50. Eiacula precocemente l’impero

[Questa è la cinquantesima giornata della Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con sarcofagie ed ermeneutiche. Portate pazienza, mangiate molta verdure, non uscite nelle ore più calde, ovvero sempre]. 

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1991: Plaisir d’amour (Martini, #67)

Il piacere d’amore non dura che un momento; la pena d’amore dura tutta la vita. Battiato raccontava di aver selezionato accuratamente e ponderatamente i quattro Lied sul secondo lato di Come un cammello… sarà anche vero per gli altri tre, ma Plaisir d’amour non credo che abbia fatto nemmeno cinque minuti di anticamera. Il pezzo di Martini era un suo pallino da sempre, credo che a un certo punto si senta anche in qualche collage degli anni Settanta (non riesco a ricordare dove); senz’altro lo riascoltiamo da un grammofono gracchiante durante Shakleton. Ma soprattutto Plaisir nel 1983 era diventato l’oggetto di uno dei pazzi esperimenti della ditta Battiato/Pio, che ne avevano arrangiato una versione completamente elettronica per Sibilla, la meno fortunata tra le artiste con cui lavorarono. Che Plaisir avesse potenzialità commerciali era un’ipotesi già abbozzata a inizio anni ’60 dagli autori di Elvis, che ne avevano preso in prestito il ritornello per Can’t Help Falling in Love

Eppure al festival di Fermo del 1991, quando Battiato la presenta in un’orchestrazione fortemente debitrice di quella romantica di Hector Berlioz, riesce a scandalizzare più di Elvis, più di Sibilla, semplicemente per la scelta di sostituirsi a un soprano o a un tenore con la propria voce “pop”. È una scelta di cui è difficile misurare il coraggio, che va a mettere in discussione un assioma fondamentale della musica classica: se qualcuno canta, deve avere una voce impostata. Sì, ma storicamente l’arte di impostare le voci nasce dalla necessità di sovrastare l’orchestra in un teatro. Nel momento in cui anche i tenori superstar cantano microfonati negli stadi, quale necessità c’è di impostare ancora la voce in quei modi che al profano risultano così innaturali? Battiato non detesta affatto le voci impostate: le ha portate nel pop con gli interventi dei madrigalisti nella Voce del padrone; le ha utilizzate nelle sue opere e in Ferro Battuto lotterà per poter usare un campionamento della Callas, invano. Ma quello che per molti ascoltatori ormai è una questione identitaria (la musica classica richiede voci impostate), per lui non ha senso. Non solo non è un compositore classico convertitosi cantante pop, ma non è nemmeno il contrario: in fondo nella sua traiettoria l’approfondimento dei classici è venuto di pari passo con la scelta di comporre canzoni di successo, tra 1978 e 1979. Non sono due mondi inconciliabili: non sono nemmeno due mondi. Battiato pensa che il pubblico dei suoi concerti pop sia pronto per ascoltare qualche Lied sette-ottocentesco; non c’è poi tutta questa differenza. Non si tratta più di scopiazzare Beethoven, Wagner o Martini: si può mandarli in classifica, basta svecchiarli un po’, ma neanche tanto (purtroppo le cose sono andate nel modo opposto: Beethoven e Martini in classifica non ci sono andati; in compenso le voci impostate sono tracimate nel pop: fenomeno sul quale Battiato non ha mai voluto esprimere un parere).  

2002: Sarcofagia (Battiato/Plutarco/Sgalambro, #195)

“Come può la vista sopportare l’uccisione di esseri che vengono sgozzati e fatti a pezzi? Non ripugna il gusto berne gli umori e il sangue? Le carni agli spiedi crude… E c’era come un suono di vacche. Non è mostruoso desiderare di cibarsi di un essere che ancora emette suoni?” I vegetariani ci odiano. La maggior parte non lo dà a vedere. Non sono più ragazzini, sanno che ostentare la loro repulsione nei nostri confronti sarebbe controproducente. Così ci sorridono e se siamo al ristorante a volte si scusano persino per le loro stravaganze – mentre ci maledicono in silenzio, noi carnivori cannibali, assassini di massa. Battiato negli anni Zero sembra ormai avere abbandonato le invettive: il personaggio pubblico che gli si è modellato addosso è quello di un amabile maestro di vita che rilascia interviste sempre più generose e sorridenti. Da qualche parte li sotto covava ancora l’antico disprezzatore dei nostri usi e costumi, ma per tirarlo fuori erano necessari espedienti tortuosi. Per esempio in Sarcofagia Sgalambro risale fino al Plutarco acerbo di Sul mangiare carne e ne dà una sua versione, ovviamente un po’ sbilenca (“c’era come un suono di vacche“?) Il doppio schermo – Battiato che canta Sgalambro che cita Plutarco – consente a FB di esprimere con una certa franchezza lo schifo che gli facciamo noi carnivori. È il brano più ‘rock’ di Ferro battuto, ma sembra un’idea di rock più astratta di quella di Gommalacca, meno debitrice alle maestranze della scena alternativa italiana – che nel frattempo si stava sgonfiando. 

2004: Ermeneutica (Battiato/Sgalambro, #190) 

Gli stati servi si inchinano a quella scimmia di presidente. Quando si riascolta Ermeneutica bisogna sempre avere l’accortezza di ricordare che il presidente-scimmia era Bush Figlio, non il successivo. Sì in effetti è passato molto tempo, ed è passato con velocità variabili: certi dischi sembrano già molto lontani, mentre tutto sommato Dieci stratagemmi non dimostra i suoi diciottanni, mioddio, sono già trascorsi cinque mandati presidenziali negli USA. Quando uscì, Ermeneutica prometteva veramente bene. Era decisamente Battiato, ma sembrava il Battiato più pazzo e futurista da un sacco di tempo in qua. Per Fabio Zuffanti, che ormai posso dirlo, è il Battiatologo più preparato ed enciclopedico: si tratta del brano “musicalmente più complesso mai scritto da Battiato. Pressoché impossibile decifrare infatti la scansione ritmica che si muove su un tempo scomposto che accompagna un tema di sintetizzatore nel quale si staglia la voce del nostro”. Il tema in questione è frastornante: sembra oscillare tra maggiore e minore senza riguardo per la nostra basica educazione musicale occidentale. Il testo, ispirato dalla Guerra infinita post 11 settembre, è uno spassionato compianto del tramonto della civiltà, né ci aspettavamo di meno da Sgalambro: ma due o tre immagini le azzecca. Forse Battiato avrebbe dovuto scrivere più follie del genere.

2012: Un irresistibile richiamo (Battiato/Sgalambro, #62)

Per poco, ma la testa di serie di questa batteria è un brano da Apriti Sesamo, che in un qualche modo risulta il sessantaduesimo più ascoltato su Spotify, il terzo più ascoltato di tutto l’album (il quale, ricordiamo, è l’ultimo album di inediti di Franco Battiato). È andato addirittura meglio del terzo singolo, Quando ero giovane. Perché è piaciuto così tanto? Per la combinazione non nuova ma sempre godibile di chitarra, pianoforte e archi? Per il testo dal sapore sapienziale, l’allusione (ormai familiare agli ascoltatori) alla reincarnazione, il rimpianto per un tempo magnifico “quando eravamo collegati, perfettamente, al luogo e alle persone che avevamo scelto, prima di nascere”. Per i riferimenti a Teresa d’Avila? perlomeno tutti i battiatologi dicono che “il tuo cuore è come una pietra coperta di muschio, niente la corrompe” sia un riferimento a Teresa d’Avila, addirittura una citazione da Teresa d’Avila, e sarei felice di confermare la cosa se solo la trovassi scritta in qualche fonte che non fosse una glossa a questa canzone. Ma insomma perché è piaciuta tanto su Spotify questa canzone, rispetto alle altre del mazzo? Forse perché è in effetti una delle migliori?
O forse – terribile sospetto – perché è la prima in scaletta?
La gente dice: toh, l’ultimo album di Battiato.
Clicca sopra, ascolta una canzone, ah, ok, non male. 
Poi clicca altrove.

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