37. Voli imprevedibili ed ascese velocissime

[Questa è la Gara delle canzoni di Battiato, con uno scontro doloroso che prefigura le difficoltà che incontreremo nei turni successivi: Gli uccelli contro Shakleton].

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1969: Bella ragazza (Battiato/Logiri, #242)

Bella ragazza / Occhi d’or è il 45 giri con cui Battiato e Logiri dilapidano il capitale di credibilità acquisito con È l’amore. Accade qui per la prima volta quello che si ripeterà poi in diverse situazioni (ad esempio con “Clic” e L’arca di Noè): appena FB capisce di aver trovato una formula che piace al pubblico, la butta via. In questo caso la dilapidazione avviene su due fronti: su quello testuale, Battiato riparte con la solita tritissima retorica degli amori stagionali – stavolta lui è al mare e lei non c’è, chiamiamola posizione dell’Azzurro rovesciato – e la porta avanti fino all’autoparodia: piove, lui è triste, pensa a lei e non riesce a divertirsi, ma poi nella seconda strofa finisce di piovere e lui ha già smesso di essere triste, insomma credevate che fosse amore ed era meteoropatia. Sul fronte degli arrangiamenti, Bella ragazza è un esempio tipico di cosa succede quando lasciate dei ragazzi volonterosi ma inesperti con un medio budget e un registratore otto piste: un’orgia sonora. Si parte con chitarre, violini e batteria (e un clap di mani riverberato) e si arriva coi fiati e sul finale c’è persino una specie di assolo di tastiera che ha già qualcosa di Fetus. Al centro compare quel vezzo compositivo che compromette ulteriormente la potenzialità commerciale del brano: Battiato rallenta il ritmo nel ritornello. Succederà anche in Vento caldo e non ha molto senso: ma forse è il primo tentativo di realizzare quella sospensione ritmica che riascolteremo poi in Summer On a Solitary Beach o nel Vento caldo dell’estate.  

1981: Gli uccelli (Battiato/Pio, #15)

Gli uccelli potrebbe semplicemente essere la canzone perfetta di Battiato. Immaginate un diagramma di Venn: in un insieme mettiamo i Lied di ispirazione romantica (anche se c’è persino qualcosa di vivaldiano nei gorgheggi finali). In un altro mettiamo la sperimentazione elettronica, che qui compare in dosi minime ma fondamentali. In un altro ancora, l’uso estroso dei linguaggi tecnici, che qui FB padroneggia (meglio di quanto padroneggerà mai Sgalambro): Gli uccelli è insieme criptica e chiarissima, le geometrie esistenziali non sapremmo come altro definirle ma abbiamo tutti capito cosa sono almeno una volta, ascoltando la canzone e guardando gli uccelli. In un insieme mettiamo la chitarra acustica, perché Battiato ha cominciato suonandola nei locali e Gli uccelli è la sola canzone della Voce del padrone in cui si sente, dopo il preludio di violini; è anche la canzone di Battiato che dà più soddisfazione ai chitarristi da spiaggia, con una progressione non banale che varia intorno al classico Do/Sol/La-/Fa (Camisasca ci scrisse tutta Nomadi, mentre Uccelli contiene anche un elegante cambio di tonalità). In un insieme mettiamo la vocalità, perché non è facile cantare gli Uccelli, se non sei Franco Battiato (lui per fortuna lo è). In un altro insieme mettiamo la meditazione/contemplazione, che negli anni dei dischi pop era stata temporaneamente rimossa dalla proposta musicale di FB, ma cova ancora in canzoni come questa o Segnali di vita, i tesori nascosti per quanto si possa nascondere qualcosa in un disco miliardario di mezz’ora come La voce del padrone. Possiamo persino tracciare un piccolo insieme di canzoni segnate dall’ossessione per la stagionalità – negli Uccelli c’è anche quella, perché migrano gli uccelli, migrano, con il cambio di stagione. Abbiamo tracciato tutto? No, alcune cose mancano o forse non riusciamo a vederle (le pretese culturali, il minimalismo), però non c’è una canzone che si trovi nell’intersezione di tanti insiemi come Gli uccelli. Il che non vuol dire che Battiato non abbia scritto canzoni migliori – oddio non me ne vengono in mente parecchie – ma forse a qualcuno che volesse capire in breve cos’è stato Battiato, Gli uccelli è la prima che dovremmo somministrare. Per quanto mi riguarda, Gli uccelli è una sorpresa infinita – in teoria la so a memoria, in pratica ogni volta che la riascolto rimango sbalordito: ma che roba è? Ma come ha fatto a scriverla, così, all’improvviso? La melodia è persino semplice, voglio dire – è stato Giusto Pio? Com’è che per anni questi due ci hanno fatto credere di essere avanguardisti spietati e intanto avevano in canna un colpo del genere? Con tutte le cose che mette insieme, è anche una canzone che fila in modo straordinariamente naturale, e alla fine parla anche di sé stessa: Battiato sembra comporla e cantarla con la stessa spontaneità miracolosa con cui gli uccelli migrano. Voli imprevedibili ed ascese velocissime: questo è Battiato. Non voglio dire che ascoltando Gli uccelli mi riconcilio col creato: ma di sicuro mi riconcilio con Franco Battiato e tutta la musica assurda che mi ha fatto ascoltare. Bisogna scrivere cento brutte canzoni per scriverne una buona, diceva Dylan: e Dylan di questa cosa s’intende molto. 
1998: Shakleton (Battiato/Sgalambro/Wieck, #143).
Una catastrofe psicocosmica. È abbastanza raro che un brano sia talmente migliore di tutto il resto del disco da rovinarlo. Shakleton è il pezzo che ci fa capire cosa avrebbe potuto fare Battiato con Gommalacca se invece di perdere tempo a collaborare con tutti questi giovinastri ancora presi col rock fosse rimasto per più tempo da solo nel suo studio di registrazione a lavorare sulle ritmiche e i campionamenti. Ce ne accorgiamo meglio oggi, con i Novanta ormai ben dietro le spalle: oggi che capiamo meglio cosa c’era di velleitario e ridondante nella scena alternativa italiana di quegli anni, e anche il fatto che Battiato rifaccia gli Underworld con qualche stagione di ritardo non dà più nessun fastidio, anche perché per quanto potesse essere in ritardo erano pur sempre gli Underworld: chi altri in Italia era stato in grado di tenersi al passo ai tempi come questo ex freak, ex cantautore, ex musicista colto, dal suo studiolo di Noto (CT)? Con un testo che sembra ritagliato da una Domenica del Corriere (“Ma il 30 Agosto 1916, il leggendario capitano compariva a salvarli”).
Sinceramente quando ascolto Shakleton non riesco a separare l’ammirazione (è un grande pezzo, davvero) dal rimpianto: Battiato nel 1998 era in grado di fare cose del genere, perché non ha continuato? Oddio un po’ ha continuato: Campi magnetici, Ode. Ma forse non ci ha creduto quanto ci poteva credere, in fondo ormai da lui la gente si aspettava strofe e ritornelli in segmenti di tre/quattro minuti e lui ci teneva anche a dare soddisfazione alla gente. Forse è più colpa nostra che sua, forse una scena italiana in grado di assorbire pezzi come questo non c’era. Shakleton è la promessa di un Quarto Battiato che non si è mai veramente realizzato (o forse era un quinto, ho perso il conto). Un artista coraggioso e innovativo a cui avremmo perdonato le ingenuità (Shackleton si scrive con la c) come garanzia di genuinità – in grado di estrarre suggestioni genuine anche a quella coppia di dinosauri che continua a portarsi dietro, Sgalambro e “Carlotta Wieck”. Anche solo il modo in cui li tratta in Shakleton, come frammenti sonori campionati a un passo dal disperdersi nell’etere, dimostra un salto di qualità purtroppo in seguito rinnegato. Degna di nota anche la successiva incarnazione (L’isola elefante) nel Joe Patti Experimental Group. 

2012: Aurora  (#114)

Vento, tu che sei passato sul sobborgo / Ed hai abbeverato le colline assetate / Porta a me le cupe nuvole / Affinché le possa riempire d’acqua / Con le mie lacrime, uh.
Ora dirò una cosa che non ho mai sopportato di Battiato – oddio mai, diciamo da Fisiognomica in poi, perché prima il problema non si poneva. Per lui la prosodia non esiste. Il flow, i giovani lo chiamano flow. Chiamatelo come vi pare, tanto per FB non esiste. Lui è un versilibrista dentro. O forse ha questa sensibilità levantina per cui sì, vabbe’, le sillabe, e che saranno mai… In occidente invece abbiamo questa simpatica convenzione, da migliaia di anni, che ogni sillaba vale una battuta. Nel medioevo si era molto rigorosi, poi ci siamo allentati, ma anche se accettiamo tutta una serie di eccezioni per tutta una serie di motivi, la nostra sensibilità ruota comunque intorno alla metrica sillabica. Persino le canzonette – persino la trap funziona così. Battiato invece non funziona così. Battiato ha rispettato qualche convenzione metrica nel periodo più pop, e poi ha iniziato a fregarsene allegramente – addirittura stringendo un sodalizio con un altro discutibile versilibrista siciliano, Manlio Sgalambro. Ora, lamentarsi che questi due non azzecchino un endecasillabo è mi rendo conto perfettamente inutile, come prendersela perché una caffettiera non faccia il succo d’arancia. È proprio un’altra cosa, se non ti piace ok. A me in linea di massima non piace ma devo ammettere che Battiato è riuscito a rendere credibili con la sua esecuzione vocale certe strofe che non avrei mai creduto cantabili. A volte però fa delle cose che mi lasciano fortemente perplesso. Per esempio qui mette in musica una poesia di Abd al-Jabbar ibn Muhammad ibn Hamdis, grande poeta siciliano del secolo XI, in una traduzione italiana dal verso ovviamente libero, e decide di cantarla su un 3/4. Come un tizio che si metta a cantare cose a caso, non ci azzecca in nessun modo, sembra una presa in giro. Se la voce non fosse quella di Battiato, sarebbe sicuramente una presa in giro. La poesia è bella. Perfino la musica non è affatto male, il ritmo trascina, la melodia è cantabile. Sarebbe cantabile, se ci fossero i versi adatti. Ma per Battiato il problema non si pone. Del resto ha fatto quel che gli è parso per tutta la vita e la gente ha smesso di criticarlo verso il 1987, per cui il minimo che gli potesse succedere un quarto di secolo dopo è comporre qualcosa di completamente insensato e inascoltabile. Non è nemmeno il caso di Aurora, che appunto, non è un disastro. È un tipico Battiato. Pare l’abbia incisa pure la Vanoni. Non so se ho voglia di ascoltarla. (Anche la Vanoni, che tipa) (no non lo faccio il torneo della Vanoni, non tentatemi) (cioè sarebbe divertente ma… no). 

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