87. Città nascoste di lingua persiana

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi col derby dell’esotismo. Chi vincerà tra Kurdistan e Algeria? Strade dell’est o ferrovie berbere? Da dove la fine?] 

Si vota qui – Il tabellone

1979: Strade dell’est (Battiato/Pio, #55).

“Nell’Era del cinghiale bianco c’era sempre un misto di elettronico e acustico, in dosi uguali [???]. Queste canzoni sono state poi arrangiate in maniera diversa. Allora c’erano tutte le sonorità di moda negli anni Settanta: la chitarra elettrica, il basso, la batteria, il solito gruppo strumentale pop. Adesso le ho depurate, le ho rese più classiche. Mi sono accorto che alcuni brani sono ritornati a essere come forse erano in origine. Capita: scrivi una cosa, la arrangi; poi togli l’arrangiamento, e questa cosa ritorna com’era inizialmente. Queste canzoni, come Il re del mondo, sono forse più originali adesso, nella loro purezza classica, di come erano allora, un po’ agghindate di questi suoni elettronici. Accade anche a Strade dell’est, che è più bella adesso che nella prima versione”. Siccome Battiato queste cose le dice nel 1992 (Tecnica mista su tappeto), la Strade dell’est “classica” dovrebbe essere più o meno quella del live Unprotected, e che in effetti somiglia più alla versione demo pre-Radius che a quella incisa nel Cinghiale col power trio Radius-De Piscopo-Farmer. Anche se nel frattempo molta musica è passata sotto i ponti: la sequela interminabile di cinque minuti è diventata una cosa più rapida e snella di tre; il terzinato frenetico è lo stesso di altri brani misticheggianti del periodo (Mesopotamia, Caffè de la Paix). Ma insomma la canzone si è evoluta quasi ignorando la versione rock incisa nel 1979. Che invece credo che sia quella a cui siano affezionati molti ascoltatori di Battiato, per via di quel suono tardo-prog pre-new-wave che oggi è più esotico di un armonium sfiatato. 
Ancora una nota sul nominalismo di Battiato, ovvero la tendenza a interrompere le frasi prima di averle fornite di un predicato che sia. Cosa avrà mai voluto dire con “E Leningrado oggi”? Per qualche anno ho creduto che fosse l’inizio della frase che veniva dopo l’intermezzo strumentale: “di notte ancora ti può capitare di udire il suono di armonium sfiatati”. Ma poi parla di curdi che offrono il petto a novene da mille anni, e questo non credo che potesse avvenire a Leningrado.  
1984: I treni di Tozeur (Battiato/Pio, #10)
– Il 1984 non è soltanto l’anno in cui Battiato e Alice portano I treni di Tozeur all’Eurovision; il 1984 è anche l’anno dell’unica vittoria di Albano e Romina a Sanremo con Ci sarà. Come talvolta succede, la vittoria non ricompensa il brano migliore o di maggior successo: a vincere, più che la canzone, è la coppia che da Felicità aveva fatto della canzone sanremese un sottogenere del pop italiano, qualcosa che riconosciamo ancora oggi a colpo sicuro, non solo in Italia. E ora il grande interrogativo:
– posta la definizione labranchiana di trash come “emulazione fallita di un modello alto”, possiamo definire Albano e Romina il risultato trash di un’emulazione fallita di Battiato & Alice?
– o assumendo la definizione di midcult come riciclo piccolo-borghese delle tendenze artistiche genuine, non dobbiamo piuttosto definire Battiato & Alice come la versione midcult di Albano e Romina?
Decidete voi, ma nel frattempo nella vostra testa state già pensando a una versione dei Treni di Tozeur con Albano che attacca “E per un istante ritorna la voglia di rimanere a un’altra velocità”.
– Era da parecchio che non guardavo il videoclip, non me lo ricordavo così peculiarmente emiliano-romagnolo: ai tempi non ci facevo caso, come il pesce non fa caso all’acqua. Il lato B del singolo è una composizione strumentale di Alice intitolata Le biciclette di Forlì: sembra una parodia, e invece in un certo senso è la stessa cosa; il sogno di una vita a una velocità inferiore. Erano i primi passi di quella sensibilità antimoderna che oggi ispira quei film in cui vanno tutti ad abitare in un casolare, mentre in tv è rappresentata da personaggi come Mauro Corona. A questo punto formulo l’ipotesi che citando la “Via Emilia” in Campane tibetane, Battiato stesse scrivendo con in mente Alice, o magari un altro duetto. 

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