91. E sulle biciclette verso casa, la vita ci sfiorò

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con una sfida tutta anni Settanta]. 

Si vota qui – Il tabellone

1973: Plancton (#142)

A questo punto ho letto Nove, ho letto Zuffanti, Pulcini, Boccadoro, Morgan, un minimo di battiatistica ormai ce l’ho presente. Nessuno parla davvero di Plancton, uno dei momenti più significativi della fase prog. Del resto è un brano di cui non risultano esecuzioni live dal ’74 in poi. Plancton non ha goduto di seconde o terze vite, come Areknames o Propriedad Prohibida. Era una musica che aveva un senso in quella fase e muoveva corde che Battiato in seguito si è rifiutato di toccare. Plancton faceva paura, forse è per questo che nessuno ama parlarne. Un po’ perché la paura è una fragilità; un po’ perché è una delle cose che invecchia più facilmente – è probabile che il film dell’orrore che più vi terrorizza sia successivo al 1973. Per quel che mi riguarda, Plancton, come tutto il Battiato prog, mi ricorda le paure assurde che mi capitava di provare negli anni Settanta davanti a programmi televisivi che non capivo. A volte bastava uno stacco, una voce fuori campo un po’ inquietante, qualche immagine a cui non riuscivo a dare un senso, o una sigla – come Propriedad Prohibida. Non credo di aver realmente ascoltato Pollution in quegli anni, ma quando l’ho recuperato vi ho trovato quel tipo di atmosfera, quella paura abissale e senza senso, la materia lattiginosa dei miei incubi infantili. Battiato questo tipo di cose le aveva rinnegate – quando nelle interviste insisteva sulla propria solarità, sul fatto di amare il giorno e non fidarsi della notte (e rinnegava la vita notturna della sua gioventù), credo che si riferisse anche a questo. 

Plancton è costruita per far paura, dopodiché certo, ascoltarla oggi può fare lo stesso effetto che riguardarsi Belfagor: ma il fatto che non funzioni più non significa che al tempo non funzionasse. Facevano paura i suoni del sintetizzatore, che sembrano davvero propagarsi attraverso l’acqua. Fa paura l’arpeggio di chitarra, fanno paura i cori riverberati. Fa paura il testo: le metamorfosi destano sempre in noi un orrore ancestrale, la diffidenza della preda nei confronti del mimetismo che spesso cela il predatore. Fa paura la tarantella finale, durante la quale immaginavo sempre la creatura affiorare e incappare in una tonnara selvaggia, durante una festa di paese. Su Youtube ho trovato il reperto di un’esecuzione live, che ci fa capire quanto suonasse prog il “Battiato Pollution”; al posto della tarantella finale c’è una versione hard rock di Meccanica. C’era d’aver paura, davvero. Anche Battiato deve averne avuta.  

1979: Il re del mondo (Battiato/Pio, #51)

Il re del mondo è una delle canzoni che Battiato ha cercato più spesso di riarrangiare, il che tradisce una certa insoddisfazione. Dopo la versione ‘new wave’ del Cinghiale Bianco (ma possiamo presumere che ce ne fosse una precedente nel demo che aveva lasciato insoddisfatti i discografici EMI), abbiamo quella elettronica di Mondi lontanissimi, che è poi la The King of the World del disco con cui cercava di esportare il suo repertorio nei Paesi anglosassoni, Echoes of Sufi Dances; e quella sinfonica di Unprotected, di cui allego più volentieri il video perché sullo spotiffo non lo troverete. Quando però nel 2015 pubblica il suo cofanetto ‘testamentario’, Le nostre anime, non sceglie nessuna delle tre versioni, bensì quella live del 2013 all’Arena di Verona, che è una specie di sintesi della versione Cinghiale e di quella sinfonica. L’elettronica del 1985 è completamente rinnegata. Insomma dobbiamo pensare che alla fine Battiato un arrangiamento soddisfacente lo avesse trovato, almeno dal vivo; quanto a me, non solo continuo a preferire la versione 1979, ma mi domando: come mai nessun autore di canzoni, quando prova a riarrangiarle, ottiene un risultato migliore del precedente? A me non viene in mente un solo caso. Questo è curioso, perché in teoria un autore, crescendo in esperienza, e portandosi con sé la canzone nei tour, dovrebbe essere sempre in grado di migliorarla un po’: e invece non succede praticamente mai. Quando proprio ci si mettono di buzzo buono al massimo finiscono per comporre una canzone diversa (Don’t Stand So Close to Me ’86…) Ma in linea di massima non c’è un riarrangiamento a cui io non preferisca un brano originale. Questo potrebbe dipendere da me, e dal fatto che tendo ad affezionarmi alla prima versione che ascolto (la musica non essendo che un veicolo per le emozioni che per caso o per scelta le affidiamo, una spugna per le nostre memorie e i nostri sentimenti)… ma non è questo il caso, visto che ho ascoltato Il re del mondo dell’85 molto prima di incontrare quella del ’79. E allora? 

È come se le canzoni pop avessero una ineludibile qualità effimera: come gli affreschi, possono durare per secoli, ma li devi fare in poche ore perché sennò l’intonaco si asciuga e dopo non c’è più niente da fare. Qualsiasi intervento sembrerà qualcosa di più o qualcosa di meno. Quel che è affascinante, nella versione del ’79, è che senza quasi elettronica è già un congegno meccanico, correlativo oggettivo della subordinazione di ogni volontà umana ai disegni del Re del Mondo. Il passaggio dal prog alla new wave sta proprio nella legnosità con cui i turnisti (e che turnisti!) suonano impettiti le loro parti senza sgarrare. È già un congegno, ma se la Re del mondo dell’85 è un congegno di plastica, quella del 1979 è uno di quei meccanismi di legno che a guardarli funzionare ti lasciano ipnotizzato. 

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