46. Ma l’uomo non è pietra di tungsteno

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi anche delle mutazioni di Franco Battiato, da feto avanguardista a interprete di Gino Paoli, passando per lo swing e le strade dell’est].

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1972: Mutazione (#183)

Fetus era anche, in qualche modo, un concept album, con una storia che aveva a che fare con un feto (o più di uno) e un viaggio interstellare. Nell’ultimo brano il feto si risveglia appunto dopo migliaia di anni e avverte le vibrazioni di non ulteriormente specificati “corpi di pietra” che stanno per arrivare. Potrebbero essere anche i “motori” di cui parlava all’inizio dell’album (“sarò una cellula / tra i motori”) e quindi la storia tratterebbe di un eterno ritorno. Anche da un punto di vista musicale Mutazione è più simile a una canzone tradizionale e termina con un coro cantato sull’ennesima scala discendente – FB le usa tantissimo su Fetus, per scelta o perché gli vengono spontanee. È una soluzione un po’ naif, ma ricordiamo sempre che è ancora poco più che un embrione. 

1979: Strade dell’est (Battiato/Pio, #55)

Ho scoperto soltanto in questi giorni che il condottiero citato in Strade dell’est, Mustafa Barzani, era morto appena sei mesi prima a Washnigton, dov’era scappato quando il regime dell’Ayatollah Khomeini (che per molti è santità) aveva ritirato l’appoggio ai guerriglieri del Kurdistan iracheno. Avevo sempre pensato che si trattasse di un personaggio storico, ma il Vicino Oriente evocato da Battiato non è passato, è presente (e futuro: “Da qui la fine” profetizza, dieci anni prima di Zai Saman). È la meta dei viaggi che Battiato improvvisava sui pullman che negli anni Settanta portavano i fricchettoni in India o in qualche altro esotico Altrove. Di Strade dell’est conosciamo un documento straordinario: la prima versione arrangiata da Battiato e Pio per quel demo che convinse i discografici dell’Emi a stravolgere il progetto, coinvolgendo Alberto Radius. È una canzone completamente diversa, affidata a strumenti che possono rimandare a un generico oriente. La ritmica avviata dal pianoforte è quella martellante, iperattiva, che Pio infondeva a brani come Adieu o L’era del cinghiale bianco. Radius, Tullio De Piscopo e Julius Farmer ripartono da zero, costruendo la base di quello che diventa il brano più rock del Cinghiale bianco. Solo il brio di De Piscopo ricorda vagamente un tam tam primordiale: il compito di evocare coi suoni l’oriente posa del tutto sui melismi della voce di Battiato, che cerca di ricordare l’inflessione di un muezzin. Radius invece ha in mente orizzonti molto più occidentali e pentatonici, e riesce persino a infilarci un assolo veramente poco orientale, ma siamo onesti: la sua Strade dell’est è molto più godibile della prima versione; e in generale la freschezza dei dischi pop di Battiato dal 1979 al 1982 deve molto ai suoi interventi, che nei dischi successivi saranno meno appariscenti ma sempre fondamentali. 

2001: Scherzo in minore (Battiato/Sgalambro, #202)

Ecco una canzone che mi ispira un’irrazionale diffidenza. Non è che non mi piaccia, anzi forse è questo il punto: ho la sensazione che potrebbe piacermi, che stia cercando di piacermi, e questo mi rende sospettoso. Battiato non prova mai a piacermi – che scherzo mi sta tirando? Ma è soprattutto il riff iniziale a lasciarmi sospettoso. Somiglia a qualcosa che a un certo punto deve avermi infastidito, ma non ricordo più esattamente cosa. Per quanto cerchi, mi viene in mente solo un brano che ha con Scherzo una somiglianza vaghissima: la cover di Sex Bomb a opera di Max Raabe & Das Palast Orchester, che nel 2001 era relativamente fresca di stampa, quella classica cosa che al primo ascolto dici ah, divertente, e al terzo basta, basta, per favore, vi dirò dov’è nascosto Bin Laden ma basta. Ora si dà il caso che in Italia diventò la colonna sonora di uno spot pubblicitario molto pervasivo, per cui andammo molto, molto oltre il terzo ascolto. Può darsi che Battiato avesse in mente uno “scherzo” del genere mentre campionava su una base hip-hop la leggendaria chitarra Django Reinhardt (a proposito, quando diventa “leggendario” Reinhardt? Accordi e disaccordi di Woody Allen è del 1999, in Italia arriva nel 2000). Sex Bomb probabilmente non c’entra nulla, ma a suo modo è il capostipite di una cosa che in quegli anni ci titillava gli orecchi e non era ancora diventata così pervasiva da suscitare repulsione: le cover lounge. Qui Battiato sembra voler realizzare una specie di remix un po’ lounge un po’ danzereccia di una sua classica canzone del periodo, con gli ormai canonici rimpianti d’amore sgalambriani che stavolta è davvero impossibile prendere sul serio (“Mi risvegliavi un’innocenza preadamitica”). FB fa effettivamente un paio di cose che non l’abbiamo mai sentito fare e che giustificano il titolo Scherzo: lo swing, addirittura lo scat verso la fine, ma anche la base un po’ funky drummer è una cosa inedita per lui. Forse sta semplicemente giocando con luoghi comuni musicali tipici di quel periodo, con una giocosità che avremmo voluto vedere in lui più spesso (e che forse non abbiamo notato in altri episodi: mi viene in mente Le aquile non volano a stormi, una canzone realizzata smontando un brano di world music orientale molto vicino allo stereotipo del genere).

2002: Il cielo in una stanza (Paoli, #74)

Questo soffitto viola no, non esiste più (i soffitti viola, negli anni Cinquanta, erano plausibili solo nelle case di tolleranza: non è un segreto, chi poteva capire capiva già al tempo; una delle più riuscite canzoni d’amore italiane è dedicata a una prostituta). Abbiamo già visto come il secondo volume di Fleurs capovolga il metodo del primo: invece di trasformare le canzonette in Lied, ora si tratta di prendere canzoni già classiche e attualizzarle. Il rischio di trasformarsi in un Delta V dei boomer è scongiurato dal senso della misura che impedisce a Battiato di schiaffare una batteria su qualsiasi canzone gli venga in mente. Il cielo in una stanza è la canzone più facile, e quindi più difficile del repertorio di chiunque: è un giro di do senza ritornelli, il testo stesso impedisce al cantante di tirare il fiato più di tanto tra un verso e l’altro, è chiaro che dall’orchestra ci si aspetta un crescendo e anche Battiato lo organizza senza strafare. Poi, certo, parte la batteria: ma un po’ più tardi, in coda. Et voilà, Il cielo in una stanza è stato attualizzato. Non di tanto. Ma senza grossi incidenti. Se ne sentiva il bisogno? No, ma è sempre una bella canzone. 

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