38. Che resta dunque di tutto ciò, ditemi un po’

[Questa è la Gara delle canzoni di Battiato, oggi con Bowie, Gesualdo Bufalino, il mercato degli Dei e l’ombra della luce]. 

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1972: Anafase  (#178)

In biologia l’anafase è “la terza fase della divisione del nucleo cellulare caratterizzata dalla scissione dei centromeri presenti nei cromosomi, dalla separazione dei due cromatidi che vi erano attaccati e dalla loro migrazione ai poli del fuso”. Musicalmente, Anafase comincia come un brano cantautoriale per voce e chitarra che riprende sottilmente l’Aria sulla Quarta Corda che abbiamo intrasentito in Meccanica. È il momento più davidbowieano di tutto Fetus, anzi di tutta la carriera di Battiato: si respira la fragranza di quella miscela particolare tra ballata acustica e suggestioni cosmiche che ci obbligano a domandarci se non si tratti di una convergenza evolutiva: cioè Battiato stava per inventare Ziggy Stardust con qualche mese d’anticipo? o non piuttosto un’influenza diretta: possibile che Battiato conoscesse Bowie, negli anni in cui quest’ultimo, dopo il successo di Space Oddity, faticava a farsi conoscere anche in patria? Di Bowie, Battiato non aveva praticamente mai parlato: solo dopo la sua morte consegnò ai giornalisti un ricordo un po’ confuso in cui ammetteva di aver amato “da pazzi” Space Oddity e non solo. “Hunky Dory  i biondi capelli, una femminilità fotografica, alla Greta Garbo. Aveva già rinnegato il passato, per il futuro. Londra era una polveriera. La droga imperversava. Io volevo vedere e capire quello che capitava. La mia paura era di passare di fianco a una nuova moda che stava per arrivare. Non desideravo altro che locali…” Dunque Battiato potrebbe in effetti avere ascoltato già nel 1971 Hunky Dory, un disco che prima del successo di Ziggy Stardust (uscito sei mesi dopo Fetus) era sconosciuto anche a gran parte del pubblico inglese? Non so quanto questo sia compatibile col servizio militare che Battiato avrebbe assolto (faticosamente) proprio nel 1971. Del resto si tratta di un momento brevissimo, una strofa appena dopodiché la canzone prende una svolta completamente imprevista, lasciando spazio ai synth che stavolta dovrebbero suggerire una fase di quiete (forse l’ibernazione per un viaggio spaziale, dal testo si intuisce qualcosa del genere). È davvero come assistere alla terza fase della divisione del nucleo cellulare di FB: da un cantautore si separa l’avanguardista. Proprio nel momento in cui il cantautore poteva diventare il Bowie italiano… troppo tardi.  

1974: Il mercato degli dei (#207)

Il mercato degli dei completa la prima facciata di “Clic”, e quindi è abbastanza naturale considerarlo una coda dell’unico brano cantato, No U Turn. È forse il primo in cui dalle nebbie sintetizzate emerge quello stile pianistico minimale che ritroveremo in purezza in Za e nell’Egitto prima delle sabbie. C’è una specie di melodia, o è un arpeggio? In ogni caso è qualcosa che il pianista cerca e non trova per tutta la canzone, mentre il synth crea una distanza, una profondità. Come nel caso di Ethika fon ethica, questi abbozzi di pochi minuti risultano più promettenti, e forse più interessanti, delle suites successive.   

1991: L’ombra della luce (#50)

E non abbandonarmi mai. L’ombra della luce è una supplica a un Ente non necessariamente supremo ma vigile e sollecito – un angelo custode? – qualcuno che comunque fa piacere invocare a intervalli regolari. È lo stesso approccio di E ti vengo a cercare: ma quella era ancora una canzone; questa è una preghiera. La differenza può sembrare piccola, ma di canzoni se ne scrivono tante: di preghiere ne resiste una al secolo. È difficilissimo scriverle senza sembrare invasati o apparire ridicoli: Battiato c’è riuscito e poi, per un po’, non ha più ritenuto necessario scrivere testi. (L’ombra della luce è anche il negativo della Cura: qui Battiato chiede di non essere abbandonato; là ci prometterà di non abbandonarci). (Il problema è che se la richiesta può essere inoltrata in buona fede da un credente sincero, la risposta non può che arrivare da un manipolatore). (O da un Dio). (E siccome Battiato non è un Dio…) (o lo è?)

1999: Che cosa resta (Trenet, Chauliac, Bufalino, #79)

E tu perduta anima di ieri: perché sparisti? Chi ti rubò? Dimmelo un po’. Che cosa resta, oltre a essere il manifesto dei Fleurs, ne è anche l’atto fondativo: ed è molto bello che ad attendere alla nascita del nuovo Battiato Interprete sia stato un grande scrittore – Gesualdo Bufalino – con un gesto bizzarro e toccante: un fax. La storia la racconta Battiato stesso: un giorno riceve da Bufalino la traduzione di Que reste-t-il, un grande successo degli anni Quaranta per Charles Trenet, che la generazione di FB conosceva al massimo attraverso Baci rubati di Truffault (più tardi lo ascoltiamo nel finale della Terrazza di Scola, cantato appunto dai vecchi ruderi della generazione presessantottarda che presentono la fine). Il fax sarebbe stato inviato due anni prima della morte di Bufalino, quindi nel 1994: Battiato in quel periodo forse è immerso nei suoni digitali dell’Ombrello e la macchina da cucire e di questo Trenet tradotto in rima baciata non sa che farsene. Per amicizia realizza comunque una versione privata per pianoforte e voce, che non solo deve aver soddisfatto lo scrittore, ma riesce a riaccendere l’interesse di Battiato per le cover confidenziali, un genere che non frequentava dai tempi delle balere. Battiato ammetteva di essersi affezionato anche all'”ingenuità” di una traduzione che presumeva composta da un giovane Bufalino. Ma a guardarla bene è una versione finissima, che lo scrittore avrebbe potuto ritoccare per quarant’anni e che riesce veramente nell’impresa di renderci il senso del testo di Trenet (in certi punti superandolo) regalando alla letteratura italiana una canzone struggente su come il tempo devasti i nostri ricordi: “Rivedo un viso, mormoro un nome, ma non ricordo quando né come; penso a un villaggio dove non so se tornerò”. Questi non sono versi di un poeta giovane. Nemmeno di un traduttore giovane. Battiato per l’occasione rispolvera l’espediente iniziale della voce che esce dal grammofono (come in Honey Pie), a ribadire che questo fleur è veramente più antico degli altri. 

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