45. La voglia di vivere a un’altra velocità

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con amori che vengono e vanno, attraverso automobili, treni e rotte interstellari, ih]. 

Si vota qui 

1965: L’amore è partito (Cardile, #247)

I primi dischi della sua carriera, Battiato li incide per una rivista, la “Nuova Enigmistica Tascabile” che allegava al numero in uscita una versione tarocca di un singolo di successo, cantata da uno sconosciuto per risparmiare sui diritti. Battiato era, perlappunto, uno sconosciuto disposto a cantare per un pezzo di pane. “Ricordo bene quando venni ingaggiato la prima volta per quei dischi. Il maestro mi fece un provino di qualche secondo; cantai una sola strofa. ‘Basta, va bene!’, e mi convocò per il giorno successivo in sala d’incisione”. La relativa facilità con cui viene scelto è per lui un’iniezione di fiducia che può lasciare perplessi, perché Battiato non ha mai cantato così male come in questo primissimo singolo del 1965, una roba da farsi ridare indietro i soldi dall’edicolante. Non ci sono spiegazioni, non ci sono scuse, Battiato si capisce che la voce ce l’avrebbe e persino il timbro giusto, vagamente ‘genovese’ tra un Lauzi e un Paoli (a meno che non gli avessero chiesto di imitare il cantante e autore autentico, Beppe Cardile). Epperò con questo timbro giusto Battiato qui stecca, al giorno d’oggi una prestazione così non passerebbe alla prima audizione di un talent qualsiasi e questo mi dà la vertigine – chissà quanti enormi geni della musica stiamo buttando via perché steccano al primo provino, gente che vent’anni dopo magari ti combinerebbe un equivalente della Voce del padrone ma non lo sapremo mai perché invece dei flexi disc tarocchi allegati alle settimane enigmistiche tarocche abbiamo i talent, e ai talent una stecca non te la perdonano. Viene da pensare che il vero motivo per cui Battiato ottenne il posto è l’altra mansione che accettò contestualmente: il fattorino. In un colpo solo avevano trovato un ragazzo che incideva i dischi e che li consegnava nelle edicole. L’amore è partito è un giro di do che si distingue da altri cento per la curiosa prosopopea: l’Amore in questo caso è una vera e propria entità che ha abbandonato i due innamorati, rei di essersi comportati male nei suoi confronti, una cosa che non era venuta in mente credo neanche a Guido Cavalcanti, mentre Beppe Cardile la portò a Sanremo e oggi su Youtube lo salutano e gli scrivono “Hai avuto il privilegio di vivere degli anni bellissimi e l’onore aver scritto una canzone per il maestro Franco Battiato” e lui deve pure abbozzare.

 

1984: I treni di Tozeur (Battiato, Cosentino, Pio, #10)

L’Eurovision Song Contest è un contesto veramente strano. Si incontrano, una volta all’anno, pubblici che si conoscono solo per sentito dire. La necessità di trovare un linguaggio comune ha portato col tempo all’elaborazione di un peculiare cattivo gusto transeuropeo. Ogni Paese vi può contribuire con la rielaborazione degli stereotipi che lo riguardano – temprata magari dall’ironia, che ci aiuta a mandare giù il fatto che senza stereotipi ci conosceremmo ancora meno di quanto ci conosciamo. Ogni tanto poi atterra qualche marziano, ad esempio nel 1984 arrivarono Alice e Franco Battiato. Cantarono I treni di Tozeur e arrivarono quinti, raccattando dodici punti da Finlandia e Spagna (questi ultimi un’avvisaglia del discreto successo che Battiato sarebbe riuscito a ottenere coi suoi futuri dischi in castigliano). Può essere utile provare a mettersi nei panni dell’ascoltatore medio europeo, che da questi due cantanti non aveva nulla da aspettarsi, o al limite, visto che era un duetto di cantanti ed era il 1984, poteva aspettarsi una cosa sulla falsariga di Albano e Romina che quell’anno avevano vinto Sanremo con Ci sarà. (Se ci riflettete un attimo, Albano potrebbe cantare i Treni di Tozeur. È forse la canzone di Battiato più albanizzabile).

A riascoltare Tozeur con orecchie medio-europee, può sorprendere la combinazione di orchestra e suoni digitali (che forse rimanda inevitabilmente al Rondò Veneziano: un progetto discografico italiano d’esportazione). Quando attaccano i violini, Tozeur potrebbe sembrare un lontano epigono di quel rock sinfonico che era esploso a fine anni Sessanta – il periodo dell’apprendistato canzonettistico di Battiato: Procul Harum, Aphrodite’s Child. Quel tipo di suono, codificatosi poi nel prog, in Gran Bretagna e in buona parte dell’Europa era stato spazzato via da punk e new wave; la musica elettronica era venuta dopo e l’idea di mescolarla con la sinfonica poteva essere percepita come reazionaria. In Italia le cose erano andate un po’ diversamente: le maestranze del prog erano rimaste saldamente in sella e avevano portato violini e mandole nei dischi dei cantautori, partecipando attivamente all’elaborazione di una via italiana alla new wave. Battiato, a fine anni Settanta, riemergendo dalla sua spelonca di avanguardista si era trovato in mezzo a tutto questo e aveva ben pensato di recuperare la sua vena romantica. È la vena che comincia a esprimersi coi fraseggi di violino di Adieu e L’era del cinghiale bianco, si palesa nella Prospettiva Nevski e prende le strade del Lied a partire dagli Uccelli. È un Battiato che vuole far coesistere Mozart (il coro a un certo punto canta un brano del Flauto magico) con i ritmi e i fraseggi dei sintetizzatori anni Ottanta: equilibrio difficilissimo che gli riesce coi Treni di Tozeur e poi a sprazzi nel disco dell’anno successivo, Mondi lontanissimi, dove I Treni viene ripresa con lo stesso arrangiamento, ma senza la voce di Alice. Dimostrando per contrasto quanto era importante per la riuscita del pezzo – ho letto qua e là che Battiato e Alice armonizzano: può darsi che in altre canzoni succeda, ma in linea di massima quello che fanno è cantare all’unisono, con due timbri complementari e paradossali: una voce femminile bassa e una voce maschile alta. Il risultato è un vero e proprio ermafrodito: un effetto che invano Battiato cercherà di ottenere duettando con altre voci femminili. 

1996: Amata solitudine (Battiato/Sgalambro, #119)

Amata solitudine racconta la storia di un litigio tra due partner nell’abitacolo di un’automobile; una situazione simile a quella descritta in Digging in the Dirt da Peter Gabriel, il che finalmente dimostrerebbe un’influenza di quest’ultimo su Battiato; il quale Battiato, dopo aver registrato Caffè della Paix negli studi di Gabriel, gli aveva anche preso in prestito il chitarrista, David Rhodes, proprio per l’Imboscata. Eppure no, anche Amata solitudine sembra immune da ogni petergabrielismo. Gabriel canta un testo semplice, essenziale, nel quale ci possiamo riconoscere tutti; Sgalambro ottiene costantemente l’effetto contrario, ci spiazza con un lessico che ci costringe a prendere le distanze e a simpatizzare con le donne che lo mollano. (“Ero in te come un argomento del tuo amore sillogistico, conclusione di un ragionamento. Ma mi piaceva essere così, avviluppato dai tuoi sensi artificiali”. Perché artificiali? È un automa ‘sta povera ragazza?) Musicalmente, Amata solitudine è il pezzo in cui Saturnino riesce a contrabbandare un po’ di dub in un disco di Battiato. Un’imboscata nell’imboscata.

2001: La quiete dopo un addio (Battiato/Sgalambro, #138)

Per una coincidenza l’algoritmo ha messo contro un paio di testi di Sgalambro talmente simili che probabilmente li ho già confusi altre volte. Forse non è del tutto una coincidenza, forse Sgalambro tende a scrivere spesso le stesse cose – o più probabilmente Battiato tra le cose che Sgalambro gli proponeva finiva per scegliere invariabilmente le stesse cose, che somigliano sempre un po’ a cose che Battiato aveva già scritto in precedenza (e di solito con più efficacia). Ad esempio il pallino di cominciare una canzone con una seconda persona plurale (“passammo l’estate su una spiaggia solitaria”) che introduce in modo abbastanza asciutto la presenza di una partner con cui Sgalambro divide una serie di responsabilità; “Vivevamo segregati a quel tempo” (anche “a quel tempo” è un tipico sgalambrismo, mi piacerebbe contare quante volte fa cantare a Battiato la stessa espressione). Altro tema di Battiato che ritorna fino a noia in Sgalambro è il susseguirsi delle stagioni, che dai tempi di Gente in progresso si è fatto sempre più incessante (“verrà un altro temporale e sarà di nuovo estate… verrà un nuovo temporale e finirà l’estate”). Non mancano anche le citazioni spiazzanti, che Battiato riusciva ad associare al registro della parodia, mentre Sgalambro sembra mortalmente serio quando tira fuori di sproposito un manzonismo come i “monti sorgenti dalle acque”.

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