42. And even less for the tricolour flame

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con sacre sinfonie del tempo, lontananze d’azzurro, treni che fischiano nella sera e inni a Narayana]. 

Si vota qui

1991: Le sacre sinfonie del tempo (#58)

La testa di serie che non ti aspetti. Seminascosto in Come un cammello in una grondaia, uno di quei dischi di Battiato che per ascoltarli ci vorrebbe una certa concentrazione e questa è la scusa per cui alla fine non li ascolto mai, meno appariscente della title track o di Povera patria o dell’Ombra della luce, Le sacre sinfonie del tempo a riascoltarla è una canzone di grande valore, un Lied senza tempo e senza compiacimenti, una lirica in cui Battiato definisce con molta chiarezza alcuni punti fermi della sua personalissima fede nella trascendenza. Un brano che mi ero completamente dimenticato, mentre i battiatofili su spotify se ne intendono abbastanza da averlo portato tra i sessanta brani più ascoltati. Bravi battiatofili. La versione di Torneremo ancora, con la London Philarmonic Orchestra, è piuttosto straziante: è un Battiato in evidente affanno. Meglio, molto meglio la versione originale del 1991. 

1999: J’entends siffler le train (Plante/West, #71)

Que c’est triste un train qui siffle dans le soir. Dopo tanto parlare di Fleurs, potrei aver perso di vista il motivo principale per cui li ho apprezzati (molto più la prima raccolta che le due successive), e perché mi accorgo di apprezzarli più di qualsiasi altra manifestazione battiatesca del 1985 in poi: Battiato è un grande riscopritore di canzoni. In un periodo in cui era molto più difficile di adesso, un periodo in cui le discografie di interi artisti non erano a portata di clic; un’era buia senza youtube e shazam, Battiato ci ha fatto ascoltare e riascoltare brani che senza di lui non avremmo mai saputo trovare. Da cui un’enorme gratitudine nei suoi confronti, che passa quasi sempre sopra i relativi difetti di esecuzione – anche perché se cerchi l’interprete perfetto non ti metti certo ad ascoltare Battiato – e nonostante questo Battiato si è evidentemente sforzato, almeno nel primo volume, di conferire alla sua voce e ai suoi arrangiamenti una dimensione classica: non si trattava (come nel 90% delle cover) di personalizzare questi brani, ma di trovare la strategia migliore per far capire anche all’ascoltatore distratto e obliquo la loro potenza – Battiato sa di avere davanti un pubblico misto e in gran parte poco potenzialmente interessato a pezzi anni Cinquanta e Sessanta, e decide di lustrarli fino a farli risplendere come gioielli di una civiltà più nobile. Questo per esempio è il suo approccio a J’entends siffler le train, un brano che mi commuove ogni volta, non tanto per la bella canzone che effettivamente è; e nemmeno per aver abbandonato qualcuno alla stazione la sera, come gli ascoltatori francesi degli anni ’60 che salutavano amici e figli e fidanzati che partivano per imbarcarsi in Algeria e Indocina e mandarono la versione di Richard Anthony al primo posto in classifica. Mi commuovo perché da qualche parte nella mia testa io la conoscevo già, questa canzone; chissà in che versione; forse addirittura in quella folk americana che precede la francese, 500 Miles (il brano è attribuito alla folksinger Hedy West, ma è uno di quei casi in cui la canzone probabilmente esisteva già). Mi commuovo perché Battiato me l’ha ritrovata, perché è riuscito a riaprire uno scrigno impolverato nella mia testa. Fleurs è anche questo, forse è soprattutto questo: un album di ricordi riscattato all’oblio. E ora riascolterò quel fischio per tutta la mia vita.

2001: Lontananze d’azzurro (Battiato, Sgalambro, #199)

Domani parto, cambio vita e altitudine. Ferro battuto è uno degli album più difficili da decifrare. Arriva al termine di un quinquennio in cui Battiato aveva fatto di tutto per agganciarsi alla contemporaneità musicale. Se in Ferro non ci riesce, la responsabilità è meno sue che della contemporaneità musicale, che alla boa del 2000 sembra perdere la direzione. La scena alternativa italiana, in particolare, rompe le righe in modo abrupto: CSI sciolti, Bluvertigo sciolti, non è in assoluto una tragedia per la storia della musica, ma è quel piccolo mondo attraverso il quale Battiato manteneva preziosi collegamenti con l’attualità, che nel giro di poche stagioni viene smantellato. Nel frattempo col primo Fleurs FB ha cominciato a guardarsi anche indietro e la sensazione di fronte a episodi come Lontananze d’azzurro è proprio quella di ascoltare altri fleurs, vecchie canzoni sconosciute ripescate da chissà dove. Proprio nell’attimo stesso in cui Battiato proclama “voglio vivere il presente senza fine”, la stessa progressione vecchio stile ci suggerisce che un presente vero e proprio non esista più: solo un immenso archivio di passati da cui ripescare, volta per volta, qualcosa che ci siamo abbastanza dimenticati da trovare di nuovo interessante.

2004: I’m That (#186)

The light which is in me is now ablaze in me. Probabilmente la canzone di Battiato più vicina all’universo del metal – non tanto per la presenza di Cristina Scabbia dei Lacuna Coil, ma perché alla fine se sopra i suoni rock abbastanza degli FSC aggiungi interventi orchestrali, riff magniloquenti, un testo ispirato a un oscuro poema orientalista di fine Settecento, alla fine l’aria si fa metallica per forza: un po’ dispiace per la Scabbia, che con la voce che si trova potrebbe cantare qualsiasi cosa ma alla fine persino Franco Battiato se la chiama è per l’unico pezzo metal che ha composto in cinquant’anni. Il ricorso all’inglese, in teoria giustificato dalla necessità di non allontanarsi dalla fonte dell’ispirazione (l’Hymn to Narayana dell’orientalista William Jones), consente a Battiato di infilare nel brano una dichiarazione insolitamente esplicita, benché in negativo: “Non sono né musulmano né induista, né cristiano né buddista; non sono per il martello né per la falce, e ancora meno per la fiamma tricolore, perché sono un musicista”. Solo questo oggi possiamo dirti... L’Excusatio non petita, si sa, implica un’accusatio manifesta: qualche anno prima Battiato si era ritrovato probabilmente per equivoco a cantare a una festa di paese organizzata da Alleanza Nazionale, e al di là della polemica (per la verità abbastanza contenuta), l’idea di essere associato alla “tricolour flame” ancora lo bruciava. E però questa dichiarazione di non appartenenza, che dà anche un senso al buffo titolo inglese (“io sono quello”), Battiato non riesce a pronunciarla, neanche in inglese che per lui è quasi sempre la lingua del mascheramento: la fa cantare alla Scabbia. 

via Blogger https://ift.tt/tKncBvD

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...