106. Giochi di aperture alari che nascondono segreti

[Questa è sempre la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi col derby del volo: seguiremo gli uccelli o le scie delle comete? Resteremo in questa parte di universo o andremo in avanguardia verso un altro sistema solare? È anche il sedicesimo più incerto, almeno guardando il ranking].

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1981: Gli uccelli (Battiato/Pio, #15)

Mi è già capitato di suggerire che Gli uccelli possa essere considerata la canzone perfetta di Battiato, quella che ne tiene assieme la maggior parte di idee musicali – oltre a essere una composizione mirabile e arrangiata da Dio, anzi da Pio (AHAHAH no ma scriveteli cento pezzi su Battiato senza mai fare questo gioco di parole, su provateci). Oggi potremmo concentrarci sul testo e notare come sia uno dei suoi migliori, con quelle perifrasi alate che da lì in poi abbiamo tutti deciso che fossero la quintessenza del suo stile, laddove lui non è che poi ne scrivesse tante e a un certo punto ha proprio deciso di rivolgersi ad altri. Battiato non si è mai trovato a suo agio con le parole – al contrario che con le note: si è definito più volte un musicista nato; non si è mai permesso di definirsi poeta e nemmeno paroliere. Pure, è abbastanza probabile che i suoi testi più ricordati e memorabili siano completamente farina del suo sacco. Non possiamo saperlo al cento per cento, ma ci basta constatare quanto sia stato generoso Battiato a condividere la firma del brano con chi ogni tanto lo aiutava: vedi le Aquile, che a ben vedere è un testo completamente suo, al massimo ispirato da una pagina di Fleur Jaeggy – la quale risulta coautrice, forse persino contro la sua volontà, visto che in seguito ha preferito usare uno pseudonimo. Stessa cosa è successa a Henri Thomasson, che ha collaborato a tre testi memorabili (Clamori, L’esodo, La musica è stanca) ma senza il suo vero nome – insomma più che la volontà dei collaboratori di dire “l’ho scritta io” sembra valere quella di Battiato di avvertire “non l’ho scritta io”. Questa generosità, che a volte appare urgenza di schermirsi, ci induce a pensare che Gli uccelli l’abbia proprio scritta tutta lui, da “Volano…” a “…sistema solare”. Ed è perfetta, la pietra di paragone che poi tutti hanno usato anche solo per cercare di parodizzarlo. Che Battiato, che non si è mai sentito a suo agio con le parole e che si è circondato per tutta la sua carriera pop di gente che in teoria le sapeva usare meglio; che Battiato, dicevo, sia stato il migliore paroliere di sé stesso è una circostanza abbastanza curiosa (che condivide col suo vicino di casa, Lucio Dalla).

 1985: No Time No Space (Battiato/Pio, #18)

Che cos’ha impedito a Franco Battiato – che a metà anni Ottanta rappresentava praticamente da solo una formula musicale assolutamente originale e di successo – di diventare un artista internazionale e cambiare non di poco la storia della musica pop? Se ci riflettete lo sapete già. La musica era ottima, anche confrontata agli standard anglosassoni del momento (il momento in cui USA e UK stabilivano definitivamente la loro egemonia nelle classifiche e nell’immaginario: Michael Jackson, Madonna, eccetera). La sua musica era esotica senza essere provinciale, del resto ce l’ha detto, lui è un provinciale dell’Orsa Minore. Il suo intellettualismo ambiguo avrebbe potuto funzionare, era una fase in cui c’era mercato anche per personaggi come David Byrne o David Sylvian, e Battiato dei tre forse faceva la musica meno cervellotica. Sotto tappeti sonori di ottima fattura covava una sensibilità musicale mediterranea, da qualche parte li sotto c’era un compositore che avrebbe potuto fare la differenza e mostrare al mondo meraviglie, e allora perché non successe? Inutile dare la colpa alla major, che ci provò eccome a piazzare Battiato nei mercati esteri (e in quelli latini un po’ ci riuscì). Cos’è che impedì a Battiato di conquistare lo spazio interstellare? Lo sapete benissimo.
È l’inglese.
Battiato ha una pronuncia terrificante.
Ma soprattutto, Battiato non ne è consapevole, e non sorprende: il suo approccio alle lingue straniere è quello di qualsiasi intellettuale della sua generazione. Ne capisce parecchie, può snocciolare citazioni testuali un po’ in tutte, alcune si capisce che le ha studiate bene (il suo francese ha quella legnosità scolastica), ma le ha studiate in un mondo in cui i viaggi di studio non esistevano, né serie coi sottotitoli. Alla fine le sue pronunce non sono peggiori di quelle di quasi tutti gli intellettuali italiani della sua generazione, che appunto erano intellettuali e imparavano le lingue sui libri, la pronuncia la lasciavano agli interpreti. Ho letto da qualche parte che per quanto Sciascia andasse spesso a Parigi (e potesse scrivere in un ottimo francese), nessuno laggiù l’ha mai sentito dire una sola parola.
La differenza fondamentale è che Sciascia si rendeva conto che il suo francese parlato era ridicolo: Battiato no. Quel che è peggio, è che nessuno lo avverte. La EMI gli fa cantare un disco intero in un inglese assurdo, lui esegue, la EMI stampa. Quindi sì, alla fine la colpa è della major, tanto più grave visto il precedente storico: otto anni prima Lucio Battisti aveva floppato, con Images, per gli stessi identici motivi; testi tradotti troppo letteralmente e dizione improponibile. Otto anni dopo la EMI propone anche a Battiato di trasferirsi un po’ negli USA, ma lui a questo punto di fare la popstar si è già scocciato. Era stato un esperimento, era andato fin oltre le più rosee previsioni, sistemarsi si era sistemato, adesso avrebbe fatto altro. Probabilmente il compositore colto. (Le cose non sarebbero andate esattamente così).

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