49. E gira tutto intorno alla stanza

[Questa è la Gara delle canzoni di Battiato, oggi molto combattuta perché… ma a chi la racconto, oggi in lizza c’è Voglio vederti danzare e altre tre povere canzoni senza speranza]. 

Si vota qui

1969: Sembrava una serata come tante (Battiato/Logiri, #254)

Non ti avrei detto sì: chiudiamola qui. Di Sembrava una serata su Youtube resiste la versione cantata dal vivo con l’orchestra alla “Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia” che non doveva essere proprio un festival di secondo piano, visto che sul palco si aggirava tra gli altri Mike Bongiorno. Non è detto che sia la “sfortunata esibizione televisiva” citata da Fabio Zuffanti (2020) con “l’orchestra che sbaglia clamorosamente la tonalità”, episodio che “spingerà il nostro a serie decisioni sul suo futuro musicale”. Quel che è certo è che non c’è esattamente sintonia tra l’orchestra e il giovane cantante con basette e occhialoni alla Nicola Di Bari, così poco soddisfatto della sua esibizione da scappare dal palco proprio subito dopo aver cantato “chiudiamola qui”, senza aspettare gli applausi. Sarebbe stato di parola: Sembrava una serata come tante è il suo ultimo tentativo di sfondare come cantante confidenziale (l’ultimissimo singolo per la Philips, Vento caldo, sarebbe uscito a contratto già stracciato). È l’episodio più simil-francese di questa sua prima carriera, ma è anche una dimostrazione del fatto che Battiato questi francesi li ammirava senza capirli bene: la canzone che gioca sulla disillusione dell’innamorato che si scopre tradito è un classico della linea Brel-Aznavour, richiede un approccio teatrale, il cantante deve trasformarsi in un patetico oggetto di derisione e Battiato questo non era proprio in grado di farlo, né nel 1969 né in seguito. Lo spiega proprio qui: “Se non avessi avuto l’orgoglio che c’è in me”: appunto, per fare canzoni del genere bisogna rinnegare l’orgoglio. 
Col senno del poi è facile capire che Battiato si stava infilando in un vicolo cieco – insomma era il 1969, l’anno di Woodstock, Tommy e Abbey Road, e Battiato si ritrovava in abito scuro davanti a un’orchestra a cantare di splendide serate finite male, un chansonnier fuori tempo massimo, con questa mania di rallentare i ritornelli per dare rilievo a un’interpretazione enfatica che la sua voce non sempre riusciva a sostenere dal vivo – sul serio, vien da pensare: chiudiamola qui. Non fosse che.
Non fosse che in quello stesso 1969, in un altro festival della musica leggera, un ragazzo similmente riccioluto e non del tutto a suo agio con l’orchestra porta una canzone scritta da lui, con cambi di tempo e interpretazione un po’ enfatica: la canzone era Un’avventura, non a tutti piacque, ma oggi nessuno pensa che Lucio Battisti avrebbe fatto meglio a chiuderla lì e a buttarsi sull’elettronica. 

1972: Meccanica (#126)

Nel secondo lato di Fetus distinguere le tracce comincia a essere complicato. Più di un brano è composto da movimenti diversi e giustapposti, che svelano l’aspetto più sperimentale nel puro senso della parola (FB sta veramente imparando a suonare il nuovissimo synth VCS3) tra cui si distinguono i primi tentativi di trovare un leitmotiv. In Meccanica debuttano alcuni stilemi del Battiato ’70: ad esempio il momento in cui il riff elettronico si trasforma in una specie di tarantella. E soprattutto c’è il primo collage di oggetti trovati, anche questo ancora embrionale ma promettente: una discussione tra astronauti montata sul sottofondo dell’Aria sulla Quarta Corda di Bach. La mia ipotesi è che ascoltando Fetus il cervello di qualche funzionario Rai abbia fatto una specie di clic, creando un’associazione inconscia tra il mondo della scienza a quell’Aria che per tutti noi italiani in seguito è diventata in effetti la Sigla di Quark di Piero Angela.

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

La voce del padrone terminava con un brano che celebrava l’eros in tutte le sue forme; il disco successivo termina con la canzone che celebra la danza. Voglio vederti danzare è la terza canzone più ascoltata di Battiato, almeno su Spotify. È la canzone su cui poggia la fortuna commerciale dell’Arca di Noè (gli altri brani non passavano molto in radio; del resto non uscirono singoli); è un brano che parla di danza ma senza batteria, e nel ritornello si permette persino di sospendere i quattro quarti. Riascoltandola saltuariamente rimango sempre stupito di quanto sia tutto sommato minimale l’arrangiamento, che nella memoria invece è popolato di strumenti e di colpi di scena; può darsi che Voglio vederti avrebbe meritato un’orchestrazione più sontuosa, come quelle della Voce del padrone, e che abbia sofferto dell’insofferenza di Battiato che aveva per le mani una hit pulitissima e ha fatto quanto ha potuto per sporcarla, per mascherarla da pezzo etnico (prima che la world music andasse di moda), per dissuadere i dj dal trasmetterla in radio – come lo spaventi un dj? Di punto in bianco fai partire un valzer che non c’entra niente, se non c’è un valzer adatto lo fai scrivere a Giusto Pio. Voglio vederti danzare è Battiato che balla intorno al feticcio di sé stesso. Avremmo dovuto capirlo e bruciare il feticcio; invece ci siamo messi a ballare pure noi. A nostra parziale discolpa, un brano così cantabile Battiato non l’avrebbe più scritto – odio usare l’aggettivo solare, ma davvero qui Battiato ci sta mostrando un mondo in cui tutti ballano a modo loro. Come altro reagire, se non mettendosi a girare per tutta la stanza? Ci sarebbe stato poi tempo di vergognarci per le nostre piroette sudate, ma in fondo a tutto il nostro imbarazzo restava il segreto orgoglio di sapere che la vita è danza, e che se danzava Battiato anche noi potevamo. Grazie Battiato, sei stato il nostro eroe e il nostro ballerino preferito. 

[Tra persone educate non è consentito discutere del remix di Prezioso. Esso non è mai esistito, tra l’altro uno dei motivi per cui sono educate è che hanno paura di andare all’inferno. L’inferno se lo immaginano più o meno come il nostro mondo, ma non puoi spegnere la radio e il dj è Prezioso].  

2012: Apriti sesamo (#131)

Giunto a quella che molti indizi lasciano intendere sia la soglia estrema della sua carriera, Battiato si misura con qualcosa che non gli era mai riuscito in cinquant’anni: raccontare una storia, sì, come un cantautore qualsiasi. Ovviamente Battiato non è un cantautore qualsiasi e anche stavolta si terrà lontano dal modello del cantastorie, optando per lo stile più libero dei declamatori medio-orientali e creando un unicum non solo nella sua produzione, ma nella storia della musica italiana. La storia è proprio quella di Ali Babà e i quaranta ladroni, e sembra non trattenere nessun secondo significato sapienziale: se fin qui avevamo pensato che il titolo dell’album alludesse allo schiudersi del portone tra la vita e la morte, ora Battiato sembra volerci trattenere con un falso indizio: no, “Apriti sesamo” è proprio la parola magica che Ali Babà deve pronunciare per accedere alle ricchezze dei quaranta. E proprio sul più bello la novella si interrompe, perché la racconta Sherzarad e la notte che finisse una storia, il visir si stancherebbe di lei e la farebbe decapitare. Sherzarad in effetti è il totem di tutti noi che le storie non riusciamo mai a finirle e ci diciamo che è meglio così. Anche Battiato magari ha sperato di ingannare lo Spavento Supremo un giorno alla volta, un racconto alla volta, una canzone alla volta. 

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