112. Le tue strane inibizioni che scatenano il piacere

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con l’ultimo sedicesimo. Erotismo contro folklore, bella lotta no? No, forse no].

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1981: Sentimiento nuevo (Battiato/Pio, #11)

In Sentimiento nuevo l’eros si fa parola. L’esuberanza lessicale (che la renderà una delle canzoni più famose e parodiate) è qualcosa di più di un rituale di corteggiamento; è già parte dell’atto sessuale. È abbastanza chiaro che Battiato è con una ragazza (perlomeno non è mai stato così chiaro e non lo sarà più fino all’era Sgalambro), ma allo stesso tempo è anche in una sua nuvola culturale, fatta di riti dionisiaci, shivaismo tantrico e quant’altro. Tutto questo, se uno si ferma a pensarci, è abbastanza buffo (e infatti la canzone si presta molto bene alla parodia), ma è anche assolutamente realistico: abbiamo tutti una nuvola del genere intorno a noi, quando ci accingiamo al sesso. La nuvola è fatta di scene che abbiamo immaginato, che abbiamo visto (sempre di più ora che la pornografia è una commodity), che abbiamo persino vissuto: scene che ci eccitano, o a volte ci spaventano, ci spronano o ci trattengono. La nuvola non ci impedisce necessariamente di notare che dall’altra parte esiste un partner – e infatti Battiato non se ne dimentica, anzi ci dialoga come ben poche volte nel suo repertorio. Ha strane inibizioni che “non fanno parte del sesso” anche se a veder bene “scatenano il piacere”; inoltre ha una voce che lo cattura come le Sirene avrebbero catturato un meno astuto Ulisse – riecco la nuvola culturale – e una pelle che è come un’oasi nel deserto. Lei nel frattempo magari si sta immaginando di farlo con Lawrence d’Arabia – a volte, se si fa sesso con persone con cui si condividono interessi, le nuvole coincidono così tanto che sembrano annullarsi.

1988: Veni l’autunnu (#86)

Battiato, se stasera non m’inganno, ha scritto quattro canzoni prevalentemente in siciliano: Stranizza d’amuri (1979), Veni l’autunnu (1988), Il cammino interminabile (2001) e ‘U cuntu (2009); quindi più o meno una al decennio – comunque più delle canzoni composte in inglese (quelle per Echoes of Sufi Dances non contano). Insomma il siciliano è la sua seconda lingua di compositore. Meritevole di menzione è anche Caliti junku (2012) per lo più in italiano anche se il titolo è siculo (mentre Il cammino interminabile ha un titolo in italiano anche se per lo più è in siculo). Di tutte queste canzoni, solo Stranizza è interamente in dialetto: in tutte le altre c’è almeno un verso in un’altra lingua: nel Cammino l’italiano all’inizio, in Veni l’arabo alla fine, in ‘U cuntu il latino. Più che un complesso di inferiorità, è una specie di tensione al plurilinguismo: Battiato vuole sempre ricordarci che il vernacolo è una libera scelta, e che se vuole può parlare qualsiasi altra lingua (magari male, ma può farlo: in Veni l’autunnu la dichiarazione d’amore alla Sicilia viene interrotta da una frase da corso di arabo livello principianti). Come spiega in Caliti junku: un proverbio siciliano potrebbe anche essere arabo o tibetano: l’uso del dialetto non dovrebbe distoglierci dal significato universale. Eppure almeno le prime due canzoni sono anche atti d’amore per la sua terra natale. Veni e Il cammino sono due curiosi patchwork di modi di dire tradizionali, e quindi sono anche i due brani più apparentemente folkloristici. ‘U cuntu è un’elegia sulla fine della civiltà come Battiato ne ha cantate tante. Stranizza è una canzone d’amore come Battiato non ne aveva mai scritte (e non ne scriverà più), il che ci autorizza a pensare che il siculo gli serva anche come schermo. Ma a questo punto non si può non ipotizzare che una simile funzione di schermo non sia da estendere anche a Veni, in cui col pretesto del folklore Battiato scrive cose molto impegnative alla sua terra: Sicilia bella mia, Sicilia bella. Che strano e complicato sentimento, no non te le posso dire le mie pene, chissà se tu sei in grado di capire, non so nemmeno io perché ti voglio bene.  

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