88. Come ti trovi a Berlino Est?

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi tutto anni Ottanta: del resto più della metà dei brani passati al secondo turno sono di questo decennio]. 

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1988: Fisiognomica (#42)

Tra Mondi lontanissimi Fisiognomica ci sono tre anni che per me valgono venti. Battiato nel 1985 è il mio eroe pronto a partire per una missione extraplanetaria: quando torna nel 1988 è un parente lontano che si ascolta alle feste comandate con simpatia venata d’imbarazzo. Davvero, quando attacca con le sue teorie sulla fisiognomica non sai dove guardare, ti versi da bere, giochi col tovagliolo, ti versi di nuovo da bere. E però forse non sono soltanto io, forse è anche lui che in quegli anni compie una rivoluzione copernicana.
Più che la musica, è cambiata l’attitudine: Battiato ha smesso gli occhiali scuri, ci guarda senza ostilità e soprattutto si lascia guardare senza paura di svelare le sue fragilità. Lui capisce il destino delle persone dai tratti del volto, dice, beh un po’ ci crediamo tutti, e allo stesso tempo non avremmo mai il coraggio di ammetterlo in una conversazione, cioè Lombroso davvero non si porta molto in società. La mia ipotesi è che mentre componeva le sue Genesi e i suoi Gilgamesh, Franco Compositore Colto Battiato a un certo punto si sia annoiato, si sia accorto che alla fine scrivere canzoni è un sistema di esprimersi altrettanto degno e molto più diretto. Per cui quando si rimette a scriverle gli è scesa la maschera da provocatore intellettuale: non è più qui per spremerci soldi e snobbarci mentre glieli diamo. È qui perché ha capito che gli piace stare qui: a 42 anni ha deciso che, siccome sa scrivere canzoni, vuole usarle per spiegare chi è (con tutti i rischi che questo comporta) e come si sente, e se qualcuno riderà di lui pazienza. Per cui davvero se vi piace la sincerità, la schiettezza, può darsi che il Battiato tra Fisiognomica Café de la Paix sia il vostro preferito. A me dice poco, ma è più colpa mia che sua (sì, lo preferivo postmoderno quando ci sfotteva col megafono).

1989*: Alexander Platz (Battiato/Cohen/Pio, #23) (*: ma composta nel 1982 per Milva, su un’aria già usata per Valery di Alfredo Cohen, 1977).

“Quando visitai Berlino Est rimasi affascinato dalla mancanza di pubblicità. Non c’era un manifesto in giro! Mi dava un grande senso di pulizia e di serietà. Nello stesso tempo ero impressionato dalla tristezza della gente e dal grigiore sociale. Dovendo scrivere la canzone pilota del disco di Milva, pensai subito a Alexander Platz. Milva, per un certo periodo, è stata un’artista più tedesca che italiana in quanto a popolarità. Era, ed è, veramente molto nota in Germania. La immaginai a Berlino Est: un’italiana che lavorava a Berlino Est e che non riusciva ad accettare l’idea del muro. Desiderava fuggire verso una vita diversa” (Tecnica mista su tappeto, 1992). (Lo riporto perché da qualche parte, non ricordo più dove, ho letto che Battiato non rinnegherebbe con Alexander Platz il tema di Valery di Alfredo Cohen, beh, a quanto pare no).

Alexander Platz credo illustri le luci e le ombre del Battiato paroliere – piccolo inciso: a rileggerle con il metro di oggi, tutte le canzoni dei cantautori Guccini escluso sembrano brevi – ormai pure i Måneskin devono scrivere testi di tre pagine. C’è stato un vero e proprio boom di eloquenza rispetto al quale un Dalla, persino un De Gregori ormai sembrano asciutti epigrafisti. Battiato è ancora più asciutto e lavora soprattutto per suggestioni, epifanie che a rileggerle a freddo ti rendi conto che non è che dicano molto. Ma funzionano. Per esempio: “E di colpo venne il mese di febbraio”. Perché di colpo? Cosa rende il febbraio più improvviso del gennaio precedente? E allo stesso tempo ti fa entrare subito in un’atmosfera gelida, con quel passato remoto che ti dà assieme la distanza e la dinamicità (è un tempo verbale momentaneo, descrive azioni che si compiono all’improvviso). A quel punto ti aspetti che debba succedere qualcosa, in quel febbraio improvviso , e invece no, non succederà niente. “La bidella ritornava dalla scuola un po’ più presto per aiutarmi”. Per qual motivo al mondo una collaboratrice scolastica avrebbe dovuto venir meno ai suoi obblighi per aiutare te, che a proposito, chi sei? Un’insegnante? E allo stesso tempo basta la parola, “bidella”, per evocare un particolare grigiore che è quello che serve alla canzone. Una curiosità: il testo della versione di Milva è tutto alla prima persona, Battiato nella sua versione canta alla terza persona solo la seconda strofa: cioè che la bidella potesse rientrare prima per aiutarlo non gli crea difficoltà, ma “mi piaceva spolverare, fare i letti, poi restarmene in disparte come vera principessa prigioniera del suo film che aspetta all’angolo come Marlene”, questo no, da questo deve prendere le distanze. 

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