51. E ciascuna ragion mi pare torto

[Questa è la Gara delle canzoni di Battiato. Oggi andiamo alla ricerca delle radici e troviamo, tra le altre cose, Bandiera Gialla, un lirico sodomita del Duecento, Alan Sorrenti e il Fatto Quotidiano]. 

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1967: Triste come me (Medini, Buffoli, Alicata, #227)

Triste come me è il lato B del secondo singolo di Battiato (Il mondo va così), l’ultimo con l’etichetta Jolly che malgrado il sostegno di Gaber questi dischi non riusciva proprio a venderli. È una delle canzoni meglio riuscite a FB negli anni Sessanta: abbandonato il maledettismo della Torre e delle Reazioni, non ancora abbracciato il sentimentalismo stagionale dei successivi 45 giri targati Philips, qui il cantante è semplicemente triste perché gli amici lo hanno tradito, e lo racconta in una canzone non troppo complicata che si gioca tutto sulla variazione dinamica tra strofa (in tre quarti) e un ritornello che ‘esplode’ (in 4/4): un trucco che Battiato continuerà a eseguire anche nei singoli successivi, ma con meno leggerezza. Peraltro non è detto che il brano sia suo: tra gli autori non è accreditato in quanto non ancora iscritto alla Siae. Chiunque l’abbia scritto probabilmente conosceva The Pied Piper di Crispin St. Peters (1966): questo almeno spiegherebbe come mai nel 1967, l’anno di Bandiera gialla (che era una cover di The Pied Piper) Battiato si ritrovi a cantare una canzone tematicamente tanto diversa e melodicamente così simile.

1999: Medievale (Battiato, Dietaiuti, Sgalambro, #99)

In qualsiasi album del periodo sgalambriano, Medievale sarebbe uno dei vertici. Probabilmente non sembrerebbe fuori posto nemmeno in quei dischi che sul sito ufficiale battiato.it vengono definiti “discografia classica”, un Gilgamesh o un Telesio: ne condivide almeno uno stilema, la sovrapposizione di voce naturale e voce impostata (Battiato si fa doppiare dal sopranista Simone Bartolini). Seminascosto verso la fine di Fleurs, sembra un falso indizio: chi sta coverizzando Battiato stavolta? L’autore originale è un oscuro poeta fiorentino, Bondie Dietaiuti, contemporaneo di Dante e allievo dello stesso maestro: Brunetto Latini. Com’è noto Dante, pur mantenendo un grande rispetto per il maestro, lo colloca all’Inferno tra i sodomiti. Anche Bondie in Amor quando mi membra, sembra alludere all’amore per un ragazzo. La canzone comincia con una cornice idilliaca: Battiato è “sdraiato su un’amaca a prendere il sole leggendo un libro di poesia medievale”. Il pianoforte segnala l’inizio della “poesia medievale”, forse rivissuta in sogno. Tra le strofe di Dietaiuti, Sgalambro ne inserisce una sua, come un sussulto di veglia tra un sogno e l’altro. Per quanto eccentrica, Medievale contiene in nuce tutto il concetto di Fleurs, e in generale del Battiato liederista, insofferente per i compartimenti stagni della cultura e deciso a sfondarli. La lirica toscana del Duecento, la canzone napoletana dell’Ottocento, i Trenet, i Rolling Stones: tutto è puro a chi è puro, tutto suona bene e non troppo dissimile sull’amaca in cui Battiato medita o sonnecchia.  

2002: Le tue radici (Sorrenti, #158)

Può darsi che con Alan Sorrenti FB sentisse di avere una pendenza da saldare. Ai tempi della sua prima vera invettiva, Bandiera bianca, era riuscito a mantenersi nel vago, puntando il megafono contro “stupide galline”, “idioti dell’orrore”, “abusi di potere”, “programmi demenziali con tribune elettorali”, tutto un fondale indistinto di imbecillità in cui nessuno poteva riconoscersi. Nessuno tranne uno, e quest’uno era proprio il povero Alan. “Siamo figli delle stelle”, cantava Battiato, “pronipoti di sua maestà il denaro” e la frecciata era chiarissima, la capivo persino io che avevo nove anni e alla radio ascoltavo solo il GR2 ma Siamo figli delle stelle la conoscevo e la trovavo un po’ troppo commerciale persino io. (Chissà poi come potevo rendermene conto). (No sul serio, il fenomeno di repulsione nei confronti della discomusic è qualcosa che andrebbe studiato; negli USA ovviamente è diventata una manifestazione di razzismo, così come qualsiasi altro fenomeno, ma anche da noi a un certo punto quei violini e quei bassi sono diventati vecchi tutti d’un tratto e senza remissione, e deve essere successo in tempi rapidissimi, una stagione o al massimo due). La vita a volte è ironica, perché La voce del padrone avrebbe finito per vendere un milione di dischi ben prima di Figli delle stelle, dimostrando che il moralismo in Italia è un’industria più solida della disco. Sorrenti poi anche a causa di guai con la giustizia non sarebbe riuscito a staccarsi da quella pagina della storia della musica leggera che eravamo ansiosissimi di voltare (anche se poi la riapriamo spesso), una specie di Disco Stu in carne e ossa italiane. Ma prima del declino inglorioso, lui e Battiato avevano avuto due carriere parallele: entrambi avevano pubblicato una stupefacente opera prima nel 1972 (Sorrenti Aria, Battiato Fetus). Entrambi avevano picchiato il ferro finché era caldo: Battiato con Pollution, Sorrenti con Come un vecchio incensiere). Entrambi avevano avuto la sensazione di smarrirsi intorno al 1974; da questa crisi Sorrenti era uscito quasi per caso attraverso un corridoio stretto che portava alla carriera di artista pop di successo. Battiato aveva preso un corridoio più tortuoso, ma anche lui alla fine si era ritrovato lì. Nel momento in cui decide di pagare un tributo al collega/rivale, è chiaro che sarebbe stato più divertente vederlo cimentarsi proprio con Figli delle stelle, che in fondo ha un testo di cui FB avrebbe saputo rimarcare la dimensione mistica. Ma le pochissime cover che Battiato ha eseguito degli anni Settanta sono quasi esclusivamente canzoni dimenticate, tracce ormai cancellate di percorsi interrotti che forse avrebbero portato in un continente diverso che nessuno ha scoperto. La musica muore di Camisasca, La realtà non esiste di Rocchi, Le tue radici di Sorrenti, sono come i relitti che potrebbero attestare l’esistenza di un’Atlantide musicale, una civiltà di cantautori sapienziali affondata dal diluvio degli anni Ottanta. Purtroppo il relitto di Le tue radici viene dissepolto in Fleurs 3, un disco poco meditato in cui Battiato a volte si accontenta di realizzare una base e cantarci sopra. Sorrenti Le tue radici l’aveva incisa due volte: la prima in un singolo del 1975, ancora decisamente in formato cantautorale; la seconda più ritmata negli anni Ottanta (la cosiddetta “London Version”). Battiato sembra avere in mente l’intensità della prima, ma il ritmo della seconda. 

2009: Inneres Auge (#30)

La linea orizzontale ci spinge verso la materia. Quante volte dal suo appartamento milanese, o dalla sua amaca siciliana, questo signore apparentemente nelle nuvole è riuscito ad azzeccare lo Zeitgeist con precisione millimetrica? È un aspetto, questo, che rischia di non essere colto dall’ascoltatore postumo: il modo in cui Pollution prevedeva le ansie dei primi Settanta, Aria di rivoluzione sapeva già di anni di piombo, Bandiera bianca sventolava il segnale del Riflusso, Povera patria praticamente prevedeva Mani Pulite. Anche Inneres Auge, a riascoltarla oggi può fare l’effetto di un’accozzaglia di cose messe assieme nella speranza di intercettare un pubblico più vasto possibile; c’è l’escatologia sgalambriana (“Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando…”), l’invettiva populista (quella che appare più datata, oggi che Berlusconi è un anziano politico tra i più ragionevoli del centrodestra), una tirata anti-denaro (“Di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori…”), una lezione di meditazione, un sereno auto-invito ad astrarsi dalle bruttezze della contemporaneità e a rifugiarsi nello studio di opere che ci riconcilino col Creato. Tutto questo cantato sulla cassa più dritta mai battuta in una canzone di Battiato – e c’è perfino l’autotune, Battiato nel 2009 usava già l’autotune, Sfera Ebbasta non aveva ancora la patente. 

È chiaro che il futuro storico della musica si gratterà il capo perplesso: cosa voleva fare Battiato con Inneres Auge? Si era rincoglionito, cominciava una cosa e poi si metteva a fare qualcos’altro, mentre alla consolle Pinaxa cercava di rendere il tutto commerciabile? A questo futuro storico potrebbe essere utile una nozione: Inneres Auge uscì nel 30 ottobre 2009, e per l’occasione Battiato rilasciò un’intervista al Fatto Quotidiano, un giornale che esisteva da appena un mese, il cui successo di vendite stava rendendo visibile un enorme bacino di lettori il cui odio per Berlusconi ormai era tracimato sugli oppositori politici di Berlusconi, colpevoli di non averlo fronteggiato né in parlamento né in piazza (né nei tribunali). Era una comunità transgenerazionale e transclassista che aspettava che qualcuno la trasformasse in un movimento di opinione: alla fine in mancanza di meglio si accodarono a Grillo, ma Battiato con Inneres Auge li aveva radiografati. Condividevano foschi scenari apocalittici; consideravano Berlusconi un parassita; covavano idee pseudoscientifiche sull’economia che avrebbero preso le forme dell’italexit e dei minibot; praticavano forme di spiritualità di matrice new age e conservavano un’idea della cultura come arcadia accessibile solo ai puri di spirito. Magari non ballavano tutti sulla cassa dritta, ma insomma Battiato, che si era tenuto a prudente distanza dalla politica per tutta la sua carriera, nel 2009 si trova senza preavviso in un movimento che ancora non ha un nome, e ne stila con Inneres Auge un manifesto di una precisione impressionante. 

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