68. Facciamo un po’ di largo con un’altra guerra

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi una delle poche cover sopravvissute si batte contro una rappresentante di uno dei due dischi – a sorpresa – più votati].

Si vota qui – Il tabellone  

1980: Venezia-Istambul (Battiato/Pio, #48)
Che scherzi gioca all’uomo la Natura. Sono ancora relativamente sbalordito dall’exploit di Patriots, che non ero nemmeno sicuro fosse uno degli album più popolari di Battiato e invece com’è come non è ha portato il 100% delle sue sette canzoni al secondo turno. Questo, ricordiamoci, è un fattoide (la Gara è un sondaggio a cui partecipano meno di cento persone in tutta FB): invece è un fatto che Patriots subito vendette quarantamila copie, e sembrava già un successo; poi arrivò La voce del padrone e ne vendette un milione. Patriots insomma è la camera di incubazione del successo, il momento fondamentale nella carriera di un artista in cui capisce cosa la gente vuole, ma attraverso un processo di tentativi ed errori di cui dovrebbero restare tracce – benché non sia poi così facile trovare tutti questi errori in Patriots. È anche il disco per il quale si può parlare di successo postumo, ovvero alcuni brani di Patriots la gente cominciò a capirli in seguito (Nevski il caso più classico) e probabilmente anche l’apparente cinismo di Venezia-Istambul nel 1980 doveva lasciare perplessi molti ascoltatori. È il disco dei montaggi postmoderni, ma riascoltandolo è anche quello in cui Battiato scopre, fin dal titolo, quanto sia efficace giocare col merchandising delle ideologie, tutti gli slogan e le spillette lasciati sul terreno da battaglie culturali che dopo l’improvviso ritiro delle parti in conflitto cominciavano a diventare incomprensibili. I Sex Pistols sfoggiavano le svastiche, Battiato chiamava i suoi patrioti alle armi e proponeva, con espressione ieratica, di far largo con un’altra guerra al Sol dell’avvenire. Questo un anno prima che i DAF cantassero Der Mussolini, due anni prima che i CCCP cantassero CCCP, insomma abbastanza presto.  
1999: Ruby Tuesday (Jagger/Richards, #17)
Dal 1999 in poi, Franco Battiato ha voluto essere anche un interprete, incidendo tre dischi di Fleurs a cui vanno aggiunte altre cover lasciate qua e là nella sua discografia. Su 256 brani, una buona quarantina erano reinterpretazioni; molte con un ranking insospettabilmente alto (il ranking, ricordo, è basato unicamente sul numero di ascolti sulla piattaforma Spotify): solo tre brani hanno resistito alla falce del primo turno: Ruby Tuesday, Amore che vieni amore che vai e Te lo leggo negli occhi. Tutti brani del primo Fleurs (poi ci sarebbe Nomadi, che a suo modo è una cover anch’essa).  Insomma il Battiato interprete piace molto di più agli utenti spotiffari che agli elettori della Gara. Questo a pensarci ha un senso: le cover funzionano molto bene su Spotify, che te le mostra ogni volta che cerchi il brano originale, stimolando la tua curiosità, per cui è probabile che qualche migliaio di ascolti siano arrivati da gente che Battiato lo conosce poco o nulla (si aggiunga che Ruby Tuesday è l’unica cover di Battiato che ha avuto una risonanza internazionale, quando fu inserita nella colonna sonora di Children of Men). Laddove un torneo di canzoni di Battiato seleziona soprattutto gente appassionata di Battiato, in linea di massima più compositore che interprete. Questo non toglie che Battiato sia stato un interprete veramente originale – forse l’unico italiano di sesso maschile a concepire negli ultimi trent’anni l’interpretazione come reinvenzione (ok, Mario Biondi mi sembra un campionato diverso), che Fleurs stia tra i suoi quattro o cinque dischi meglio riusciti in assoluto, e che la sua Ruby Tuesday non strameriti il suo diciassettesimo posto. Forse anche qualcosa di più. 

Fuori concorso (canzoni che non hanno partecipato alla gara per questo o quest’altro motivo).

1969: Lacrime e pioggia (Pachelbel/Pallavicini/Papathanassiou)

A proposito del Battiato interprete: questa me la sono proprio lasciata sfuggire. A mia discolpa, faceva parte del 33 giri abortito nel 1969 che Battiato non volle mai pubblicare, anche in seguito: in qualche fortuito modo fu rilevata dall’Armando Curcio Editore che nel 1982, quando Franco Battiato vendeva come il pane, mandò fuori un disco che se non è un bootleg poco davvero ci manca. Lacrime e pioggia è una cover di Rain and Tears degli Aphrodite’s Child, il brano con cui la progressione Pachelbel entra ufficialmente a far parte della musica pop europea – il debito è talmente evidente che l’oscuro compositore è incluso nei credits accanto a Vangelis Papathanassiou. Quando Battiato ci si cimenta, erano probabilmente già nei negozi di dischi un paio di cover italiane con lo stesso testo di Pallavicini. Rispetto ai Trolls e ai Quelli(*), Battiato ha l’impudenza di dare maggior risalto alla sua prestazione vocale, ovvero di sfidare Demis Roussos nel suo campo! E pur essendo un confronto impari, non ne esce malaccio. Sarei tentato di considerarla la migliore cover italiana di Rain, o perlomeno se la gioca con Dalida (e forse è più ispirato da Dalida che da Roussos). Il brano era assolutamente nelle sue corde, e non si capisce davvero perché non abbia provato a inciderlo. Nel 2008 si ricorderà degli Aphrodite’s Child riprendendo It’s Five O’Clock, neanche a farlo apposta un’altra Pachelbel. Ma era meglio questa.

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