44. Quando fui donna o prete di campagna

[Questa è La Gara, oggi con percussioni pianistiche, nomadi felici, progressioni Pachelbel e l’unica apparizione a Sanremo]. 

Si vota qui 

 

1978: Sud Afternoon (#218)

Sud Afternoon è il brano più enigmatico della fase minimale di Battiato. La stessa etichetta di ‘minimale’ comincia a stare stretta a quello che Battiato sta facendo: se Za e L’Egitto prima delle sabbie sono effettivamente costruite sulla reiterazione degli stessi accordi (Za) o delle stesse scale (L’Egitto), in Sud Afternoon di accordi ce n’è tantissimi, addirittura suonati su due pianoforti diversi da Antonio Ballista e Bruno Canino. Insieme i due riscoprono la tecnica medievale dell’Hoquetus, che prevede che gli strumenti suonino senza sovrapporsi: forse a Battiato stavolta interessa lo spazio che viene a crearsi tra i due accordi, come quello creato dai sussulti di una campana. È un’ipotesi. Carlo Boccadoro racconta nel suo libro la difficoltà di recuperare, trent’anni dopo, la partitura di quello che all’orecchio profano può sembrare una libera improvvisazione: tutt’altro. Dalla serie di fogli “scritti con grafia di chiarezza assiro-babilonese, in cui per di più molte sezioni erano segnate con triangoli e segni di vario tipo” che lo stesso Battiato avrebbe messo un po’ di tempo a decifrare, emergeva una composizione lungamente meditata che richiedeva un’esecuzione scrupolosa e faticosa. “All’inizio di Sud afternoon bisogna suonare sui tasti e contemporaneamente sulle corde con un plettro da chitarra stando in piedi, piegati tra tastiera e cordiera. In questa scomoda posizione è facilissimo produrre accenti non scritti in partitura e Battiato era molto insistente sul fatto che tutto dovesse risultare leggerissimo, impalpabile ma allo stesso tempo assolutamente preciso”. Quello che continua a mancare in Sud Afternoon è la melodia – benché ogni tanto qualche frase musicale sembri sfuggire dalle mani dei pianisti, il brano conserva fino alla fine un carattere percussivo. Malgrado abbia abbandonato da tempo i sintetizzatori, Battiato sembra aver mantenuto un approccio ‘elettronico’ e si aspetta dai pianoforti un tipo di pulsazione non molto dissimile da quella dei vecchi synth a valvole. 

1993: Caffè de la Paix (#39)

Nel corso di mezzo secolo di carriera attraverso generi musicali diversissimi, Battiato ha mantenuto un unico punto fermo (un centro di gravità): il mistico armeno Gurdjieff. Ed è singolare questa cosa, che pur avendone parlato in decine di canzoni e situazioni, non lo abbia mai citato esplicitamente. Il riferimento più preciso è probabilmente in Caffè de la Paix, eppure anche in questo caso si è più volte schermito coi giornalisti, affermando che si trattava di un caffè parigino dove si incontravano dei non meglio precisati “intellettuali”. È come se Battiato avesse pudore di dichiarare la sua affiliazione più diretta ed evidente – e bisogna riconoscere che “Georges Ivanovič Gurdjieff” non è facile da cantare (ma Battiato ha cantato stringhe di sillabe anche più cacofoniche). Devo ammettere che questo atteggiamento mi ha sempre lasciato sospettoso: quando uscì Caffè de la Paix, in una fase di rinnovato entusiasmo per gli album dei cantautori che a inizio ’90, con Guccini e De Andrè in gran rispolvero, vendevano come il pane, non credo di essere stato l’unico a farmi sviare dalla parola “Paix” e pensare che dopo il concerto di Bagdad Battiato intendesse continuare a navigare sull’ondata pacifista causata dalla Guerra del Golfo. Quando ho capito che si trattava di un riferimento al suo guru mi sono sentito lievemente ingannato, come quelli che si fanno trascinare da un amico a una festa che si rivela un evento di reclutamento per una setta. Battiato in effetti qui sta spiegando un po’ di cose in cui crede – proseguendo una lunga professione di fede che è cominciata con Fisiognomica – però, certo, “vieni a prendere un tè” suona molto più affabile di “io credo nelle seguenti cose”. Fin troppo affabile: FB sta simulando una discussione che nei fatti non c’è. Anche la domanda con cui termina la canzone, a ben vedere, è una bella immagine ma è soprattutto una domanda retorica (“Ancora oggi, le renne della tundra trasportano tribù di nomadi che percorrono migliaia di chilometri in un anno. E a vederli mi sembrano felici. Ti sembrano felici?”). Musicalmente, Caffè ci fece riprendere fiato dopo che il Cammello ci aveva dato la sensazione che Battiato non sarebbe mai più uscito dalla musica da camera. E invece eccolo qui con fior di strumentisti, etnici e occidentali (c’è anche un paio di futuri King Crimson).  
   

2007: I giorni della monotonia (Battiato/Sgalambro, #167)

Tra noi due ho scelto me. Dopo aver contribuito a rilanciare il festival, mandando Alice a espugnarlo con Per Elisa; dopo essersi mantenuto a prudenziale distanza per quei vent’anni in cui Sanremo era diventato il simbolo della musica italiana deteriore, alla fine Battiato accetta di esibirsi nel 2007, quando ormai ogni steccato sta saltando. Ci porta un brano tutt’altro che orecchiabile, una delle storie d’amore meno simpatetiche mai messe in musica: la storia di due amanti autoreclusi che scoprono di non avere niente in comune, e si baciano per non dover parlare e ascoltarsi. A Sanremo era un anno di rap sentimentali e ricattatori, vinse Cristicchi con un suicidio inventato per commuovere e Fabrizio Moro contro tutte le mafie. Sono quei momenti in cui rivaluti persino Sgalambro, che ha tanti difetti, è barocco e perfino melodrammatico, ma la lacrimuccia facile no, quella è proprio incapace di spremertela. 

2008: It’s Five o’Clock (Aphrodite’s Child, #90)

Dopo aver scoperto, in anticipo su quasi tutti, le potenzialità pop della progressione Pachelbel con Rain and Tears, il trio greco trapiantato in Francia noto come Aphrodite’s Child rischiava di non riuscire più a scrollarselo di dosso. Il rischio di dover ricucinare per sempre la stessa pietanza fu una delle cause che portarono alla scissione della band: da una parte Vangelis voleva trasformarla in un progetto prog, dall’altra Demis Roussos non era affatto contrario a dare al pubblico quel che il pubblico chiedeva: infinite variazioni sulla Pachelbel, come questa It’s Five o’Clock che alla terza nota sai già benissimo dove andrà a parare e tuttavia il ritornello ti spiazza lo stesso, quando lo canta Roussos, con quella capacità di alzare il volume del falsetto da uno a dieci in mezzo secondo. Battiato su una voce del genere non può contare (eppure la sua versione di Rain and Tears, incisa negli anni Sessanta ma mai pubblicata ai tempi, era di tutto rispetto). Non prova nemmeno a ricalcare la dinamica del brano originale. Si fa aiutare nel ritornello dalla cantante iraniana Sepideh Raissadat, che non riesce comunque a spostare il brano verso longitudini più orientali. Come si fa a capire quando un fleur non è uscito bene? Quando continui a pensare alla versione originale.  

Si vota qui 

via Blogger https://ift.tt/4ThmWjH

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...