43. Tribù di suburbani, di aminoacidi

[Questa è la Gara, oggi con shock emozionali, fulmini globulari, femminicidi, fughe in Messico, attese d’estate]. 

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1998: Shock in My Town (Battiato, Sgalambro, #26)

Shock in My Town o la ami o la odi (io non posso proprio dire di amarla, mi dispiace). È il Battiato anni Novanta per eccellenza – benché il testo rimandi a esperienze vissute da Battiato molto prima: il senso di alienazione sofferto prima e durante il soggiorno newyorkese del 1973 (da lì l’immagine degli uomini “simili agli insetti”), il “viaggio con la mescalina che finisce male”. Insomma nel momento in cui sente l’esigenza di svecchiarsi, di incontrare un pubblico più giovane, Battiato istintivamente ricorda di essere stato anch’egli giovane e un po’ schizzato: non proprio impasticcato, ma almeno un brutto viaggio l’ha fatto pure lui. Il successo del brano, uno degli ultimi suoi a essere diventati iconici, può far dimenticare che alla sua uscita fu un azzardo: Battiato non era affatto sicuro che le radio lo avrebbero programmato – e in effetti la dinamica del brano, con l’esplosione del ritornello, è una vera sfida alla radiofonia contemporanea. Invece Shock in My Town funzionò, forse perché aggiornava agli anni Novanta un personaggio che il pubblico ama riconoscere in Battiato: un severo censore dei costumi, aduso a inframezzare le sue tirate con riferimenti a misticismi orientali (“sveglia Kundalini”) e anglismi incongrui (l’inglese di Battiato non è fatto di parole, ma di frammenti di frasi, di solito versi di canzoni; in questo caso per fare una specie di rima con “my town” non trova di meglio che “Velvet Underground”). Shock in My Town può piacere perché in effetti è una sfida lanciata alla contemporaneità: Battiato vuole dimostrare di poter essere ancora interessante ma senza rinunciare a essere fastidioso. Può non piacere per la fondamentale ipocrisia dell’operazione – raggiungere i giovani proprio col messaggio che la gioventù d’oggi fa schifo – ma non facevano la stessa cosa i Sex Pistols, e gli stessi Velvet Underground, e Dylan, e un po’ chiunque abbia abbinato musica leggera e moralismo? Shock in My Town è la Bandiera Bianca degli anni Novanta, il che ci permette di misurare con una certa precisione la decadenza non dei costumi, ma dei testi delle canzoni di Battiato: alle “stupide galline che si azzuffano per niente” sono subentrati i “neo-primitivi, rozzi cibernetici signori degli anelli, orgoglio dei manicomi”: il severo censore somiglia sempre più a un anziano che inveisce dalla panchina – sarà colpa di Sgalambro? Eh ma è troppo facile dare sempre la colpa a Sgalambro. Battiato ha sempre giocato con le parole, ha sempre bluffato: forse il vero problema è che nel frattempo siamo cresciuti noi, e cose come le tribù di suburbani e di aminoacidi non possiamo più passargliele come gli passavamo i gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi.

  

2000: Fulmini Globulari (#231)

Campi Magnetici è del 2000: nello stesso anno Graham Hubler, degli U.S. Naval Research Laboratory di Washington, pubblica la sua teoria sul fenomeno dei fulmini globulari, che a tutt’oggi è la più accreditata: queste bolle di luce sarebbero plasma luminoso, ottenuto dalla miscela tra l’ossigeno e il silicio incandescente disperso nell’aria da un fulmine come scaricato a terra. Secondo altri studiosi i fulmini globulari potrebbero essere allucinazioni causate dai lampi di luce di un temporale. Insomma ne sappiamo ancora veramente poco. Fulmini globulari è il brano più rumorista del balletto; del resto è pur sempre quel Battiato che da bambino si lasciava incantare dall’effetto straniante delle scariche elettrostatiche sulle canzoni che passavano in radio. È lo stesso Battiato che qualche anno più tardi si presentava ai concerti con una radiolina e pretendeva di ‘suonare’ la modulazione di frequenza. Stavolta l’effetto è quasi invertito: sono le tempeste magnetiche a essere interrotte dall’irruzione della musica sinfonica, la quiete dopo la tempesta. Rimane il dubbio: il rumore con cui Battiato qui sta giocando, il frastuono delle frequenze radio, è quello tipico con cui siamo cresciuti ma che ormai è scomparso dalla nostra quotidianità, con l’affermarsi delle tecnologie digitali. Battiato nel 2000 lo riprende come un pop-artista fuori tempo massimo che ficchi le schermate grigio-cenere della tv analogica in una serigrafia; è ancora avanguardia o è modernariato, o è vintage?

2001: Hey Joe (Billy Roberts, #103)

Ma dove vai con quella pistola in mano. La versione corta è che in Ferro Battuto (2001) c’è un omaggio a Jimi Hendrix: Battiato avrebbe inciso Hey Joe in suo onore. La versione lunga richiederebbe una trattazione in più volumi perché Hey Joe è il classico esempio di canzone che non ha davvero scritto nessuno (al di là della complicata storia di chi ha registrato i diritti, che da sola occuperebbe uno dei volumi). Hey Joe si è scritta da sola o in un certo senso si è evoluta: la conosciamo perché ha funzionato meglio di tante altre canzoni da cui ha preso tutto, ma ricombinato secondo una formula giusta. Hendrix non è responsabile nemmeno di aver rallentato il brano: è vero, prima di lui era una cavalcata (vedi l’epica versione dei Love), ma un folksinger, Tim Rose, l’aveva rallentata pochi mesi prima e Hendrix aveva evidentemente preso da lui. Senz’altro la versione hendrixiana è la più iconica, ma ce ne sono altre memorabili, in particolare a metà anni ’90 quella salsa di Willy DeVille furoreggiava, la usava Paolo Rossi in un numero di cabaret. Hey Joe mette insieme cose bizzarre che un autore professionista di canzoni non oserebbe accostare: è un call and response, quindi ha una radice gospel (il coro chiede, il cantante risponde) ma è virato nel blues più demoniaco (il coro chiede a Joe dov’è finita la sua donna, il cantante risponde che la vuole ammazzare, anzi l’ha già ammazzata, anzi scapperà in Messico dove presumibilmente ne ammazzerà altre). Però non è un blues, è un bizzarro giro di giostra sul circolo delle quinte: Do, Sol, Re, La, Mi, e poi resta in Mi, la ruota si blocca. Non ci sono molte canzoni fatte così, o se esistono Hey Joe se l’è mangiate, potremmo chiamarla Progressione Hey Joe, ma è davvero una progressione? È completamente ambigua, è una scala ma non riesci a capire se stiamo scendendo o stiamo salendo (gli strumenti potrebbero fare le due cose simultaneamente): sappiamo solo che dopo il Mi si torna al Do e la ruota ricomincia, questo dovrebbe confortarci ma non lo fa. È musica occidentale? Sì e no, gli intervalli di quinta sono universali, era credibile la salsa di DeVille ed è credibile Battiato che avvalendosi dei vocalizzi di Natacha Atlas decide di farla rai – anzi nell’occasione ci fa rimpiangere quel periodo orientaleggiante, prima che Sgalambro lo riportasse su percorsi più canonici e sinfonici. (Sono gli anni in cui Khaled si fa produrre da Don Was quei dischi pazzeschi, il rai sembra sul punto di diventare il nuovo reggae, poi si sgonfia tutto non ho capito perché, forse perché i ormai ragazzini preferiscono il rap un tanto al chilo). Però alla domanda: si scende o si sale?, Battiato almeno risponde chiaramente: non sembra avere dubbi sul fatto che il “Mexico” in questione sia una via senza ritorno, l’imbuto dell’inferno.

2007: Aspettando l’estate (#154)

Anche se non ci sei, tu sei sempre con me. Quando Sgalambro riesce a torcere il collo alla sua eloquenza; quando sceglie per spiegarsi le parole più semplici, più chiare, quando rinuncia a stupire con effetti speciali… niente, rimane pur sempre Sgalambro, nel bene e nel male e soprattutto nella mediocrità tra i due poli. Anzi forse è proprio nei momenti in cui si mette a nudo che capiamo il perché sia molto meglio che si agghindi di paroloni e immagini concettose. Il protagonista di questa canzone aspetta l’estate. L’estate vera o una metafora di una dimensione di felicità in cui rivedrà l’amata? Boh, entrambe. A un certo punto Battiato canta “all’ombra dell’ultimo sole”: i battiatologi si affrettano a notare la citazione di De André. Ma è un po’ come cantare Shock in my town / Velvet underground: non c’entra niente il pescatore di De André con l’attesa dell’estate di questa canzone, così come non c’entravano i Velvet con Shock in My Town. Non sono vere citazioni o omaggi, sono parole estrapolate dal contesto che riemergono nella memoria a medio termine dello scrittore nel momento in cui non sa cosa scrivere, non sa cosa cantare. La canzone non sarebbe affatto male: a incuriosire l’ascoltatore è la chitarra acustica, usata in un modo molto ritmico. Ma le parole non riescono a restare impresse. Battiato ha sempre amato cantare l’alternarsi delle stagioni, ma nel Vuoto a volte sembra parlarne come si parla del tempo quando si riceve un ospite e non si sa bene che altro dire.

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