63. Nell’aria qualche cosa si fermò

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con diverse campane e altri suoni che si perdono in lontananza, come i boati che giungono al molo dalle navi].  

Si vota qui – Il tabellone

1983: Temporary Road (#107)

Quella sera il pubblico di Sotto le stelle si aspettava probabilmente un’esecuzione di Cerco un centro Voglio vederti danzare. Quando Battiato comincia a canticchiare una specie di Lied su violini sintetici, l’entusiasmo è ancora alto: magari sta per cominciare una versione alternativa di Cuccurucucù. Il Lied invece prosegue per un buon minuto, e bisogna ricordare che siamo in tv, è il 1983, Battiato è un cantante da alta classifica e lo sarà ancora per qualche anno. Finalmente il batterista comincia a percuotere i suoi esagoni e la canzone diventa una specie di satira sul problema numero 1 degli italiani, il traffico (“Prendo sempre le multe / per divieto di sosta”) e citando canzonette come ai tempi di Patriots (“solitario me ne vo per la città”). Poi Radius si mette a suonare la marcia turca di Mozart e Battiato ci canta sopra Fra Martino Campanaro. Il brano era stato presentato con il titolo Temporary Road, che ne rivelava il carattere occasionale, e per due anni avremmo continuato ad ascoltarlo in registrazioni radiofoniche abusive (a loro volta probabilmente ottenute da videoregistrazioni tv abusive), con l’introduzione un po’ tagliata. A quel tempo il battiatismo non aveva ancora raggiunto il livello filologico tale da consentirci di sapere che una composizione intitolata Temporary Road avrebbe dovuto già essere pubblicata nel disco ormai irreperibile del 1975, Mme “le Gladiator”, e che ad almeno un giornalista Battiato aveva parlato di un collage di canzoni di successo: Ruby Tuesday, Like a Rolling Stone… Quel progetto era evidentemente tramontato (per motivi di diritti?), Battiato aveva conservato i titoli per la coda di Cuccurucucù, e forse qualche frammento era finito nel brano del 1983: la danza turca, appunto, Fra Martino, un Lied non meglio specificato e il verso beluino di Fred Flinstone, “Iabudabudà”. Nel palinsesto Rai del periodo aveva tutta l’aria di una provocazione dadaista da parte di un cantante che nel 1983 non aveva ancora nessun disco da promuovere, e quando finalmente arrivò (a dicembre) non somigliava affatto a questo collage goliardico. Lo ritrovammo invece a sorpresa nel disco del 1985, Mondi lontanissimi, che per certi versi era anche una raccolta del materiale eterogeneo prodotto da Battiato al di fuori degli LP italiani in quei primi anni Ottanta: i duetti con Alice (ma registrati senza Alice), una Re del mondo con gli arrangiamenti dell’edizione americana, ecc. In mezzo a tutti questi brani però Temporary Road, con la sua commistione tra suoni orchestrali e brutalismo elettronico, si trovava miracolosamente al suo posto: tanto più che la sutura tra le due parti del pezzo ora veniva sottolineata da una scarica di batteria elettronica che è in assoluto il momento più tamarro mai inciso da Battiato. Spariva “fra Martino”, sostituito da un’altra citazione sotterranea da un poemetto pre-crepuscolare ottocentesco (San Francesco del Deserto di Angiolo Orvieto!). Insomma Temporary Road è un brano a cavallo tra Patriots e Mondi lontanissimi, benché i due dischi non confinino tra loro. 

1983: Campane tibetane (Battiato/Pio, #150)

Le bronchiti coi vapori e il Vicks Vaporoub. Il particolare crepuscolarismo di Orizzonti perduti lo rende il disco di Battiato con il maggior numero di product placement involontari (c’è anche l’idrolitina). Non si sofferma mai forse la vostra nostalgia sulle etichette di prodotti consumati nell’infanzia? E non capita ai boomer di rimpiangere persino le belle bronchiti della nostra gioventù, mica come i giovani d’oggi smidollati con quegli aerosol di ultima generazione… Può essere una coincidenza ma Battiato si presenta al microfono con una voce un po’ offuscata, probabilmente vuole tentare qualche vocalismo orientale ma la canzone non glielo consente del tutto e una delle peculiarità di Orizzonti è che sembra un disco registrato molto in fretta, buona la prima. È anche un disco brevissimo (28 minuti), che scivola rapido molto prima di annoiare – cosa che all’ennesima canzone sulle nostalgie d’infanzia potrebbe anche capitare, ma Battiato è stato più rapido di noi e ha già finito il disco. La Sicilia sognata stavolta presenta dettagli dissonanti che sono ovvi depistaggi: campane tibetane e addirittura la Via Emilia (ho controllato con google maps, ce n’è una anche a Catania ma non mi sembra così evocativa). E sul finale una delle rime siciliane più geniali di Battiato: i mobili in stile Impero / ritornerò. 

2000: L’ignoto (#235)

Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando / o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti / precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina: / logoi dagli ultimi duemila anni. A Battiato piaceva particolarmente questo attacco di Sgalambro, tratto da un “frammento di poema” chiama Opus postumissimum, se nel mio dipartimento di latino avessi osato coniare un superlativo del genere mi avrebbero stracciato il libretto ma questo non aggiunge nemmeno un grammo di insofferenza a quella che già nutrivo per il massimissimo vate talattico, giuro. Dicevo, a Battiato piaceva questo brano in cui la civiltà frana all’improvviso proprio nel momento in cui Sgalambro diventa anziano, che coincidenza vero? Pensa che succede all’80% degli intellettuali, questa cosa di situare la fine della civiltà intorno al loro sessantesimo anno di età, comunque troveremo la stessa preziosa citazione all’inizio di Inneres Auge e poi in un brano di Joe Patti’s Experimental Group, intitolato perlappunto Come un branco di lupi. Ho già avuto modo di riconoscere in Campi magnetici una delle cose più interessanti composta da Battiato nel nuovo millennio e lo confermo, tanto più che in questo brano succedono cose che a questo punto abbiamo già sentito: violini digitali, versi di soprani (o del sopranista Simone Bartolini, irruzioni di sequencer, e così via. Mi resta soltanto il dubbio che sarebbe un disco ancora migliore senza le intrusioni di Sgalambro, senza il suo tormentone “i numeri non si possono amare” che gira e ti rigira alla fine è vieta retorica crociana. Poi ho controllato, su Battiato.it Campi magnetici risulta nella sezione dedicata alla discografia classica: e quindi non avrei dovuto includere le tracce in questo torneo (dove peraltro nessuna aveva speranze di passare il primo turno). Non sono sicuro che sia sempre stato così e mi suona così strano che Battiato considerasse Campi magnetici musica classica e L’Egitto prima delle sabbie musica leggere. In ogni caso ormai il torneo è fatto, indietro non si torna, mi dispiace.
2008: (Sittin’ on) the Dock of the Bay (Redding/Cropper, #22)

Watching the ships roll in / Then I watch ‘em roll away again. Alla fine Sittin’ on the Dock of the Bay parla di un tizio davanti al mare che guarda le navi sparire all’orizzonte. Non così diverso da Sequenze e frequenze. Per cui non è così strano che dovendo trovare un brano per un duetto, Battiato e la cantante jazz francese Anne Ducros riconoscano un minimo terreno comune nel grande successo (postumo) di Otis Redding. La Ducros poi può darsi che su Spotify sia più seguita di Battiato, il che spiegherebbe perché un brano senza infamia e senza lode, abbastanza fuori dalla comfort zone di quest’ultimo, sia in assoluto il suo ventiduesimo brano più ascoltato. Dalla mia distanza sembra più un atto di cortesia che una cover necessaria: tra le due voci non c’è il feeling che scatta quando il timbro di Battiato si imprime su quello di contralti come Alice. E soprattutto non ce lo riesco a vedere Franco Battiato, seduto su quel molo di quella baia. In un universo parallelo dove i Beatles non abbiano mai sfondato in Europa, e la musica pop continentale abbia proseguito sui binari già tracciati tra chanson française e ritmi latini, molti cantautori italiani non lo sono mai diventati (Dalla, Battisti) o hanno un repertorio completamente diverso. In quell’universo invece Battiato ha più o meno fatto gli stessi dischi, anche se la coda di Cuccurucucù contiene titoli diversi e le sue cover di Hey Joe e Ruby Tuesday non esistono. In questo senso Battiato è davvero il cantautore più ‘bianco’ che abbiamo avuto: con influenze molteplici che vanno dal Medio Oriente a Bach (con qualche occasionale ghiribizzo per l’estremo oriente), ma sostanzialmente alieno alla musica afroamericana. Se vogliamo è la risposta alla domanda: cosa sarebbe stata la canzone d’autore in Italia se avessimo continuato a ignorare i modelli americani? Una domanda che ha poco senso porsi, mi rendo conto. 

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