105. Le luci fanno ricordare le meccaniche celesti

[Ci siamo, questa è la Gara delle canzoni e in particolare è la giornata in cui dobbiamo decidere chi ha vinto il match 81: Aria di rivoluzione o La cura? Ho scelto di non scegliere: passano entrambe il turno, ed eccoci al primo triello. Attenzione: sarà possibile votare per due canzoni (ovvero contro una canzone) e persino per tutte e tre, anche se riflettendoci non ha molto senso].

Si vota qui – il tabellone

1974: Aria di rivoluzione (#63)

La rivoluzione è rimandata. È anche colpa di facebook, social che rende molto facili e condivisibili i sondaggi, ma li amministra opacamente e senza molte spiegazioni. Ad esempio: non è possibile impostare una data di scadenza. Al tempo del torneo dei Beatles, in inverno, scoprimmo assieme che i sondaggi scadevano dopo una settimana. E tutto sommato funzionava. Stavolta a quanto pare no: senza avvertire, Zuckerberg ha deciso che i sondaggi restano aperti – fino a quando? Un mese, un anno, una civiltà? Lo sapremo solo quando lo sapremo, ma nel frattempo capite che un testa a testa come Aria di rivoluzione vs La gara rischia di essere falsato. Al momento in cui scrivo queste righe (un momento qualsiasi), la parità è assoluta e i voti sono quasi duecento: molti più del solito. C’è evidentemente gente che per sovvertire il pronostico (nettamente a favore della Cura) sta mobilitando amici, parenti, account di scorta. E mi domando: ma davvero amano così tanto Aria di rivoluzione? O non è piuttosto odio per la Cura? Certo, il match sembrava combinato apposta per mobilitare i battiatisti di lungo corso, quelli appassionati della sua discografia anni Settanta, contro i neobattiatisti saliti sulla carovana negli anni Novanta. Aria di rivoluzione forse è un brano più iconico che riuscito, in ogni caso è un raga anni ’70 senza compromessi. Insieme a Sequenze e frequenze (così affine che nell’unica raccolta disponibile fino a tutti gli anni ’80 i due brani comparivano incollati in un medley) forma lo sparuto contingente dei brani pre-Cinghiale arrivati ai sedicesimi. Battiato era il primo a sorprendersi quando scopriva ai concerti gente che la cantava, e che probabilmente era più giovane della canzone. Non so se abbia mai ricominciato a cantare “chi andrà alla fucilazione” ai concerti: per quanto fosse il fulcro del brano, era un verso che gli dava dei problemi.   

1981: Segnali di vita (Battiato/Pio, #31)

Segnali di vita è uno dei primi brani in cui Battiato si lascia sorprendere dall’ascoltatore immerso a qualcosa che sembra una meditazione, e uno dei pochi in cui l’oggetto della sua osservazione non è il mondo naturale, o un manufatto artistico, bensì le luci dei cortili e delle case: segnali di vita, appunto Battiato sta osservando una città che brulica di vita. La osserva da lontano, come in un cannocchiale rovesciato; quanto basta per sentirla remota come le galassie che si allontanano e lo spazio cosmico che si sta espandendo. Ma è la vita: i rumori che fanno sottofondo per le stelle sono rumori di traffico e cucina. È un tipo di osservazione che dopo il ritorno in Sicilia non ritroveremo più. 

1996: La cura (Battiato/Sgalambro, #2) 

Come ampiamente prevedibile, La cura si sta rivelando la canzone più divisiva – quella che porta diversi elettori a coalizzarsi intorno a un brano abbastanza antico e astruso come Aria di Rivoluzione, pur di sbarazzarsi di un brano pure così apprezzato e ascoltato. La cura sembra rientrare in pieno in un genere specifico di hit che mi piace definire “colpi di coda”: quando un cantautore sembra ormai diventato il monumento di sé stesso, associato a un canone di canzoni ormai fissato, ecco che se ne esce con un brano che diventa popolarissimo ma che proprio per questo motivo disgusta i fan di più lunga data. I quali a volte sembrano ignorare che il colpo di coda non tradisce affatto lo stile del cantautore che lo ha inciso, anzi a volte ne è un’epitome precisa e persino impietosa. È un colpo di coda, per esempio, Viva la mamma di Edoardo Bennato, Caruso di Dalla (oppure Attenti al lupo), Quattro amici al bar di Gino Paoli, Don Raffae’ per De André, Cirano per Guccini, mentre faccio fatica a riconoscere il colpo di coda di De Gregori (La donna cannone?) o di Vasco Rossi (Sally?), quest’ultimo del resto irriducibile scodinzolatore. In ogni caso il colpo di coda si presta molto bene a essere la canzone più odiamata del repertorio. C’è gente che va ai concerti apposta per sentire quella e gente che in quel momento va al bar o in bagno. 

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