76. E l’animale che mi porto dentro vuole te

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con il primo derby tra due canzoni dello stesso disco, Mondi lontanissimi. A tal proposito devo confessarvi di avere fatto qualche lieve ritocco al ranking – giusto qualche decina di punti qua e là – per scongiurare che si verificassero dei derby nel primo turno: Battiato ha pubblicato molti LP nella sua carriera e mi sembrava giusto che in ogni batteria ne fossero rappresentati almeno quattro. Questo a quanto pare sarà l’unico derby del secondo turno].

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1985: Risveglio di primavera (Battiato/Pio, #45)

“Se non ricordo male, Risveglio di primavera aveva un testo abbastanza interessante: storico e paesano. Si parla alle [?] danzatrici di flamenco. Torniamo sempre al movimento pelvico, alla danza con scuotimenti del bacino”.
“Voglio raccontarti un aneddoto che può chiarire anche la mia idea della donna. In Occidente viviamo una vita in cui non c’è molta attrazione per un certo tipo di donna archetipica e sensuale. Fino a un certo punto almeno la pensavo così. Poi ebbi una folgorazione. Mi trovavo in Egitto con amici. Una sera siamo andati a vedere lo spettacolo delle cosiddette “zingare del deserto”. Tutto quello che avevo criticato nei fans dei gruppi inglesi e americani, dalle braccia protese verso il palcoscenico, mi capitò di viverlo in prima persona. Sarà stato il modo che avevano di muovere le anche, o quella gestualità trascinante… Da allora sono diventato un ammiratore di quel genere di donna. L’ho sperimentato nella mia vita tante altre volte. Mi successe con una donna armena. Mi trovavo, se ben ricordo, in un ristorante georgiano. C’era un’orchestrina. Una donna che mangiava si alzò e cominciò a danzare. Mi fece morire! Mi è successo anche con donne giapponesi. Il mio ideale di donna è medio-orientale, ma anche dell’estremo oriente. Trovo la donna occidentale un po’ troppo legnosa”. (Tecnica mista su tappeto, 1992, chiedo scusa a tutte le donne occidentali). 

(Risveglio di primavera è uno dei quattro brani di Mondi lontanissimi a mantenere la firma di Giusto Pio. In un qualche modo si ha la sensazione che sia un brano più datato di altri, più legato a una fase che sta finendo). 

1985: L’animale (#20)

L’animale – brano scritto forse pensando a Giuni Russo – è una delle prime (e delle poche) canzoni italiane in cui un solitario fa il suo coming out: avrei voglia di dirti che è meglio se sto solo. Anche stavolta, Ferretti è arrivato secondo (sì, anche nel Battisti mogoliano c’è più di un sospetto, su questo uomo trasognato, insidiato da femmine di dubbia moralità che vogliono trascinarlo nelle vigne a copulare, ma c’è sempre il dubbio che Battisti ci stia ridendo sopra). È buffa questa cosa, no? Che abbiamo dovuto aspettare un cantautore diciamo a-cristiano, né cristiano né anticlericale, per ascoltare inni alla castità – purché temperati dalla consapevolezza che si tratta di una rinuncia molto difficile. L’animale è una bella canzone perché è orchestrata come un Lied ma si canta in coro ai concerti; perché prima di trascinarsi in una disquisizione un po’ arcana sui quattro elementi, parla di cose che capiamo tutti al volo con parole che usiamo tutti i giorni: lo sappiamo bene che l’animale è quell’entità interiore che vuole tutto di noi e se lo prende, ma è geniale sottolineare che si prende anche i caffè, perché il caffè è quella piccola cosa quotidiana che tante volte vorremmo gustarci noi e invece lo mandiamo giù senza neanche accorgercene, maledetto, se l’è preso lui. 

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