55. Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia

[Questa è la Gara, oggi molto difficile per me, con due tra i miei brani preferiti di Battiato e nessuno dei due è Up Patriots to Arms].

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1974: Da oriente a occidente (#147)

Padre, fammi partire. Tutto ciò che resta di un abbozzo di concept album su una civiltà che vive nel cono di un vulcano sopravvive nell’ultimo brano di Sulle corde di Aries, un pezzo che ancora una volta si inserisce felicemente nell’immaginario prog-rock dei primi anni ’70 (mondi immaginari tra medioevo e futurismo, viaggi fantastici) ma tradisce anche il vissuto del cantautore emigrato al nord, qui impegnato in uno scontro immaginario col padre che resta un unicum nella sua produzione (“mi appare in sogno Venere, tu padre, che ne sai?”). Di solito non ci facciamo caso, ma l’Italia ha una sagoma in gran parte diagonale: quel viaggio che siamo portati a definire da sud a nord, è anche un viaggio da oriente a occidente. Probabilmente è il più riuscito tra i brani in cui la ricerca musicale di Battiato si rivolge a un passato ancestrale, qui più vicino al medioevo mediterraneo che all’Asia: non solo gli strumenti tradizionali (tabla, mandolino), ma anche e soprattutto il synth suona come un arcano strumento del passato. Poche canzoni cominciano con un verso bello quanto “riduci le stelle in polvere”. 

1980: Up Patriots to Arms (#19)

Alla riscossa stupidi, che i fiumi sono in piena! Potete stare a galla! Può darsi che sia tutto dipeso da una mera congiuntura economica, ovvero: a fine anni Settanta la gente compra sempre più 33 giri. Più ne stampi più la gente li compra, stava succedendo in tutto l’Occidente. C’è mercato per tutto, per la disco e per il punk e per lo yacht rock e per qualsiasi cosa che ti venga in mente di proporre, bisogna farsi venire in mente idee alla svelta, qualsiasi idea, bisogna vegliare alla stazione perché in qualsiasi momento può passare quel treno carico di frutti. Alcuni passavano di lì per caso, sono saliti al volo e sono ancora lì dopo quarant’anni che non credono al culo che hanno avuto. Altri erano farabutti senza arte né parte, gente alla ricerca di soldi facili e non solo riuscirono a farli, ma incisero anche dischi decenti, talvolta geniali, era un periodo così (c’erano anche ottimi musicisti cresciuti negli anni del prog in grado di lasciare impronte indelebili negli arrangiamenti). Altri erano onesti lavoratori che dopo anni di gavetta, finalmente coglievano il frutto del loro meritato eccetera – altri avevano passato buona parte del decennio immersi in cose non chiare nemmeno a loro, avanguardie artistiche, meditazione e/o esoterismi e/o musica elettronica, e però se c’era un momento in cui persino loro avrebbero potuto mettersi sul mercato e far soldi, quello era il momento, e Franco Battiato lo azzeccò. 

Per questo Up Patriots to Arms mi fa un po’ incazzare, come quando leggi i classici di qualche perduta età dell’oro e ti accorgi che non fanno che lamentarsi anche loro del tramonto dei costumi e dell’imbecillità dei giovani. Il Battiato che canta “la musica contemporanea mi butta giù” sta vivendo negli anni più vivaci della storia della musica italiana. Il momento in cui da avanguardista con velleità stockhauseniane si ritrova a sbancare le classifiche e vincere Sanremo (da autore) è lo stesso in cui Dalla da interprete diventa cantautore, De Andrè da cantautore assurge a nume tutelare della world music, Paolo Conte da autore si trasforma in uno spettacolo d’arte varia, Lucio Battisti anche lui si evolve in qualcosa che sinceramente devo ancora capire, De Gregori da cantautore duro e puro diventa l’autore della Donna Cannone, Vasco Rossi azzera il concetto di rock italiano, i Matia Bazar, gli Skiantos, Fossati, Bennato, Finardi, Giurato, insomma tra il 1978 e il 1984 succede qualcosa di incredibile e, mi dispiace, mai più successo. È un periodo straordinario non soltanto per la quantità di talento rilevato – anzi può darsi che in altri periodi ne sia stato scoperto di più, allo stato brado – ma per il modo in cui tantissimi artisti anche di punta decidono di stravolgere la propria carriera, ognuno per una serie di motivi non sempre e del tutto chiari ma alla fine può darsi che tutto sia dipeso da una mera congiuntura economica: da qualche parte c’era un enorme mucchio di soldi che poteva piovere sul primo che azzeccava una formula diversa. Non è che fosse proprio una gara a chi arrivava primo, ma alla boa del milione di copie in ogni caso arrivò primo Battiato, pochi mesi dopo aver chiamato alle armi contro l’imbecillità dilagante. In un certo senso Up Patriots è il brano più punk che ha scritto, se vogliamo riassumere l’attitudine punk nel mostrare il dito allo status quo; è anche il brano più new wave, che ha scritto, almeno nella versione del 1980. Ma a drizzare le antenne è anche il brano più disco, è da lì che viene quella progressione Sol-La-Si tutta in maggiore (che poi riprenderà nella Stagione dell’amore e, con una variante, sul finire del ritornello di Centro di gravità). È un Battiato che ci disprezza e nello stesso momento le sta provando tutte per piacerci, e allo stesso tempo se ne rende conto e si disprezza a sua volta. Per dirlo con parole sue (che non sono affatto sue, ma lo diventano nel suo più geniale cut-up): chi vi credete che noi siamo, con i capelli che portiamo? Noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre. Molto prima che Sgalambro lo convincesse a usare in una canzone la parola “puttana”, Battiato lo aveva chiarito a modo suo: chi credete che io sia, coi miei modi da profeta? Avanti patrioti, alzate le barricate. Armatevi e partite.


2000: The age of hermaphrodites (#238)

L’abisso originale, l’autonomia dell’infertile. The age of hermaphrodites è il brano di Campi magnetici che più facilmente si imprime nella memoria dell’ascoltatore. In parte per l’efficacia del collage rumorista della prima parte, con cori campionati e disturbi elettrostatici. In parte per la melodia centrale, che sorge dal silenzio del rumore come un carillon e ci ricorda per la prima volta che quello che stiamo ascoltando sarebbe un balletto. Nei sei minuti di The age ritroviamo sovrapposte le numerose incarnazioni del Battiato compositore, al punto che se qualcuno avesse solo sei minuti per spiegare che musica faceva Battiato quando non cantava, non si potrebbe consigliare una traccia più esauriente di questa. Ci si sente il rumorismo di Clic, i collage sonori di Za. i cori di Juke Box, il minimalismo dell’Egitto, persino una vaghissima traccia di quell’impulso alla tarantella che venava i primi dischi prog.  

2012: Caliti junku (Battiato/Sgalambro, #110)

Milioni di anni luce, la legge che esprime si illumina di cielo. Mindfulness, la forma è sostanza, la forma è sostanza, mentre il vento mi porta improvvise allegrie. 

Cosa sta dicendo?

Quello che sto per scrivere potrebbe essere sgradevole. Chi ha familiarità con l’alzheimer a volte ha questa sensazione, che più che una sindrome si tratti di un destino. C’è quel tipo di persona che per anni ti ha incantato per la sua intelligenza scoppiettante, per come sapeva passare da un aneddoto a un ricordo a una teoria scientifica a una canzone sempre tirando un filo che riusciva a non perdere mai, ecco, è orribile, proprio quel tipo di persona a un certo punto il filo lo smarrisce, o vede fili dappertutto, i racconti si ingarbugliano e il presente scompare. Può succedere molto, molto tempo prima che arrivi una diagnosi. Caliti junku parte dalla celeberrima aria Che farò senza Euridice di Christoph Willibald Gluck; Prosegue confrontando due proverbi; uno è per aspera ad astra, l’altro è cinese o tibetano ma potrebbe essere anche arabo o siciliano e dice così: chinati giunco, che passa la piena. Chinati giunco, da sera a mattina. Non è che tutto questo non abbia un senso. Non è che Battiato e Sgalambro non ci abbiano già abituato a spettacolari salti dal palo alla frasca. Battiato si è sempre espresso in modo frammentario e apodittico, ha sempre giocato a cortocircuitare i significati accostando manufatti culturali diversissimi. Cos’è cambiato quindi? Niente, o poco, appena una sensazione, o forse siamo cambiati noi, siamo diffidenti e abbiamo paura della nostra stessa diffidenza, abbiamo paura di voltarci e scoprire che Battiato non è più lucido, che Euridice non c’è più. Nella seconda strofa esplode tutto, e il brano diventa la cosa più rock di tutto Apriti Sesamo, con l’intervento di Chiara Vergati che canta all’unisono con Battiato, in inglese. Si lamentano dei tempi violenti. Rifugiamoci nella vuota essenza, dicono.

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