94. Quanti perfetti e inutili buffoni

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con il trentaduesimo di finale più pesante, nel senso che la somma del ranking dei due brani è la più alta di tutti gli altri trentaduesimi – tenete conto che la somma minima di un trentaduesimo è 65; ebbene questo fa 27+219= 246, ed è tutta colpa della Convenzione].

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1972: La convenzione (#219)

Nella discografia di Battiato, La convenzione è sempre stata un brano a parte; per lunghe ere dimenticato, poi riscoperto e rivalutato magari oltre i suoi limiti. Situazione ribadita in questo torneo, di cui è l’unico brano sotto il #200 ad aver passato il turno. Quindi il brano superstite col ranking più basso, ma non solo: anche il più antico, visto che nessuna canzone dei ’60 né di Fetus è riuscita ad arrivare fin qui. È anche il solo a non essere contenuto in nessun album ufficiale (Stage Door è un caso un po’ particolare). Si tratta di un brano che sviluppa le premesse prog di Fetus in un senso più commerciale, preannunciando i temi di Pollution ma al contempo lasciandoci immaginare che Pollution avrebbe potuto essere un disco molto diverso e forse molto più venduto. È l’espressione di un personaggio di cui FB si disfa completamente interrompendo il tour di Pollution, e di cui negli anni Ottanta resistevano soltanto memorie inattendibili e foto inspiegabili – il singolo, come ogni cosa BlaBla, era fuori catalogo e introvabile. Ci vorrà il tour di Gommalacca, un mezzo secolo dopo, perché Battiato si decida a rispolverare un passato che non lo imbarazzava più. A questo punto succede però una delle cose più bizzarre della sua discografia, ovvero Pino Massara, ancora custode di un po’ di materiale inedito di casa BlaBla, decide di ripubblicare il brano nel 2002 in un CD molto ambiguo, che sfruttando proprio il minimo ritorno d’interesse s’intitola La convenzione. Benché il nome più in evidenza sulla copertina sia “Franco Battiato”, Massara non ha abbastanza materiale e così allunga il brodo con brani di Camisasca e Osage Tribe, in cui Battiato non sempre è presente. Una versione inedita di Stranizza d’amuri è retrodatata al 1975, magari per confondere gli avvocati della Emi; La convenzione è pubblicata nella versione del singolo promozionale per la stampa con una strofa bisbigliata in più, che oggi è quella che tutti possiamo trovare su Spotify; ma alla fine del CD viene allegata una “nuova versione 1997” che purtroppo su Youtube viene da molti scambiata per quella originale e non può francamente esserlo, con quell’arrangiamento vistosamente hard rock. Ma non può nemmeno essere una versione del 1997, visto che la traccia cantata è la stessa dell’originale 1972. E allora cos’è? Ha tutta l’aria di essere un Battiato remixato abusivamente, un Battiato taroccato messo in giro da Massara nel tentativo di ottenere qualcosa di trasmettibile in radio nel 2002, e nell’auspicio che il Battiato autentico sia troppo buono da mandargli gli avvocati (auspicio probabilmente avveratosi, visto che la versione è ancora in circolazione). Un Battiato alternativo, in un universo parallelo in cui si è lasciato macinare dalla macchina per il successo progettata da Massara e Gianni Sassi, e dopo qualche singolaccio come La convenzione sia rapidamente finito nel dimenticatoio insieme al Balletto di Bronzo o agli Osanna; salvo rispuntando ogni tanto con versioni riarrangiate degli stessi pezzi, come fanno le meteore per rimanere in orbita (vedi Cugini di campagna). Un Battiato di cui francamente non avevamo bisogno, anche se forse ce lo saremmo meritato. 

1991: Povera patria (#27)

A un certo punto, senza che lui facesse il minimo sforzo, le coordinate politico-ideologiche di Franco Battiato si sono di colpo chiarite. Non era ancora così nel 1991: la chiacchiera che fosse un cantante di destra, già smentita, non era così facilmente liquidabile. Anche solo per il ricorso alla parola “patria”, che Battiato recuperava per la seconda volta dopo Patriots: si trattava di una parola ancora piuttosto pesante nei primi anni Novanta (forse più a nord che in meridione), che nessun cantautore di sinistra avrebbe mai usato in senso non ironico. Battiato sembrava apolitico, ma sdegnato; rispettava le istituzioni, ma diffidava degli uomini che le impersonavano; non faceva nessuno sforzo per non apparire elitario, e proprio per questo non lo si riusciva a liquidare come un esponente del progressismo urbano che Montanelli aveva insegnato a etichettare come “radical chic”: a ben vedere restava un autodidatta con riferimenti assolutamente personali, assai lontani dalla sinistra tradizionale ma anche dalla destra (che poi tre anni prima dell’avvento di Berlusconi era ancora un ghetto ben poco invitante). Il punto è che Battiato, scusate se insisto, era già grillino, molto prima che a Grillo venisse in mente di fondare un movimento. Un cognitario sradicato della diaspora meridionale, sedotto dalla grande città ma tentato dal ritorno alla campagna; da sempre diffidente nei confronti della civiltà dei consumi e portato a vagheggiare di età dell’oro pre o post industriali. In Povera patria c’è tutto questo, compresa l’idea, ingenua ma potente, che il Cambiamento possa muovere da un grande processo di risveglio collettivo. Certo, “Cambierà, forse cambierà” suona molto più conciliante di “Svegliaaaaaa!” Ma l’idea di fondo non è molto diversa. 

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