59. Che non si parli più di dittature

[Questa è la Gara delle canzoni di Battiato, oggi con Povera patria e altri tre brani su quant’è difficile vivere insieme a una persona (quale persona? Non si è mai saputo, non era così importante)]. 

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Il tabellone

1978: Hiver (per soprano e pianoforte) (#230)

Il primo interminabile turno della Gara sta volgendo al termine e ho la sensazione di non aver ancora parlato di tante cose e persone, ad esempio Alide Maria Salvetta. Prima di Giuni Russo, prima di Alice, è stata la prima voce femminile a lasciarsi plasmare da Battiato, nei dischi del biennio 1977-78: Battiato e Juke-Box. Probabilmente il brano in cui lascia più il segno è questo Hiver, che stasera mi sembra anche il più interessante di tutta la non-colonna-sonora del Brunelleschi. Battiato la fa sussurrare e saltellare tra le ottave: il risultato forse dovrebbe ricordare la sensazione di solitudine che danno i suoni ovattati dalla neve. La canzone parla di un coinquilino che lasciava la finestra aperta mentre fuori nevicava: forse è il primissimo bozzetto milanese di Battiato.    
1991: Povera patria (#27)
Si può sperare che il mondo torni a quote più normali? Che possa contemplare il cielo e i fiori? Il testo di Povera patria sembra il tema di uno studente svogliato che voglia impressionare il prof con quella tipica retorica che si dà per scontato che piaccia ai prof, salvo che non avendo mai veramente prestato interesse a ‘quella tipica retorica’ (in classe gli arrivava come attraverso una campana di vetro) si ritrova a mimarla con esiti esilaranti – il mondo deve contemplare il cielo, ok, posso quasi capire, ma i fiori? Il mondo deve contemplare i fiori? Ma chi pensi che ci cascherà con questa roba? Tutti. Ci sono cascati tutti. Gli è bastato aprire con una tirata populista per mandare in classifica anche un disco altrimenti incommerciabile, alla fine è riuscito a piazzare 300mila copie di una cosa che per la metà è lui che canta arie di musica classica, che sagoma questo Franco Battiato. 
Con Povera patria si conclude la mutazione da Solito Stronzo a Venerato Maestro. Vien proprio da rimproverare questi governanti, questi perfetti e inutili buffoni: ma non vi vergognate ché avete fatto arrabbiare monsignor Battiato? Con tutto quello che ha da fare, con tutta l’arte che ha da esprimere, con tutti i Lied che deve intonare.
L’anno scorso all’improvviso tutti si sono messi a scrivere “cringe”, e quando tutti intendo persino i miei studenti, che almeno hanno il buon motivo di non sapere con quante z si scrive “imbarazzante”. Povera patria è il Battiato più cringe. Non è che non avesse già costeggiato pericolosamente l’imbarazzo (in Fisiognomica, ad esempio), ma è in Povera patria che lo abbraccia senza residuo pudore. Sembra quasi che si compiaccia a scrivere versi che oggi immaginiamo in fondo alla sezione commenti degli articoli on line del Fatto Quotidiano, ad es. “che non si parli più di dittature”, cioè capite Battiato ha detto no alle dittature, e mica solo ad alcune eh? No a tutte! Ce lo vedo anche incollato su un fumetto apocrifo di Mafalda, e altre manifestazioni boomeristiche che oggi consideriamo giustamente barbarie, ma dobbiamo pure ricordare questo fatto incredibile, che Povera patria è del 1991. Fosse uscita nel 1992 sarebbe stata una speculazione su Tangentopoli e sulle stragi di mafia: ma nel 1991 era una trascrizione abbastanza fedele di come si sentiva la gente. “Non cambierà / non cambierà”, “Sì cambierà, forse cambierà”. Tutta l’Italia stava cantando questa cosa, tutta l’Italia stava aspettando Di Pietro più di quanto Israele attendesse un Messia. Battiato non era più il profeta scostante che parlava per enigmi: bensì il sacerdote che mostrava al popolo quel che il popolo pensa, con parole semplici e severe. 

1998: Vite parallele (Battiato/Sgalambro, #155)

Tu pretendi esclusività di sentimenti: non me ne volere, perché sono curioso, bugiardo e infedele. Gommalacca assomiglia a certi spettacoli itineranti con un sacco di figuranti che uno alla volta se ne vanno dalla scena, finché negli ultimi numeri non rimane solo il capocomico che finalmente si toglie dalla maschera (la maschera in certi casi è Sgalambro): eccolo qua, Franco Battiato. È bugiardo e infedele: meno male che lo dice lui perché nessuno da trent’anni ha più il coraggio di dirglielo. Sa (come noi) di vivere tra “miliardi di galassie” (“tocco l’infinito con le mani”), ma proprio come noi sembra più interessato a farsi toccare da qualche presenza più vicina e interessata. Si dice convinto che vivrà in eterno, ma questo non gli impedisce di temere “l’oblio, la dimenticanza”. Crede nella reincarnazione, ma ammette di praticarla già, reincarnandosi un po’ ogni giorno, vivendo “vite parallele, ciascuna con un centro, una speranza, la tenerezza di qualcuno”. Viene in mente una cosa che diceva Camisasca in un’intervista qualche tempo fa: non fatene un santino. 

2012: Eri con me (Battiato/Sgalambro, #102)

Siamo detriti, relitti umani, trascinati da un fiume in piena. Eri con me è l’ultima canzone composta da Battiato per Alice. Purtroppo non regge il confronto con i brani degli anni Ottanta (in linea di massima tutte le composizioni di Apriti sesamo, benché non banali, eseguite con intensità e arrangiate con cura, danno la sensazione che Battiato non avesse più molte idee musicali da esprimere). Condivide la generale mestizia del lunghissimo appressamento della morte che Battiato stava raccontando, e presenta un ritornello enigmatico che potrebbe descrivere il rapporto tra due artisti che tutto sommato non hanno collaborato tantissimo, malgrado le scintille che facevano scoccare: eri con me, ma io non ero con te; sei con me, ma io non sono con te; ero con te, ma tu non eri con me. Rispetto alla versione eterea di Alice (che era uscita poco prima), Battiato realizza una canzone più rumorosa e vitalista, coi sintetizzatori e poi l’orchestra e poi basso chitarra e batteria. Più si avvicinava al Silenzio più sembrava aver voglia di far baccano. 

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