54. Il giorno della fine non ti servirà l’inglese

[Questa è la Gara delle canzoni di Battiato, dove scopriremo che Sgalambro disprezza le foreste, Battiato non esclude, in una vita precedente, di essere stato un mantello, Strauss in quattro quarti non è comunque ballabile e il re del mondo ci tiene prigioniero il cuore – di quest’ultima cosa avevate già più che un sospetto, credo]. 

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1979: Il re del mondo (Battiato/Pio, #51)

Un giorno in cielo fuochi di Bengala: la pace ritornò. È un ricordo? Battiato è nato un mese prima della Liberazione. La guerra, per la sua generazione, è un ricordo ancestrale, di figli della catastrofe,  molto spesso ricostruito a posteriori e rivissuto con uno strano senso di appartenenza. Battiato ha davvero sentito gli aerei angloamericani rombare sulla piana di Catania? Senz’altro li ha sentiti nel dopoguerra, Sigonella è vicinissima a Jonia. Quanto al “re del mondo”, è una suggestione ripresa da René Guénon, nello stesso disco in cui Battiato aveva sentito la necessità di prendere le distanze dall'”esoterismo di René Guénon”: l’ipotesi di un’autorità cosmica che regola le nostre vite e forse ci impedisce di godercele pienamente. 

Battiato andava molto orgoglioso del Re del mondo. Ancora anni dopo raccontava che “molti poeti” lo avevano chiamato per congratularsi per il distico iniziale: strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo stonasse con il suono dei gerani sui balconi. Come aveva fatto questo ex cantante ex musicista sperimentale a uscirsene all’improvvisto con un testo tanto profondo e tanto riuscito? È più o meno lo stesso enigma che due anni prima aveva posto agli ascoltatori Lucio Dalla col suo primo disco da cantautore, Com’è profondo il mare. Sia Battiato che Dalla per molti anni avevano scritto ben poche parole: verso la fine dei Settanta all’improvviso si ritrovano autori di alcuni testi di grandissimo valore, senza capire bene come sia successo. “Io rispondevo che le frasi erano venute così, senza particolare rovello. Senza impegno metodologico“. Che forse è anche il motivo per cui sia Dalla sia Battiato non riusciranno a replicare il miracolo: continueranno a scriversi i testi ma Dalla non supererà mai l’exploit di Corso Buenos Aires, e anche Battiato forse non ha più scritto qualcosa come “sulle biciclette verso casa la vita ci sfiorò”. 

Una prova della predilezione di FB per il brano è la decisione di reinciderlo nel 1985 in Mondi lontanissimi, nella versione per tastiere Roland e orchestra che in quel periodo stava approntando per i dischi in inglese e spagnolo. La decisione lascia supporre che Battiato non condividesse del tutto le scelte operate nel 1979 dalle maestranze di Alberto Radius, chiamato dalla EMI per risollevare il destino commerciale dell’Era del cinghiale bianco. Eppure una delle ragioni del fascino del Re del mondo stava proprio nella linea di basso di Julius Farmer, obliqua e ipnotica, che nella versione del 1985 non si sente più. Le successive versioni live hanno parzialmente corretto l’errore, riconoscendo il contributo di Farmer. 

1995: Moto browniano (Battiato/Sgalambro, #206)

Stavo giusto riflettendo di come la battiatistica sia una branca del sapere in teoria già piuttosto sviluppata – in una buona biblioteca ci sono già abbastanza volumi da tenere una mensola, e continuano a uscirne, ad esempio quest’anno ne ha scritto uno Scanzi, il che fa riflettere, perché è stato un anno piuttosto ricco di avvenimenti ma lui comunque ha preferito uscire con un suo studio su Battiato (l’ho trovato in libreria e ho aperto su una pagina a caso. Parlava di Scanzi). E malgrado questo ho la sensazione che siamo ancora alla superficie, ad esempio si può essere veri battiatisti senza aver letto Gurdjeff? E Thomasson? E Sgalambro? No, non si può – e tuttavia la vita è così breve, la civiltà occidentale ha i giorni contati, nel giorno della fine avremo veramente bisogno di una battiatistica così sofisticata? Non lo so, ma a volte ho la sensazione di scrivere sciocchezze che nessuno comunque è abbastanza competente da correggermi. Per esempio, qui Battiato confessa: Provo sdegno verso alberi e fogliami, foreste onnipossenti. E già ci immaginiamo uno Sgalambro-Nonno-Simpson che alza il bastone sul povero boschetto innocente. Ma sarà tutta colpa del filosofo? Nel suo “aforisma” (perché lui scrive aforismi, capite, mica pensierini), in realtà Sgalambro scrive “Porto un certo sdegno verso alberi, verdi fogliami, foreste onnipossenti e festose”. Ok, è simile, ma non è proprio la stessa cosa. E se gran parte dell’umorismo involontario che m’impedisce di ascoltare le canzoni di sgalambro non derivasse dalla prosa di costui, ma dalle scelte che Battiato compie sui suoi testi? Non lo so, non mi pare, ma per verificarlo dovrei veramente leggermi tutti quegli adelphini che francamente pure Nietszche impacchettato in quel modo m’indisponeva, non credo che ne sarei in grado. E temo che nemmeno Scanzi sia in grado. Quindi? Siamo veramente competenti per capire quel che cercavano di fare questi due matti con Moto browniano? No, forse no. Ci lasciamo sedurre dal titolo, ci pare che il modo di salmodiare di Battiato su un tema sfuggente non si allontani molto dal moto browniano delle particelle; rileviamo l’amore per i “paesaggi lunari, spugnosi, dove la massa pietrosa giace inerte”, in anticipo su Tabula Rasa Elettrificata, insomma tra Sgalambro e Ferretti c’era una convergenza insospettabile. E Fabio Zuffanti nota verso il secondo minuto una scala che si sentiva anche nel terzo movimento del live del Telaio magnetico, ecco se dovete scegliervi un battiatologo direi che Zuffanti fin qui non teme rivali (di sicuro non teme Scanzi).        

1998: Il mantello e la spiga (Battiato/Sgalambro, #78)

E fosti pure un’ape delicata, il gentile mantello che coprì le spalle di qualcuno. No, aspetta, come sarebbe a dire il gentile mantello? Cioè adesso ci reincarniamo anche negli oggetti? Oppure era un mantello di pelliccia di un animale, ma quando è morto l’animale non funziona che l’anima si reincarna subito in qualcos’altro, un insetto o un filosofo talattico?, cioè capisco che non bisogna schiacciare la formica che potrebbe essere mio zio, ma adesso che faccio, devo stare attento anche ai mantelli e ai capi di vestiario in generale?

Non c’entra necessariamente molto, ma riascoltando Il mantello e la spiga mi viene in mente quella storia di Giovanni Lindo Ferretti che torna dalla Mongolia con tante idee per un disco etnico, poi va a vedere cosa stanno preparando i restanti CSI e li trova da qualche parte in una cascina o in una malga che stanno suonando del rock peso neanche fosse il ’91, sicuramente non il ’77, e sulle prime resta scettico, cioè secondo voi adesso io dovrei mettermi a urlare al microfono dei ritornelli rock? Ormai ci ho un’età. In effetti aveva già passato i 45 anni. Battiato ne aveva almeno dieci di più. Il mantello è uno dei tutto sommato pochi suoi brani che risentono chiaramente dell’influenza dei CSI, vuoi perché quella Tabula Rasa uscita l’anno prima gli era piaciuta molto, vuoi per una convergenza evolutiva che attraverso percorsi diversi portava artisti di generazioni diverse allo stesso punto, e il punto era un rock lento, sferragliante e monocorde. Certo, molti ci sono affezionati, più o meno quelli che avevano dai 25 anni in su in quel momento. Ed esclusivamente in Italia; globalmente la musica leggera stava prendendo altre direzioni, il rock si stava prendendo una grossa pausa tra il grunge e un ritorno di fiamma negli anni Zero. Battiato, che in tutta la sua carriera al rock si era concesso poco, era più aggiornato quando ascoltava i Prodigy o gli Underworld. Ma in Italia nel ’97 i CSI si erano presi il primo posto in classifica (ok, in agosto), la causa o il primo effetto di un bizzarro anticiclone in cui si fece coinvolgere anche FB. Forse un equivoco: per tre o quattro anni abbiamo deciso che la musica del futuro non sarebbe poi suonata molto diversa da quella della nostra infanzia. Non aveva senso da nessun punto di vista, né commerciale né esistenziale né estetico. Una vague in controtempo che forse rifletteva la difficoltà di una generazione a uscire di casa: alla fine tutti i protagonisti avevano più di trent’anni. 

Fare il verso ai CSI, comunque, non era difficile: bastava salmodiare su una nota sola, rallentare il tempo e alzare il volume alla chitarra, Battiato ne era senza dubbio in grado. Lo stesso Sgalambro consegna un testo ferrettiano senza apparente sforzo – quel “Lascia tutto e seguiti” così lapidario anche se poi alla fine cosa vuol dire? Niente, quello che deve accadere accade, chi è stato è stato e chi non è non è, e così via. Sembrava saggezza, vabbe’, eravamo giovani. No, non eravamo nemmeno così giovani. 

2002: Beim Schlafengehen (Richard Strauss, #179)

Può darsi che il primo volume di Fleurs sia stato uno di quei colpi di genio e fortuna così imprevisti che finiscono per danneggiarti. Dopo aver inciso con relativa rapidità e facilità uno dei suoi lavori migliori (e più venduti), Battiato potrebbe essersi fatto tentare dalla possibilità di riprovarci pochi anni dopo riducendo ulteriormente gli sforzi. In fondo che ci voleva? Basta scegliere nelle canzoni, cantarle con cura, e un disco si fa. Massima resa per minima spesa. Questo spiegherebbe come mai il secondo volume di Fleurs appaia un lavoro così sbrigativo, in cui si accumulano una serie di scelte che è difficile non definire sciatterie – che ci fa la drum machine in questo Lied, per esempio, cosa porta di interessante? Alla fine dell’album, quando come di consueto arrivano i brani più eccentrici, Battiato vuole dimostrare che anche Richard Strauss può funzionare con un bel quattro quarti ballabile? Se l’idea era trasformare completamente il Lied in un pezzo elettronico, magari techno, deve essersene stancato, lasciando il progetto a metà: sembra ancora un Lied, ma con questa traccia di batteria da discount che indispone dal primo secondo (e che no, non lo rende ballabile)    

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