92. L’impero della musica è giunto fino a noi carico di menzogne

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con molto più turpiloquio del solito, anche se Battiato poi nei dischi si autocensurava]. 

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1980: Up Patriots to Arms (Battiato/Pio, #19)

“Sono stato sempre assai poco geloso delle mie creazioni. Anni fa andai ad ascoltare un gruppo punk di Bologna [i Disciplinatha?] in un teatro milanese in Via Larga. Mi si avvicina il leader e fa: “Suoneremo una cover di Up patriots to arms, ti dispiace se cambiamo qualche parola?”. “Ma cosa vuoi che me ne freghi?”. Detto fatto. Salgono sul palco e attaccano: “Mandiamole in pensione quelle facce di merda, ci hanno rotto i coglioni”.

Mi sono divertito più in quell’occasione che a cantare migliaia di volte l’originale”.

In linea di massima si nasce incendiari e si muore pompieri, però ci sono casi particolari, ad es. Battiato ancora a 35 anni cantava “mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura”, a 67 si lasciava nominare assessore alla cultura della regione Sicilia “senza percepire compenso”, a 68 si dimetteva dopo aver dichiarato “Queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa. È una cosa inaccettabile, sarebbe meglio che aprissero un casino” (il problema politico, a quanto pare, non era l’equiparazione tra parlamentari e meretrici, ma il sessismo del termine “troie”).

A riascoltarla con attenzione, la versione di Patriots è ancora molto fragile, sembra un demo (eppure la preferirò sempre alle successive, compresa quella di Echoes of Sufi Dances che ogni battiatista ascolta con dolore per via dell’introduzione). Il batterista ogni tanto è in anticipo. Il basso è spigoloso, new wave, con qualche sghiribizzo. Un pianoforte aggiunge una dimensione romantica completamente fuori contesto. Battiato canta in un falsetto molto alto, a conferma del fatto che abbia in mente una canzone disco – non necessariamente You Make Me Feel (Mighty Real) di Sylvester, anche se i ritornelli delle due canzoni sono intercambiabili. Come più tardi con La musica è stanca, Battiato non vuole solo denunciare il malcostume musicale: vuole anche commetterlo. Le pedane sono piene di scemi che si muovono, e Battiato sta iniziando a perfezionare i balletti che porterà in tv perché qualcosa deve pur fare mentre canta e lo inquadrano. Inoltre le panchine sono piene di gente che sta male: è il 1980, la prima dose d’eroina costa meno di un LP. 

 

1998: Stage Door (Battiato/Sgalambro, #174)

“Adesso arriva… [guarda il monitor], ah questa si chiama Stage Door, se qualche fanatico mi segue…” [qualche applauso].

Col tempo probabilmente Stage Door diventerà per i “fanatici” di Battiato quello che per i dylaniti è Blind Willie McTell – il brano prima escluso da un disco per ragioni incomprensibili, e che anche per questo motivo ormai è più famoso del disco stesso. La spiegazione più semplice è che Battiato abbia avuto pudore a incidere subito un brano che parla forse della sua depressione negli anni Settanta (anche se ne parla con accenti molto ‘sgalambriani’, per cui vale la pena di diffidare da una lettura troppo autobiografica. Di questo pudore però deve essersi pentito molto presto, visto che fece uscire due versioni diverse sia sul singolo di Shock in My Town che su quello del Ballo del potere, due singoli che secondo me non valgono Stage Door messi assieme. Ora, buttare una canzone come bonus di un singolo è peggio che lasciarla in un cassetto, secondo me – se avesse pazientato, sarebbe diventata il brano più forte di Ferro Battuto, e allora perché? Tutte le mie ipotesi su Stage Door partono da un punto fermo: è un brano che Battiato cantava dal vivo volentieri. Ecco perché non ha aspettato: l’ha incisa perché voleva cantarla dal vivo. 

C’è poi la questione dell’autocensura. La versione di Shock in My Town è bollata come “demo” ed è interessante questa cosa, che un demo casalingo di Battiato del 1998 suoni più professionale dell’arrangiamento definitivo di Up Patriots to Arms del 1980. Col tempo Battiato stava diventando veramente raffinato nelle sue produzioni casalinghe. Nel Ballo del potere compare di nuovo il demo, ma anche una versione più lavorata, senza l’inciso molto drammatico e… un po’ sboccato (“Perché noi siamo liberi di fare quello che vogliamo, di uccidere, stuprare e rapinare e vomitare critiche insensate, parlare e dire solo sempre inutili cazzate”). Quando finalmente decide di pubblicare il brano in un album ufficiale, Inneres Auge, Battiato taglia di nuovo l’inciso. Da cui l’impressione, difficile da confutare, che FB volesse smussare gli angoli di una canzone un po’ più personale ed emotiva del solito. Io però continuo a partire dallo stesso punto fermo: le esecuzioni dal vivo. Stage Door è un brano che funziona molto bene dal vivo, ma quell’inciso è piuttosto difficile, quasi più parlato che cantato, ma comunque richiede fiato, intonazione e sentimento. Durante il tour di Gommalacca, Battiato lo eseguiva (vedi il video qua sopra, con una prestazione veramente notevole): in seguito no, a un certo punto ha smesso. La versione di Inneres Auge non fa che ratificare una semplificazione che era già avvenuta nelle esecuzioni dal vivo. E a proposito, forse dovremmo domandarci perché Stage Door si chiami così. Io un’idea me la sono fatta, ma me la tengo per il prossimo turno (nel caso che passi Stage Door, altrimenti… me la terrò per me ahahahAHAH).

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