39. I love you especially tonight

[Probabilmente qualcuno ha già intuito che questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con martiri celesti, zone depresse, deprivazioni spaziotemporali e atti d’accusa nei confronti di imperialismi orientali].

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1978: Martyre celeste (per due violini) (#239)

Un brano di Juke-box che si intitola “Martirio”: la faccio la battuta? Sono cinque minuti di violini che dialogano, legnosi e lagnosi, suonati da due apparenti automi che invece sono Battiato e il suo maestro di violino, Giusto Pio: mentre li ascoltiamo tutto potremmo immaginare tranne che questi due suonatori bislacchi stiano per diventare i Lennon/McCartney del primo spicchio degli anni Ottanta italiani. Sul serio, mancano tre anni al trionfo di Alice a Sanremo, al milione di copie della Voce del padrone, a Un’estate al mare, e questi sembrano completamente presi da esperimenti pencolanti sulla soglia dell’inascoltabilità. La faccio la battuta? Martyre celeste è un martirio soprattutto per l’ascoltatore, ah ah ah, scusate, non c’era verso di evitarla.

1983: Zone depresse (Battiato/Pio, #111)

Mi regali ancora timide erezioni. Che cosa carina da dire a una persona. O no? Nel dubbio non l’ho mai detto a nessuno, ma l’ho sempre trovato molto carino: qualcuno prima di Battiato aveva mai pensato di dirlo? Qualcuno aveva mai definito un’erezione “timida”? Che significa insieme: involontaria, ma anche spontanea, e comunque inoffensiva, introflessa, insomma un modo di rivendicare la propria corporeità maschile senza poter cadere in nessun sospetto di machismo che suona ancora notevole per il 2022, e Battiato ci arrivava serenamente nel 1983. Lui quei saggi ginnici davvero non riesce a toglierseli dalla mente, cinque anni dopo Stranizza d’amuri è ancora un chiodo fisso. Zone depresse è un pezzo esemplare di Orizzonti perduti, con tutti i pregi e i difetti: ritornello straordinariamente cantabile, strofa più sofisticata di quanto possa sembrare, inciso imprevisto che in realtà stava diventando uno standard delle canzoni del periodo, il cosiddetto “special” (stavolta c’è Battiato si atteggia a maestro di danza e urla comandi in francese), arrangiamenti visibilmente sintetici che creano un contrasto straniante coi contenuti nostalgici, questi ultimi affidati a bozzetti crepuscolari che Battiato quasi si compiace a guastare con allusioni all’irruzione della civiltà dei consumi: poi la fine un giorno arrivò per noi, dammi un po’ di vino oh oh oh con l’idrolitina.  

1985: No Time No Space (#18)

Keep your feelings in memory. Mondi lontanissimi è uno di quei lavori in cui sotto gli arrangiamenti riesci a sentire la scadenza contrattuale. Si capisce che Battiato ha voglia di fare altro, che questa cosa di incidere tot canzonette all’anno gli risulta sempre meno divertente. In quel periodo sta lavorando a quella che presumibilmente sarà la sua prima opera di compositore maturo, la Genesi, il che lo spinge forse a ragionare in modo sinfonico anche in ambito pop. Tornano insomma i violini e suonano sempre più forte, sempre meno ironici, ormai sparano bordate alla Zaratustra e fanno sul serio. Quando usi l’orchestra in una canzone corri sempre il rischio di risultare enfatico o trombone e Battiato lo corre senza rimpianti. No Time No Space è il suo ritornello più arrogante, col suo inglese immaginario che o lo ami o lo odi. Il video enfatizza l’aspetto orchestrale (che al tempo rassicurò chi era rimasto sconcertato dai suoni digitali di Orizzonti perduti), con un notevole piano sequenza di un’esibizione con strumentisti acustici, orchestrali digitali e coro in cui a un certo punto lui si alza dal tappetino, si infila le scarpe e se ne va scocciato. “Non so perche’ il suo modo di camminare verso le scale mi ha sempre commosso” (un commentatore su YouTube).

2008: Tibet (#146)

We can not excuse you for your behaviour. Magari di noi non resterà quasi niente, voglio dire: ormai nel grande calderone dell’umanità siamo una cultura abbastanza minuscola e forse anche più marginale di quanto ci rendiamo conto di essere. Ogni tanto quasi per caso fiorisce qualcosa di imprevisto e che anche il resto del mondo meriterebbe di conoscere (Franco Battiato, ad esempio), ma sono casi sempre più rari, la globalizzazione culturale non gioca a nostro favore. Inoltre l’Occidente è in contrazione, insomma magari tra un millennio la Storia del secolo XXI sarà raccontata perlopiù dal punto di vista dell’Asia, e la canzone più famosa di Franco Battiato sarà proprio Tibet: non per il suo valore musicale, ma perché comparirà in una piccola sottovoce della pagina “critici occidentali dell’imperialismo cinese”, così come di tutta la cultura dei nativi americani resiste solo qualche rampogna di qualche capotribù contro i bianchi che avanzano. Più che un brano di protesta, Tibet è un brano di testimonianza: che può fare un cantante di una piccola cultura marginale, di fronte a a un’ingiustizia decennale? Può dire, con la lingua più chiara che può, che non lo accetta, che non perdona, che non dimentica. Per la prima volta l’inglese di Battiato non serve a nascondere significati ma a diffonderli il più possibile: Tibet non è rivolta a noi (che l’ascoltiamo magari con imbarazzo), ma all’Impero cinese, Battiato lo chiama proprio così e usa parole che crede possano, per quanto è possibile, colpirlo: The divine empire has fallen into dishonour. Se il prezzo da pagare è un’accusa di ingenuità, è un prezzo che Battiato ha sempre pagato con noncuranza. Tibet si era già sentita nell’edizione digitale di Fleurs 2 (su Itunes): ma la maggior parte del pubblico la ascolta per la prima volta l’anno successivo, quando va a rimpolpare Inneres Auge

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