diciamo una loro versione idealizzata, trasfigurata, una Spectre che boicotta ogni riforma senza nemmeno organizzare un corteo, con la pura catalizzazione dell’energia negativa di migliaia di insegnanti neghittosi – se il prof vuole raccontare quest’altra favoletta, pare proprio che un pubblico disposto a bersela ci sia. Ma è un pubblico di destra, come è sempre stato di destra il pregiudizio antisindacale. Poi certo, essere di destra non significa essere scemi, per cui non escludo che dopo un po’ anche loro comincino a domandarsi come mai le Danimarche di Ichino non si realizzano mai, simili in questo a tutti i ponti sullo Stretto che in campagna elettorale sembrano sempre a un passo dall’essere costruiti e dopo il voto invece non se ne parla più. Vuoi vedere che anche lì sono i sindacati a opporsi, continuando a tenere la Sicilia a 3 Km dalla Calabria? laddove basterebbe che si avvicinasse appena un po’.

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