57. E sommersi soprattutto da immondizie musicali

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, che ne ha scritte più o meno 250. Qui trovate il tabellone aggiornato]. 

Si vota qui

1969: Marciapiede (#251)

Quando ti ho conosciuta, un anno fa, solo per poche lire davi te: ora sei una signora, già si sa: eri sul marciapiede e sei con me. Con Marciapiede finisce, abbastanza ingloriosamente, l’avventura canzonettistica di Battiato: è il lato B del suo ultimo singolo (Vento caldo) ed è anche la prima canzone completamente firmata da lui (che fino al 1967, ricordiamo, non poteva firmarle perché non iscritto alla Siae). I lati B com’è noto servivano a sperimentare cose un po’ meno formalizzate; qui invece la musica è abbastanza semplice, in compenso l’argomento è per i tempi piuttosto scandaloso: la storia di un amore che dovrebbe redimere una prostituta di strada – ma Battiato essendo già Battiato, l’amore è destinato a finire e la ragazza a tornare sul marciapiede. Un soggetto da cui Brel o Brassens avrebbero potuto trarre romanze in dieci strofe, purtroppo viene affrontato dal giovane paroliere con espressioni di una banalità sconfortante. Battiato, che nei dischi della maturità abbandonerà la metrica tradizionale, qui vi si muove impettito come in un colletto troppo inamidato, limitandosi alle rime tronche (“sa/già, te/me”). Sembra veramente crederci poco: e del resto racconta la storia dalla parte dell’innamorato che non ci crede più, nel momento in cui la passione cede il passo alla repulsione. Il disco non arrivò nemmeno nei negozi: Battiato aveva già rescisso il contratto con la Polygram, ne furono pubblicate soltanto copie promozionali per la stampa. Lui ci aveva anche provato, a innamorarsi della Canzonetta, ma troppo spesso aveva visto la Canzonetta baciare qualcun altro per continuare a illudersi sulla di lei moralità.

1981: Bandiera bianca (#6)

Siete come sabbie mobili: tirate giù (uh uh uh). C’è un genere di canzone che gli italiani adorano, anche se non lo sanno. Chi lo sa preferisce mantenere il segreto, altrimenti poi gli italiani cominciano a perseguitarti perché vogliono sentire solo quelle. Guccini ha scritto ballate epiche, canzoni buffe, scorci esistenziali, poi una sera s’è incazzato con un critico e ha scritto l’Avvelenata, pentendosene probabilmente nel giro di poche ore, ma l’ha incisa ugualmente e tuttora gliela chiedono, c’è gente che gliela suonerà sulla tomba, salirà a Pavana apposta per rompere i coglioni alla salma. L’Avvelenata è un’invettiva. Gli italiani adorano le invettive, adorano il momento in cui al cantautore saltano i nervi e comincia a puntare il dito contro Alfredo, contro Vincenzo, ma meglio ancora contro di lui, contro gli italiani in generale. A chiunque riesca a capire la cosa è garantito più di un quarto d’ora di gloria, l’anno scorso è capitato ai Maneskin e qualche anno fa a Gabbani con una specie di frullato pseudobattiatesco, una combo Bandiera Bianca + Magic Shop.

Battiato dal canto suo non ci ha vinto Sanremo (lo ha vinto con una canzone di disamore sviluppata da un riff di Beethoven, a orecchio un’impresa più difficile), però forse il segreto della sua improvvisa esplosione nel 1981/82 è proprio l’arrivo in radio di Bandiera bianca, l’invettiva battiatesca per eccellenza. Una variazione sul tema di Up Patriots to Arms, ma la retorica patriottarda cede il passo a un senso di resa magistralmente recuperato da una lirica risorgimentale così brutta che fa piangere di commozione, L’ultima ora di Venezia di Giovanni Berchet. Non è una delle migliori canzoni di Battiato, ma nel suo genere credo sia un capolavoro: posso ascoltarla nel 2021 e pensare che stia parlando dei social network. Battiato inforca gli occhiali neri e, qualsiasi cosa stia davvero dicendo, non possiamo pensare che non stia fissando proprio noi. Come faceva nei primi anni Ottanta a benedire già il razzismo che non gli faceva guardare “quei programmi demenziali con tribune elettorali”?, cioè come faceva a sapere già che il talk show demenziale avrebbe invaso i palinsesti di network tv che nel 1981 nemmeno esistevano; e come faceva a sapere che solo il razzismo nei nostri stessi confronti ci avrebbe salvato dallo specchiarci ogni sera in un Ferrara o un Funari o un Giordano?

Molti suoi fan di qualsiasi età scoprono Battiato così: un predicatore col megafono, desolato dell’iniquità contemporanea. La sua più grande astuzia (che i Gabbani successivi non sempre comprenderanno) è non disperdere i suoi strali sul popolo bue, ma concentrarli su un non meglio precisato manipolo di individui, gli “squallidi figuri che attraversano il Paese”. Ovviamente tutti abbiamo in mente qualcuno che rientra nell’insieme, e finché non si fanno nomi e cognomi possiamo andare tutti d’accordo e riconoscere in Battiato il nostro profeta. Per fortuna Battiato si era già stancato del ruolo, sia lodata sempre la sua scarsa applicazione in tal senso. Bandiera bianca è la sua Like a Rolling Stone: lo trasforma in un profeta e lo investe di una missione per la quale non si sente all’altezza: non dissimilmente da Dylan, passerà molti anni cercando di convincere il pubblico che lui non è quello lì, lui è un artista, al limite un mistico, ma non un predicatore. E alla fine, in uno dei momenti più opachi della sua carriera, cederà al pubblico che rischiava di dimenticarlo e inciderà Povera patria.

Quel che seguirà sarà meno interessante: più intrigante secondo me è capire come ha fatto Battiato nel 1981 ad azzeccare un brano atipico come Bandiera bianca, a capire che avrebbe funzionato. Qual era il suo modello? Ovviamente non posso che pensare a Gaber, che aveva passato gli anni Settanta in giro per i teatri a perfezionare invettive sempre più crudeli. Quando è moda è moda è del 1978: in quel periodo Gaber si era stancato del solito accompagnamento chitarra-basso-batteria e aveva chiesto a Battiato e Giusto Pio di curare gli arrangiamenti del suo spettacolo, Polli d’allevamento. Nel 1980 poi era uscito su un 12 pollici Io se fossi Dio, un quarto d’ora in cui Gaber sparava a zero su tutti, compreso chi una dose di pallottole l’aveva già presa non metaforicamente (sì, Aldo Moro). Io se fossi Dio è un’invettiva troppo precisa, che finisce per rovesciarsi su sé stessa e autodenunciare il delirio di onnipotenza dell’attore-cantante. Battiato impara molto da Gaber, ma anche dai suoi errori.

1988: Il mito dell’amore (#134)

Il mito dell’amore muore senza tante cortesie: ti accorgi che è finita da come cadi nell’insofferenza. Composta nel periodo in cui Battiato pensava che si sarebbe dedicato soprattutto alle opere, Il mito dell’amore è un’opera in miniatura: per la prima volta Battiato cerca di raccontare una storia con un inizio, un climax e una fine. Ci mette perfino il coro, proprio nel senso tragico del termine: una coscienza collettiva che commenta l’avvenuta e cerca di tirarne una morale. La sensazione degli ascoltatori di Fisiognomica, al tempo, è che Battiato avesse messo via le maschere: non solo quella di provocatore postmoderno, ma anche quella di memorialista crepuscolare. Il passato non era più un cassetto di ricordi da spolverare, ma una terra dolorosa di scelte difficili che FB rivendica: tra l’amore e la libertà ha scelto la seconda.  

1996: …ein Tag aus dem Leben des kleinen Johannes (#123)

“Genug, Tony, Genug”. Cos’è il Kitsch? Potrei citare due o tre definizioni di Apocalittici e integrati, oppure linkare un brano dall’Imboscata, provo a fare entrambe le cose ma non so se il montaggio funzionerà, al massimo creerò un Kitsch al quadrato.

“[Il brano] tende a proporsi come opera d’arte proprio perché ostentatamente impiega modi espressivi che, per tradizione, si è soliti vedere impiegati in opere d’arte riconosciute come tali dalla tradizione [quindi continuiamo a citare frasi tedesche che fa 100 punti intellettuale, ma relativamente facili da tradurre ed estratte da un libro ben riconoscibile che sta in tutte le buone biblioteche borghesi]. Il brano riportato è Kitsch non solo perché stimola effetti sentimentali, ma perché tende continuamente a suggerire l’idea che, godendo di questi effetti, il lettore stia perfezionando una esperienza estetica privilegiata…”

“…definiremo, in termini strutturali, il Kitsch come lo stilema avulso dal proprio contesto, inserito in un altro contesto la cui struttura generale non ha gli stessi caratteri di omogeneità e di necessità della struttura originaria [una pagina di Thomas Mann in un disco pop anni ’90, con un solista mongolo in sottofondo e Ferretti che fa un atto di presenza completamente inutile], mentre il messaggio viene proposto – in grazie dell’indebita inserzione – come opera originale e capace di stimolare esperienze inedite…”

“Kitsch è l’opera che, per farsi giustificare la sua funzione di stimolatrice di effetti, si pavoneggia con le spoglie di altre esperienze, e si vende come arte senza riserve”.

Si vota qui

via Blogger https://ift.tt/a7yJpOk

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...