86. Un viaggio con la mescalina che finisce male

[Questo, per chi non osa chiedere, è un altro episodio dell’interminabile Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con una sfida tutta anni ’90 che metterà a dura prova gli eventuali discepoli di Gurdjieff: choc emozionali contro Caffè de la Paix, mi sa che è un altro viaggio che finisce male]. 

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1993: Caffè de la Paix (#39)

– Ho dato un’occhiata su wiki, certo che questo Gurdjieff si trattava bene eh?, cioè non è esattamente come invitare qualcuno a pigliarsi un caffè al bar sottocasa. Come minimo è indizio di una tendenza a selezionare i discepoli in base al censo, per dire Gesù Cristo andava al porto a pigliarsi i pescatori, Gurdjieff aveva un target diverso.  

– Il torneo è lungo, l’estate torrida, comincio a sviluppare teorie dal nulla, ad esempio Caffè mi sembra parte di una famiglia di canzoni terzinate di cui farebbe parte, ad esempio, No Time No Space (ma molto più veloce) e in parte Mesopotamia, quest’ultima oscillante tra 3/4 e 4/4. Nella mia testa queste terzine frenetiche le ho sempre associate alla rotazione dei dervisci, ma perché poi? In realtà non ho la minima idea di che musica usino i dervisci; diciamo che il ritmo ternario mi suggerisce una rotazione incessante, ma appunto, la suggerisce a me. 

– Di queste tre Caffè è la più lenta ma è anche la più ‘etnica’, con la terzina sottolineata da quel suono che sinceramente non ho capito che strumento sia (probabilmente un synth), ma che le conferisce un’identità particolare, insomma Caffè non somiglia a niente se non a una canzone di Battiato, e non a qualsiasi canzone di Battiato, ma a un tipo di canzone tra i tardi ’80 e i primi ’90 che sta cercando una sua strada completamente personale alla world music. Ricerca assolutamente lodevole, se solo lo avesse portato da qualche parte, e invece temo che il senso di insoddisfazione che l’ascoltatore ricava da Caffè sia stato condiviso anche dall’autore. 


1998: Shock in my town (Battiato/Sgalambro, #26)

“Battiato, invece, quando sente qualcosa che funziona, sa da subito che quella è la cosa migliore che può fare. E che, da lì in poi, sarà solo una parabola discendente. La differenza di fondo tra me e lui è che lui dice: “Bata così”. Io invece dico sempre: “Proviamone un’altra”. E quel “proviamone un’altra” è puntualmente una cosa fallimentare. A un certo punto bisogna fermarsi. Questa voragine tra me e lui l’ho toccata con mano con Shock in My Town, quando Battiato ha chiesto a me di scrivere la parte di basso. […] Ecco, quel pezzo è praticamente tutto basso. Io avevo fatto un sacco di riff, che mi sembravano tutti più o meno validi, ma lui ha scelto subito quello che poi sarebbe diventato il giro del pezzo. Se fosse stato per me avrei scelto il giro di basso sbagliato. O più probabilmente, mi sarei impantanato nel limbo delle possibilità, senza riuscire a decidermi”. È un passo del Libro di Morgan (Io, l’amore, la musica, gli stronzi e Dio), firmato da Marco Castoldi, Einaudi 2014, e non chiedetemi perché ce l’ho in casa. 

In questo libro c’è tra gli altri un capitolo che si chiama Padri, un plurale abbastanza eufemistico perché il capitolo parla per dieci righe della morte del padre naturale e per altre cinque pagine, esclusivamente, di Franco Battiato. Al quale il buon Morgan a un certo punto chiede letteralmente di essere adottato, e nel capitolo è anche riportata la risposta: “Anni dopo, ho intervistato Battiato per una rivista […] Mi ero preparato molto bene, avevo tutte le domande in testa. E guarda caso la prima era questa: “Ti sei mai visto come un padre?” […] Risposta di Battiato: “Non mi sono mai sentito un padre. Sono ancora un figlio”. 

È facile ridere di Morgan – nel libro lui stesso descrive il meccanismo mediatico che a un certo punto lo ha trasformato nel personaggio da cui è semplice e liberatorio prendere le distanze. Ma in fondo qui Morgan non fa che dare voce nel modo più spudorato a un desiderio che è stato comune a migliaia di persone: vedere in Battiato un padre saggio e infallibile, perlomeno un po’ più saggio e un po’ meno fallibile dei padri che ci siamo ritrovati in casa. A questa richiesta, Battiato pacatamente ma fermamente ha risposto: no. Gli errori di percorso, le esitazioni che Morgan non voleva o poteva vedere, noi qua sopra con pazienza le annotiamo, perché degli artisti è bello documentare non solo i completi successi, ma anche la fatica e gli innumerevoli errori che hanno dovuto commettere e risolvere per conseguirli. Prendi Shock in My Town: ha un sacco di cose che lasciano perplessi e la linea di basso, mi dicono, non è davvero un granché, magari Morgan ne aveva una migliore e Battiato non l’ha trovata. 

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