47. Quattro passi a piedi fino alla frontiera

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con un’improvvisazione nel duomo di Monreale, un secondo imbrunire, una passeggiata fino al muro di Berlino e altre nuvole nere, ma noi siamo pronti a ogni evenienza]

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1975: Canto fermo (#234)

Se ho capito bene il Cantus firmus è la melodia che viene usata come base per una composizione polifonica. Come tale a volte viene anteposta alla composizione, e in effetti sul secondo lago di Mme “Le Gladiator”, il Canto fermo precede Orient Effects. Anche se di melodico ha ben poco; e del resto anche Orient non è che sia tutta questa polifonia. Si tratta di due parti dell’improvvisazione condotta da Battiato sul titanico organo del duomo di Monreale, prima che il canonico si spaventi e lo cacci via. In Canto fermo Battiato dà veramente la sensazione di voler provare i tasti per saggiare la potenza dello strumento di cui si è temporaneamente impadronito con l’inganno (si era fatto presentare da Camisasca come un compositore americano in vacanza nei luoghi della sua famiglia). Siccome in Canto fermo non succede nulla di diversissimo dalla composizione successiva, è impossibile scacciare il dubbio che si tratti di un brano appiccicato per tappare il buco lasciato da un’altra composizione che Battiato aveva preparato ma non è riuscito a incidere per motivi facili da intuire. Da un articolo pubblicato nel giugno del 1975 su “Nuovo Sound” sappiamo che si doveva chiamare Temporary Road e che era composta da un “collage di vecchi 45 giri degli anni ’60 (Ruby Tuesday, Like a Rolling Stone ecc.) e da una chitarra basso filtrata al VCS3″. Più che la Temporary Road pubblicata 10 anni dopo su Mondi lontanissimi sembra un’anticipazione di Cuccurucucù (del resto secondo “Nuovo Sound” il nuovo disco di Battiato si sarebbe chiamato CHI CHI RI CHI). Poi qualcuno deve avere spiegato a Battiato che ottenere i diritti per tutti quei proto-campionamenti sarebbe stato molto complicato; rimane l’enorme curiosità per un brano che chissà quanto assomigliava alla Cuccurucucù definitiva (probabilmente pochissimo) e che chissà se qualcuno conserva ancora. 

Invece ci tocca ascoltare Canto fermo. Cosa dire di Canto fermoCarlo Boccadoro ammette che all’inizio Battiato stia letteralmente prendendo a pugni le tastiere, ma ci sente comunque tracce di Ligieti e Messiaen, anticipazioni di Morton Feldman. Su Youtube i commentatori si dividono: chi lo trova geniale, chi sente i passi del gatto sulla tastiera, chi dice vergognatevi a parlare così del maestro Battiato, prima di capirlo bisogna studiare. Al che uno risponde: “Io sono organista da 27 anni; ciò non mi da competenza in musica organistica (anche se ho alle spalle diversi anni di studio); di “musicale” ci trovo veramente poco in un insieme di rumori come questo, tuttavia la musica è l’intreccio sonoro atto ad esprimere i propri sentimenti e stati d’animo. Probabilmente era un periodo difficile e complesso per Battiato…” Non saprei che altro aggiungere – ah, sì: il brano è dedicato a Riccardo Mondadori, figlio dell’editore Bruno, morto trentaquattrenne nel 1975 dopo anni complicati. “A lui la vita non è stata tolta, ma solo trasformata”, scrive FB nelle note di copertina.

1988: Secondo imbrunire (#106)
Quel che diceva Saba sulla rima fiore/amore (“la più antica, difficile del mondo”) vale in qualche misura anche per il ritornello del Secondo imbrunire, dove Battiato infila senza un plissé un “cuore” che “muore d’amore”, e domando: qualcuno l’ha mai trovato melenso, fastidioso, melodrammatico? No, funziona. Secondo imbrunire è uno dei miei momenti preferiti di Fisiognomica, forse perché qui si riconoscono i legami sotterranei con l’altro disco crepuscolare, Orizzonti perduti: i bozzetti di vita siciliana nelle strofe e un ritornello estremamente cantabile (a patto di avere il falsetto educatissimo di FB), dove senza troppe cerimonie si introduce quel dissidio interiore che verrà ripreso solo parecchi anni più tardi: bisognerebbe vivere da soli, ma il “cuore” non si rassegna. Gli arrangiamenti sintetici di Orizzonti perduti, ora che sono stati sostituiti da una combinazione molto più giudiziosa di orchestra, basso chitarra e batteria, un po’ li rimpiangiamo. 
1989: Alexander Platz (Battiato, Cohen, Pio, #23)
La storia di Alexander Platz è un po’ più ambigua e complicata di quanto ci aspettiamo da Battiato, dall’idea romantica che ci siamo costruiti di lui in quanto artista ascetico disponibile a sperimentare ma non incline ai compromessi. Battiato è stato questo per buona parte dei Settanta e dai Novanta in poi, ma in mezzo ci sono stati gli Ottanta e qui il discorso è diverso: Battiato si comprometteva, altroché; fino a un certo punto ci stava anche prendendo gusto, in una voluttuosa dissipazione della propria integrità artistica che fu un fenomeno comune, all’improvviso le classifiche si riempirono di boomer che non volevano più cambiare il mondo ma farsi una villa al mare in tempi brevi (successe anche ai giornalisti, agli intellettuali, lo si chiamò “riflusso” ma lo stavano vivendo come un’ulteriore sfida; non si ribellavano più ai genitori ma alle regole che loro stessi avevano codificato a vent’anni, ai sé stessi genitori che non volevano più essere diventati). Alexander Platz, è noto, all’inizio si chiamava Valery ed era una canzone di Alfredo Cohen, cabarettista e pioniere dell’attivismo LGBT in Italia: un’elegia dedicata a un giovane transessuale. E qui potremmo salutare la splendida continuità di Battiato che nel 1977 scriveva le canzoni per Alfredo Cohen e nel 2014 faceva i concerti con Antony/Anohni, il tutto senza mai ergersi paladino di una causa non sua ma per la quale evidentemente simpatizzava ecc. ecc. Sì, sì, proprio così.
Però a guardar bene in entrambi i casi è successa la stessa cosa: così come nel 2014 si impossessa di un brano di Antony spogliandolo di ogni tematica LGBT, così nel 1982, quando Milva gli chiede una hit, Battiato senza nessuno scrupolo riprende la progressione di Valery e ci costruisce sopra una canzone che di tematiche LGBT non trattiene niente: addirittura, con un’astuzia che non sospettavamo in lui, decide di ambientarla a Berlino, perché sa che un ritornello in tedesco è quello che il pubblico si aspetta dal personaggio-Milva. Ci infila pure Lili Marlene, che non c’entra molto ma nel globo di vetro della nostra Germania mentale non può mai mancare. (L’idea per quel “Come ti trovi a Berlino est” potrebbe anche avergliela data A Berlino… va bene di Garbo, che nel 1981 apriva i suoi concerti). 
Il brano indugia nello strano fascino del socialismo reale – un mondo che Battiato aveva già evocato in Prospettiva Nevski, nella coeva Radio Varsavia, con la stessa fondamentale ambiguità di chi non ha la minima intenzione di completare le storie che mette in scena. È un mondo di stanchezza, di borse sotto gli occhi, e improvvisi lampi di bellezza rappresentati dalla musica classica: se nella prospettiva Nevski si poteva incontrare Stravinskij, qui a teatro fanno Schubert. Della visione originale di Cohen galleggia come un relitto quel “sì sì proprio così” sbandierato contro l’evidenza. Non è più l’autoaffermazione di un sex worker che insiste a non sentire i colpi dell’inverno; suona come un più modesto rincantucciarsi in una piega della Storia in attesa di tempi migliori che probabilmente non arriveranno. Battiato s’impossessa definitivamente del brano in Giubbe rosse, con un arrangiamento dal vivo più levigato perché la stagione della new wave elettronica nel 1989 è già finita, e un certo coraggio perché nel ritornello si sale di parecchio. 
1996: Splendide previsioni (Battiato/Jaeggy/Sgalambro, #151)
And I’m never in touch with your heart. È difficile riascoltare Splendide previsioni senza esprimere un rimpianto: cosa avrebbero potuto fare Franco Battiato e Antonella Ruggiero se si fossero incontrati veramente? Perché è chiaro che non è successo, voglio dire, in mezzo secolo hanno cantato assieme in appena due canzoni. In questa poi la Ruggiero non la senti quasi, paradossalmente in una canzone che ventila l’esistenza di un “punto altissimo, inaccessibile”, lei si tiene ben lontana dagli acuti per cui è conosciuta. Si vede che non è scoccata la scintilla, mettiamola così. Battiato preferiva duettare con voci femminili dal registro più basso; le sue partner preferite sono Alice e Milva; Giuni Russo è un caso del tutto particolare. Peraltro alla Ruggiero capita di partecipare a una sessione particolarmente affollata, una canzone che è un porto di mare: c’è anche un’altra voce femminile ed è nientemeno che Carlotta Wieck, AKA Fleur Jaeggy, che declama una sua poesia in tedesco. Il testo in particolare è una zuppa di tanti ingredienti noti: oltre alla Jaeggy c’è la penna di Sgalambro, riconoscibile da certi versi in stile nonno Simpson che inveisce alle nuvole (“La gente vive senza più testa!”), ma anche il Battiato dell’inglese un po’ improvvisato al microfono (“You and I will never die standing in the shadow of the night”). La canzone alla fine è confusa come il mondo che descrive: la specie è in mutazione, non sappiamo dove stiamo andando ma almeno sappiamo che ci stiamo andando, le proviamo tutte, gli stormi di temporali non ci spaventano. Ammetto che è una canzone a cui ripenso spesso, perché confusa com’è rimane un mio inno: le previsioni danno nuvole nere? Splendido, andiamo avanti, vediamo cosa succede, teniamoci pronti. 

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