64. Lu santu è di marmuru e non sura

[Questa è l’ultima giornata del primo turno della Gara delle canzoni di Franco Battiato – sembrava non dovesse finire mai, e invece le abbiamo ascoltate tutte e 256. Da qui in poi è tutta discesa. Grazie per l’attenzione].  

Si vota qui – Il tabellone

1974: Nel cantiere di un’infanzia (#214)

Ho già accennato a quanto mi suonino ancestrali certi brani del Battiato primi anni Settanta, canzoni che hanno più o meno la mia età (e che non credo di aver ascoltato prima dei sedici anni) ma che in un qualche modo mi riportano a galla ricordi improbabili: Qui ad esempio a un certo punto i bambini si mettono a scandire una specie di coro che mi ricorda un ban come se ne intonavano sui pulmini della suola. Siccome mescola suoni elettronici a rumori d’infanzia, Nel cantiere è stata accostata a una delle composizioni più famose di Stockhausen, la Canzone della gioventù nella fornace. Bisogna almeno riconoscere all’allievo di non suonare derivativo. L’insistenza particolare per le registrazioni rovesciate – un trucchetto che ai tempi di Clic aveva perso qualsiasi crisma di novità, anche nella musica leggera – è un tic stilistico che Battiato si porterà con sé per tutta la carriera, da Iloponitnatsoc fino a Joe Patti, senza che forse abbiamo mai capito cosa quale senso Battiato desse all’operazione. 

1988: Veni l’autunnu (#86)

Su Veni l’autunnu ho un paio di ipotesi non dimostrabili. La progressione così tipicamente cantautorale  della strofa (c’è anche il caro vecchio IV-V-I) mi fa sospettare che possa essere addirittura l’unico brano sopravvissuto degli Ambulanti, il duo Alicata/Battiato che nei cabaret milanesi spacciava composizioni di Battiato per canti della tradizione siciliana medievale. I due riuscirono anche a firmare un contratto con un’etichetta discografica, poi stralciato appena il produttore ascoltò i brani. Ma era il repertorio che aveva incuriosito lo stesso Gaber, insomma qualcosa di interessante doveva esserci per forza ed è difficile pensare che Battiato non abbia mai riciclato niente. L’impostazione molto più ‘romantica’ della strofa mi suggerisce viceversa che Veni l’autunnu sia davvero un brano sfuggito a Battiato mentre cercava di comporre Gilgamesh, e in luogo di melodie ancestrali si accorgeva di trovarsi in mano di nuovo canzoni pop, quelle che in teoria aveva smesso di scrivere. Potrebbero essere vere entrambe le cose ma anche nessuna delle due. In Veni l’autunnu resiste, coperto da una patina vernacolare, il procedimento a collage tipico di Patriots: la canzone è una serie di proverbi e modi di dire ricuciti senza la pretesa di ricavarne un senso d’insieme. Forse era l’unico espediente per consentire a Battiato di scrivere qualcosa di così spudorato come: Sicilia bedda mia, Sicilia bedda. Poi, come spesso succede quando Battiato indulge nel regionalismo, arriva l’arabo che per lui è una specie di palinsesto da intravedere attraverso il vernacolo; ma il buffo è che arriva con una frase da corso per principianti: “Come ti chiami? Mi chiamo Khalifa e studio la lingua araba. Per ogni cosa c’è un tempo e una chiamata. Tutto e sogno tranne l’attesa annunziata”. 

1998: Il ballo del potere (#43)

Fingi di riandare avanti con un salto, poi a sinistra con la finta che stai andando a destra. I pigmei e Ginevra Di Marco. Gli aborigeni e Andrea Pezzi. Antropologia e danza, avanguardia e quadriglia, rock e world music, Taijiquan e Beatles(*), in un momento particolare della storia della musica e del costume in cui sembrava stessero saltando tutti gli steccati. Che in un momento del genere il più coraggioso sulla piazza, ma diciamo pure il più folle, fosse l’ultracinquantenne Franco Battiato, non sembrava nemmeno così sorprendente. Il ballo del potere è un brano che confesso di non riascoltare volentieri, non so nemmeno cosa mi dia veramente fastidio (i riti di fertilità degli aborigeni? l’inglese di Andrea Pezzi? un insieme delle due cose?) ma alla fine forse il problema stavo diventando io, forse provavo lo stesso fastidio che dieci anni prima un adulto avrebbe provato davanti a una Temporary Road. Invece c’è sempre bisogno di folli nella musica e nel costume, e se Battiato si era stancato di fare il guru, se voleva movimentare la situazione, buon per lui. Ripensandoci, la cosa più ‘anni ’90’ di tutte sono i cori etnici campionati. In ritardo sui Deep Forest, in anticipo su Moby, ma riascoltandoli alla fine funzionano.    

(*) A un certo punto si sente chiaramente Battiato cantare “Many times I’ve been alone, and many times I’ve cried…”

2001: Bist du bei mir (Battiato/Sgalambro, #171)

Don’t play it anymore. Arrivo a Bist du bei mir con una certa stanchezza, insomma è da 64 giorni che glosso quattro canzoni al giorno – ok mi ero messo un po’ avanti – ma poi sono finito un po’ indietro – e insomma eccomi qui con l’ultimo brano su 256 e… ecco una roba di Sgalambro col titolo tedesco. Ahi. Il titolo è la citazione di un’aria di Gottfried Heinrich Stölzel (1718), che però è stata anche trovata in un quaderno di spartiti di una figlia di Johann Sebastian Bach, i due si conoscevano e potrebbero anche avere usato gli stessi appunti, è un dibattito interessante ma non c’entra molto con la canzone, visto che Battiato non cita davvero l’aria di Stölzel (o Bach). Ne approfitta però per alzarsi nel ritornello in un falsetto molto alto per lui, come a suggerire un’aria di soprano che non esiste. Insomma siamo nel terreno delle false citazioni, degli stucchi suggestivi ma rifatti a macchina, e dobbiamo accettare che Battiato è stato anche questo, e lo è stato per il tratto più lungo e celebrato della sua carriera: un artista da cui ci si aspettava una determinata dose di pretese culturali, da impacchettare in brevi canzoni ‘di qualità’. Forse più pretese culturali di quante lui fosse in grado di erogare, da cui la scelta di affidarsi a questo tizio che a differenza di Battiato non sembra aver mai nutrito molti dubbi sulla qualità della propria erudizione: Manlio Sgalambro. Nota che la canzone non è neanche malaccio, sia dal punto di vista musicale (ma che bisogno c’era di evocare un compositore del Settecento?) né lirico, con quell’invito a giocare “sull’orlo di un precipizio”: ma che bisogno c’era di tutto quel namedropping, di versi come  La luce abbagliò i miei sensi come in un quadro di Monet mentre l’estate insidiava il giovane Gesualdo? E però il pubblico da Battiato voleva proprio questo: sentirsi in un museo di cose non del tutto comprensibili ma culturalmente rilevanti. Quello che bisogna concedere a questo Battiato (e perfino a Sgalambro) è che questo ruolo che a un certo punto si sono trovati ricucito addosso, l’hanno interpretato almeno con una certa leggerezza che era merce rara già allora e oggi non è più in commercio. Ritrovare il video di Bist du bei mir, ad esempio, è una rivelazione, e mi regala l’ultima lacrimuccia di questi sessantaquattresimi di finale, mentre guardo Battiato che finge di ballare con la modella, poi finge di litigare con la modella, Elisabetta Sgarbi che si tiene Sgalambro sottobraccio, eccetera. Almeno si divertivano. Il mestiere era dispensare sapienza e cultura, ma era divertente, hanno cercato di farlo senza affliggere e annoiare troppo il prossimo, e ci sono quasi sempre riusciti. Grazie per l’attenzione e restate in contatto – si comincia subito coi trentaduesimi. 

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