71. L’ultimo appello è da dimenticare

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, un prolisso torneo di canzoni con cui attoniti fingiamo di non capire niente, mentre radio Varsavia dice che tutto va bene e che l’ultimo amore è da dimenticare].

Si vota qui – Il tabellone

1982: Radio Varsavia (Battiato/Pio, #9)

Chi considerava Battiato un post-moderno, maestro della
citazione «al di fuori del contesto» e seminatore ironico di codici
non ideologici, dovrà ricredersi: questo disco è un manifesto
serissimo.
E veniamo cosi a dire «tutto il male possibile»: proprio perché dai
solchi, pezzo dopo pezzo, viene fuori il «Battiato-pensiero», è bene
dire una volta per tutte di che pensiero si tratta. È un vero Bignami
di stimabilissima cultura da Nuova Destra, quella che alletta Cacciari
e molti altri. Gli ammiccamenti si sprecano: si ritorna a parlare di
«chi scappa in Occidente», degli appelli di «Radio Varsavia»; si mette
in prima fila «l’imperialismo degli invasori russi» (davanti a inglesi
e americani si intende) (
Esodo), si apprezza da veri snob la nuova
cultura penitenziale cattolica (
Scalo a Grado); si affonda nel
narcisismo della propria diversità modellando le proprie fantasie
sessuali sulle movenze dei danzatori dervisci: la distinzione del
linguaggio sembra voler far dire all’ascoltatore: «Euh! Ma com’è colto
il Battiato». 
Gianfranco Manfredi, Sull’arca di Battiato c’è la cultura della nuova destra, “Tutto Libri” (supplemento della Stampa), 11 dicembre 1982. Alla fine non è che Manfredi avesse proprio tutti i torti – certo, fa sorridere che tipo di cultura sembrasse “nuova destra” nel 1982: ma cominciando il nuovo disco con un’istantanea dal golpe di Jaruzelski, Battiato giocava veramente con un fuoco a cui i cantautori non osavano più avvicinarsi. L’idea che nel collage postmoderno potesse rientrare anche la cronaca più recente e più drammatica faceva fatica a passare – forse è più semplice oggi, da una ragionevole distanza. L’altissima posizione di Radio Varsavia nel ranking non credo dipenda da ascoltatori di (nuova) destra: il brano è anche nella colonna sonora di un film di Guadagnino, forse sarà quello. 

1999: Amore che vieni, amore che vai (De André, #56)

Fa un po’ strano che tra De André e Battiato alla fine vi fossero soltanto cinque anni di distanza: la sensazione è che il secondo abbia cominciato a brillare soltanto quando il primo cominciava a offuscarsi. In ogni caso, fino a Fleurs una convergenza tra i due sembrava impensabile: tutto li separava. Amore che vieni e La canzone dell’amore perduto ci hanno mostrato un punto di contatto che alla fine avremmo potuto trovare da solo, unendo i puntini: entrambi partono da radici europee che includono il repertorio classico, che sia il De André degli anni ’60 che il Battiato dei Lied saccheggiano senza quel senso di deferenza che sembra necessario ostentare quando si ascolta la musica del passato. Per De André e Battiato (e per il Bennato di Dotti medici e sapienti), la classica può benissimo servire a far canzoni d’amore. Il fatto che Amore che vieni non sia esattamente una canzone d’amore, anzi, una riflessione sulla natura effimera di questo sentimento, non fa che renderla ancor più congeniale a Battiato. 

Si vota qui

Fuori concorso (canzoni che non hanno partecipato alla gara per questo o quest’altro motivo).

1972: Giorno d’estate (Genco Puro & co.)

Come spiega Battiato in questa intervista telefonica che ho molto faticosamente rintracciato (non è vero, c’è il link su wikipedia), il disco di Genco Puro & co. è quel che succede quando un’etichetta ha bisogno di tot uscite per motivi burocratici, sicché Pino Massara dice a Franco Battiato: prendi la sala di registrazione e fammi un disco in due giorni. Benché le maggiori incombenze ricadano su Riccardo Pirolli, tecnico del suono che si improvvisa per l’occasione cantautore, secondo l’opinione comune i due brani più convincenti sono quelli cantati da FB: Nebbia e Giorno d’estate. Alla vigilia di Pollution, Genco Puro è un Battiato anti-Pollution: solare, sereno. Anche il fedele synth che in Pollution pulsa l’ora della fine del mondo, qui riscopre certi fraseggi barocchi dei tempi delle canzonette. 

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